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martedì 9 luglio 2019

Central India 21 - Bhopal

Verso il mercato


Il cortile della Grande Mschea
La grande moschea di Bhopal non è molto lontana nelle forme da quella di Delhi, forse addirittura un po' più grande e circondata da prati verdi dove la gente si siede a godersi i raggi del sole in questi giorni, che per gli indiani devono essere considerati molto freddi. I due alti minareti svettano in un cielo costantemente azzurro, fuori sulla scalinata di accesso e nella rampa che conduce all'ingresso laterale non c'è la folla concitata che arriva dal Chandni Chowk, l'affollatissimo mercato circostante. Qui invece respiri un senso di calma e di abbandono nella cornice di un piccolo lago, uno dei tanti che a Bhopal, interrompono la frenesia costante delle megalopoli indiane. Una famigliola è seduta su una larga stuoia ed i due bimbi cercano di avvicinarsi curiosi di facce strane, sgambettando sull'erba, mentre il nonno sorride, fiero della sua discendenza che sa mostrare coraggio. Dentro, nel vastissimo cortile, poca gente, non è ancora l'ora della preghiera, qualche turista col naso all'insù, a valutare le dimensioni della cupola, qualche anziano all'ombra dei colonnati, un paio di salafiti con incolte barbacce nere che si lavano i piedi nella vasca centrale. Un'aria di tranquilla pausa dalla vita cittadina, che subito fuori, riprende convulsa e movimentata. Ci inoltriamo in una serie di cortili collegati da stretti archi e passaggi oscuri che ti riportano a facciate rosse, alti muri con finestre cieche, porticati dietro i quali si alternano negozi di stoffe, scarpe, sari colorati e sciarpe di pashmina. 

La Jama Mashid
Dalla disposizione della merce e dai prezzi si intende subito che questa parte del mercato è rivolto ad una clientela più ricca e sofisticata, ma appena usciti, superata la mischia di motorini e risciò, dei carrettini ricolmi di frutta, ti puoi infilare direttamente nella parte più genuina del bazar. La strada si stringe immediatamente riducendosi ad uno stretto budello, ai cui lati le botteghe, piccoli ambienti, spesso ridotto ad uno stretto corridoio che si affaccia sulla via, si susseguono le une dopo le altre, quasi ammucchiate e ridondanti di merci che debordano a grappoli al di fuori delle porte, appese a mazzi a tutte le altezze quasi volessero con la quantità, subornare con violenza le merci del vicino. L'offerta è davvero sovrabbondante. I venditori di chincaglieria, braccialetti, orecchini di basso prezzo, mostrano pile infinite di materiali per la più parte di plastica coloratissima ricoperta di specchietti e lustrini. Altri hanno bacheche piene di puntini rossi da applicarsi alla fronte nelle più varie fogge, le tikka, altri ancora mostrano montagne di scarpe e ciabatte alla rinfusa dove mi sembra impossibile riuscire a fare il paio, in caso di scelta. Di tanto in tanto si nota un negozio più grande e strutturato, con vetrine vere e proprie, sono gioiellerie che espongono ori e argenti, le cui seggiole all'interno sono sempre occupate da grassi deretani avvolti in sari o salwar camiz di pregio, che nascondono teste impegnate a gettare sguardi golosi tra collane e bracciali, mentre il padrone pesa sul bilancino antistante il gioiello prescelto. 

Interno della moschea
La ragazza più giovane, probabilmente una futura sposa, osserva quasi in disparte come se avesse poca voce in capitolo per quanto riguarda la scelta, mentre madre, suocera e zie varie, battibeccano agitate elencando i pro ed i contro. Davanti a loro il turbante rosso del gioielliere rimane immobile, l'occhio quasi perso nel vuoto, come fosse disinteressato, pesa via via i pezzi indicati, dice il prezzo con voce neutra in attesa della richiesta di sconto. Il budello è incredibilmente affollato, si fatica a procedere, tra una ressa che si spinge e cerca a sua volta di andare avanti in una marcia faticosa e lentissima, complicata maggiormente dal continuo strombettare delle motociclette e dei motorini che tentano di farsi strada per avanzare in un luogo assolutamente incongruo per loro, ma che invece sembra del tutto naturale. A Bhopal la percentuale di mussulmani è piuttosto elevata quindi tra questa folla colorata e variopinta, accanto a donne che ostentano sari dai mille colori, vedi gruppetti di ragazze completamente coperte di veli neri e niqab tesi, che scoprono soltanto gli occhi, tra le quali magari spicca un velo giallo o rosso intenso, quasi la proprietaria volesse distinguersi tra la folla. E' davvero una fatica farsi largo in questa massa densa di corpi alla ricerca di una direzione, più divertente rimanere fermi magari in qualche angolo che consenta una posizione leggermente sopraelevata a guardare il fiume che ti passa davanti, per apprezzarne i visi, le forme, gli sguardi, immaginando le storie e le vite che ti circondano. 

