sabato 18 agosto 2018

Etiopia 48 - Tra gli Afar di Abala


Tra gli Afar

Giovane Afar
I luoghi che abbiamo attraversato oggi, lasciano il segno, sono paesaggi estremi, innaturali, illogici. E' la terra che si apre per lasciare intravedere le sue viscere, quello spazio innominato che sta sotto, che forse per qualcuno è l'inferno, un non luogo fatto di fumo, fuoco eterno ed inandescente, orrore venefico che non lascia spazio alla vita. Forse l'unico posto della terra non ricoperto dagli oceani, dove il suolo si spalanca alla vista e fuoriesce come un pus maleolente e marcio, per creare altra terra ed infine nuova vita e dove qualcuno ha anche il coraggio di vivere. Gli Afar (o Dancali) abitano questa regione stretta tra Eritrea e Gibouti, una delle più estreme del pianeta, scavandone le viscere per trarne qualche cosa di utile, contendendo ad un clima impossibile, qualche raro prodotto vegetale e allevando i pochi animali che a loro volta riescono a sopravvivere. E' un popolo fiero e scontroso che non sorride quasi mai, ma ti fissa negli occhi stringendo le mani attorno al calcio dell'arma che porta a tracolla. Che guarda chi vaga per questi luoghi pur non essendo obbligato a viverci con un certo sospetto, forse chiedendosi il perché di questa presenza, per certi versi inutile. I paesi di pietra che si abbarbicano alla roccia lungo le strade sono poveri artefatti, votati allo scambio ed al commercio per i mezzi che le percorrono e che arrivano da lontano per andare lontano, mai per fermarsi a lungo, non ce ne sarebbe motivo. Solo il tempo per un caffè caldo seduti tra uomini armati, pastori, soldati, guerriglieri? Non si sa. 

Ragazza Afar
Qualche bambino che corre, uscendo da un vicolo dietro le baracche e si ferma un attimo a squadrarti, ma senza curiosità. Donne scure, velate, coperte da un islam antico che qui è arrivato già nel IX secolo. Mangiamo qualcosa poi ci inoltriamo tra le montagne per affrontare nuove piste affacciate su valloni rocciosi che lasciano stupiti per la loro vastità e grandezza, per il loro scabroso rilievo di roccia arida lunare. Ti appare tutto come solida roccia e invece in fondo, tra le forre asciutte si levano mulinelli malvagi di polvere rossa. Un dromedario solitario si staglia sulla cresta, immobile e solo. Per affrontare l'ascesa di domani, dobbiamo passare la notte ad Abala, un paesotto disperso tra le montagne, un insieme di casupole separate da larghe strade di terra e pietre, che si incrociano con la regolarità di un accampamento romano. Prima di arrivare, la solita distesa di case cominciate e non finite, una selva di pilastri di cemento con le dita di ferro ormai arrugginito, rivolte inutilmente verso il cielo, forse a chiedere un aiuto che non arriverà. Non ci sono alberghi veri e propri qui intorno, quindi ci sistemiamo in una casa che offre degli stanzoni vuoti, privi di mobili, con i nostri materassi stesi sul pavimento. Nel cortile una specie di bagno e un lavandino all'aperto; per la doccia si risolve con l'uso di un pentolino di latta per versarsi l'acqua fredda sulla testa. Un rimasuglio di ricordo di una notte nel deserto di Marib nello Yemen di 40 anni fa. Come siamo vecchi.

