lunedì 30 marzo 2009

Riassumendo (fenomenologia della Terrasanta)


Adesso è il momento di ruminare con calma tutto quello che ci passato davanti agli occhi in fretta, sempre troppo in fretta per poterlo soppesare con la giusta considerazione. Cosa ci si porta a casa dopo un viaggio? Immagini, informazioni, oggetti, ricordi, considerazioni. Se si è partiti con la voglia di capire, se si è tentato, certo solo tentato, ma la buona volontà conterà pur qualcosa, di lasciare a casa i preconcetti; se si è cercato di accoppiare le informazioni alle cose viste, alle sensazioni; se si è fatto il tentativo di scavare almeno un poco sotto la superficie dell'apparenza, credo che si sia partiti almeno col piede giusto. Avere un risultato credibile, certo è molto più difficile. Quindi riassumendo, ho visto un paese, Israele, apparentemente tranquillo e vi faccio grazia della classica frase: è un paesi dai grandi contrasti e dalle mille contraddizioni. Scemenza tipica che si adatta anche a Castellazzo Bormida. Quando ci sei, non puoi muovere passo senza sentirti inseguito dalla storia o dalla spiritualità a seconda del tuo sentire. Ogni pietra è carica di passaggi, di mani che l'hanno toccata, di piedi che l'hanno calpestata. Tutto questo è sempre presente e ti insegue anche se vuoi soltanto gustare un paesaggio. La durezza del deserto, le colline fertili, la piana coltivata da chi riesce ad accaparrarsi l'acqua, i paesi corrosi dall'isolamento e dal desiderio di sopravvivere, le città presidiate a scacchiera da chi si richiama allo spirito e tiene comunque un occhio fissato verso il flusso di denaro che arriva col pellegrino, i giovani, che hanno voglia di ridere e scherzare e di avere un futuro. La compagnia dello straordinario biblista, Padre Marcato, che ha saputo sottolinearci con una competenza sottile e profonda i molti aspetti delle realtà non soltanto spirituali con cui siamo venuti a contatto, squarciando il velo di Maja della superficie, per farci vedere anche qualcosa di quanto sta sotto, è stata un aiuto indispensabile all'assunto iniziale, il tentativo di capire e per questo lo ringrazio di cuore.Isrele, Palestina, Terrasanta anche i nomi, che in fondo definiscono lo stesso luogo, si rivestono di significato ben più profondo del loro topos geografico. Tre religioni sorelle ma poco disonibili a trattare, due popoli gemelli che sognerebbero la sparizione dell'altro come soluzione a tutti i problemi, la gente comune che vorrebbe soltanto vivere in santa pace. Ancora una volta il concetto più forte che mi porto a casa e quello che la certezza di essere nel giusto senza nutrire il dubbio, di essere portatore della verità assoluta, che richiede comportamenti conseguenti, è una delle dannazioni dell'uomo, è il fondamento della violenza inestinguibile che ritorce su sè stesso. Avete ragione, non è una gran pensata, potevo anche starmene a casa per avere questa illuminazione, ma assieme alla polverina che fa avere figli, alla pietra del lago di Tiberiade, al rosario di ulivo, alla crema al fango del Mar Morto e al cous cous di Padre Raed, mi pare importante averla ben marcata nella mente. Cosa comune a molti luoghi, certo, qui, un po' più gridata che da altre parti. Avrei voluto capire qualcosa di più, ma credetemi è difficile; intanto adesso cerchiamo di farci amici tutti e poi devo mettere in ordine le fotografie, ci penserò più tardi.

domenica 29 marzo 2009

Datteri freschi (settima giornata).

E' l'ultimo giorno. Sapore di datteri freschi a colazione. Che deliziosa sensazione, questi grossi bacherozzi dalla pelle traslucida ed umida che si apre sotto i denti mentre esce la polpa morbida, dolce ma non troppo, ruvida e carnosa. Un frutto antico come questa terra che sto per lasciare, bella e quindi ambita da molti, fin dai primordi. Qui, nella mezzaluna fertile, è nata l'agricoltura e con essa la voglia di appropriarsi della terra dell'altro, della sopraffazione giustificata da ragioni superiori, dalla ragione dettata da chi è più forte, dalla rabbia incontrollata di chi è più debole, magari anche per questo facilmente manovrabile. Tutti la volevano, gli Egizi e gli Iksos, i Babilonesi e gli Ittiti, tutti a spese di quelli che già ci stavano, tribù nomadi e stanziali, che avevano solo la colpa di stare a casa propria in un bel posto. Percorriamo per l'ultima volta la città Santa, le sue mura orgogliose e passiamo a Meah Shearim, il quartiere ultraortodosso, ben sveglio dal mattino presto dopo il giusto riposo del sabbath, dove è tutto un correre indaffarato di questi personaggi nerovestiti, un po' folkloristici con le grandi barbe ed i boccoli che scendono al lato delle orecchie, delle donne infagottate con schiere di bambini (cinque sono il taglio minimo obbligatorio, altro che diatribe sul preservativo!), tutti sempre di corsa come se stessero per perdere il treno. Non devono trastullarsi in impegni futili come il lavoro, dice il loro credo; anche i bambini non devono perdere tempo a giocare inutilmente, hanno infatti la faccia un po' stranita, poveracci. L'unica occupazione dei maschi adulti è lo studio dei testi sacri e della Kabbalah, la teoria numerologica che vede nella corrispondenza tra numeri e lettere dell'alfabeto una complessa spiegazione di tutta la spiritualità e non solo. Ci sono vecchi saggi che hanno dedicato la vita al tentativo di spiegare perchè la Bibbia inizia con la lettera B invece che con la A. Così è la vita. Costoro e le loro famiglie, vengono mantenuti completamente dallo stato ed hanno una notevole rilevanza politica, formando il nerbo dei partiti estremisti ultraortodossi che hanno per costituzione, un numero di seggi garantito nella Knesset e udite udite, diritto di veto su molti pronunciamenti del Parlamento stesso. E' chiaro quindi che qualunque governo deve fare i conti con questi scomodi personaggi, che essendo certi che la terra di Israele è stata loro promessa da Dio in persona, non sono molto disponibili a dividerla con nessun altro, anche se lì ci sta da duemila anni. Come già aveva fatto a suo tempo il re David conquistando Gerusalemme nel X secolo a.C. e cacciando i precedenti abitatori, costoro sono certi di essere nel giusto, ritenendo che questa gente deve andarsene, non interessa dove, o anche semplicemente sparire, levarsi di torno per non intralciare il disegno divino. Questo è forse uno dei tanti motivi per cui questa gente in questa terra difficilmente potrà trovare la pace che vorrebbe avere. Poi ancora la località di Emmaus e gli affreschi splendidi della basilica crociata, per un ultimo pensiero prima dell'aereo. Bisogna ragionare adesso, fare decantare le sensazioni. Maledizione, ci sono cascato ancora una volta ed ho mangiato tutto il pollo al curry della vaschetta. E' già passata una settimana ma mi rinviene ancora il gusto di coriandolo.

sabato 28 marzo 2009

Olio extravergine (sesta giornata)