Al mercato
Poi, magari vieni attirato da qualche oggetto, una borsa, una collana ed entri a toccare a vedere da vicino e comincia tutta quella consueta fase di contrattazione, quel balletto di richieste e di offerte, che non sai bene se diventa un fastidio o un divertimento, ma che sembra un rito obbligato con partenze assurdamente distanti da entrambe le parti e che si dipana in un tira e molla che pare non finire mai anche se entrambi i due contendenti sanno già in principio quale sarà la cifra finale a cui si è destinati ad arrivare, ma che nessuno dei due vuole pronunciare per primo, pena lo sbandamento della trattativa e la rimessa in discussione di tutta la procedura. Esci col tuo pacchetto in mano e ritorni a farti largo tra la folla, a schivare una moto con quattro persone a bordo, il padre con la barbaccia che esce da sotto il casco, l'ombra nera di una donna completamente velata, due o tre bambini di età diverse trattenuti alla meglio sulla sella interna. Più in là, due ragazze ti guardano ammiccanti e senza ritrosia non appena avvertono che stai cercando di scattare una foto. Sono sguardi curiosi che non si negano, anzi spesso sono i primi a chiedere a loro volta un selfie assolutamente disinibito. Poi se riesci a buttare l'occhio al di là dei muri spioventi, delle tende che coprono i passaggi, tra archi e vicoli laterali, appaiono palazzi e facciate importanti anche se un poco sgarruppate; una piccola moschea che si cela in una piazzetta segreta, il vimana scolpito di un tempio dedicato a Shiva che indovini dalla groppa nera del toro Nandi che nasconde l'ingresso. 

Impianti elettrici
Questa è l'India ruspante, lontana dalla monumentalità delle sue meraviglie architettoniche, l'India dei vicoli e del mercato continuo, dei carrettini cigolanti e dei ciclorisciò che si fanno largo col tintinnio dei campanellini, tra odori forti di verdure lasciate a marcire, di fumi di olio bruciato, di spezia dolce e pungente che si spande fuori dei pentoloni lasciati a sobbollire. Questa è l'India di cui sono innamorato e che mi dà emozione. Sono rumori di fondo che senti nell'aria, anche quando sei fuori dalla folla, quando prendi un thé nero sulla terrazza davanti al lago. Davanti, più sotto, la banchina da cui ancora partono i battelli che portano i turisti fino all'isolotto ormai scuro, alle prime ombre della sera, quando le luci non sono ancora accese. Più lontano, ritmar di cembali, forse un corteo di un matrimonio, questa è la stagione. Una coppia ad un tavolo a fianco, beve una bibita e si guarda negli occhi, mentre il sole comincia ad infiammarsi di rosa. I sentimenti sono uguali come da ogni parte, ma qui ancora convive l'approccio occidentale e moderno, con la ricerca del futuro compagno tramite annuncio  o sensale, con tanto di trattativa estenuante tra le famiglie sulla caratura della dote. Qui ci sono tanti mondi ancora che si confrontano, che forse spesso saranno destinati a scontrarsi. Intanto la sera scende definitivamente, i camerieri ci chiamano, comunicando che la cena è pronta, raccomandando però di fare una buona recensione su Tripadvisor; gli ultimi barbagli di luce tra gli stracci velati di nuvole, assumono sfumature cangianti, aranciate con qualche tocco di azzurro verde, sarà la tonalità della diossina. 

In scooter

SURVIVAL KIT

Jama Mashid - La grande moschea in stile Moghul, con tre cupole e due grandi ed eleganti minareti è forse la più grande moschea dell'India. E' situata tra un piccolo lago e un grande giardino.  Vi si accede tramite una grandissima scalinata arrivando nel vasto cortile di preghiera interno, attorno locali per gli studenti coranici. Si può entrare liberamente lasciando le scarpe all'ingresso. 

