mercoledì 24 luglio 2019

Central India 30 - Il palazzo reale di Datia

Il palazzo di Datia


Processione
Il mondo è pieno di fortezze Bastiani. Palazzi o monumenti costruiti per caso o per un fine mai verificatosi e rimasti lì a guardia del nulla per secoli, abbandonati, forse perché sconosciuti e spesso neppure citati, allo stesso modo anche dalle orde moderne, quelle dei turisti, conquistatori spietati, dopo il passaggio dei quali spesso non cresce davvero più l'erba. Così se percorri la strada che da Gwalior fila diritta verso Orchha e non ti addormenti sui sedili, cullato dai sobbalzi della tua auto, ti potrà capitare, buttando l'occhio alla tua sinistra, più o meno a mezza via, di vedere su una collina lontana la sagoma di un grande castello che ne incorona la sommità. Il nostro Walid, cede subito alla richiesta, comunque è anche l'ora di una sosta, tanto per buttare giù qualcosa e in una strada laterale si vede già la sagoma di una costruzione che di certo contiene un ristorante. Questo bisogna riconoscerlo è il grande vantaggio di viaggiare su un'auto privata, che se anche in effetti costa qualcosa in più, ma a conti fatti assai poco, ti consente di fare piccole deviazioni, soste impreviste o altro in luoghi in cui capiti per caso e dei quali non sospettavi neppure l'esistenza. Il castello della cittadina di Datia, in effetti non è neppure nominato nelle guide più frettolose anche se a vederlo di lontano sembra un pezzo di tutto rispetto. Intanto, stare qui seduti sulla terrazza del locale a mangiucchiare qualcosa bevendo una Thumbs Cola, ha già un suo perché. La sagoma imponente, anche se lontana del maniero è laggiù e rappresenta una specie di faro su di una costiera misteriosa che ti invita a fermarti un attimo e a sbarcare.
Corridoio
L'interno
Forse è questo il sentimento di un Ulisse qualunque, che dalle murate del suo naviglio, scorgeva una costruzione misterica su una nuova terra che la sua rotta aveva sfiorato e che, pervaso da morbosa curiosità, lo convinceva a fermarsi, a sbarcare, ad andare a vedere cosa ci fosse dietro a quelle mura, in realtà ad appagare la sua smania di scoprire il nuovo, l'incognito, il diverso da lui. Di certo è un topos esistenziale comune in ogni epoca, questo che ti costringe a fermarti un attimo, a trascurare la meta per approfondire almeno superficialmente quello che passa di fianco a te, anche solo per un attimo che ti permetta di dipanarne il mistero. Quando capita, non sto più nella pelle, andiamo, si percorra quel paio di chilometri di stradina polverosa fino alle prime case alla base della collina, un paese semideserto all'apparenza, dalle stradine contorte che bordano la salita lastricata di pietre che sale verso la sommità. Negli ultimi vicoli le costruzioni si addensano ancora di più. Devi lasciare l'auto e proseguire a piedi; da un vicolo laterale, rumor di cembali e voci femminili che cantano. Mentre rimani su un angolo per cercare di capire quel che succede, ecco comparire una piccola processione di donne ricoperte di sari multicolori, rossi, arancio, blu, viola con le mille decorazioni che riescono a rendere regali anche pezze di stoffa di cotonaccio da 300 rupie e che trasformano semplici contadine in principesse. 

Cortile
L'ingresso
E' una processione di donne che segue un itinerario preciso attraverso i piccoli templi della cittadina, davanti ad ognuno dei quali si svolgono precisi rituali e preghiere, prima di arrivare alla casa di una ragazza che domani diventerà sposa. Le donne, amiche e parenti, svolgono questo rito che renderà di certo le nozze più felici e fortunate. Eccole ferme davanti aduna piccola costruzione imbiancata di fresco, un piccolo vimana che svetta verso l'azzurro del cielo, davanti all'ingresso, il toro Nandi a proteggerlo, poco più in là un grande lingam nero, ritto prepotentemente verso l'alto. Le donne cantano e pregano, alcune si prostrano addirittura a terra rivolte a Shiva creatore, altre accarezzano il lingam e lasciano fiori, irrorandolo poi con qualche getto di latte, invocando l'augurio di una fertilità desiderata e necessaria, indispensabile alla donna per essere considerata come tale. Poi se ne vanno seguendo il loro itinerario verso la casa della futura sposa. Dietro l'angolo, sulla piazza parte l'ultima salita che conduce alla porta del palazzo del Raj Bir Singh Deo. A prima vista  la gigantesca costruzione sembra del tutto abbandonata, i muri corrosi dalle intemperie e dall'umidità, chiazzati di quella muffa grigio nera così tipica dell'India, che ricopre qualunque costruzione subito dopo che è portata a termine. Il portale maestoso, gli alti pinnacoli, la serie di logge e di archi che ne movimentano la facciata, appaiono abbandonati all'incuria del tempo e la patina di antico che li riveste dona loro quel fascino irresistibile dei monumenti perduti.

