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mercoledì 22 agosto 2018

Etiopia 52 - Ritorno a Macallé


Tribù Afar

La carovana di ritorno dall'Erta Ale
Bisogna confessare che l'esperienza dell'ascesa al vulcano è stata davvero letale, considerando anche il fatto della delusione per la mancata vista del famoso lago di lava, tuttavia, bisogna dire che riprendere fiato accasciati su una sedia di plastica rotta all'ombra di un'auto, non ha prezzo. Intanto dentro una baracca il sempiterno Shaka Zulu, chiama a raccolta chi vuol buttare giù un piatto di uova e una fetta di anguria, rosa pallido come l'aurora. Si comincia a ragionare, intanto vedo intorno a me parecchia gente che sta tirando il fiato se poi è possibile a questa temperatura. I più atletici e meno stanchi approfittano per farsi innumerevoli selfie con i kalashnikov in mano, ma funzioneranno davvero, poi? Infine a poco a poco qualcuno salpa le ancore, inclusi i fucilieri che ormai hanno assolto al loro compito quantomeno figurativo. Anche i dromedari stanno accasciati dietro le baracche, per loro niente ombra; aspettano silenziosamente che arrivi la sera, certamente per fare il prossimo carico di dannati. Intanto le macchine se ne vanno alla spicciolata. Si tratta di rifare l'infame strada di ieri, quando però risalivamo la valle baldanzosi e carichi di aspettative, adesso invece scendiamo delusi e sconfitti e pure con le ossa rotte. Ripercorriamo le sabbie infuocate rischiando di impantanarci più volte, poi finalmente eccoci sulla pista rettilinea e solida, quando di nuovo si arriva all'asfalto. Pieghiamo verso sud, la strada questa volta è bella e larga, completamente nuova; è una arteria che si sta preparando alle nove realtà commerciali della regione. 

Guerriero Afar
Questa è la direttrice che arriva dal Tigray e dall'Eritrea, con la quale è scoppiata finalmente la pace, direttamente dal porto di Massaua e va fino a Gibouti, tagliando netto tutto il territorio degli Afar. Dopo un poco arriviamo ad un grande assembramento di baracche di lamiera e di costruzioni improvvisate in via di crescita. E' una città senza nome che sta crescendo come un fungo estraneo nella piana, sulla riva del grande lago Afrera, uno specchio di acqua di oltre cento km2 che ha una altissima concentrazione di sale ed è circondato da enormi superfici squadrate e bianche, una serie di saline a perdita d'occhio. Tutta l'area è in evidente sviluppo, con aree di servizio nuove, dove si ammucchiano un gran numero di camion carichi di masserizie di ogni genere, segno evidente che una nuova direttrice commerciale sta generando movimento e crescita esponenziale di nuovi affari. Tra i locali che si affacciano sulla strada, girano un sacco di facce interessate alle nuove opportunità più che alle greggi di capre ed alle mandrie di cammelli. Anche i mitra sembrano essere più facilmente deposti nei retro, piuttosto che maneggiati con nonchallace o appoggiati sulle spalle. Scendiamo fin sulla riva del lago dalla superficie perfettamente immobile e priva della minima increspatura. Ha un colore blu scuro, ma qua e là intravedi i sedimenti bianchi e sbriciolati delleincrostazioni sale grezzo. Tra i palmizi e la rara vegetazione fuoriescono rivoli di acque bollenti. 