Un cortile


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Vacche al mercato

lunedì 8 luglio 2019

Central India 20 - Gli stupa di Sanchi


Uno dei quattro archi di ingresso allo stupa 1


Stupa 2
La collina di Sanchi, la indovini da lontano, un poco predominante sulle altre vicine che se ne discostano come per riverente timore. La strada che conduce alla sommità, gira tra i campi verdi e poi si alza dolcemente verso la parte alta, fermandosi al vasto parcheggio. Si vede che qui arriva molta gente. La strada che dopo l'ingresso attraversa il grande giardino in direzione della sommità è una sorta di via sacra dove procedi guidato dalle sagome tondeggianti degli stupa maggiori. Va subito detto che tutte le costruzioni di questo parco archeologico, quasi una cinquantina, erette in un arco di quasi 1500 anni, sono state fatte oggetto di un pesante restauro "ricostruttivo", per cui molti templi appaiono quasi nuovi alla vista e, seppure la ricostruzione sia stata filologicamente corretta, tolgono un poco del fascino della rovina antica che di solito questi siti emanano. Rimane tuttavia la sensazione di passeggiare nella storia, tra queste grandi costruzione religiose per la maggior parte buddiste, solo al termine sono stati infatti eretti templi induisti, che emanano sempre un messaggio chiaro, quello della forza del pensiero religioso nella storia umana, che ha sempre condotto ad erigere testimonianze il più possibile grandiose al fine di rappresentare con questo sfoggio di potenza, il pieno diritto per coloro che di questo credo si trovano al vertice, di esercitare un potere non solo morale, ma anche negli effetti pratici, politico e secolare. 

Pilastro scolpito
Tutto questo, mantra comune, mi sembra, a tutte le religioni del globo, ha prodotto l'effetto collaterale, questa volta assolutamente benefico, di lasciare dietro di sé per i secoli successivi, una produzione di manufatti artistici ed architettonici che possono essere goduti ben al di là della loro valenza religiosa. E questa serie di templi dimostra l'assunto nel migliore dei modi. Il grande stupa, la cosiddetta costruzione numero 1, che sorge, con successivi rimaneggiamenti ed ampliamenti, dove l'imperatore Ashoka il Grande cominciò l'edificazione del primo tempio buddista nel III secolo a.C., domina la cima della collina, relegando ogni altra costruzione ad assumere ruoli secondari. La grande struttura emisferica ricoperta di pietra grigia si erge nella classica sagoma simbolica che questa religione pretende per le sue costruzioni, dove ogni parte ricorda la figura del Buddha ed a sua volta le basi filosofiche di questo modo di intendere l'esistenza. Tuttavia le parti che più attirano l'attenzione sono i quattro portali di accesso, sorta di archi di pietra completamente ricoperti di sculture a tutto tondo, minute e perfettissime, che si accalcano le une sulle altre a raccontare storie, in una sorta di horror vacui, così simile a quello di certi sarcofaghi tardo romani. Muniti di una attenta guida descrittiva potreste passare ore a ricercare e a ricostruire i racconti delle storie del Buddha, riconoscendo i personaggi raffigurati in pose e con vesti iconiche e identificative, quasi come i nostri santi nelle serie infinite degli affreschi medioevali delle nostre chiese. 

Testa di Buddha
Anche qui come nei nostri edifici religiosi, queste storie raccontavano e spiegavano ad un popolo di fedeli i pilastri della dottrina, i comportamenti corretti da adottare nella vita di ogni giorno, gli ammonimenti e le giuste punizioni per chi non vi si adeguava, insomma gli insegnamenti a chi non sapeva leggere, in tempi in cui non c'era neppure nulla da leggere. Ma oggi, nelle tante scene di vita comune, puoi leggere molto delle abitudini e dei costumi del tempo e da queste si possono trarre così molte indicazioni storiche. A guardar bene in alcuni punti si scoprono anche figure di devoti che rendono omaggio alla divinità con vesti e strumenti musicali chiaramente greci, segno evidente dei contatti e degli sviluppi artistici avvenuti dopo l'avventura di Alessandro Magno, giunto fino alle porte dell'India. Ti fermeresti a lungo qui, aggirandoti tra queste pietre, che dietro ogni angolo, sopra ogni pilastro, mostra sculture di divinità dimenticate, di animali fantastici, di fregi complicati e ridondanti. Qui la pietra parla la sua lingua impressa dai colpi di scalpello di artigiani antichi, certamente consci della loro arte, ma che non hanno potuto lasciare i loro nomi a tramandarne la memoria, soltanto in qualche angolo nascosto, trovi il nome del devoto committente che ha pagato quella parte di lavoro, a testimonianza che la colossale costruzione è avvenuta attraverso il sacrificio ed il pagamento di migliaia di piccole e grandi offerte, per chiedere grazie, ottenere favori oppure soltanto a dimostrazione della propria fede, forse con lo scopo recondito di migliorare la propria condizione dopo la morte.