Tra le montagne dancale
E' rimasta solo una macchina con noi, che ci seguirà domani al vulcano. Porta una spagnola che vive in Germania, la sua amica tedesca ed un ragazzo inglese che lavora a Barcellona, molto cosmopoliti, che approfittano di una settimana di vacanza durante i tanti impegni di queste vite internazionali per vedere questo luogo di magie così lontano dalla realtà di oggi. Usciamo per il paese aspettando la sera. Ci sono mandrie di zebu dalle corna infinite che rientrano dai pascoli magri, inseguite da bambini che le spingono con lunghi bastoni; altri ragazzini invece, ritornano da scuola e mostrano volentieri i quaderni. Uno esibisce con orgoglio quello di matematica che, per combinazione, si apre sempre nella pagina dove si mostra un ottimo voto, mentre non vuole assolutamente far vedere l'altro di lingua o di inglese, non è ben chiaro, dove evidentemente il successo ottenuto non è di pari valore, se pure incalzato dall'amico che lo sbeffeggia. Poi il compagno lo redarguisce con uno scappellotto, quindi se la filano in fondo alla strada. Un gruppo di donne coperte da grandi veli coloratissimi, è accoccolato ad un angolo in attesa forse del ritorno dei mariti, altre sono seduti a quello che potrebbe essere un bar e che distribuisce bevande e caffè. C'è parecchia gente in giro, sta venendo sera e uomini e donne stanno tornando verso casa, evidentemente finite le incombenze della quotidianità. Tra un poco sarà buio e tutti si ritireranno nella oscurità delle proprie case. 

Rientrano le mandrie
Compriamo un po' di frutta in un baraccotto nel quale una donna cerca di prenderci il più possibile per qualche banana e un paio di manghi. compita un poco con una calcolatrice che poi si dimostra non funzionante, poi spara una cifra che ritiene evidentemente esagerata, tanto che le scappa da ridere, ma alla fine non riesce ad carcare la mano quanto vorrebbe. Si contenta poi di quello che le mettiamo in mano. Poi rientriamo nel nostro cortile, dove le ragazze di casa stanno mondando un mucchio di lenticchie, come faceva la mia mamma quando comprava il riso sfuso, tanti anni fa. La stessa schiena curva, gli occhi bassi che guardano il monticello che diminuisce di misura e il dito che via via fa scorrere i grani separando scarto e pietruzze. Intanto i nostri accompagnatori stanno preparando fornelli e pentole. Dopo un po' dal fondo del giardino arriva trionfale il nostro Shaka Zulu, il cuoco ufficiale, a questo punto lo abbiamo capito, dichiarando pronta la cena. Mentre su un tavolo compaiono injere e mestolate di lenticchie e pasta al pomodoro, la luce se ne va, ma questa è una costante comune di ogni sera, ormai ci siamo abituati e nessuno ci fa più caso, per questo tutti sono forniti abbondantemente di torce per vedere almeno dove si mettono i piedi. Poi arriva anche un piattone di anguria a cui le ragazze fanno una buona accoglienza, mentre ci scambiamo le relative esperienze. 

Il nostro hotel
Non rimane che mangiarci i manghi e le banane e una papaia avanzata da ieri che è sempre un bel mangiare. Intanto i nostri accompagnatori si muovono con una certa fretta, raccogliendo poi velocemente le masserizie e filandosela all'inglese. Se ne vanno infatti tutti velocemente verso un locale in fondo alla via, evidentemente dotato di generatore. Questa sera c'è Liverpool-Manchester, capirà, non è che possiamo star qui a pettinare le bambole, ci spiega con puntualità il nostro Lalo che adesso sta decisamente meglio, diciamo che la malaria è definitivamente scongiurata e se ne va anche lui con Abi a vedere la partita. Intanto si aprono le cateratte del cielo e viene giù acqua a secchiellate. In un attimo nel cortile che è evidentemente chiuso da qualche arginello nascosto, c'è già una spanna d'acqua. Per fortuna che siamo sollevati di un paio di gradini. Le ragazze corrono ridendo e sguazzando a piedi nudi nella fangata del cortile. Un paio di topi scappano via squittendo nel buio. Il cielo ormai buio è completamente coperto di nuvolaglia fitta, così non puoi neanche goderti la stellata che ti aspetteresti da queste parti, speriamo in meglio domani notte. Meglio rintanarci anche noi, nella nostra camerata che domani arriva in fretta e ci aspetta una giornata piuttosto impegnativa. La notte è lunga e senza sogni, ormai il viaggio sta scorrendo inesorabilmente verso la sua fine naturale ed il tempo del ritorno si avvicina e le ossa sono stanche, anche se di cose da vedere ce ne sono ancora parecchie. 

Mondare le lenticchie

A prendere l'acqua
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