Il lago Afrera o Giulietti
Qui la terra è tutta un susseguirsi di fumarole che buttano vapore ed il liquido delle sorgenti arriva in pochi metri al lago quasi a 90°C, bisogna fare una certa attenzione a non finirci dentro. Il lago è stato scoperto nel 1928 da esploratori italiani che l'anno successivo lo chiamarono Giulietti dal nome di uno di loro, che fu trovato morto sulle sue rive. Gli Afar o Dancali che dir si voglia sono sempre stati poco amichevoli con gli stranieri che arrivavano non attesi nel loro territorio. Adesso invece ci puoi fare il bagno tranquillamente anche se non sai nuotare, intanto perché la profondità vicino alla riva è minima e poi perché il sale ti tiene su come un turacciolo. Lalo ed Abi si tuffano tra grandi spruzzi. L'unico problemino è che quando l'acqua ti si asciuga sulla pelle, in pochi attimi, dato il calore infernale, ti rimane sulla pelle una crosta salina che ti fa rimpiangere i pochi minuti di refrigerio avuti prima, una sorta di contrappasso malefico, sempre in agguato da queste parti evidentemente. Ripercorriamo allora la strada fatta, con una sosta a mezza strada, dove il solito Shaka si esibisce nella sua ultima pasta al sugo, così piccante da trapanare la lingua e l'esofago in sequenza. Tuttavia bisogna dargli comunque una buona mancia, solo per sentire la sua sghignazzata contagiosa che ci ha accompagnato per quattro giorni. 

Deserto della Dancalia
La strada di ritorno verso Macallé attraversa un deserto sabbioso severo e monotono con dune bionde e lontane alternate a superfici senza fine di lava nera e accidentata, popolate da dromedari isolati ed immobili, sagome apparentemente senza vita in attesa di qualcuno che li accenda. Di tanto in tanto incrociamo dei camion stracarichi, marchiati Coca Cola, che si dirigono verso sud per calmare una nuova, inestinguibile sete. A poco a poco si recuperano i duemlila metri dell'altopiano. Il triangolo degli Afar, il deserto della Dancalia, il luogo più ostile della terra, con la sua temperatura estrema, è ormai alle nostre spalle. Ora non rimane che prepararci all'ultima esperienza di questo lungo viaggio. L'incontro coi monumenti più noti di questo paese e l'aura di misticismo che li avvolge, approfittando dell'arrivarvi proprio durante il periodo della Pasqua ortodossa etiope, momento speciale per assistere a qualcuna delle sue cerimonie. Ritorniamo quindi alla nostra base, l'albergo Milano di Macallé per restituire i materassi e per trovare un po'di riposo dopo questa esperienza bellissma ma piuttosto dura. Ritroviamo le cameriere svagate ed interessate soprattutto a seguire la telenovela turca sullo schermo sgranato di un vecchio televisore. Intanto, con lo stomaco un po' chiuso, si riesce solo a buttar giù una frittata e una coca ghiacciata prima distendesi finalmente in un letto decente. Dopo un'oretta cominciano a trapanare un muro. Già il piano superiore al nostro è ancora completamente in costruzione.  





Lago Afrera
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martedì 21 agosto 2018

Etiopia 51 - Ma c'è il lago di lava?


Il bordo del cratere dell'Erta Ale


Gli ovili sulla cima
Ormai siamo arrivati alla meta, direi, con le chiappe più o meno smerigliate, adesso è arrivata l'ora di cogliere l'ambito premio. Dromedari e cammellieri si sono ritirati un po' più in giù al riparo ed i materassi sono già stati posizionati in quelli che forse erano stazzi per le pecore, tutti i topi sono stati cacciati via e gli armati hanno preso posizione al riparo delle rocce con i mitra appoggiati alla meglio, caso mai arrivassero fin qui dei biechi predoni di turisti o peggio terroristi di varia provenienza, intanto il gruppo dei gitanti si ammucchia dietro la guida che parte decisa verso la cresta che dà sulla caldera. E' buio, ma la luce della luna, accoppiata a quella delle torce permette una discreta visibilità, se non fosse per quell'odore acre che attacca in gola e non lascia respirare bene. Dalla cresta si scende lungo una scarpata attraverso il sentiero tagliato tra rocce puntute e scavate che tagliano persino le mani se non stai attento, poi, calati di qualche decina di metri si arriva ad una superficie piana che circonda tutto il cratere, dal quale proviene un borbottio minaccioso. Purtroppo il rumore sordo non è la sola cosa che arriva dal baratro, infatti tutta la voragine è completamente riempita da un fumo fittissimo che arrivato alla nostra altezza, quasi fosse vapore che fuoriesce da un pentolone di spaghetti in ebollizione, si disperde nell'aria, impedendo comunque qualsiasi visuale del fondo del cratere. 