Sikh
Lemura
All'ingresso però un vecchio custode ti accoglie con sussiego, deve essere un lavoro duro da svolgere anche se sull'imponente registro dove appongo la firma, noto che in tutta la settimana ci sono stati soltanto altri quattro stranieri, due coppie, una francese e una tedesca. Girare l'interno del castello, tra lunghi corridoi, strette scale che salgono ai piani superiori, le piccole terrazze dalle quali vedi la cittadina sottostante e altri più modesti palazzotti dirupati, le sale decorate di stucchi e sculture, le mille colonnine a sorreggere coperture di passaggi tra cortiletti e spazi aperti, ti lascia l'impressione di scoprire una fiaba di principesse addormentate in attesa di un risveglio che forse non avverrà più. Senti solo il rumore dei tuoi passi che risuonano secchi sotto le volte ricurve, rispondendo con echi lontani. Qualche sala conserva ancora tracce di affreschi di rara raffinatezza. Ma qual è la storia di questo maniero abbandonato. Raj Bir Singh Deo era il signorotto di questo piccolo regno locale che nel XVI secolo era sottomesso alla potenza Moghul che occupava quasi per intero l'India settentrionale. Per ingraziarsi i favori del Gran Moghol Jahangir appena incoronato, Raj Bir fece costruire questo splendido palazzo, proprio qui a Datia, città di antico splendore addirittura citata nel poema storico Mahabaratha, nella speranza che l'imperatore accogliesse il suo invito di visitare il piccolo regno e vi soggiornasse. Naturalmente Jahangir aveva un sacco di altre cose da fare oppure si rendeva perfettamente conto che un tale dispendio di mezzi poteva avere pelosi secondi fini e ricusò sempre l'invito, così il palazzo rimase vuoto in attesa dell'ospite imperiale che non arrivò mai. 

Visitatori
Si sente qualche leggero passo lontano che risuona sotto le volte antiche. Seguiamo i corridoi stretti tra bassorilievi eleganti e volute scolpite nel marmo. Questo luogo è davvero di una bellezza magica, ti lascia immaginare sfumature di storie e suoni delicati di leggende passate. Forse quei passi sono soltanto immaginati, forse sono le favorite, avvolte soltanto in veli trasparenti che il re invitava alle cacce al tesoro, tra le sale della reggia, per ricercare un diamante che aveva nascosto tra le greche dei nodi che ornano le ringhiere; colei che lo trovava aveva poi il diritto di passare la notte col sovrano, oltre, ça va sens dire, a tenersi la gemma. Molti, si dice, hanno provato a cercarli, questi diamanti nascosti qua e là, ma invano. Le risatine argentine che si sentono, forse sono quelle delle principesse che si prendono gioco di noi. Giriamo l'angolo da cui si accede in un'altra grande sala ed ecco la spiegazione dei rumori, niente fantasime antiche di secoli, ma  un gruppetto di ragazzi indiani in visita. Ridacchiano tra di loro, fanno foto col telefonino, le ragazze strette nelle loro giacche a vento, questo clima è di certo freddissimo per loro, i ragazzi un po' smargiassi, uno si aggiusta il copricapo Sikh che mostra la cipolla orgogliosa dei capelli, avvolta nel foulard, l'altro che esibisce invece un gran ciuffo di capelli incongruamente colorati di un arancione vivo. Chissà cosa avrebbe detto Raj Bir, forse avrebbe subito ordinato il taglio immediato della testa o forse li avrebbe invitati ad una delle feste che si preparavano nei cortili del palazzo. Il ciuffo arancio pretende un selfie, le ragazze sono un po' più vergognose. All'uscita il vecchio guardiano non c'è più, forse ce lo siamo soltanto immaginato oppure il filo della fiaba si è spezzato. Da qui Orchha non è lontana.

SURVIVAL KIT

Datia - Antica cittadina sulla strada tra Gwalior e Orchha, a circa 30 km dall'arrivo. Il castello del XVI secolo, si vede distintamente dalla strada e si raggiunge con una breve deviazione di qualche chilometro. La parte vecchia della cittadina ha molti altri piccoli palazzi della stessa epoca e diversi  tempietti. E' un luogo poco visitato e a mio parere, di grande fascino, proprio per la sua solitudine e per l'aria di abbandono che lo circonda. Tuttavia, osservandolo da vicino, appare abbastanza ben conservato e molte sale (chiuse, ma che vengono aperte con una piccola mancia) mantengono affreschi e decorazioni di pregio. Dedicategli almeno un paio d'ore. Per chi avesse più tempo ricordo che nelle immediate vicinanze (una decina di chilometri verso Gwalior) c'è la collina dei Sonagiri, sulla quale sorgono una ottantina di piccoli templi bianchi Jainisti, che contengono le statue dei santi, sempre nudi dato che le uniche cose che questi uomini "vestiti di vento" possiedono sono la ciotola per le elemosine e un ventaglio di piume per spazzare la strada per non correre il rischio di calpestare insetti uccidendoli. Qui non c'è davvero nessuno.


Intarsi


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