| Alba - Mauritania - gennaio 2026 |
| Basalti |
Il deserto ha i suoi ritmi naturali, alle 9 siamo già tutti a nanna, ci sono nuvole alte, quindi niente stellata neanche questa volta. e poi freddo, capperi che freddo, a gennaio il Sahara di notte è gelido e per fortuna siamo dotati di coperte belle spesse, ma al mattino darsi una lavata sommaria è quasi una sofferenza; d'altra parte bisogna partire prestino visto che ci aspettano quasi 400 km fuori strada. Lo spazio non manca di certo al campo. C'è infatti un altro gruppetto di tre o quattro francesi arrivati più tardi, ma li hanno piazzati nelle tende all'estremità opposta alla nostra, più di trecento metri ad occhio, sarà per la privacy oppure vogliono evitare attriti diplomatici internazionali, si vede che hanno saputo anche qui che tra i nostri governanti non corre buon sangue, comunque non li vediamo proprio neanche a colazione ed alla fine appena dopo l'alba, noi partiamo lasciandoci alle spalle l'ombra nera del monolite di Ben Amara, i figli che non vogliono crescere e la sua compagna Aisha, ancora offesa, che neanche si materializza all'orizzonte. Noi prendiamo ancora la via diritta lungo il solito confine verso ovest, mentre il sole sorge proprio dietro le nostre spalle. Il terreno di sabbia solida è liscio come il migliore asfalto e per questo procediamo veloci. In breve raggiungiamo il treno che va anch'esso verso il mare seguendo anche lui la nostra via.
| Cimitero di Land Rover |
Questo sembra più lungo del solito oltre duecentocinquanta vagoni, gli ultimi sono tutte cisterne da riempire di acqua una volta raggiunto il porto. Anche lui procede spedito in questo rettilineo senza fine, tanto che ci mettiamo un bel po' a superarlo. Poi, quando abbiamo raggiunto un buon punto un poco sopraelevato un congruo anticipo, ci fermiamo per altre foto di rito, col muso del mostro che avanza nella nuvola bigia. E' appena passato ed ecco arrivare anche quello che va in senso opposto rientrando alla miniera. Questo evidentemente è il punto di quasi incrocio, poco più avanti infatti c'è una stazioncina col doppio binario che lo permette. Le poche case fatte sulle traversine che si incontrano sono presenti solo per le esigenze tecniche della ferrovia e le poche persone che ci vivono sono tutti dipendenti, oltre a qualche nomade di passaggio. Arriviamo ad un punto dove l'agglomerato presenta qualche unità in più, c'è anche una sorta di spaccio e un posto di polizia, dove ci fermiamo per lasciare le solite fotocopie, prassi ormai consolidata durante tutto questo itinerario di deserto. E qui troviamo Salem, seduto su una panca davanti alla baracca, occhi bassi e braccia in grembo. Un incontro devastante, il cui groppo non mi va ancora giù neanche adesso, dopo mesi. E' un ragazzo, no, è un bambino, avrà 15 anni malcontati ed è circondato da due o tre personaggi che chiamerei gendarmi, anche se non hanno neanche una divisa.
| Il posto di polizia |
E poi non saprei come diversamente chiamarli. Dopo averci fermato, non pongono attenzione più di tanto ai nostri documenti, ma ci chiedono subito di accompagnare uno di loro e Salem ad un centinaio di chilometri da qui a Bon Lanuar, la prima cittadina degna di questo nome che troveremo prima di arrivare al mare, dove c'è un vero e proprio posto di polizia e una prigione, dove rinchiuderlo. Lo caricano sul cassone del pickup. Mi avvicino per cercare di capire qualche cosa, ma sta piangendo ed è difficile capirlo, anche se parla inglese. Viene dal nord della Nigeria da dove è scappato dopo che un gruppo, che interpreto di Boko Haram o di loro amici, è arrivato una notte nel villaggio dove abitava, ha ucciso un po' di gente inclusa la sua mamma. Lui ha preso la strada della foresta verso nord, ha attraversato il Niger, il Mali e la Mauritania ed ha attraversato il confine qui vicino. Dice che non aveva preso la strada della Libia perché gira voce che lì uccidono tutti e il "salto" è più lungo, mentre per la Spagna è più semplice. Era ormai in Marocco, voleva proseguire verso nord ancora e tentare il passaggio lì, per arrivare appunto in Spagna. Si era aggregato ad una carovana di nomadi, ma i gendarmi li avevano fermati e, dopo aver controllato i documenti, lo hanno messo in prigione.