Sul bordo
Camminiamo nel buio, in fila indiana sulla lava raffreddata ma ancora fresca dell'ultima eruzione. E' una sensazione assolutamente paurosa, pare di camminare su una superficie vetrificata di lamine sottilissime che si sbriciolano ad ogni tuo passo lasciandoti l'impressione di poter cadere da un momento all'altro in un buco senza fondo che ti precipiti nella caldera di lava bollente che gorgoglia sotto di te. Passo passo cerchi di aggirare il margine dello strapiombo per metterti in un punto sopravvento nel tentativo di non soffocare ed allo stesso tempo nella speranza che un refolo di vento un poco più forte possa liberare il buco dal fumo, permettendoti di vedere il fondo occupato dal famoso e unico lago di lava. Invece non c'è assolutamente nulla da fare, al di là di un chiarore diffuso rosato di certo provocato dal magma ribollente, non si vede altro se non il fumo che continua ad uscire spesso e venefico. A poco a poco emerge la dura verità.  Qui tutto cambia velocemente e le eruzioni si susseguono nel tempo cambiando completamente le condizioni del luogo. Dopo le piccole eruzioni di un paio di anni fa, quando il lago era ad una cinquantina di metri di profondità e visibilissimo, con l'apertura di una nuova bocca, al momento la fuoriuscita di fumo è fortissima e praticamente impedisce di vedere alcunché, salvo in rarissimi momenti di forte vento, quando il fumo viene spazzato via, anche solo per pochi attimi.

Il fumo nella caldera
Insomma la possibilità di godersi il fenomeno che si produce solo in quanto qui la lava emerge e rimane liquida a lungo attorno ai 1200°C, è legata ad una minima possibilità e la cosa viene larvatamente passata sotto silenzio, perché questa escursione non venga cancellata a priori. Continuiamo a camminare sul bordo del cratere nella speranza di vedere qualche cosa, fino ad un punto in cui viene sconsigliato di avanzare ulteriormente, da lì in poi la lava raffreddata è sottilissima ed il pericolo che si spezzi facendoti cascare in quella che ancora mantiene una temperatura di qualche centinaio di gradi, è reale. Intanto il fumo brucia gli occhi e la gola, impedendo quasi di respirare ogni qualvolta un minimo colpo di vento sposta qualche sbuffo nella nostra direzione. Alla fine a malincuore, bisogna ritornare sui nostri passi senza avere visto un classico fico secco. Una bella fregatura, seguita al massacro della salita, che mi innervosisce non poco. Risaliamo il sentiero e torniamo al nostro covile tra le pietre, qui siamo riparati dal vento e l'irrespirabilità dell'aria è meno marcata. Cerchiamo di infagottarci nei nostri sacchi a pelo, anche perché la temperatura è scesa decisamente. Rimane soltanto sopra di noi il cielo trapuntato di puntini luminosi, davvero uno spettacolo magnifico, che ti puoi godere con calma mentre intorno a te si levano a decine, gradazioni diverse di ronfamenti di ogni tipo, dalla trapanata classica e regolare, all'ansimare rotto dai singulti dell'assenza di ossigeno che si confondono col brontolio del vulcano sul fondo. 

