lunedì 19 agosto 2019

Central India 45 - Ma che si mangia?


Preparazione del dal
Friggitore di juleb
Uova e noodles
Anticipo subito che il post di oggi non sarà molto ricco e questo, come sa chi mi segue, deriva soprattutto dal mio scarso amore verso la cucina del subcontinente indiano, che pur presentando aspetti molto diversi da nord a sud e da est ad ovest, a causa del crogiolo di popoli ed etnie diversissime, ha tuttavia un denominatore comune, la presenza ossessiva e costante di alcuni tipi di spezie che vengono usati comunemente ed in quantità decisa, in particolare il coriandolo, il peperoncino piccante (chilly) e le mescolanze varie chiamate curry o meglio masala. Questo odore di fondo ben presente in ogni ristorante ed in ogni piatto, pervade ogni ambiente e mi respinge naturalmente, oltre al fatto che nella stragrande maggioranza delle preparazioni,  la presenza massiva di chilly e pepe è così invasiva che dopo il primo boccone, ho il cavo orale completamente cotto ed insensibile a qualunque altro tipo di sapore. 

Melanzane, pollo al cocco e verdure
Quindi sono di parte e la mia disamina non è del tutto affidabile, prendetela quindi con le molle. Anzi arrivo addirittura alla perversa convinzione di affermare che questa presenza sia così pesante proprio perché, a causa del clima e delle difficoltà conservative, le materie prime sono qui di difficile conservabilità e assumerebbero facilmente gusti poco simpatici, necessitando quindi di essere ricoperti in maniera saggia ed abbondante. Naturalmente mi smentirà chi della cucina indiana, tandoori e biryani, mi canterà le straordinarie virtù, ma io rimango della mia idea e ogni volta che vado in questa area che amo comunque svisceratamente a prescindere dalla cucina, perdo almeno cinque chili. Ma voi che invece sarete ansiosi di provare i vari manicaretti che vi saranno via via proposti, cosa vi dovete aspettare? Ripeto qui non parlerò della cucina locale e di tradizione, ma di quello che con più facilità vi capiterà di vedere arrivare sul tavolo dei posti nei quali vi fermerete.

Chapatti, riso e verdure
Intanto, calcolate che, se sarete in alberghi da tre stelle in su, per la cena potrà capitarvi di trovare in menù anche piatti cosiddetti continental, che sono fantasiose interpretazioni di piatti di pasta, pollo fritto e simil hamburger. La norma è quella ma il sapore non si differenzia molto da quello indian style, perché quello lo farà la quantità di spezia contenuta. Ricordatevi quindi, anche se in fondo amate il cibo un po' piccante, che qui questa declinazione è completamente diversa dai vostri parametri. Ne ho visti molti dire: non è un problema, a me piace molto il peperoncino e lo mangio a colazione e poi al primo boccone strabuzzare gli occhi e cercare disperatamente qualche cosa da inghiottire per calmare il fuoco vivo che cuoceva le  loro mucose. Quindi, consiglio, non stancatevi mai dopo ogni ordinazione di pregare, supplicare il cameriere di dire al cuoco di non mettere assolutamente nei condimenti pepe e peperoncino. Deve essere un mantra fisso per voi, lo guardate fisso negli occhi e lo pregate supplichevolmente: please no chilly, no pepper. Tranquilli, ce ne sarà ugualmente, ma in quantità quasi accettabile. Alle eventuali lamentele, il ragazzo allargherà le braccia e dirà: ma se no, non sa di niente, ciondolando la testa. 

Legumi per il dal
In ogni caso la pasta viene proposta come un pastone stracotto al forno e ricoperto di abbondantissima crema bianca e dolciastra oppure con una salsa rossa di pomodoro e spezie locali. E' piuttosto comune in quanto soluzione valida per la grande quantità di vegetariani presenti. Si trovano poi sempre molti piatti della cucina similcinese, riso fritto o noodles, con pollo, uova o verdure. In alternativa piatti di montone generalmente molto speziati e le polpette annegate nel sugo (kofta). Assente il maiale, raro il manzo. Spesso ci sono insegne di Pizza che consiglierei di evitare. A colazione avrete generalmente la possibilità di mangiare qualcosa che consentirà la vostra sopravvivenza per tutta la giornata, uova (chiedete plain o cheese omelette o scrambled eggs, ma ricordatevi di dire no masala). Spesso ci saranno toast and jam, una onnipresente confettura rossa dolcissima ed anonima, ma che fornirà le calorie sufficienti ad arrivare fino a sera, poi banane e altro simile. A pranzo finirete spesso in localini di fortuna lungo la strada e qui avrete a disposizione quello che trovate. Di solito questi posti forniscono un paio di piatti o il classico thali indiano, servito in un vassoio di alluminio, con qualche chapatti e plain rice al centro e quattro o cinque mestolate di salse diverse attorno.