Udayagiri - Una delle caverne col toro Nandi
Le statue più belle le trovi però nel piccolo museo alla base della collina, tolte giustamente all'insulto delle intemperie, capitelli complessi, leoni, figure ieratiche del Buddha, ammantate da quel sorriso immateriale che può essere proprio soltanto dell'Illuminato, dei e dee avviluppati nelle forme contorte che vogliono esprimere la spessa carnalità del desiderio umano e che trova una sua coerente giustificazione se viene espressa anche dal divino. Ce ne andiamo via soddisfatti da questa teatrale monumentalità, d'altra parte un luogo che ha attirato fedeli per oltre un millennio non si può certo liquidare con sufficienza. Intanto a pochi chilometri da qui, affacciate sul pigro corso del fiume Betwa si raggiunge un altro sito di grande interesse, le due colline di pietra nelle quali sono scavate le venti caverne completamente ricoperte di sculture di Udayagiri. Scavate in una nera roccia basaltica, queste caverne abbracciano circa tre secoli di storia del periodo Gupta, dal III al V secolo d.C, appartenendo quasi tutte alla cultura induista tranne le ultime, Giainiste. Le sculture nella maggior parte a tutto tondo, che ricoprono le pareti, raccontano anche qui storie sacre della mitologia dei Veda, a partire da quella grandiosa e che occupa interamente tutta una grande parete della grotta 5, che si incontra subito dopo l'ingresso, dove si vede la enorme figura di Varaha, il cinghiale, terzo avatar in cui Vishnu è arrivato sulla terra per salvare la madre terra Bhudevi dalle profondità degli oceani che a quei tempi ricoprivano tutto il pianeta.

Il cinghiale Vahara
La figura è potente nella sua plasticità e campeggia con forte personalità sull'esercito delle altre figurine di dei minori, ninfe e semidei che lo circondano e ti introduce bene al sito. Ci si infila a testa bassa nelle caverne più piccole per ammirarne le curiosità più minute, i pilastri interni, le volte scolpite in grandi ed eleganti rosoni. Poi una scalinata che si inerpica in una spaccatura tra i due massi di pietra ti porta fino al pianoro superiore da cui puoi vedere le ultime caverne, quelle più nascoste e soprattutto il panorama delle pianura oltre al fiume che si congiunge all'orizzonte lontano. Sorpassi qualche gruppo di studenti, rigorosamente nelle divisa della scuola, che si aggirano in gruppetti rigorosamente suddivisi per sesso, sotto la stretta sorveglianza di anziani professori, anche se le occhiate in  tralice tra i gruppi non mancano. Questa delle scolaresche in visita è una costante in tutti i siti storici che abbiamo visto nel territorio indiano, anche in tutti i nostri viaggi precedenti. Evidentemente a queste visite viene data una certa importanza, anche se poi l'atteggiamento degli studenti, di rilassato disinteresse, è comune a quello di tutti gli altri loro colleghi delle altre parti del mondo. Schivato con destrezza il guardiano che si aggira roteandole chiavi delle grotte chiuse in cerca di mancificazione, riprendiamo la via per Bhopal in un bel pomeriggio fresco ma soleggiato. Un baraccotto lungo la strada che offre broda fumante, dal spesso e giallo e un thali di verdurine varie, poco invitanti. Meglio accontentarsi dei biscottini da 5 cent di rupia al pacchetto, che alla fin fine sembrano saper di  burro anche se sappiamo che è tutto olio di palma.

Panorama da Udayagiri


SURVIVAL KIT

Tracce del Monastero
Sanchi - A circa 50 km a nordest di Bhopal, raggiungibile con una bella strada. Complesso templare disposto su una collina che comprende circa 50 costruzioni tra il III sec. a.C e il XII sec. d.C. con stupa buddhisti dall'era di Ashoka a quelli induisti costruiti in epoca Satavahana. Successivamente il sito fu abbandonato col decadere del Buddismo. Ingresso 300 R, incluso il museo che contiene la parte statuaria rinvenuta nel sito. Se trovate una descrizione delle sculture dei portali dello stupa di Ashoka, li potrete osservare con più cognizione di causa, apprezzandoli meglio nel loro significato. Molto ben tenuto e di grande interesse, tanto da essere stato insignito come sito Unesco. Imperdibile. Sosta di almeno un paio di ore.