Fumo e lava
Eh già, non c'è rispetto neanche per la bellezza. Poi anche la luna tramonta ed è il buio totale sfumato solo dal chiarore di Iddu, come lo chiamerebbero gli amici siciliani. Solo il chiarore tenue che precede l'alba modifica la situazione e non appena si manifesta questo cambiamento, tutto il campo è un fervore di attività. Anche i russatori più pervicaci interrompono la musica e tutti si apprestano a radunare le loro cose e gli addetti raccolgono i materassi intanto che i dromedari son già lì pronti e prima si parte meno si soffrirà per il caldo. Comunque rimane il tempo per un ultimo tentativo di scendere nella caldera nella speranza di un colpo di fortuna. Inutile ovviamente, solo ulteriore fatica, tosse venefica e rosario di maledizioni in sequenza. Intanto tutto è stato caricato; rimane inveceuna notevole quantità di bottiglie di plastica vuote, un vero e proprio tappeto. Poi arriva un tizioche cominciaa raccoglierle con cura,chebravo che sensibilità ecologica, invece, il tutto viene gettato (nascosto, seppellito?) dietro a cumuli di lava nera; i dromedari brontolano preparandosi alla discesa; le guardie armate abbandonano la posizione, ormai dei terroristi temuti non vi è stata traccia e la prebenda è già stata incassata. E' ora di scendere, senza il tempo di manifestare la propria delusione, perché la temperatura aumenterà velocemente e farsi sorprendere sui campi di lava dopo le 9 di mattina col sole già alto è cosa assolutamete sconsigliabile. Io, intanto, ho deciso di rinunciare alla mia cavalcatura trinciachiappe, anche se già profumatamente pagata e comincio a scendere concautelatra le rocce puntute. Si sa, ilcammelliere Afar è molto rigido sulle modalità di contratto.

Lava cordonata
I camminatori più baldi ed allenati sono partiti quasi di corsa e già non se ne vedono più le tracce. Il sentiero è appena segnato e la traversata dei campi di lava è davvero faticosa, sempre curando di non mettere un piede in fallo e farsi male. Il paesaggio che ti circonda è davvero estremo ed impressionante. Dopo la prima ora il gruppo è ormai scomparso all'orizzonte e scendiamo più che altro ad istinto. Sotto i piedi, strepitose superfici di lava cordonata di cui indovini il lento colare viscoso e poi l'improvvisa immobilità del momento in cui la diminuzione della temperatura ha bloccato il movimento surgelandolo come una gelatina bloccata dal freezer. La temperatura intanto, visto che il sole è ormai alto, è salita decisamente e camminare sta diventando molto faticoso. Le due bottiglie di acqua che ci eravamo presi di scorta sono quasi finite; la sacca delle macchine fotografiche, maledizione a loro, pesano come piombo. La tracolla mi sega la spalla, oltretutto mi sono sobbarcato anche due maledetti sacchi apelo, che mi sono dimenticato di caricare sull'animale gobbuto. Adesso procediamo quasi come per inerzia, senza neppure preoccuparci di perdere il sentiero, è soltanto fatica pura, soferenza, sudore, lacrime e sangue. Il gruppo è ormai scomparso all'orizzonte. Intanto ci ha raggiunto una guardia armata ritardataria, che va giù veloce col mitra a tracolla. Preso da pietà (anche perché sa bene che sarà debitamente mancificato) mi prende i sacchi a pelo e se li appende al mitra, poi prosegue, rallentando tuttavia di un poco il passo, cosa che ci consente di non perdere la strada. Devono essere passate le 8, fa un caldo bestiale, vado a vanti solo per inerzia, mentre Tiziana, da brava moglie, mi incoraggia. 