Thali
Dal
Si tratta in generale di diverse versioni di dal, una "minestra" più o meno brodosa gialla o rossiccia, che può raggiungere la consistenza di una crema, spesso servita in una ciotola a parte, che a volte è mangiabile, da raccogliere con i vari tipi di pani indiani forniti. In generale si dovrebbe mangiare formando il boccone con le tre dita della mano destra, ma agli occidentali viene sempre data forchetta  e cucchiaio di default. I pani indiani di accompagnamento sono molteplici. Chapati e roti, piadine di 10/15 cm di gusto neutro di farina di frumento non lievitato, cotti a secco su piastre, paratha, simili ma più conditi ma fritti in padella con burro ed altri grassi, o ripiene di formaggio (paneer paratha) o patate (aloo paratha). Migliori in assoluto i naan (butter naan o paneer naan) che sono più morbidi e gustosi, più grandi e molto simili alla pasta da pizza lievitata e cotta in forno, serviti caldi e croccanti a pezzi. I poori, sono focaccine fritte in abbondante olio. 

Pollo
Ci sono poi delle specie di gallettine sottili secche molto speziate (papadam, papad e similari), fritte ed anche di farina di mais. Il riso è sempre presente, come contorno in bianco (pulao) o fritto alla cinese o con salse indiane (masala o biryani, un po' meno aggressiva). Nei mercati grande abbondanza di fritti dolci e salati, samosa, triangoli ripieni di verdura, pakora e pastelle fritte di ogni tipo come le juleb, vermicelli di pasta arrotolata tipo i churros messicani. Tra le verdure molti tipi di zucche e zucchini vari. I dolci sono quasi sempre a base di riso e cocco, con aggiunte di melassa. Ottimi invece i croccanti di arachidi molto simili ai nostri. Nei giri sulle colline vicino alla Birmania vi potrà capitare l'offerta di piatti cosiddetti locali, generalmente pollo o verdure cotte nel bambù con salse al cocco, melanzane e pomodoro. La frutta va comprata direttamente nei mercatini, perché difficilmente viene offerta nei ristoranti. 

Nespole
Le più comuni, banane, papaye, ananas, mandarini e manghi in stagione. In inverno si trova spesso la guava e l'anona, un frutto particolare dai profumi molto esotici. Onnipresente l'acqua imbottigliata, generalmente fornita nella misura di una bottiglietta a testa dall'albergo, sempre complimentary (o come diciamo noi aggratis) e a volontà da chi vi accompagna (dotazione standard dell'auto a disposizione) e i vari soft drink (20/30 taka); ci sono poi nelle bancarelle succhi di frutta confezionati (40 taka); rara e costosa invece la birra e gli alcoolici. Disponibili yogurt e lassi (con aggiunta di acqua gelata) che vi sconsiglierei per ragioni sanitarie. Adesso anche nei bar di paese sono disponibili gelati confezionati e sigillati. Caffè generalmente solubile e thè nelle due versioni, black (10 taka), che contiene sempre zenzero, cannella e/o cardammomo (se non lo volete dovete dirlo prima) oppure con il latte condensato. Di norma vi sarà richiesto se lo volete già zuccherato. Insomma più o meno quello che troverete in India, ragione per la quale non ripeterò questo argomento per quella parte di viaggio. Tranquilli dimagrirete sicuramente.