Udayagiri - A 11 km da Sanchi appartiene alla tipologia dei siti religiosi scavati in grotte nella roccia. In due colline che si elevano sulla pianura comprende 20 grotte tra grandi e piccole alcune chiuse, (ma il guardiano adeguatamente mancificato ve le aprirà), che contengono esempi di scultura di grande qualità appartenenti al periodo Gupta (dal III al V sec. d.C). Ingresso 50 Rp. Dedicategli almeno 1/2 ore, magari leggendo su wiki i significati delle sculture nelle varie grotte.


Uno stupa "restaurato"




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Sanchi- Uno dei templi più antichi

domenica 7 luglio 2019

Central India 19 - La catastrofe di Bhopal


Antichi palazzi a Bhopal


Un lago a Bhopal
Accidenti sono più di due mesi che ho mollato da parte l'India per parlarvi (e per fare) d'altro. diciamo che vi ho lasciato a metà del guado e mi sembra sia giunto il momento di rimettere la barca ala corrente. Dunque eravamo arrivati alla periferia di Bhopal, nome, che se andate a pescare nei cassetti segreti della memoria suscita lontane rimembranze. Suggerirei di leggere, se ancora non l'avete fatto Mezzanotte a Bhopal di Dominique Lapierre che racconta i dettagli della raccapricciante catastrofe avvenuta nel 1984.  Arriviamo che è già sera ed i grandi viali di accesso illuminati raccontano di una città moderna e sviluppata, che ha evidentemente superato l'accadimento dal quale sono ormai trascorsi 35 anni. Tanti i locali illuminati da colori e festoni, evidentemente location per matrimoni e festeggiamenti, pronti ad accogliere gli invitati, con statue di elefanti e dei in cartapesta all'ingresso, un traffico sostenuto e molte costruzioni nuove. D'altra parte siamo in una delle tante megalopoli di questo immenso paese in continua e turbinosa crescita in cui ormai le città con oltre un milione di abitanti non si contano più. Questa era comunque una città piuttosto favorita da una climatologia buona, piogge non esagerate, temperatura non troppo calda nei mesi secchi, una posizione favorevole agli affari e all'industria, scelta da molte famiglie ricche che ne apprezzavano soprattutto la relativa frescura estiva, con belle case sulle rive dei due laghi che le davano un tono piacevole.

Il centro antico
La Union Carbide invece la scelse per la posizione che dava facile accesso alle vie di comunicazione e per l'abbondanza di manodopera delle popolose campagne circostanti. Ma l'affare si rivelò alla fine misero e si avviava verso il fallimento; così la fabbrica rimase in stato di semiabbandono con i grandi serbatoi di metilisocianato pieni, in attesa di decisioni. Dopo quattro anni di incuria, l'acqua, penetrata attraverso le tubature danneggiate fece partire la reazione a catena che provocò il disastro. Quando lo stabilimento esplose in quella fresca notte di dicembre la grande nube di diossina si adagiò velocemente su gran parte della città, soprattutto sulla baraccopoli antistante, uccidendo subito una decina di migliaia di persone e nella settimana successiva altri dieci/quindicimila e lasciandone duramente segnati almeno mezzo milione, molti dei quali morirono in seguito. Gli ospedali non riuscirono neppure ad abbozzare un tentativo di cura per quelli che arrivavano in fin di vita in quanto l'azienda si rifiutò di rivelare qual era l'agente chimico liberato nell'atmosfera. Ma i numeri non sono stati riportati con molta precisione, d'altra parte in India 100 morti non fanno neppure notizia. Gli americani dell'azienda se la filarono rapidamente, sottraendosi alle responsabilità, tanto che il direttore non è mai stato neppure processato e della piccola somma che l'azienda versò come "risarcimento", alla maggior parte dei familiari delle vittime non arrivò neppure un dollaro. 