Oggi ho conosciuto un personaggio staordinario. Ancora una volta (quante volte!) muro e reticolati, poi il pulmann si arrrampica sulle colline della Giudea, coperte ancora per poco di pallido verde. Ancora qualche curva, poi tra gli uliveti, ecco Taybéh, l'antica Efraim dove secondo il vangelo si rifugiò Gesù. E' un villaggio arabo cristiano da duemila anni e la prima cosa che chiarisce padre Raed a chi si stupisce di trovare qui una comunità cristiana assediata dall'Islam, è proprio che loro sono stati i primi cristiani in assoluto, noi caso mai, discendiamo da popoli convertiti successivamente, e che non c'è alcun tipo di difficoltà con i vicini mussulmani, con i quali hanno convissuto pacificamente per 1300 anni. "Se in Europa avete un attrito con i musulmani, non pensate che anche qui ci siano questi problemi; i giornalisti vengono, carichi dei loro preconcetti, poi io leggo gli articoli che scrivono al loro ritorno e mi accorgo che non hanno capito niente della nostra reale situazione" insiste. Non è certo un semplice prete di frontiera, come può apparire al primo impatto, ma è stato per anni segretario del Patriarcato di Gerusalemme e conosce bene il mondo, ma ha voluto tornare qui, nel paese dove è nato e che stava morendo, economicamente strangolato dal blocco israeliano, dove gli abitanti si erano ridotti in pochi anni da 4000 a 1200 persone, obbligati ad andarsene, come i loro vicini mussulmani, per poter sopravvivere. La ricchezza del paese sono 30.000 ulivi, ma l'olio che producevano da millenni, non poteva avere mercato e lui appena giunto in paese, dove comincia a riorganizzare la scuola, viene pagato dalle famiglie con bidoni di olio che si ammucchiano in magazzino e di cui non sa cosa fare. Ma Padre Raed è molto sveglio, crede in questa terra ed in questa gente, mette in moto tutti i suoi contatti e in poco tempo riesca a fare accordi con diverse catene di supermercati francesi. Sapendo che con una minima possibilità di reddito, l'emorraggia si fermerà, crea una cooperativa locale e grazie anche a qualche aiuto che arriva, costruisce un moderno frantoio e adesso l'olio extravergine palestinese di Taybeh, profumato e delicatamente fruttato, se ne va per tutto il mondo e a poco a poco si porta dietro altro: i prodotti tradizionali dei vasai, lanciando le lampade della pace a forma di colomba con gli altri tradizionali articoli di artigianato e lo straodinario cous cous palestinese, scuro e saporito, presente in molti negozi del commercio equo e solidale (quando Israele consente che possa passare la frontiera). Così riparte la scuola (che vedete nella foto di apertura), dove ci sono più di 600 allievi, in buona parte mussulmani che arrivano dai villaggi vicini, perchè è da piccoli che comincia il rispetto dell'altro. Il coro della scuola, composto da ragazzi ebrei, cristiani e mussulmani nel 2006 ha girato l'Europa per dimostrare che alla gente interessa convivere in pace. Infine l'ultima realizzazione, la casa di riposo per anziani , funzionante da pochi mesi. L'emorraggia degli abitanti si è fermata, anche se i potenti vicini non sono molto contenti. Le iniziative fanno tutte utili e danno lavoro e reddito a decine di famiglie del paese che ne beneficia poi nella sua totalità. Tutto questo in soli cinque anni. Padre Raed (che in arabo vuol dire Pioniere) è un vulcano di iniziative, una ne pensa e l'altra finisce di realizzarla, sempre in anticipo sui tempi previsti. Ma sì avete capito, è sua l'idea della clonazione degli ulivi del Getsemani da vendere a tutto il mondo di cui ho parlato ieri, e di chi se no! E state tranquilli che ne sentirete in giro presto. Lui chiede solo di fare conoscere le sue iniziative, attirando turisti per moltiplicare i contatti. Ad un religioso che gli faceva notare che a Lourdes avevano sette milioni di turisti all'anno perchè la Madonna vi è apparsa diverse volte, lui candidamente rispondeva, che lì potevano offrire nel pacchetto non solo Lei, ma anche tutto il resto della famiglia. Naturalmente non è mica appeso al pero, è molto informatizzato come potrete vedere dando un'occhiata al suo sito http://www.taybeh.info/ , con annesso forum di discussione e negozio virtuale (eheheh, metti nel carrello!) dal quale si possono acquistare direttamente tutti i prodotti della cooperativa, dall'olio, ai saponi, agli altri prodotti di artigianato. Se gli scrivete ne sarà molto contento, perchè quello che gli interessa maggiormante è far conoscere le sue iniziative. Naturalmente potete farlo in italiano che, come ovvio, è una delle cinque o sei lingue che parla in modo assai forbito. Quale sono i suoi problemi? Ufficialmente ti dice che non è ha, poi abbassa un po' l'occhio e ti spiega che, ogni tanto, arriva un foglio che comunica che "per ragioni di sicurezza" viene requisita una collina del territorio del villaggio. In pochi mesi le ruspe e le bettoniere fanno sorgere una bella colata di villette a schiera e si insedia un gruppo di coloni ultranazionalisti, poi ci fanno un bel muro intorno, i reticolati lungo tutta una bella strada nuova che va a Gerusalemme e dalla quale non si può più passare. Così i ragazzini che venivano a scuola dal paese vicino facendo due kilometri adesso devono farne trenta. Oppura ogni tanto ti tolgono l'energia (elettrica) o ti bloccano le spedizioni di merce alla frontiera per qualche mese. Ma l'altra energia, a Padre Rael non la tolgono e lui continua a ridere e a raccontare storielle (sì è lui che diceva che i Palestinesi sono molto allegri per non morire di depressione). Mi raccomando, scrivetegli, sarà contento e magari anche voi, dopo. Noi intanto, dopo aver visto i resti della chiesetta di epoca crociata e una casa tradizionale palestinese del diciassettesimo secolo, uguale in tutto e per tutto a quelle di duemila anni fa, da cui si capiscono molto bene certe descrizioni evangeliche, altrimenti difficili da interpretare (la grotta, il bue e l'asinello e così via) riattraversiamo il muro e il filo spinato col soldato che chiede cosa siamo andati a fare di là.


venerdì 27 marzo 2009

Venerdì o sabbath? (quinta giornata)



Il Monte degli ulivi è tutto un ribollire di genti che passano da un luogo all'altro, una processione senza fine che va dalle cupole dorate della chiesa ortodossa agli ultramillenari ulivi dell'orto del Getsemani. Un amico di cui vi parlerò domani, sta organizzando una clonazione di un milione di alberelli di ulivo all'anno provenenti direttamente da questi alberi, da far arrivare ai cristiani di tutto il mondo. Il business non si ferma mai, ma se ha un risultato utile, perchè no? Ne riparleremo. Poi entrando dalla porta dei Leoni, è ancora Gerusalemme, facendosi largo tra i mussulmani che stanno andando alla spianata delle Moschee. Oggi è venerdì, tocca a loro; la città è percorsa da un fremito islamico. Le famigliole se ne vanno a pregare, le ragazze sul velo esibiscono paillettes, i posti di controllo dei militari israeliani sono più rigidi e frequenti. Si alza forte la voce dei Muezzin, ora tocca a questa lingua di essere ascoltata lassù. Il souk è in fermento esalando odori di spezia, colori di frutta, sapori di kebab e falafel in ogni angolo. Che voglia di normalità. Si percorre adagio la Via Dolorosa, dalla Flagellazione all'Ecce Homo, lungo le stazioni della Via Crucis, tra piccole cappelle mescolate ai negozietti di vestiti o di casalinghi, una commistione millenaria che concentra gli affari dove transitano i pellegrini. E' storia di ogni mondo e di ogni epoca. Fino all'apoteosi del climax del Santo Sepolcro di cui ho già detto. Città di occidente coi sentori dell'oriente, città di religione con la sua concentrazione di preghiere, di devozione e di luoghi simbolo, città di guerra con le sue insanabili divisioni, mantenuta stabile con le armi, impugnate o anche solo mostrate ad incutere timore. Poi a poco a poco scende di nuovo la sera, mentre ci godiamo una delle più belle viste della città illuminata dalla terrazza di un collegio francescano, che naturalmente ha tra i suoi allievi almeno la metà di mussulmani. La festa dell'Islam è finita e con il calar del sole comincia il Sabbath ed è allora festa per un'altra fetta di città. Che complicazione. Qui l'affare si ingrossa, perchè gli ebrei sono parecchio osservanti. Vanno ancora ad augurare la buonanotte al loro Muro e poi via di corsa al riposo sabbatico. Già in albergo la qualità dei servizi cala vistosamente, a cena, presenza minima e cibarie approssimative. Tutto si ferma per 24 ore e tutto diventa buio, non si deve neanche accendere la luce. Lo sapevate che c'è un ascensore apposta per ebrei che, al sabato, parte e ferma automaticamente ad ogni piano, in quanto schiacchiare il bottone è considerato lavoro?

giovedì 26 marzo 2009

Le mura, il muro, i muri (quarta giornata).