Al campo base
Ci sorpassa anche un ultimo gruppetto di ritardatari, un padre con due ragazzini che vanno come dei dannati senza lamentarsi. L'ultima parte del tragitto è in piano e non c'è ormai neppure più l'ultimo aiuto della discesa. Una tortura senza fine in un terreno sabbioso che ti imprigiona i piedi come un fango malevolo, obbligandoti a continui slalom tra i cespugli secchi per trovare la strada migliore. Quando finalmente ci sembra di vedere il gruppo delle baracche nere del campo base, che tremolano sull'orizzonte, non riesco a realizzare se si tratti di un miraggio sperato o se di vera e solida realtà. Tutavia la distanza è ancora tanta e dispero di riuscire ad arrivarci. Lasciatemi qui nella sabbia bollente, che cuocia definitivamente prima i miei piedi fumanti e infine il mio corpaccio esausto, mummificandolo per i posteri come l'uomo di Similaun, che sia posta fine al calvario, abbandonate la mia carcassa disidratata, concedetemi mercede. Tuttavia si continua così, un passo dopo l'altro nell'unica direzione possibile, nella calura disperante. Quando dopo l'ultimo monticello roccioso, compare la fila delle baracche di pietra, lì, quasi a portata di mano, non credi ormai più al miracolo, entri nella corte, accolto dagli incitamenti di Lalo che ti porge due bottiglie di liquido e stramazzi su una sedia di plastica sgangherata, saggiamente posta nella piccola area d'ombra dietro alla nostra macchina. Muscoli spezzati, lingua secca e spessa come il cartone, disidratazione totale, chiappe abrase, testa che scoppia. Questo è il paese delle ombre corte, ma oggi mi è davvero sembrato di non farcela. 



Quello che si sarebbe dovuto vedere (dal web)




Campi di lava
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lunedì 20 agosto 2018

Etiopia 50 - La salita al vulcano

In cima all'Erta Ale


Guardia
L'oscurità è calata di colpo, come accade sempre quando non sei lontano dall'equatore; la luna non è ancora sorta e quindi è quasi buio pesto appena illuminato dai fuochi accesi davanti alle capanne, nere sagome inquietanti, fatte di nera pietra, costruite sulla nera lava incartapecorita e contorta. Sullo sfondo la sagoma nera del vulcano chiaramente visibile soltanto dal chiarore rosso che balugina sulla sua cima, altrimenti invisibile adesivo nero, sul nero della notte e individuabile solamente grazie al margine di stelle che distingue il cielo dalla terra. La grande fascia di astri della Via Lattea attraversa tutto lo spazio sopra di te, tracciando una via chiara ed inconfondibile. I punti luminosi che traforano il mantello di velluto nero non sono mai stati così luminosi, almeno per me, piccolo uomo di città che riesce ancora a rimanere a testa in su per rimirare a bocca aperta questo spettacolo così potente quando l'aria è perfettamente tersa e priva di  umidità e di altre luci. Torno nello spazio circondato dalle costruzioni, dove è cominciato un certo movimento. Tra guardie armate, accompagnatori, cammellieri Afar e turisti, c'è parecchia gente che si muove nello spazio davanti e dietro quello che è ormai un vero e proprio villaggio. Ad un certo punto la maggior parte dei dromedari sono stati caricati di acqua e materassi e di quanto altro servirà lassù, dove quel rosso chiarore offusca un poco le stelle. Intanto la temperatura è scesa a livelli accettabili, sicuramente al di sotto dei 40°C ed è arrivata l'ora di partire.