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Butter naan




domenica 18 agosto 2019

Central India 44 - Ultimo giorno in India




Consulto


Arathy
Il bagno
Così è arrivato anche l'ultimo giorno. Ma non è come di solito in questi casi, che almanacchi come sarebbe stato avere qualche altro giorno in più, che ti rammarichi di quante cose ti sei perso e che invece avresti potuto vedere, oppure che ti giri intorno nervosamente chiudendo meglio le valigie e hai solo voglia di arrivare a casa. No, questa volta è diverso. C'è qualcosa di morboso che ti attira ad uscire di nuovo, a rientrare nel gorgo di questa città, ad andare ancora verso il fiume, verso quelle gradinate con la gente che si avvia in processione per scenderne i gradini fino a raggiungere le acque e a cominciare le preghiere, verso quell'odore dolce, acre e pastoso, l'odore della morte che origina dai fumi sulla riva, che salgono al cielo e si spandono sula città come una cappa plumbea che la avvolge e questa volta senti che non si tratta di smog. Giri per i vicoli della città vecchia. Più la osservo e più me ne convinco. Al contrario di altre città, cresciute a dismisura che hanno mutato le loro skylines ricoprendosi di vetro, acciaio e cemento, che hanno rinnovato strutture, palazzi e anche templi, creandone di nuovi, moderni, lucenti, qui ogni cosa è rimasta uguale in un tempo immobile, congelato, che non ha intenzione discorrere. Questa città non è cambiata affatto da quella che ho lasciato 41 anni fa; le stesse facce, lo stesso terreno sconnesso, lo stesso scostarsi per lasciar passare le barelle di legno, gli stessi negozietti pieni di mille cose poverissime che pure hanno il loro compratore. 

Sadhu
Sul fiume
Giri e giri nel labirinto delle stradine senza nome della città vecchia, strusciando sui muri scrostati di templi centenari dalle porte cadenti, abitate da vecchi sdentati che tendono la mano per darti l'opportunità di essere caritatevole verso qualcuno e dunque guadagnarti una rinascita migliore, capitando per caso davanti ad antiche edicole con simulacri corrosi e poi ancora ridipinti di divinità  sconosciute eppure ancora da qualcuno onorate con un fiore giallo, una coroncina di tageti sfioriti, con una fiammella a bagno in una piccola lanterna di terracotta annerita. Di certo perdi il senso dell'orientamento e non sai più in quale direzione stai andando, anche se marci in automatico come se ci fosse una voce che ti chiama a scegliere per quale angolo svoltare. Tre donne dai sari vermigli con le bordure dorate, la dupatta avvolta alla meglio sul capo, si fermano a lasciarti passare, un gruppo di ragazzini ti corre al fianco e scompare in una porticina cadente, suoni smorzati dietro mura diroccate, mucchi di immondizie abbandonate da anni, non appena lo spazio crea un piccolo slargo con due vacche che masticano carta e ti guardano di sguincio con occhi umidi. Un tintinnare di cembali che arrivano da qualche tempio lontano. Poi, come fosse un percorso obbligato ed ogni tratto di questo labirinto mistico ti dovesse riportare allo stesso punto predestinato, ecco che dopo l'ultima quinta di una casa di pietra, si apre lo spazio lugubre del gath dei morti, meta obbligata anche se non voluta, tappa terminale di un percorso psicologico più che reale, fine ultimo di coloro che anelano a trovare il significato del proprio destino in questa città. 

Preparazione delle palline
Sei arrivato proprio su una sorta di balconata, una loggia di pietre nere affacciata sul fiume. Sotto di te si muovono fantasmi scuri, le nere figure che gestiscono la morte, la curano, la blandiscono forse essendone da essa stessa completamente avviluppati. Da una grossa chiatta si scaricano cataste di legna, combustibile necessario al rito quotidiano, mentre l'andirivieni continua tra il fumo che sale verso l'alto. A sinistra altri gath ancora semideserti che si stendono verso nord, nella bruma del mattino e chiamano a camminare in quella direzione. Qualcuno arriva dall'alto. Al Panchaganga gath, l'ultimo utile per i bagni sacri, gruppi di donne sono già sugli estremi gradini con i piedi nell'acqua pronte ad immergersi. Un vecchio sadhu malandato, coperto di cenere, è lì seduto immobile, lo sguardo fisso rivolto al fiume. Qualcuno gli ha lasciato davanti qualche cosa da mangiare. Davanti al tempio storto due file di fedeli ben vestiti confezionano senza sosta palline di burro chiarificato e farina da offrire alla divinità certamente, mentre pregano all'unisono a bassa voce. Un vecchio risale i gradini con un piccolo orcio tra le mani pieno dell'acqua benedetta, che si porterà a casa, custodendolo con cura. Il fiume adesso è pieno di barche cariche di pellegrini che attraversano il fiume verso la riva opposta, una lunga distesa di sabbia completamente priva di costruzioni.