Il parco Union Carbide
La città rimase segnata per decenni, sgorbiata nella sua gente, l'economia distrutta, la terra avvelenata, tanto che ancora oggi sembra che l'acqua abbia livelli di inquinamento di 500 volte superiori ai limiti consentiti e che le malattie oncologiche, dermatologiche e le malformazioni alla nascita, abbiano percentuali ancora decisamente fuori norma. L'area della fabbrica è oggi circondata da un muro colorato e costituisce una sorta di parco della rimembranza segnato da lapidi, in cui però nessuno entra e nei pressi del quale i tassisti ti portano malvolentieri. Forse dopo più di una generazione si vorrebbe stendere un velo definitivo su quello che ha sfregiato la storia della città, ma molto del veleno forse è ancora lì a far sì che l'oblio tardi ad arrivare sulla città dei sei laghi. Rimane solamente la recinzione ricoperta di murales ingenui che inneggiano al verde ed all'ecologia, al di là la distesa di terra marcia e velenosa che nessuno si prenderà mai la briga di risanare. E' con questi pensieri nella mente che ci beviamo una Thumb Cola, sulla grande terrazza davanti al lago Superiore. Sulla riva apposta una serie di piccole luci tremolanti segnano la costa, battelli con festoni colorati partono dal porticciolo turistico sottostante, carichi di ragazzi agitati e ragazze in gruppo che si stringono nei loro sari per ripararsi dal fresco della notte. Questa è una città moderna, in tivù impazza il Bhopal got's talent e i giovani non hanno certo voglia di parlare di gas e di morti di tanti anni fa,mentre gli altoparlanti pompano musica Bolliwood a palla. Forse qualcuno neanche lo sa che cosa è successo. 

Periferie
Il nostro Uttam intanto è preoccupatissimo. Ha ricevuto una telefonata, il figlio, quello che sta in città, è stato ricoverato in ospedale e ci lascia in tutta fretta. Vedremo domani. Intanto cala la notte, nelle stanze piuttosto gelate le stufette elettriche sembrano aliti di moribondo. Chi l'avrebbe detto che avremmo avuto freddo in India! Al mattino invece il lago è bellissimo nel chiarore offuscato dalla nebbiolina che ne ricopre la superficie, attenuando il senso di disgusto che mi procura la mia masala omelette e un thé malmostoso. Il problema del figlio di Uttam sembra essere più grave del previsto, almeno così ci dice Chigu che lo sostituisce e ci fa scorrere a passo d'uomo le tortuose vie della città vecchia, costellata di antichi palazzi bellissimi in completa rovina, i cui ingressi chiusi da assi o da cancelli sbilenchi, segnano il più totale abbandono. Eppure vedi i portali maestosi le torri che svettano verso l'alto sopra i tetti sfondati, gli archi moghul delle finestre nere, occhiaie vuote di cadaveri rinsecchiti che guardano la città senza fare domande, né aspettare risposte. Queste strade raccontano di una grandezza passata, sfiorita e lasciata marcire lentamente senza interesse a prenderne il posto da parte di alcuno. Intorno, la vita degli slums, delle baracche, dei tanti lavori improvvisati e macilenti, che dimostrano come si può vivere anche sulla miseria altrui, in un mercato del nulla in cui tutti si industriano a fare quel poco che ti consente di sopravvivere. 

Ristoranti di strada
Già al mattino si mettono in moto tutti quei baraccotti che distribuiscono qualcosa da mettere sotto i denti, i chaiwalla, quasi tutti bambini, girano con contenitori e bicchieri di carta per distribuire il thé, i friggitori, preparano le pastelle per i pakora e i samosa, qualcuno cuoce polpette, qualcuno pesca da pentoloni scuri mestolate di broda inquietanti. Uomini infreddoliti col capo avvolto nelle volute dello straccio tuttofare che si stringono le braccia attorno al corpo e che forse hanno dormito sotto qualche arco cadente, aspettano di buttar giù qualcosa di caldo prima di ricominciare la giornata a cercare occasioni per sopravvivere. In questa parte di India, le moderne opportunità tardano ad arrivare. Sui muri scrostati qualcuno ha disegnato incessanti simboli del BJP, il fiore di loto del partito induista che vuole rivincere le elezioni ormai prossime, con la sua forte connotazione di estremismo religioso, anche qui, dove i mussulmani erano la maggioranza. Man mano che ci avviamo alla periferia le costruzioni diventano più moderne, pur mantenendo la costante di un degrado generalizzato, un misto di olio di motore, polvere, e lamiere arrugginite, che ammorba con pervicace monotonia i quartieri estremi delle città del cosiddetto mondo in via di sviluppo. Poi, quando tutto questo si dirada, i rumori e gli scoppiettii dei motori puzzolenti diminuiscono di intensità, comincia la campagna, fatta di campi verdi di frumento che sta crescendo. L'asfalto la taglia con nettezza, attraversando il tropico del Cancro, verso le colline lontane dove già indovini, sulle cime, le rotondità degli stupa di Sanchi.