Al campo base
Si formano subito due gruppi. Gli arditi, che baldanzosamente prendono il sentiero che a poco a poco sale attraverso i campi di lava scricchiolante e che li condurrà in una dozzina di chilometri in tre orette molto faticose alla meta. I problemi sono dati dal terreno fortemente accidentato che impone una certa attenzione nella marcia, considerando il fatto che il percorso avviene nel buio totale, impossibile senza buone torce e dalla temperatura che si mantiene anche di notte su livelli elevati. Inoltre è necessario anche prevedere che qua c'è una buona dose di forti ed allenati trekkers e che bisogna mantenere anche un certo passo per non essere lasciati indietro dalla fila che procede senza tregua per i meno dotati. Insomma pietà l'è morta, come dicevano gli alpini. Tiziana non ha dubbi e si incammina con la prima compagine dei marciatori, così da rimanere al massimo in fondo al gruppo se verrà superata dai pié veloci più incarogniti. In ogni caso l'affido a Lalo che non me la abbandoni dispersa nella notte africana, che qui davvero non ti trovano più. Io cedo clamorosamente, complici gli occhi dolci che mi sta facendo una dromedaria gentile e non troppo alta, ritenendo in questo modo di essermi tolto i sassi più grossi dalle scarpe. Insomma una salita tranquilla di due orette e mezza (che le bestiacce non marciano molto più veloci degli umani) che mi permetterà di apprezzare la volta meravigliosa del planetarium naturale che si dispiega su di me, rischiarato man mano anche dalla luna che sta sorgendo dietro l'Erta, alla faccia di chi ama camminare quando se ne può fare a meno.

Verso il deserto
Mal me ne incoglierà; mai previsione si rivelerà più fallace e traditrice, seguitemi e saprete. Intanto, mentre la massa camminante ha lasciato il villaggio ed è scomparsa risucchiata nel nero della notte, gli animali vengono legati gli uni agli altri in una fila certa, in modo che servano pochi cammellieri alla guida per muovere il gregge riottoso verso la vetta. Sul mio destriero viene assicurato, a mio parere di esperto del deserto, piuttosto sommariamente, una sorta di trespolo fatto da quattro bastoni incrociati, tenuti insieme da corde che fissano anche sul dorso della bestia alcune coperte. Nella parte anteriore la croce formata dai legni costituisce una specie di punto di presa a cui attaccarsi con le mani per reggersi in bilico tra gobba e collo. Salgo a bordo, sotto lo sguardo ironico del tenutario dell'animale, come immagineranno i più critici, con una certa difficoltà. Capirete bene che issare la mia massa di carne tremula su quel catafalco, non è impresa da nulla, anche se la mia dromedaria era ancora completamente accucciata sulle sue ginocchia; comunque sia con l'aiuto di qualche volenteroso addetto accorso a dar man forte, riesco a mettermi a cavalcioni del mostro, che durante tutta l'operazione ha cessato di colpo di farmi gli occhi dolci, di quando forse pensava che lo avrei soltanto alimentato, e ha cominciato a lanciare nella notte rauchi barriti, o come cavolo si chiamano i versi diqueste bestie gobbute. Quando pare che mi sia finalmente sistemato in maniera decente (pia illusione), ad un ordine dell'addetto, la bestia alza prima le zampe posteriori cercando di sbattermi giù sul davanti e quindi solleva gli anteriori, provocando analogo tentativo, fallito per fortuna, nella parte posteriore.
In partenza
Insomma siamo a bordo, pronti per la partenza. Subito cerco di esibirmi in una serie di suoni di base, schiocco della lingua secondo i click appresi dalle lingue boscimani, o i krrrrrr, usuali nel deserto del Tar per cominciare la marcia, che mi sono consueti, ma evidentemente questi animali parlano altri idiomi e non rispondono per nulla ai miei ordini, anzi continuano a camminare con il loro ritmo sballonzolante, che non si cura dei terzi trasportati, al contrario rivelano il chiaro intento di sbalzarti al più presto di sella o trespolo che di si voglia. Anche il cammeliere che precede la fila, mi guarda con compatimento mentre tento di dare alla bestia la sensazione di comandarlo, almeno così si dice si debba fare con le cavalcature, per convincerle di avere in mano la situazione, di far loro sentire chi comanda insomma. Comunque il tragitto verso la cima è cominciato e si rivela subito faticoso e difficile. Dopo poco raggiungiamo il gruppo dei camminatori e anche nell'oscurità noto che Tiziana è già in fondo al gruppo che si è già spezzato in diversi tronconi, guidato dai più atletici e baldanzosi che evidentemente devono arrivare primi. Speriamo che non me la perdano tra i cespugli. Intanto la luna è comparsa nel cielo, è quasi piena ed il disco giallo illumina il cammino in maniera mirabile; si può quasi spegnere la torcia. Intanto man mano che si sale verso la bocca del vulcano, i cespugli e la vegetazione che occupavano gli spazi liberi tra la sabbia e le rocce di lava, comincia a diminuire fino a scomparire del tutto; adesso il sentiero non esiste più e la strada si fa a senso, guidati dal bagliore sempre presente sulla cima.