Un sadhu
E' quella parte del Gange destinata inevitabilmente ad essere preda delle acque quando queste, gonfiate dal monsone estivo cercheranno uno spazio dove allargare la presa; Sullo sfondo, lontanissimi, solo qualche cupola di templi lontani, la cui sagoma svanisce nella nebbiolina azzurro rosata del primo mattino. Un altro sadhu con un grande turbante multicolore, è immobile con lo sguardo abbassato verso terra. Intorno a lui un gruppo di donne ed un ragazzo, guidate da un vecchio lo guardano con aria interrogativa come aspettando l'oracolo o semplicemente un consiglio, una benedizione. Davanti a loro i fiori delle offerte, sul tappeto qualche piccola moneta, il prezzo della salvezza. Intorno cani gialli che dopo aver razzolato nelle immondizie e nei resti che le le acque del fiume non sono ancora riuscite a portare con sé, stanno sdraiati a terra, sfiniti anch'essi dall'inedia e dalla fame, davanti a bidoncini dall'aria nuova, di certo appena piazzati con una speranzosa scritta in inglese: Use me. Anche se è difficile staccarsi da questo luogo, risalgo la lunga gradinata, passando davanti al tempio storto, per la strettoia tra i bassorilievi di pietra, sgusciando via nella stradina che risale verso la città. Quasi scavalco un anziano dai capelli bianchissimi che un improvvisato barbiere con la testa avvolta da una sciarpa per difendersi dall'aria fredda del mattino, sta rasando con aria compunta. Risalgo i vicoli e poi ancora altri, certo che prima o poi troverò l'uscita da questo dedalo silenzioso e carico di misteriosi richiami. 

Randagi
Alla fine eccomi di nuovo nella piazza del mercato. La fila dietro le transenne, che il giorno prima sembrava destinata a non finire mai, è completamente scomparsa, la festa è finita ed ognuno è tornato alle proprie case felice di aver portato al sacro lingam la sua offerta. I venditori hanno ripreso vigore, il giorno avanza coi suoi rumori, gli odori di fritti e di pentoloni bollenti che preparano cibo per i tanti che di qui oggi passeranno. La vita deve continuare anche nella città della morte. Dobbiamo dunque lasciare per la seconda volta dopo tanti anni questa città; l'ultima di certo, per lo meno in questa vita. In albergo il nostro omino è già lì che aspetta. Anche qui dove il tempo non esiste, dove  per molti non ha una importanza reale, per altri è invece una inderogabile certezza, una necessità escatologica che si traduce in date, orari, spazi da percorrere. L'aeroporto è una cosa assolutamente incongrua in questo luogo, parrebbe ai più un non senso assoluto in una situazione in cui si può soltanto ragionare di vite future, di metempsicosi, di reincarnazioni successive, di liberazione dalla ruota infinita, eppure c'è, esiste come sostanza e non accidente, come direbbe un Don Ferrante trasportato in un Oriente passato e tra le altre cose, non sarebbe neppure troppo lontano in termini chilometrici, ma bisogna fare i conti con il traffico di questa città e le ore che il nostro uomo si è preso per arrivarci, troppo frettolosamente giudicate come eccessive, in realtà sono appena sufficienti. Superata in uscita le porte della città di Dite, si ritorna nel nostro mondo, fatto di biglietti, di bagagli, checkin e posti da scegliere. Un cambio a Delhi e poi sei a casa. 

Dal barbiere



Verso il gath
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Venditrice di fiori