Yerushalayim, al-Quds, Gerusalemme la Santa. Le sue mura imponenti, illuminate la notte, severe di giorno, abbattute e ricostruite sempre più alte e come tutti gli inutili muri del mondo nuovamente distrutte e rifatte, cingono un grumo di luoghi storici in perenne conflitto tra loro, alla ricerca di una supremazia impossibile, ma bramata con violenza. Dalla spianata delle Moschee, si dominano le valli circostanti ed in fronte, il Monte degli ulivi, cosparso di monumenti a segnare ogni punto sensibile della storia, fa da controcanto, perchè non si dimentichi mai che quando si assiste al trionfo di un pensiero religioso, gli altri due sono comunque sempre presenti e contrastanti. Lo stordimento architettonico non sopravanza quello spirituale; comunque l'ammirazione per l'armonia delle forme viene temprato dalla devozione di chi si avvicina per colloquiare con il suo Dio. L'oro della Moschea della Cupola della Roccia brilla nel sole a contrasto con quella nera della Moschea al-Aqsa, mentre la notte per uno strano fenomeno di illuminazione, il tutto si inverte come per magia. Ci arriviamo dopo una estenuante coda di controlli e di posti di blocco, poi il piacere di rimanere soli con la storia. Discesi appena sotto, ecco l'altro Muro, dove si affastellano i fedeli del Dio antico, a festeggiare il Bar Mitzvah dei loro ragazzi, mentre da fuori, madri, sorelle e zie lanciano dolcini e monetine e gridano con sonorità magrebine. E vicino all'alto muro, tanti personaggi in nero, col cappellone ed i boccoli che scendono al fianco delle orecchie a pregare con movimento ritmico, in un colloquio solitario col Muro stesso, in cui infilare il bigliettino. Chissà perchè ai credenti di ogni religione, i riti e le gestualità delle altre religioni sembrano sempre ridicoli o fastidiosi. Cristiani che si chinano a baciare la pietra del Calvario o strusciano i foulard sul sepolcro, motteggiano le litanie e l'abbigliamento degli ebrei ortodossi, che a loro volta sono infastiditi dal richiamo alla preghiera del Muezzin, i cui fedeli deridono l'attaccamento alla Croce dei loro nemici storici. E infine all'interno di ogni luogo santo, che spettacolo, la litigiosa spartizione in metri quadri di ogni piccola variante di fede, così come il cantare più forte degli altri col solo fine di disturbare i vicini e per convincere la divinità ad ascoltare le proprie preghiere in precedenzaa quelle degli altri. In Gerusalemme ci sono quindici diverse varianti di Cristiani (6 ortodossi, 7 latini e 2 protestanti) tutti in antagonismo tra di loro a disputarsi anche fisicamente, spazi e offerte dei fedeli che arrivano da tutto il mondo. Chi non ricorda le bastonate tra i santi monaci ortodossi e copti alla Natività per uno sgarro di invasione dell'area di pertinenza. E nel cortile del Santo Sepolcro, che tenerezza il monaco Melchita che correva da un annoiato drappello di soldati israeliani a protestare per un presunto sgarbo dei Maroniti, intervento ovviamente negato con sufficienza. All'interno del tempio tuttavia, il fervore dei visitatori infonde grande partecipazione. Il desiderio di toccare le Sacre pietre, i luoghi del Mistero, i punti dove sono accaduti i momenti fondamentali riportati nei Vangeli, forma lunghe file affannate. Poca differenza dalla folla del tempio di Puri in Orissa, dalle puje della città templare di Tiruchirapalli nel Tamil Nadu o dalla devozione fisica e ritmata del Jokang di Lhasa o dei tanti altri luoghi della devozione che ho visto sparsi per il mondo. Il desiderio di avvicinarsi alla divinità è uguale sotto tutti i cieli e le formalità si sovrappongono. Ma dopo le mura ed il Muro, altri muri ci aspettano oggi. Quelli nuovi, alti anch'essi otto metri, ma più grigi, più ruvidi, rinforzati dal filo spinato e dai cavalli di Frisia, per uscire da Gerusalemme ed arrivare a Betlemme, pochi kilometri di slalom tra i posti d blocco, per arrivare a quella che più che una città è un campo di concentramento in cui è lungo entrare, ma è molto più difficile uscire per chi ci vive e non può lavorare o andare a cercare lavoro, come se tutto fosse calcolato per aumentare la tensione, per incattivire gli animi, per inasprire i contrasti, per dare mano e vigore ai fondamentalismi. Ormai qui solo i pellegrini portano soldi e aiutano un po' una economia esangue. Quindi volentieri si comprano i soliti souvenir inutili, ma prodotti dalle cooperative locali, compresa la polvere magica della grotta del Latte che fa rimanere incinte le signore con problemi (attenzione alle non interessate). E la conoscenza di persone di grande interesse come le vecchissime e malandate suore di un istituto, che invece di essere a loro volta ricoverate in luogo di riposo, raccolgono orfani, malati mentali e fisici, anziani bisognosi e non domandano a nessuno a che religione appartengano. E tanta gente allegra e spiritosa, con tanta voglia di fare, che ci ha detto "Se non ridessimo molto, saremmo già tutti morti di depressione." Poi però si torna dall'altra parte, si ripassano i muri, ricoperti di murales con colombe della pace a forma di bersaglio, i reticolati, i posti di blocco, coi ragazzi soldati che ti guardano col mitra in mano, domandandosi cosa ci andiamo a fare da "quella" parte. Gerusalemme brilla solitaria la notte, solo il Muro del pianto è popolato ancora di nere figure dai grandi cappelli neri che ciondolano ritmicamente.

mercoledì 25 marzo 2009

Camminare sulle acque (terza giornata).


Di fronte al mare di Galilea, il monte delle beatitudini si adagia verde, coperto di macchie di ibisco, punture rosse a ravvivare la memoria. Da qui è partito un messaggio deflagrante, talmente nuovo e dirompente da sconvolgere il pensiero filosofico che lo aveva preceduto, da condizionare ogni pensiero futuro. Il concetto di dare spazio a chi è ultimo nella vita e fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto a te, avrebbe dovuto fare strame di ogni pensiero precedente; il solo seguirne il profumo avrebbe dovuto risolvere per sempre il problema della convivenza umana. Il bello è che quasi tutta l'umanità che ha vissuto dopo quel momento, si ispira a questi due concetti, li ha fatti suoi e li ritiene fondanti per il consesso delle genti. Dozzine di pulmann carichi di pellegrini, si fermano qui ogni giorno per rafforzare questo concetto, per parteciparvi, per sentirsene parte viva; poi se ne torneranno a casa, tutti coi santini e le pietre del lago in valigia, qualcuno magari ad organizzare qualche ronda, qualcun altro a dire che non è certo razzista, ma che certa gente, per cultura e religione inferiore, è portata a violentare le donne e dovrebbero tutti andarsene a casa propria. Ma sul lago di Tiberiade la barca di Pietro scivola lenta, magari con tanto di alzabandiera e inno di Mameli, poi , Un Italiano Vero e musica locale a base di Shalom; con il ragazzo che suona la tabla e la mamma che distribuisce il certificato di traversata del lago sulla copia autentica della barca di cui sopra. Bisogna pur vivere. Al ristorante, i pesci, miracolosamente moltiplicati, sanno un po' di fango, come tutti i pesci di lago, ma non si riesce a rimanere esenti dal fascino del luogo. Un gruppo di soldatesse in libera uscita sciamano festose, allegre lungo il pontile. Mi raccomando, non fotografare. Come immaginare queste ragazzine scherzose, che correndo si tirano i capelli, domani, con un mitra in mano, a perquisire un'auto ad un posto di blocco. Eppure quante ne vedremo nei prossimi giorni. Poi giù lungo il Giordano, un rivolo di acqua fangosa, aspirata, contesa, rubata e spartita tra i campi assetati di Giordania e Israele, attraverso la Samaria sempre più secca ad ogni kilometro, dove compare, ad arricchire i cespugli spinosi del deserto, il filo spinato dell'odio e della prevaricazione. Un veloce bagno medicamentoso, nel fango del mar Morto, panacea benefica per la mia discopatia e per le mie rughe di espressione; poca cosa, ma che bello vedere, alto sulla riva opposta, il nitido biancore del santuario del monte Nebo, dall'alto del quale avevo guardato in basso trentacinque anni fa. Poi fermi nel deserto di Giuda, tra i calanchi ocra nelle sfumature del tramonto, a compiangere Jerico, la città più antica del mondo, dove da dodicimila anni vivono persone, circondata, offesa, violata, imprigionata da posti di blocco e filo spinato. Ancora un balzo per salire dalla più profonda depressione fisica del mondo, per arrivare a Gerusalemme, la Santa, forse a sentire un'altra depressione.
"Ed ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme! "
(Salmo 121 )