| La pista vicino al confine |
Poi, dopo aver utilizzato metodi piuttosto rudi per qualche giorno, a quanto ho capito lo hanno ricacciato al di qua della frontiera, dove il ragazzo aveva attraversato un campo minato di qualche chilometro prima di ritrovarsi in Mauritania, dove subito, questi altri gendarmi lo avevano catturato. Un immigrato clandestino insomma, uno dei problemi più importanti per i politici di ogni paese e sui quali si possono giocare e riversare tutti gli odi razziali, le problematiche irrisolte e deviare gli strali del popolo, dandogli finalmente un nemico da vessare, invece che prendersela con le incapacità o le ruberie, nei casi in cui ci siano, dei governanti stessi. Lo aspettava, lì dove lo stavamo portando, un certo periodo in carcere, che non oso immaginarmi, poi una sorta di processo e l'espulsione verso la Nigeria, suo paese di origine, non saprei per quale via, visto che non ci sono confini comuni. Mentre eravamo soli e il milite era andato nella baracca a prendere il suo zaino, ho provato a chiedergli, con la mia stupida logica dell'occidentale chiuso nel suo mondo, se sapesse delle difficoltà di arrivare in Europa e poi del fatto che laggiù nessuno vuole le gente come lui e avrebbe dovuto affrontare problemi e pericoli sempre maggiori, ma lui mi ha solo risposto - It's always better than dying -.
| Case di Bon Lanuar |
Così non sono riuscito a chiedergli altro ed ho vilmente tirato via il mio braccio dove mi teneva per la manica, dicendomi in un sospiro, a voce bassa - Help me - Poi siamo partiti e dopo un paio d'ore abbiamo fermato le auto davanti ad un'altra serie di baracche, dove siamo scesi, la macchina invece è andata fino ad una costruzione più importante, in muratura, credo la sede della Polizia. C'è stato un momento in cui ho scioccamente pensato che forse si poteva cercare di corrompere il poliziotto con la faccia scolpita dalle rughe e avvolta in uno cheche bianco, con qualche centinaio di dollari per lasciarlo scappare, ma capisco che si trattava di una iniziativa assolutamente velleitaria ed inapplicabile alla realtà. Mi rimangono così solo quegli occhi che mi guardano, ai quali non so e non ho saputo rispondere. Sono piuttosto triste e Ahmed, con cui cerco di dialogare, è invece piuttosto duro al riguardo, dice che sono tutti uguali, gente che mente spudoratamente e che raccontano tutti la stessa storia piangendo e che alla fine devono starsene a casa loro. Canzoni già sentite e che un poco mi deludono, ma il mondo è sorprendentemente simile, con gli stessi temi che assurdamente si ripetono in situazioni così diverse e lontane da apparite incredibile.
| Il ristorante lungo la strada |
Quasi le stesse parole che avevo sentito anni fa, nel cuore della foresta del Borneo da un vecchietto della tribù Iban, un ex cacciatore di teste che dopo avermi fatto vedere i teschi conservati dalla famiglia in gioventù, cose che non si fanno più al giorno d'oggi, eh, mi certificava scrollando la testa che il problema maggiore secondo lui, era l'immigrazione clandestina, di chi attraversava le montagne del Kalimantan, passando la frontiera nella foresta, per venire nel Borneo malese a rubare il lavoro ai loro figli. E lì non mi parlava di blocco navale, visto che c'erano solo montagne e foreste piene di oranghi. Deve essere questo, un virus pernicioso ed inguaribile, resistente a qualunque vaccino, che si annida nelle cellule cerebrali più profonde del genere umano, posto sempre che vogliamo definirlo in questo modo e che inquina irrimediabilmente le teste altrimenti pensanti, mentre i nostri mondi esangui si autocondannano all'estinzione senza che a nessuno, men che meno ai governanti, interessi in qualche modo. Ci fermiamo infine in una baracca che in realtà sarebbe un ristorante, per mangiare un riso con verdure e sabbia, che però non riesce ad andare giù. Poi riprendiamo la strada lungo il confine, questa volta è solido asfalto, ma la nostra velocità non varia molto e dopo una quarantina di chilometri lungo questa che è la N2, eccoci arrivati al bivio da cui parte la strada che va direttamente al posto di frontiera col Sahara occidentale e poi al Marocco.