Tropico del cancro

SURVIVALKIT

Hotel Winds and Waves - Van Vihar road - Shiahamala hills - Bhopal - Situato in bella posizione sulla collina davanti al Lago Superiore. Camere grandi, pulite e nuove, sui 60 € la doppia con prima colazione. Frigo, TV, stufetta, AC. Free Wifi  con problemi. Personale molto gentile. Annesso ristorante moderno, cucina indoasiatica, soliti piatti tra 200 e 350 Rs. Grande terrazza bar vista lago dove stare a bere qualcosa.


Trasporti urbani

In città
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domenica 5 maggio 2019

Central India 18 - I graffiti di Bhimbetka


Bhimbetka - La caverna dello zoo

Turisti
Oggi sono piuttosto triste anche se più sollevato, per il fatto che il mio amico Ashish, mi ha assicurato che nonostante la devastazione ed i gravi danni provocati alla sua città ed alla sua casa dal passaggio distruttivo del ciclone Fani sullo stato dell'Orissa, lui e la sua famiglia sono salvi e senza conseguenze fisiche. Tuttavia, da quanto ho potuto vedere dalle immagini del web, i disastri nell'area devono essere stati davvero imponenti e se Puri e nella sua bella Bubaneshwar, la città dei mille templi, i danni sono stati tanti, non oso immaginare cosa possa essere accaduto nelle colline dove si sviluppa la civiltà tribale di quello stato, la cui sopravvivenza è già normalmente appesa a fragilissimi equilibri e della quale conservo un ricordo vivissimo. Forse è vero che le manifestazioni della natura diventano sempre più violente, anche se penso che l'uomo si adatterà anche a questo, come ha sempre fatto, tuttavia, quando ci sei dentro in prima persona è un'altra cosa. Pure a queste cose e a quante come questa possono accadere in ogni luogo, non pensi mai quando li attraversi, con l'occhio teso solo a raccogliere la bellezza e i punti di interesse che ti circondano via via. Soltanto cinque giorni prima del grande incendio che ha incenerito il tetto di Notre Dame, ero proprio lì sotto, col naso all'insù ad apprezzare gli archi acuti, la potenza dei contrafforti e l'imponenza dei grandi organi di fianco al coro. Chi poteva pensare a quanto sarebbe accaduto di lì a poche ore!

Caccia
E' il destino dell'uomo, da un lato anelare all'eternità e dall'altro subire la caducità delle sue opere, forse inevitabilmente destinate all'oblio nel lungo periodo. Alcune più delle altre naturalmente. E' il supporto su cui sono state impresse a volte a decidere quanto questa presenza si conserverà. Così come è accaduto a Bhimbetka, dove la nostra auto si sta dirigendo di buon passo dopo aver lasciato alle nostre spalle il paesino natale di Uttam. Le strade del Madya Pradesh, il grande cuore centrale dell'India, sono tutto sommato tranquille. Gremite più che altro di carri, di trasporti di materiali agricoli e di genti che transumano in tutte le direzioni in cerca di occasioni di vita. I punti di ristoro lungo di esse sono sempre uguali, come nel resto del paese, baracche malandate di lamiere o di più recente muratura, già corrosa e infracidita dal monsone, con antri oscuri negli angoli dai quali si levano vapori e sfrigolar di oli in grandi pentoloni neri. Un baraccotto foderato di sacchettini di viveri industriali, dai biscottini alle patatine, declinate in decine di differenti e improbabili profumazioni, per ristorare quanti, abbandonato sul bordo della strada, il loro camion sovraccarico o il loro qualunque mezzo di trasporto, si siedano su panche traballanti, sedie di plastica sfondate o sui più antiquati  ma sempre efficienti charpoi, quei letti di corda che più tardi fungeranno anche da supporto per la notte, per chi ci si vorrà coricare, avvoltolato nel suo mantello tuttofare. 

Al bar
Qua troverai sempre un thé speziato al latte, pronto e bollente, un thali servito in un vassoio di alluminio dal quale pescare con le dita della mano destra pugnetti di riso o pezzi di chapatti imbevuti nel dal o in un curry vegetale, dopo essertele lavate alla meglio nel rubinetto che sgocciola al limitare dei tavoli. Noi ci facciamo un paio di uova sode col riso, dopo aver saccheggiato il banco dei biscotti vicino alla cassa, conditi con le banane di cui trovi sempre un venditore dove si raggruma la gente. Gli autisti dei camion ti guardano con interesse e salutano quando passi, siamo figure infrequenti su queste rotte. Quando siamo ad una quarantina di chilometri da Bhopal, dove arriveremo stasera, si devia verso un gruppo di colline lontane, quelle di Vindhyachal, che sotto la rada vegetazione di acacie spinose lascia intravedere una roccia ocra dalle molte sfumature. Il sito di Bhimbetka è nascosto nella zona più impervia tra questi rilievi ed è costituito da una vasta area di rocce rese lisce e scavate dall'acqua in mille anfratti nascosti, un susseguirsi senza fine di passaggi, caverne, condotti, gronde che, in un passato evidentemente lontanissimo hanno dato rifugio a gruppi di uomini che popolavano quest'area fin dal tardo mesolitico, all'incirca 10.000 anni fa. Ne sono stati trovati a centinaia, moltissimi dei quali presentano le pareti in parte o completamente ricoperti di una serie di mirabili graffiti, molto ben conservati grazie all'uso di pigmenti molto resistenti.