martedì 24 marzo 2009

Shalom o salam (seconda giornata).

Già di per sè, calpestare questa terra, calpestata e ricalpesta-ta da migliaia di anni, da milioni di persone è una emozione, una sensazione di antico. Colline dolci, uliveti sterminati, persone gentili che ti salutano con un sorriso, ragazzi che ridono. Quanto tutto sembra lontano e distante da quanto mi ero preparato a vedere dopo anni di televisione dura. Qui in Galilea, non si avverte nulla della tensione che ci raccontano i media. La vita che vedi scorrere accanto a te è normale. I ragazzi che tornano da scuola e scherzano con le ragazze, la gente che va a lavorare, il traffico. Di ebrei in giro se ne vedono pochi, asserragliati in quartieri separati in cima alle colline, ormai quasi tutte coperte disordinatamente di case. Nazareth si è sparsa a macchia d'olio e ne occupa diverse, così il drappello dei pellegrini si sposta qua e là passando da un luogo della memoria all'altro con cura meticolosa. Dal monte Tabor, immerso negli ulivi, una grande vista fino alle montagne del Carmelo, sempre , nutriti, abbevarati, trasportati e coccolati in quanto una delle poche fonti di reddito, i pellegrini passano da un luogo all'altro, dove la devozione ha situato i momenti fondamentali dei Vangeli. La fontana di Maria, la casa di Giuseppe, il luogo dell'Annunciazione, dove puoi vedere strutture dei primi secoli o di epoca crociata, quasi tutti, disperatamente ricoperti da colate di cemento della moderna devozione che deve mediare la celebrazione grandiosa, la meditazione intima, la logistica organizzativa. Nel piccolo museo, oggetti di tutte le epoche, qui basta scavare e viene fuori di tutto. Tutto sotto assedio dei mercanti del tempio, che però devono pur campare, anche se vendono l'autentico vino delle nozze di Cana. Autisti, venditori di souvenir religiosi, produttori di rosari di ulivo, laboratori dove si lavora il legno, tutta gente che vive in pace e vorrebbe solo continuare a farlo senza problemi, in pace. Salam aleikun, shalom alek, pace a noi tutti; due lingue gemelle, due popoli gemelli, forse la gente comune vuole solo vivere in santa pace.

lunedì 23 marzo 2009

Terrasanta,Terrasanta! (prima giornata)

Sono tornato! San(t)o e salvo! Carico di sensazioni da metabolizzare con calma, di bolle nei piedi (il pellegrino cammina molto), di retrogusto di coriandolo che finirò di digerire tra un mesetto e con la consueta certezza che ti porti a casa da un viaggio; quella di essere partito con tanti preconcetti che la conoscenza diretta di cose, luoghi e persone, anche solo sfiorata, ti fa capire quanto sia deformante la lente dei media e quanto rimangano deformati i giudizi conseguenti. Ma le cose vanno maturate con calma, per cui, con una speciale macchina del tempo tornerò ad una settimana fa, al giorno della mia partenza, per ripercorrere a poco a poco la strada verso ed attraverso la Terrasanta, mentre continuerò per qualche giorno a ruminare le mie esperienze cercando di condividerle con voi. Il mio ghost writer a cui vi avevo lasciato in tutela, aveva già indicato la natura e la palingenesi di questo viaggio, ma certo chi mi conosce si sarà stupito della mia scelta. Pure, la voglia di vedere con i miei occhi questa terra stravolta dagli odi e dalla violenza mi ha indirizzato verso una soluzione che mi è sembrata la più corretta. Il pellegrinaggio, il gruppo di umanità varia, che con intenzioni diverse, da sempre ha cercato di approdare a quei lidi spinto da fede, passione, voglia di conquista, ricerca di sè stesso, un topos che si ripete all'infinito da duemila anni, quindi non è cosa da poco, un fatto da trascurare. Ecco quindi perchè non un viaggio in Israele o in Palestina, ma in Terrasanta. Torniamo quindi ad una settimana fa, quando alle 5 di mattina (ora a cui sono poco uso) mi dirigevo all'appuntamento dove si sarebbe addensato, come un tempo, il gruppo di penitenti, curiosi, in cerca di avventura o di spiritualità, carichi, non più di sai, fagotti, bastoni, sandali e dei pochi zecchini preparati per l'occasione, ma di telefonini, zainetti, Kway tecnologici, macchine fotografiche e pacchetti di euro da scambiare con preziose reliquie. Chissà cosa avrò dimenticato. Un paio di scarpe di ricambio, va beh, il pellegrino deve soffrire almeno un poco. I pellegrini, per loro natura temono l'ignoto, pur se lo affrontano con slancio e le descrizioni di tregenda dello spietato interrogatorio a cui verremo sottoposti dai feroci agenti del Mossad prima dell'imbarco, mettono in ansia non poche signore, timorose di non saper dare le giuste risposte agli aguzzini, se pur imbeccate con cura dai nostri mentori. Naturalmente tutto si risolve in pochi minuti di colloquio con una cortese fanciulla che ci assicura che, se ci domanda se qualcuno che non conosciamo ci ha affidato un pacchetto, è per evitare che sul nostro aereo ci sia, magari una bomba, cosa che non dovrebbe in fondo dispiacerci. Non volo più da quasi quattro anni e circondato da vocianti bimbi israeliti, mi appresto al primo impatto con il cibo kosher, come da regolare certificato allegato al vassoio. Avevo giurato di non mangiare mai in aereo e tutte le volte, la maledetta curiosità, mi ci fa ricascare; ingurgito così il primo di un'infinita serie di polli al coriandolo e curry che mi sarà compagna per tutto il cammino. Al nostro arrivo, subito la nostra guida spirituale Don Rafal, viene immediatamente bloccato e trattenuto con motivazioni tanto vaghe, quanto inconsistenti, forse perchè è polacco, forse perchè è prete, forse perchè ha sul passaporto un visto siriano. Quando finalmente, dopo un'oretta, viene liberato e sale sulla zattera di salvataggio del predellino del pulmann, un senso di liberazione coinvolge tutti i pellegrini, ansiosi di salvezza, non solo per aver avuto restituito il caro Don, ma anche per il fatto di riuscire ad arrivare in albergo in tempo per la cena. Il pulmann corre veloce lungo il mare e poi su per le colline della Galilea verso Nazareth. In questa terra, anche soltanto i nomi evocano emozioni, sentimenti, aspettative. La notte è scesa di colpo mentre i piccoli paesi scivolano alle nostre spalle. In fondo, sulle alte colline, in un cielo di stelle basse, è tutto un brillare di piccole luci, una per ogni casa, una per ogni speranza. La Terrasanta è raggiunta. Nazareth, il Giardino Fiorito, sembra il presepe lontano che facevo assieme alla mia mamma, tanti anni fa.