Lava cordonata
E' un terreno scabro ed impervio ricoperto dai flussi ancora ben visibili di cordonature di lava nera, che è scesa di recente in grandi fasci viscosi che hanno formato grovigli simili a mazzi di radici di un malevolo albero colossale che, sceso dal monte, è riuscito ad invadere pervasivamente tutto il terreno circostante. Sarebbe bellissimo poter ammirare l'insieme straordinario e assolutamente unico che ti si staglia dinnanzi: il paesaggio severo che ti circonda, la nera lava che il domedario calpesta con passo felpato senza ferire i delicati cuscinetti delle sue adatte zampone, il cielo ripieno di stelle, la luna che illumina il cammino segnato dal vulcano che incombe. Sì, sarebbe davvero bello se non ci fosse un problema fastidiosissimo e non risolvibile. Dopo soli pochi minuti di marcia, l'andamento ciondolante caratteristico della cavalcatura, l'incongruità della postazione gestatoria, l'approssimazione del trespolo a cui abbrancarsi è tale, che gli scuotimenti cominciano a produrre il temutissimo sfregamento della zona perineale contro il dorso cammellifero, alle cui conseguenza poco possono impedire i miseri strati di coperte frapposte tra le mie delicatissime anche se rugose ed anziane chiappe e l'animale stesso. E' una vera e propria tortura a cui non è possibile porre rimedio, oltretutto non è neppure possibile cercare di cambiare posizione, offrendo altra carne fresca all'abrasione, data la posizione già fortemente precaria da tenere in cima all'animale, che sotto sotto sembra godere della situazione, ciondolando la testa soddisfatta senza più lamentarsi del mio tutto sommato lieve peso, se confrontato con i blocchi di sale che portano di norma i suoi compari.

Al campo base
Tento di posizionare le gambe, incrociandole sul davanti del trespolo, come ho visto fare intanti documentari, dai beduini sahariani, ma un conto è la grammatica, altro è la pratica e dopo pochi minuti, i crampi si impadroniscono ferocemente dei miei muscoli impoveriti e non usi alla posizione. E' tutto un cercare di spostarsi qua e là, evitando e questa sembra l'eventualità più probabile, di cascare giù dalla bestia malefica, che intanto accellera superando dossi e collinette e sbattendomi ancor di più pericolosamente avanti e indietro. Tento alla disperata di calcolare mentalmente quanto tempo sia passato dalla partenza, ma la cima illuminata del vulcano mi appare sempre più o meno alla stessa distanza, inoltre il cammino si fa vieppiù ripido, facendo aumentare in proporzione, pericolo e scossoni. Il mio fraccoscio (almeno così si diceva una volta) sarà ormai ridotto in poltiglia, a giudicare dal bruciore che avrà generato bolle purulente, gli amici di Maria sono sottoposti a continui e pericolosi schiacciamenti, le gambe mi tremano dallo sforzo, i muscoli (quali muscoli) delle braccia si sono completamente induriti nel tentativo di rimanere abbrancato al trespolo con il quale le dita delle mani sono ormai un tutt'uno indistricabile, me le dovranno staccare con la fiamma ossidrica. Sono quasi alla disperazione, sraà la posizione iniziale sbagliata, sarà il mio peso oversize, i pochi altri cavalieri che mi seguono, invece, non danno il minimo cenno di lamentela, il ragazzino cheè davanti a me, addirittura sembra addormentarsi in sella appoggiato indietro ai bastoni e per questo viene redarguito dal nostro duce che teme di perderlo nella notte.