Elefante
Di certo ha contribuito al loro stato attuale, l'isolamento del sito, tuttavia, come in tutti grandi ritrovamenti analoghi in tante parti del mondo, dall'Australia, ai deserti africani, a Lascaux, scorrere lungo le pareti le affollate scene di caccia e le tante precise raffigurazioni di animali, ritratti in linee sinuose ed eleganti, lascia sempre attoniti e evidenzia bene questa straordinaria attitudine dell'uomo, quella di voler mettere in ogni manifestazione, che pure possa avere avuto altri scopi, propriziatorio, religioso o quant'altro, un suo tocco di bellezza, che non si riesce a definire altrimenti se non come artistico. Quel di più, in fondo niente affatto necessario, perché un animale sarebbe comunque riconoscibile da qualche tratto fondamentale a rappresentare zampe, corna, zanne e che invece emerge da quelle pareti, da quei fogli di pietra con le sue forme armoniose, con linee aggraziate che ne disegnano la muscolatura, la potenza del movimento e non puoi non immaginare gli autori di queste opere che rimirano con soddisfazione il loro lavoro, consci di avere fatto qualcosa di bello, al di là della sua utilità. Forse è proprio questa attitudine all'inutile, al di più, che differenzia il bello dal rozzo inespresso, che definisce la nostra specie. Forse quando è nata questa scintilla, è scattato quel nulla in cui si è compiuta la definitiva differenziazione dai nostri cugini primati, che ci ha condotti per sempre su un altro piano evolutivo.

Tra le rocce
La caverna detta dello zoo è costituita da una grande parete dove si affollano centinaia di figure, allineate, ammucchiate, sovrapposte. Cervi con grandi corna, elefanti dalle lunghe zanne arcuate, bisonti dalle groppe tornite, sambar che galoppano nella savana e poi ancora cinghiali, pavoni, serpenti, si affollano attorno a te. Vivissime ed animate sono le scene di caccia, con gruppi di uomini armati di lance, archi e frecce che inseguono le prede; bisonti che caricano figure immobili e in preda al terrore e gruppi di cavalieri che scagliano frecce. Davvero un sito di grande interesse che rappresenta la vita comune dell'età della pietra e la presenza viva delle comunità che popolavano queste terre. Tanti turisti locali si muovono tra le rocce, calpestando quelli che forse sono stati tra i primi pavimenti di pietra costruiti dall'uomo, quindi, dato che adesso siamo noi la merce rara, veniamo continuamente fatti oggetto di attenzioni fotografiche da parte di famigliole in gita o da gruppi di giovani schiamazzanti. Poi un ultimo balzo per arrivare a Bhopal, capitale dello stato, una grande città disposta attorno ad un bel lago, che la rendeva luogo prediletto per il suo clima moderato e la bellezza dei dintorni, anche se praticamente sconosciuta a livello turistico e che invece assurse alla notorietà delle cronache per la tragedia della Union Carbide, nel dicembre del 1984, che provocò quasi 20.000 vittime.

Caverne


SURVIVAL KIT

Sito di Bhimbetka - A 42 km a sud di Bhopal, lungo la strada da Jabalpur. Ben indicato. Ingresso 300 R. per stranieri. Si tratta di 243 grotte ed anfratti, pareti protette, scoperte attorno agli anni '50, la maggior parte delle quali ricoperte di graffiti molto ben conservati perché ben riparati dagli agenti atmosferici. Altre grotte nei dintorni, ma più difficili da raggiungere. Un sentiero di circa 1600 metri consente di vedere tutte le grotte principali che conservano i graffiti più belli. Calcolate di dedicarci almeno un paio d'ore per vedere tutto con comodo incluso il bel panorama circostante.

Caccia



Cavalli
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