sabato 21 marzo 2009

Cronache di Surakhis -11 : Energia pulita

Finalmente erano state prese le decisioni giuste. La inestinguibile fame di energia del pianeta poteva finalmente essere saziata. La soluzione era venuta da una insperata e contemporanea combinazione di eventi. Intanto la straordinaria scoperta di uno scienziato surakhiano, tale Coprox, in odore di Nobel, che era riuscito ad ottenere la trasformazione autoregolata degli escrementi in energia catalitico-dinamica, aveva stravolto tutti i parametri di valutazione dei carburanti tradizionali ed in secondo luogo l’abolizione (fisica, erano stati dati in pasto nel circo ai lucumoni di Deneb VI) di tutte le più alte cariche del sedicente partito degli Ecoballistes, gli adoratori delle ecoballe che giacevano da 12.000 anni vicino a Neapolis, che con un sacco di scuse avevano convinto la gente a rifiutare i nuovi insediamenti energetici dicendo che puzzavano e facevano accorciare gli organi sessuali. Così l’Imperator Maximus aveva dato mandato alle sue aziende di cominciare la costruzione di un migliaio di nuove centrali nelle zone del pianeta più vicine ai centri di produzione di materia prima. Paularius era al settimo cielo. Fiutando l’aria (aveva assunto appositamente dei fiutatori di una luna di Trifolus, aveva in affitto nella miniera, come schiavi quasi tutti Coprogeni di Capella III, straordinari trasformatori, che pur lavorando duramente riuscivano a dare, grazie al loro metabolismo che addizionava le scorie della respirazione a quelle del cibo, un rapporto qualità/quantità di escrementi superiore ad ogni altra razza. E poi qualcuno teorizzava che siamo tutti uguali! Tramite un apposito contatore, da uomo buono e giusto, compensava ognuno secondo giustizia, riducendo il numero delle nerbate incentivanti al lavoro, in proporzione alla resa. Aveva tratto questo insegnamento da un antico modo di procedere delle comuni maoiste nell’impero di Mezzo di tanti secoli prima. Historia magistra vitae. Tra poco le centrali a cui già stava consegnando la produzione, avrebbero cominciato a macinare i preziosi escrementi ed a produrre la prima energia. Come al solito si erano levate delle larvate critiche al progetto da parte di un gruppo che si definiva Pazzi per la puzza. E’ pur vero, come sostenevano costoro, che le centrali a scorie producevano delle scorie talmente puzzolenti ed in tale quantità, dato il mescolamento coprocentrico di tutte le realtà escrementizie della galassia, che il depositarle in un leggero strato su tutto il territorio, come ci si disponeva a fare, avrebbe reso l’aria talmente appestata e corrosiva da dover cambiare le mucose nasali ogni tre anni, ma allora a cosa le abbiamo fatte a fare le banche degli organi. Mah, altro lavoro per i lucumoni.

giovedì 19 marzo 2009

Gamberi in salsa


C’è qualcosa nella skyline di tutte le megalopoli del mondo che ti lascia un po’ senza parole. Guardi solo, cerchi di imprimerti in testa quella linea, immagini cosa ci sia dietro quel mondo, tutte così diverse e così uguali. Chicago non fa eccezione, quando arrivi dal lago scivolando piano sulle acque verde marcio. C’è una grande fiera ogni due anni e per quella settimana anche le topaie costano 200 dollari a notte e le giornate passano in un andirivieni nervoso fiera-albergo, cambiando il rumoroso cicaleccio inarrestabile delle otto ore tra gli stand, nello sferragliare della metro aerea che passa ogni cinque minuti davanti alla finestra della topaia suddetta, come in un romanzo di Chandler. Un inferno? Relativo. Infatti c’è un’opzione prima di andare a barricarsi in camera. Per andare a mangiare un boccone solitario, ci sono un sacco di localacci nelle vie laterali della grande avenue sul parco. Ti scegli un tavolo, scegli un piatto di gamberi cajun, se ti piace la salsa, una birra, che, maledizione ti portano senza bicchiere, non fa fine, si sa; paghi un supplemento e aspetti. Mentre in fondo al locale qualcuno gioca a biliardo, il locale comincia a poco a poco a riempirsi. Quella sera arriva una coppia di obesi e si siede al mio tavolo (se siete grassi, andate in America, vi sentirete meglio). Saputo che sono italiano, si sdilinquiscono subito, gente, guardate che nel mondo ci amano davvero tutti! Marito e moglie che gestiscono un’agenzia immobiliare e vendono case (col mutuo, certamente, non sapevano ancora cosa sarebbe successo). Poi arrivano dei tizi con degli strumenti, si preparano e cominciano a suonare. Ragazzi, R&B in diretta sul luogo di nascita, una cosa da sballo. Eppure non saranno stati dei fenomeni (il supplemento ai gamberi per la musica era di cinque dollari), i miei vicini mi spiegano che uno è il figlio di uno che forse è abbastanza famoso. Comunque un coinvolgimento totale, meglio di B.B.King. La salsa cajun l’ho digerita poi in aereo, tornando a casa, ma quella musica me la ricordo ancora.

mercoledì 18 marzo 2009

Lontananza

Mentre vago per terre lontane, ho lasciato al mio ghost writer il compito di postare questa lirica di Li Po, che spero apprezzerete.

Gemere nella notte scura.

Il corvo nero che sta sulle mura di Huang Yun,
gracchiando torna rapido al suo ramo.
La donna nella piana di Chin tesse sul telaio un broccato,
il filo turchese è come fumo che lascia un segno alla finestra.
Stanca posa la spola e pensa all’amore lontano,
da sola passerà la notte nella camera solitaria,
mentre le lacrime scendono come pioggia.

lunedì 16 marzo 2009

Ghost

Come forse qualcuno di voi è già al corrente, non sono più qui tra di voi. Ho lasciato questa terra di crisi per un luogo migliore ed ora mi trovo, dall’alto del cielo, a contemplare le reali dimensioni dei problemi del mondo, a constatare quanto sono minute le problematiche che mi assillavano ogni giorno. Non è escluso che invece, mentre mi state leggendo, sia già atterrato. Ma certo, cosa avevate capito, incrociando le dita, la mia tollerante famiglia mi ha concesso una settimana di ferie e le delicate mani di un ghost writer provvedono a postare in mia vece. Così ho colto l’occasione di incistarmi, come un cucùlo nell’altrui nido, in un gruppo di pii pellegrini che dispiegano le vele, novelli crociati, verso i lidi della Terrasanta, lido ormai perduto alla cristianità e conteso tra Abacucco e il Saladino. Come sa, chi mi conosce, io sono affascinato ed incuriosito morbosamente dai luoghi dove si concentrano le folle cariche di attesa verso la spiritualità (o la credulità, dipende da che lato la si osserva), dall’atmosfera che si respira in questi ambienti carichi di tensione mentale. Pochi me ne sono sfuggiti, dai classici cristiani, Medjugorje, dove una mia vicina vedeva la Madonna, Loudes, Fatima, Compostela, ai monasteri del buddismo tibeto-himalayano, alle concentrazioni inquietanti dei santuari indu dell’India del sud, alle moschee turche e maghrebine, alla pace zen di certi monasteri giapponesi alle Santerie brasiliane e così cantando, convinto che tutto quanto fa spettacolo e cercando di capire almeno qualcosa di quanto sta sotto tutto questo. Mi mancava Gerusalemme, così come per sempre mi mancherà La Mecca, luogo che mi è interdetto, e là, cercherò umilmente di ascoltare il suono dell’aria, di vedere con i miei occhi, finalmente depurati dalle fette di prosciutto dello schermo televisivo. Mi hanno detto che andarci coi preti è la cosa migliore, ti portano anche in posti dove è difficile penetrare normalmente. Inoltre mi hanno dotato di un cosiddetto kit del Pellegrino, composto da un foulard di riconoscimento dai colori papalini, un libro di Ore per le attese e di un Vangelo da viaggio per rasserenare lo spirito. Il momento clou del viaggio potrebbe essere un ribattessimo di massa nel Giordano, se le condizioni lo permetteranno. Rimango vigile in attesa, vi saprò dire e al mio ritorno cercherò di portare con me qualche impressione; intanto non turbatevi, non vi lascerò soli nell’attesa spasmodica. Qualcosa da leggere e commentare, troverete comunque, anche nei prossimi giorni.

domenica 15 marzo 2009

Partenza



Non ho mai capito come mai il momento che precede la partenza è per me di difficile gestione. Malesseri ipocondriaci, metereopatie varie, chissà; è sempre stato così; un timore dell’ignoto che litiga con la sindrome di Ulisse, una contraddizione nascosta tra le mie inquietudini. Quindi oggi ci sta a pennello una lirica di Zen Shen , poeta di frontiera che nel 750 scriveva così:


Canto della neve bianca.