I dromedari per il trasporto
Il fatto è che non ne posso davvero più, sono agli sgoccioli, non riuscirò neppure più a scendere dalla groppa, né a camminare per giorni, dannazione a me e a quando ho deciso di farmi grassare i 40$ in cambio del diritto ad essere torturato. Comincio una sorta di meditazione onirica che mi faccia perdere la nozione del tempo e che cancelli le sensazioni fisiche degli arti che lanciano urli disperati provenienti dalle diverse parti del mio corpo, impegnate nello sforzo; pronuncio sottovoce una litania di mantra irripetibili e volti soprattutto ad anestetizzare l'epidermide sotterranea, inspiro ed espiro con regolarità cercando di rallentare il pensiero e di annullare le sensazioni più negative. Anni di pratica nelle discipline orientali dovrà pure servire a qualche cosa. Intanto anche il bagliore rosso del vulcano è scomparso dietro una anticima. Insomma diciamo a chiare lettere, non sono fatto per queste cose, accidenti! Ad un certo punto, quando sento di essere arrivato al limite e le posizioni possibili sono state tutte più volte sperimentate, accade l'imponderabile insperato. La carovana si arresta di colpo. Siamo in una sorta di spazio sommitale, con un ampio terreno sopra il quale compaiono nel buio, muraccioli di pietra a delimitare piccoli spazi a cielo aperto. Tutto intorno si aggirano già delle figure nere. Siamo arrivati. La bestia lancia un guaito lugubre, poi si piega sulle ginocchia anteriori, mentre io rimango pericolosamente appeso nel vuoto in avanti, poi su quelle posteriori giacendo finalmente accucciato. Cerco di scivolare a terra lasciandomi andare lungo il fianco della mia cavalcatura che geme di soddisfazione, chissà perché; sono io al limite che dovrei farlo.

Campo in cima all'Erta Ale con la cenere nell'aria
Quasi non riesco a mettermi in piedi sulle gambe, le ginocchia mi fanno male, le spalle, le braccia, i muscoli della schiena sono dolenti e gridano vendetta, i polpacci che si sono stretti attorno al ventre rigonfio, come da regolamento cavalleresco, sono ormai insensibili. Non vi parlo oltre delle parti più segrete, sottoposte a schiacciamenti e scuotimenti assolutamente inadatti alle stesse. Uno  strazio di cui porterò di certo i segni per mesi, sempre che mi possa riavere. Manca soltanto più la pratica della manci, senza la quale il cammeliere non si ritira nel buio della notte. Dopo una mezz'oretta arrivano i primi baldanzosi camminatori e finalmente anche la mia Tiziana, fortunatamente non dispersa sui fianchi del monte. Gli animali vengono scaricati, i materassi gettati a terra e ognuno è invitato a cercarsi uno spazio tra i muraccioli a secco di pietra, dove devono essere disposti per la notte. Si cerca tutti di fare unpo' di rumore in modo che i topi che si aggirano qua e là, se la filino impauriti per la protervia dei nuovi arrivati. Un gruppo di Avventure nelmondo, che avevamo già incrociato giorni fa, litiga animatamente, le fatiche della salita si fanno sentire. Sono quasi le 11 e dopo avere preparato il campo à la belle étoile per la notte ed esserci rifocillati alla meglio, è finalmente il momento di scendere nella caldera per gustare lo spettacolo straordinario per il quale ci siamo sottoposti a questa corvé. La luna è alta nel cielo e illumina il cammino della discesa agli inferi. Il bagliore è forte al di là della cresta. Sarà di certo una esperienza sensazionale. Ma la sorpresa ve la voglio riservare per domani.


Il campo sotto le stelle


Preparando i cammelli
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