Al tempio storto

sabato 17 agosto 2019

Central India 43 - In giro per Varanasi


Un Sadhu

Trasporto
Tempio di Shiva
Certo Varanasi non è soltanto i gath, dietro in fondo, davanti a voi c'è una città di più di tre milioni di abitanti, tanto per cambiare, dove magari vale la pena fare un giro, tanto per togliersi dall'odore di carne bruciata che c'è vicino al fiume e considerate anche che qui sono quasi tutti vegetariani. Il centro comunque è ancora tutto bloccato per la festa di Shiva e le transenne sono ancora piene di fedeli in ordinata fila, in attesa di accedere al tempio. Per arrivare alla macchina bisogna farsi un bel pezzetto a piedi. Diciamo comunque che i punti di interesse nel resto della città sono piuttosto scarsi a cominciare dal tempio della madre India, che consiste in una costruzione abbastanza recente che all'interno ospita una grande pavimento coperto da una sorta di mappa tridimensionale del territorio del subcontinente, attorno al quale abbiamo subito una discussione col nostro accompagnatore sulla posizione del Bhutan. Insomma o l'hanno spostato un po' oppure la prospettiva ci fa babau. Comunque poi facciamo un salto al nuovo tempio di Shiva, più che altro un'occasione per percorrere il grande quartiere universitario, praticamente un quartiere intero della città con ampi viali e bei giardini. Varanasi è diventata una città piuttosto importante per quanto riguarda gli studi e moltissimi studenti convergono qui da ogni parte del paese. In molti passeggiano a gruppetti lungo i viali con i libri sotto il braccio, sembra quasi di essere in un campus americano. Sul tempio, molto grande, non c'è molto da dire, una costruzione abbastanza nuova senza particolari caratteristiche da segnalare. Se poi nelle vicinanze ti becca il cagotto, consueto da queste parti, ci sono anche ampie toilettes pubbliche a disposizione.

Blocco
Più interessante invece il tempio di Durga, completamente colorato di rosso come si compete a questa Dea piuttosto nervosa, in particolare sotto la sua forma di Kali, quando non si fa troppi problemi a danzare sui cadaveri dei nemici ed a portare collane di teschi. Tuttavia questa è una divinità molto amata o temuta che dir si voglia e in molti convergono alla soglia di questo, tutto sommato piccolo tempio di periferia a portare le loro offerte. Di turisti qui non se ne vedono, tutti impegnati a scorrazzare su e giù per i gath. Questo è quindi un tempio per amatori. Gli stessi fedeli, stupiti della vostra presenza vi faranno spazio per poter arrivare facilmente all'interno, chiudendo un occhio sul divieto di fotografare, in fondo tutto quanto fa spettacolo, anzi qui le richieste di selfies aumentano esponenzialmente. Sulla via del ritorno facciamo ancora una sosta dal classico magazzino per turisti che propone tessili di varia natura, dai sari, alle coperte, alle pashmine. Il sussiegoso addetto che si profonde in spiegazioni già udite mille volte, esibendo un paio di finti telai per mostrare ai possibili clienti la genuinità del materiale offerto, cerca di imbonirci senza grossi risultati. Sapendo di non comprare nulla alla fine rifiutiamo il thé e le bibite cortesemente offerte. Questa è una situazione praticamente inevitabile quando vi troverete a viaggiare in questo paese. Non fatevene un cruccio esagerato. In fondo il vostro autista è praticamente obbligato per contratto a fare una sosta con le scuse più varie, in questi magazzini trappola, dove di solito la sua agenzia di viaggio ha una cointeressenza, al limite spera in qualche mancia da parte del venditore se comprate qualche cosa. Ma non crucciatevi più di tanto. 

Al mercato
Date un'occhiata a quanto vi viene proposto, magari è anche roba bella anche se un po' più cara del solito, poi, dolente declinare e via. Nessun problema. Tornare verso il centro dopo aver passato la solita infinita periferia di case seminuove alternate a baracche, mercati e officine, è poi un'altra odissea. Alla fine rimaniamo definitivamente imbottigliati in una coda infinita bloccata da militi con fischietti in bocca che tentano di convogliare le auto ed i mezzi a motore verso gli anelli esterni. Inutile tentare di impietosire il graduato che ti squadra e poi fa trillare implacabilmente il suo fischietto di plastica rumorosissimo, indicando imperiosamente la direzione laterale. Un paio di blocchi li sfanghiamo, al terzo non c'è pietà, bisogna abbozzare. Per fortuna riconosciamo le strade del centro e anche sbarcando qui, non dovremmo essere troppo lontani dalla nostra guest house, per cui dopo aver tranquillizzato il nostro uomo, terrorizzato dall'ansia di averci abbandonato nel caos della folla, contrariamente agli ordini ricevuti di non mollarci mai, pena il licenziamento, ci incamminiamo attraversando una zona commerciale piena di negozi e bancarelle, cosa sempre divertente. Dall'aumento del numero di gruppi con barelle in spalla col morto, si capisce che ormai non siamo lontano dal fiume. In ogni caso hai davvero la sensazione di una città completamente ingolfata di gente che vagola in tutte le direzioni. Diciamo che a questo punto, prima che cali la sera rimane il tempo per fare un bel giro nel mercato dei turisti nel Deshbandhu Chittaranjan Park, una grande piazza adiacente al gath principale, completamente circondata di negozietti con tutto quanto il turista desidera anzi pretende per potere sfogare la bramosia dell'acquisto a tutti i costi.