Il vento del nord avvolge la terra e falcia l’erba bianca
mentre qui, dal cielo tartaro scendono fiocchi di neve.
Questa notte, sento d’improvviso la brezza di primavera;
tra i tanti e tanti rami di mille peri in fiore.
Entra la neve dalle tendine di perla, bagna schermi di seta;
le pellicce di volpe e le trapunte di broccato non danno più calore.
Il deserto non si cura delle distese di ghiaccio,
ma le nubi pesanti tremano per tutto quel gelo!
Qui, sullo spalto, cade qua e là neve di primavera;
il vento sferza una bandiera rossa, immobile, gelata.
Ci siamo detti addio, lì, sulla porta est della Torre della Ruota,
mentre la neve copriva la pista del Cielo.
Dietro la curva, intorno al monte , non ti ho visto più;
sulla neve, solo le tracce dei cavalli.

venerdì 13 marzo 2009

Lettòne o Lèttone?

Ieri, Dottordivago, sul suo blog Il panda deve morire, faceva riferimen-to al lettòne da non confondere col lèttone e subito la mente mi è tornata ad un momento importante della storia europea ed al fatto che puoi capitare in mezzo ad avvenimenti più grandi di te senza accorgertene minimamente. La skyline di Riga vista al di là della Daugava ghiacciata nel cuore dell’inverno, non è particolarmente avvincente, come invece passeggiare tra le case dalle facciate colorate della città vecchia. Così lasciammo alla sera la città, senza troppi rimpianti, con qualche contatto in agenda, ma pochi affari concreti. Salimmo dunque nel vagone coupé che ci avrebbe riportato in una Mosca nervosa per i cambiamenti troppo improvvisi, preparandoci per la notte. Opportunamente pigiamati, nel calore torrido del vagone, non avvertivamo i -20° C con cui la notte russa avvolgeva il convoglio che fendeva l’oscurità. Dopo qualche tempo, era già passata da un po’ l’ora del vampiro, il treno si fermò nella pianura gelata e bianca. Assonnati, ci tirammo fuori dalle cuccette pensando al solito formale controllo passaporti, all’ingresso della regione russa, ma non avevamo fatto i conti con la storia che incombeva su di noi in quel marzo del ’93. Quando pochi giorni prima eravamo partiti, uscivamo dall’URSS vicina al tracollo, ora entravamo in Russia passando dal nuovo confine lèttone-russo. Dagli sportelli spalancati, assieme al gelo della notte, entrarono un gruppo di neodoganieri, compresi del loro nuovo potere e completamente ubriachi. Un vero assalto alla diligenza con urli e minacce che procedevano di scompartimento in scompartimento verso di noi. Io, semiaddormentato ed alle prime esperienze russe, capivo poco, ma Gianni ed Eugenio scesero dalle brande con occhio preoccupato. Mentre i figuri in divisa taglieggiavano i poveracci coi fagotti che ci precedevano, un graduato col cappello di traverso sbattè i pugni sulla nostra porta intimandoci di aprire. Consegnammo i passaporti e qui cominciò il dramma. Secondo il tizio, che tentava di tramortirci con il tasso alcoolemico del suo fiato urlandoci in faccia, io ero uscito illegalmente dalla Russia qualche giorno prima e il mio vecchio visto non mi consentiva di rientrarvi. Gianni, in possesso di visto multiplo ed Eugenio, essendo russo, si trovavano in una posizione più sfumata, se pur pesantemente irregolare. A nulla valse spiegare che quando eravamo usciti c’era l’URSS e non ti timbravano il passaporto per andare a Riga, il major non voleva sentire ragioni e a suon di urla voleva buttarci (o buttarmi , non capivo bene) assieme alla valigia, in pigiama in mezzo alla neve. Dal colore della faccia dei miei amici, capii che dovevo cominciare a preoccuparmi, mentre Gianni iniziava una lunga e suadente conversazione col graduato che gridava insulti all’indirizzo degli stranieri prepotenti e tirchi. Questa parola segnò la svolta della trattativa. La sagace mente di Gianni interpretò il lessico leggendolo nella sua giusta valenza. Intanto sottolineò che noi non eravamo affatto tirchi e che anzi, noi eravamo i primi a ravvisare l’opportunità e la correttezza di pagare il giusto per avere un nuovo visto. Questo argomentare sembrò rabbonire il cerbero che bofonchiò qualcosa, accennando ad un costo di venti dollari in contanti, cifra evidentemente valutata come spropositata. Con grandi sorrisi, pagammo rapidi, mentre l’atmosfera si rasserenava e ci venivano restituiti i preziosi passaporti, Tralasciammo di far notare che il timbro del visto era rimasto completamente virtuale e salutammo con la mano i compari del capo che scendevano dal treno in giacchetta con in mano alcune bottiglie di vodka rapinate allo scompartimento successivo, mentre la superficie ghiacciata tra i binari scricchiolava al loro passaggio. Il treno si mise in moto lentamente nell’inferno bianco; erano le tre del mattino, ma non riuscii più a dormire fino a Mosca.

giovedì 12 marzo 2009

Cronache di Surakhis -10: Democrazia assoluta.

Democrazia, che parola abusata. Eppure questa è l'unica galassia, dove bene o male, essa trionfa da sempre. Bene o male, da millenni è stata faro e guida per tutte le razze e per tutti i popoli ed ancora oggi è l'unica, dell'universo conosciuto, dove l'imperatore venga regolarmente eletto dal popolo sovrano. Pensate ad Andromeda o a Magellano, pur così vicine a noi, eppure dominate da sempre da odiose dittature, da cui chi può, fugge cercando la libertà e tra l'altro ce li ritroviamo qui tra i piedi da mantenere. Certamente, il meccanismo è sempre perfezionabile, per il bene del popolo. Ad esempio, che grande ed utile visione ebbe il nostro Sire, Sua Altezza Assoluta, quando propose, impose, secondo i soliti detrattori, ma questi non mancano mai, sono il sale della democrazia stessa, di passare al voto unico, per risparmiare tempo e denaro, così importanti in tempo di crisi. L'idea nacque, quando fu chiaro a tutti che il risultato del voto corrispondeva esattamente alla media galattica standard dell'abitante medio di Surakhis. Quindi, a quale scopo sperperare tutto quel denaro per una inutile consultazione universale. Bastava individuare il soggetto, fargli spiegare il programma di governo dai candidati e finalmente quello votava e zac in pochi minuti si aveva il nuovo governo. Ultimamente, poi, con la soluzione di avere un unico candidato, non era neanche necessario usare quelle piccole forme di pressione psicotropica che si utilizzavano di solito. E tutto funzionava alla perfezione, niente cortei, inutili dibattiti olografici, gruppi di Morigeratores che rompevano le scatole nelle aziende o altro. Anzi, recentemente il meccanismo era stato ulteriormente perfezionato e di tutti i Consiliores eletti, uno solo accedeva alla votazione dei provvedimenti emessi dall'Imperatore, con ulteriore risparmio di tempo. Così nel gran salone delle feste del palazzo imperiale, si festeggavano assieme, l'individuazione dell' NVM (il nuovo votante medio), che era stato scelto tra i dipendenti della miniera di Paularius, un addetto al prelievo degli organi degli schiavi morti, a cui, oltre allo stipendio, aveva dovuto aggiungere una villetta a Garbage Drive e un accesso gratuito perpetuo alla casa di piacere intergalattica Free Tits ed i novecento anni dell'Imperatore, che da poco era uscito dal trattamento di rigenerazione decennale. Scovolinatura delle arterie, rinforzo al carbonio di tutti i tendini, sostituzione completa dell'usuratissimo apparato sessuale. Paularius, come tutti gli altri cortigiani, in un completo elegante di pelle di Andromediano, porse i suoi omaggi e si defilò subito in fondo alla sala. Non gli piaceva apparire e poi voleva essere tra i primi a buttarsi sul branco di starlette, scelte tra le migliaia di concorrenti (era corsa voce che ci fossero anche molte cefalopigie orgasmiche di Antares), che la Holograms Imperiale aveva invitato per il dopo elezioni.