| Il mare |
Noi invece proseguiamo verso sud imboccando la lunga penisola lunga quasi 30 km che conduce al porto di Nouadhibou, il punto finale della ferrovia, un colossale terminal dove i vagoni vengono scaricati ad uno ad uno riempiendo le stive delle navi che aspettano. La conformazione geografica della costa è molto simile a quella della Baja California, con la lunga penisola che si distacca a poco a poco dalla costa a causa della faglia di S. Andrea. Certo qui la lunghezza è solamente di una cinquantina di chilometri invece di quasi mille del contraltare messicano, ma le similitudini sono molte e chi sa che la formazione non abbia origini simili. La città che ci attende, quasi sulla punta terminale, è altrettanto recente come Nouakchott ed in fondo sembra assomigliarle molto nel suo anonimo presentarsi, cubi di case bianche allineate, prive di un progetto architettonico originale e spazi occupati senza un'idea precisa di piani regolatori o almeno così pare a una prima osservazione, d'altra parte nessuna tribù del deserto aveva interesse a creare insediamenti fin quaggiù, in riva ad un inutile distesa di acqua salata che non portava da nessuna parte, questo sì il vero deserto. Un luogo così straniante e senza punti conosciuti, così diverso dal mondo sahariano, percorso da un reticolo infinito di piste conosciute e di oasi ricche in cui fermarsi.
| La moschea |
Anche qui in città, sono asfaltate solo le strade principali, il resto rimane preda dei capricci della sabbia che si ammucchia negli angoli tra le case. Siamo più o meno in centro e circola parecchia gente, evidentemente siamo nella vicinanza di qualche mercato, almeno al vedere la quantità di carrettini carichi di merci varie, con i loro asinelli che si sforzano di trainarli verso la meta finale dove scaricare le masserizie. Il nostro albergo è in una stradina laterale, ma, come al solito, è nuovo, pieno di marmi e decisamente bello. Siamo arrivati abbastanza presto rispetto al solito ed abbiamo così il tempo per una doccia bollente e un po' di riposo per la schiena poco abituata ai sobbalzi dei centinaia di chilometri di pista. Purtroppo rimane anche troppo tempo per pensare. In fondo alla via c'è un bellissimo ristorante pasticceria, l'impronta francese è decisamente rimasta e le cena è, si può dire, sontuosa. Siamo ormai al mare, quindi finalmente pesce a volontà, gamberoni e orate alla griglia come se non ci fosse un domani. Tutto intorno a noi un bailamme di gente scatenata, tutti uomini, visto che sul maxischermo c'è la semifinale della coppa d'Africa in pieno svolgimento. Stasera c'è Nigeria - Marocco, il tifo è infernale, finirà ai rigori col Marocco in finale per la prossima domenica. Noi ce la filiamo all'inglese un po' prima e andiamo a cercare di addormentarci.
| Yussuf |
SURVIVAL KIT
| il ristorante |
Hotel El Medina - Ilot 72 - Nouadhibou - Considerato 4 stelle. Ottimo albergo in posizione centrale vicino al mare. Nuovissimo, spazioso e molto pulito. Personale cordiale e gentilissimo. Camere grandi, con bel bagno ben fornito di accessori, docce bollenti. AC, TV, free wifi in camera, frigo. Bar, sala comune, free parking, transfert aeroporto (1 km), spiaggia privata. Hotel non fumatori. Check-in 24 h. Sui 40/50 € con colazione la doppia. Consigliato.
Restaurant Sucré-Salé - a pochi passi dall'albergo in fondo alla strada. Ottimo con stile francese, essendo anche una pasticceria. Buoni piatti di pesce. Piatti unici dai 250 ai 500 Ou. max (aragoste) Orata piccolina 400. Sempre affollato, fa anche bar con croissant alla francese e dolci allettanti. Ottimo
| ancora il treno |
| Case di traversine |
Mau 17 - Tè nel deserto
M18 - La forza del destino
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