Aarti Ganga
Ci facciamo uno stallo dopo l'altro, contrattando alla morte, per il solo gusto di farlo. Alla fine abbiamo in saccoccia il consueto numero di giargiattole, chincaglieria varia e paccottiglia inutile che fa la gioia del turista di ogni parte del mondo. C'è modo anche di chiacchierare del più e del meno con i vari negozianti, mentre la consorte rovista accanitamente nelle scatole che contengono gioielli di squisita fattura dei quali non si può fare a meno. Un bel ragazzo dalle basette pronunciate mi fa un peana laudatorio dell'attuale primo ministro che tanto sta facendo per l'induismo in generale, cosa ovviamente graditissima ad una città che fa del turismo religioso la sua ragione di esistenza. Devo dire che molti interpellati sono su questa lunghezza d'onda. D'altra parte se vince le elezioni vuol dire che la massa lo vota. Le signore invece gigioneggiano tra le bigiotterie più varie, cercando di strapparle a concorrenti coreane e indiane che se li disputano fino all'ultimo pezzo. Intanto arriva la sera ed i gath si illuminano delle fioche luci delle lampade delle offerte. Torniamo al gath dell'Aarti, questa sera sembra che ci sia ancora più gente di ieri. Non si trova più neppure posto sui gradini. Ma non tutto il male viene per nuocere perché questo ci costringe a fare un giro nella parte meno popolata di turisti, con un bel punto di vista dal fiume dei Pandit che agitano le loro lanterne fiammeggianti, mentre gli altoparlanti sparano a palla gli inni sacri. C'è tutto un mondo che si muove nella penombra lontana dal luogo della cerimonia. Ancora tanta gente che si bagna nel fiume pregando. 

Ciclorisciò
I venditori di fiori e di lumini da lasciare andare nella corrente del fiume, sono assediati dai clienti che si scelgono le migliori, le più ricche e colorate. Più in là dove scemano il rumore ed i suoni della festa, vedi corpi infagottati sotto una coperta leggera che si sono ormai sistemati per la notte e sadhu immobili, a gambe incrociate di fronte al fiume che meditano ad occhi semichiusi. C'è un mondo sui gath, che prega, che vive e commercia, che spesso muore. Lontano i fumi dei roghi sembrano essersi calmati e nell'oscurità che è ormai scesa sull'acqua sono diventati bianchi, da neri ed oscuri che erano. Non si brucia di notte, anche la schiera di intoccabili dalit, finito il compito giornaliero di chi si deve prendere cura dei morti altrui, si ritira nei suoi tuguri, dietro alle cataste di legna, a compiere la propria vita e quella delle proprie famiglie. E' un carosello destinato a non fermarsi mai, di canti, di preghiere, di morte; una ruota continua così sovrapponibile alla samsara dell'alternarsi delle rinascite continue che contribuiscono a mantenere e perpetuare questo meccanismo infinito. In fondo la morte per gli uni è la vita per gli altri. Tamburi lontani battono il ritmo del cuore di questa città, tonfi sordi che la mantengono in vita, mentre una umanità dolente ma contenta, fluisce come una linfa immarcescibile attraverso i tanti vicoli stretti dalle case fatiscenti. Così risali lentamente verso il mercato e anche se è ormai scuro, rimane il tempo per la cosiddetta ultima cena in un bell'hotel sulla Dashashwamedh Gath Road. Qui è pieno di turisti ricchi, anche indiani per la verità, che si disputano portate fumanti tra camerieri bardati a festa. Questa è davvero una città unica al mondo.


Tempio di Durga

SURVIVAL KIT

Restorant Hotel Ganges Grand - All'incrocio tra Luxa Road e Bansphatak road - Godowlia crossing - Bell'albergo nuovo, con ristorante piuttosto elegante. Buona scelta di piatti anche internazionali. Portate con i soliti prezzi sui 150/250 Rp. Ho mangiato un ottimo pollo al vino. Personale molto gentile. Free wifi.

La puja



Telaio
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