mercoledì 11 marzo 2009

Chén


L' ideogramma "chén" è molto utilizzato nella creazione di caratteri più complessi. Significa Ministro ed in esso è ben raffigurata l'idea del ministro davati al sovrano, testa china , ginocchia piegate, mani sul pavimento, perchè da loro l'imperatore esigeva una fedeltà assoluta, umiltà e devozione totale. Se viene messo al centro di un carattere più complesso, con a sinistra il bambù, la cannula scriptoria che simboleggia la cultura, la conoscenza della legge e a destra l'alabarda per mostrare la forza del potere si ottiene l'ideogramma Zang che significa "giusto". Infatti il potere che amministra, deve essere forte, capace e non a caso gli esami da funzionario erano di enorme difficoltà, dove solo i più validi erano scelti tra migliaia e migliaia di concorrenti, con il solo metodo del merito, senza badare a parentele o ideologie. Il sire era giustamente e come in ogni dove, impegnato soprattutto al sollazzo delle concubine (che gli venivano scelte ed inviate ogni anno da ogni parte dell'impero in numero di ventiquattro, una specie di concorso di Miss Cina) , ma sapeva scegliere i suoi ministri sfruttandone la capacità, non disdegnado i più abili stranieri. Il ministro doveva certo essere fedele, ma soprattutto capace e dotato del potere di amministrare, non era certo scelto tra i dipendenti del sovrano, magari incapaci e servili, il cui unico scopo di vita, quello del compiacimento dell'imperatore, mal si sarebbe addetto ad un buon governo dello stato, i cui servitori devono essere innanzitutto "giusti", perchè il benessere del popolo è anche il benessere dello stato. Qualcuno certo sgarrava, come sempre, ma, allora bastava il supplizio delle mille morti.

martedì 10 marzo 2009

Imputato alzatevi.

L'aria del tribunale mi terrorizza. Non c'è una ragione logica, ma le pochissime (per fortuna) volte che ne ho varcato la soglia, un senso di colpa inespresso mi azzerava la salivazione, anche se dovevo chiedere solo un timbro su dei documenti di adozione. Tranne una. In un altro tempo ed in un altro mondo, avevamo perso le valigie in aeroporto ed un taxi pieno di pendenti, rosari mussulmani e musica a palla all'interno, ma con i paraurti staccati e il parabrezza a tela di ragno, ci portava verso le trine bianche e le finestre di alabastro del centro di Sana'a. Una città di fiaba cantata da Pasolini e cristallizzata nel tempo. Sul lungo vialone dell'aeroporto il taxi procedeva ai trenta all'ora, cioè la la sua velocità massima, quando in fondo al rettilineo deserto una macchina uscì dal parcheggio e si immise lentamente sulla strada. La distanza, la folle velocità e probabilmente la mancanza di freni unita alla ritmata masticazione del qat del taxista provocò l'inevitabile cozzo, mentre noi ci tenevamo ben fermi al sedile, come su un autoscontro alla fiera dell'est. Il nostro scese, magnificando il suo danno (il paraurti che già in precedenza ciondolava), mentre il suo avversario controllava il lieve bozzo sulla fiancata, che però, come apparve subito in tutta la sua tragica evidenza, era una macchina di ambasciata. Arrivò, pronta, la polizia, che senza dire bah, afferrò il taxista per gli stracci (e la parola non è scelta a caso) e se ne andò sirenando a tutto spiano e lasciandoci in mezzo al guado. Non avendo i bagagli (perduti) fu facile fare l'autostop per raggiungere un fascinoso albergo nel centro, dove dimenticare l'inconveniente e pensare, passata la notte, ad immergerci nell'atmosfera della città. Due giorni dopo, trovammo ad attenderci nell'ingresso, un tizio barbuto piuttosto inquietante, con regolamentare jambija alla cinta, ma con sguardo basso e questuante. Risultò essere il fratello del taxista che ci chiedeva di testimoniare a suo favore. Ritenendo di poter dare una mano alla soluzione di un problemino assicurativo, lo assecondammo e, caricati sull'ormai noto taxi, fummo portati in un palazzotto del centro che non pareva essere la sede della Sai, essendo dotato di robuste sbarre alle finestre. In un ampio cortile, circondato da portici, apprendemmo infatti, essere quella la sede del tribunale giudiziario, dove si celebravano ogni giorni i processi. Avendo visto, nei giorni precedenti, nel bazar, diversi moncherini di mani e nasi mozzati, avevamo una idea del dipanarsi della giustizia yemenita, ma dopo la discussione di un caso, a noi poco chiaro dove il giudicato fu trascinato via con modi un po' rudi, quale fu la nostra sorpresa al vedere il nostro taxista condotto in catene dinnanzi al giudice. Non sembrava in gran forma psicofisica, anche se le catene alle caviglie non parevano pesanti. Recava in mano una cartelletta, contenente con ogni probabilità i dati del suo caso, che gli fu tolta sgarbatamente di mano e data con sussiego al giudice. Costui, in divisa militare, sedeva impettito ad una scrivania sotto il portico principale e si guardava attorno con noncuranza. Mentre eravamo stati fatti sedere a poca distanza, lui, fingendo di non averci notato, con cenni della testa, imponeva agli astanti, ed in particolar modo al difensore del precedente imputato, un comportamento più dignitoso e meno caciarone, evidentemente per non dare cattive impressioni ai due stranieri. Chi perorava la causa del nostro prigione, iniziò a chiarirne le ragioni con una certa foga, mentre Minosse lo richiamava di tanto in tanto alla moderazione, con piccoli gesti della mano e lievi aggrottamenti delle sopracciglia. Non avevamo capito molto e quando fu la nostra volta, si rivolse direttamente a me in un inglese assai corretto, ignorando Tiziana che, bionda e non velata, attirava molte occhiate dagli astanti, ma era pur sempre donna. Mi domandò lo svolgersi dei fatti e chiarito l'indubbio diritto di precedenza dell'imputato, dichiarò salvo il nostro uomo ed alzatosi, lasciò l'arengo, salutandoci con un breve cenno del capo e l'assemblea si sciolse. Furono subito tolte le catene al nostro amico che si profuse nei ringraziamenti del caso. Non riuscimmo a capire a quale pena sarebbe incorso, ma la legge yemenita non è tenera con i trasgressori. La giornata finì in gloria coi fratelli taxisti che ci aiutarono a recuperare le valigie, finite nel magazzino dell'aeroporto, incustodite tra sacchi di datteri e montagne di scatoloni dalle scritte in cinese. Ci assicurarono che tanto lì nessuno ruba nulla.

lunedì 9 marzo 2009

Vuoi vincere facile?

E' fatta! Sto per essere contattato dai curatori della nuova serie degli spot per il gratta e vinci.
Ieri si sono svolte le gare interregionali Fiwuk di arti marziali cinesi. Beh diciamola tutta, sapevo di essere tra i favoriti della categoria Over (sulla specifica della categoria, preferirei non approfondire troppo, over può voler dire tante cose), ma un successo così chiaro e definitivo non era facile prevederlo. Questo infatti è stato il mio score:
Tai ji Quan Yang forma 24 Over maschile : 1° assoluto
Tai ji Lancia forma 16 Over maschile : 1° assoluto
Tai ji Quan Yang forma 16 Gruppo: 1° assoluto
Come si evince anche dalle medaglie d'oro zecchino che spiccano sul petto orgoglioso (il nero smagrisce però!) un successo forse prevedibile, data le naturali capacità tecniche intrinseche, la flessibilità di giunco che madre natura ha, senza merito donato al mio corpo, la vicinanza spirituale che ho verso questo mondo da sempre e soprattutto la caratura della maestra Kinué Ohashi che ci addestra. So già che, tra il coro degli applausi e in mezzo alla standing ovation dei miei ammiratori, si annida il germe malevolo generato dall'invidia, cattiva consigliera, la domanda fintamente ingenua, che si capisce subito dove vuole andare a parare. Ma in quanti eravate? Di atleti? Molte decine. Intendevate dire nella mia categoria? quella degli Over appunto. Ma in tutto o per ogni singola gara? Perchè bisogna essere precisi, prima di trinciare giudizi. Sempre che si decida che i numeri sono poi così importanti, se è vero che poi, alla fine ci si ricorderà solo di chi è arrivato primo, tutto il resto è fuffa. Va beh, non facciamola lunga, ero l'unico partecipante in tutte e tre le gare e ho anche sbagliato l'esercizio, ma chissene frega, mi sono divertito lo stesso! E poi potrebbe anche darsi che, sapendo che avrei partecipato all'evento, non si sia presentato nessuno! Un saluto a tutti gli amici.

domenica 8 marzo 2009

Non si vive di solo pane

Che bellezza, se invece di vendere in giro per il mondo, via via, dal tonno, ai semi di soia o le piastre di acciaio, di mestiere avessi fatto il gastrocritico. Anzi del post di oggi, voglio proprio fare un esercizio à la mode di Raspelli. Diciamo che, avendo dei cari amici ospiti, ad Alessandria, non è che gli si può far vedere molto, quindi, lasciata la vostra macchina al parcheggio multipiano deserto di via Parma (è a pagamento, quindi come ovvio l'Alessandrino lo rifugge) percorrerete la lunga via cercando di non inciampare nelle insidiose transenne abbandonate qua e là, non perdendo l'occasione di visitare Palazzo Cuttica e le sue fastose sale, che vi colpiranno assai più di alcune tele esposte in questi giorni di Carrà, Morando, Botta, Bozzetti e altre glorie alessandrine. Non perderete l'occasione andando verso Piazza Libertà, dove non potendo offrire alla vista dei vostri ospiti le ritrovate fondamenta del Duomo spianate da Napoleone al suo passaggio e da non molto ricoperte di opportuno asfalto, in onore al detto, per guadagnare almeno venti posti auto, farete un cenno al mosaico fututista di Severini, assai bisognoso di restauro, come segnala l'amico Frisina sull'apposito gruppo neocreatosi su Feisbuc, prima di accedere alla mostra di Palazzo Monferrato. Qui un giovine di buona parlata, vi illustrerà a dovere alcuni Pelizza, Morbelli, Casorati e molti altri tra cui non vi lascerà indifferenti una splendida neve di Maggi. Non mancherete ancora a palazzo Guasco la sala dedicata a Delleani sempre delicato e gentile, per tornare finalmente a riposare il piede fumante da Josephine, un piacevole ristorantino in Piazza del Duomo, proprio dov'era lo studio del Morando di cui avrete apprezzato i quadri. Dall'ingressino salirete al primo piano, dove in una sala, tra poltrone e poltroncine e molti quadri del suddetto, gusterete un flute di prosecco, e finalmente riposate le estremità, potrete accomodarvi in una delle salette dove, in un ambiente molto curato, tra pochi tavoli opportunamente distanziati vi sarà servita una cucina tipica piemontese con sonorità alessandrine, senza gastrotrovate modaiole. Con fragranti grissini e pane caldo, avrete una classica scelta di antipasti come peperoni con bagna cauda, salumi del territorio, tortino di radicchio con fonduta o la classica cipolla ripiena al forno. Delicati gnocchetti al castelmagno con noci e paste fatte a mano con le verdure. Secondi di sobrio coniglio a far da contrasto ad una robusta trippa in umido tradizionale. Tra i dolci, fatevi tentare dalla torta al cioccolato fondente o alla leggera dolcezza allo yogourth ai frutti di bosco oppure dalla più classica pera cotta al vino speziato. Una discreta carta dei vini allieterà un conto equo e solidale (con il vostro portafoglio). La garbata cortesia di mamma e figlia in sala non vi faranno notare le solite trascurabili ingenuità (non so cosa voglia dire, ma Raspelli finisce sempre così). Come sono andato?
Però una cosa che non riuscirò mai a capire è come mai durante la settimana questi localini dove si sta veramente bene, sono sempre mezzi vuoti, mentre per entrare in qualunque pizzeria che ti rapina 20 euro, in un frastuono infernale, dopo averti tirato sulla tovaglia di carta un chapatti coperto di salsa di pomodoro e formaggio scadente, una media e un tartufo di fabbrica col caffè, devi fare a pugni o aspettare il secondo turno.

sabato 7 marzo 2009

Catch 22

Forse qualcuno si ricorda ancora il tragicomico libro degli anni '60, Comma 22 di Heller. Un paradosso classico le cui tracce si ritrovano addirittura nell'antica Grecia; dunque niente di nuovo sotto il sole, si dirà, tanto per cambiare. Ma ieri, mentre tornavo a casa dopo aver trascorso un'oretta negli uffici dell'ACI, mi giravano i cabbasisi, direbbe Montalbano. Nello scorso aprile, avevo avuto la ventura di essere stato derubato della macchina. Svoltasi con ogni regolarità la pratica, ritenevo che l'acquisto della nuova auto di più ridotta potenza ed emissione nociva, ottemperasse, sia i miei obblighi morali verso il protocollo di Kyoto, che quelli materiali verso il mio portafoglio, depauperato da un oculato e misero, sebbene corretto, rimborso assicurativo. Dormivo quindi il sonno del giusto, quando una lettera della regione che mi ingiuneva di pagare il bollo dell'auto violata, entro e non oltre, sotto pena di pesanti sanzioni, mi ha risvegliato alla dura realtà della vita. L'ACI e il vicino PRA mi sono sembrati luoghi adatti a investigare il problema e fiducioso, mi sono strappato a forza alla rilassante stesura del post mattutino e, individuato il giusto sportello, ho iniziato le opportune code. L'impiegato è stato gentilissimo, ha allargato le braccia dicendomi: - Veda, purtroppo, l'ufficio delle pratiche automobilistiche della Regione, ha un sistema informatico che non prevede di essere collegato con con il PRA (giustamente, ho subito pensato, chi poteva prevedere che fosse utile, per chi deve far pagare le tasse sulle auto, sapere di chi sono le auto) per cui, costoro non hanno tempo o voglia di fare questi controlli e le chiedono di pagare. Ma è sufficiente che lei mandi una lettera con questo certificato (a pagamento) che io le faccio e tutto è a posto.- Per tranquillizzarmi ulteriormente che non mi verrà pignorata la casa, essendosi messo in moto un inarrestabile rullo compressore fiscalburocratico, mi fa notare anche che avrei diritto al riborso di dieci mesi di bollo pagato, ma non usufrito a causa della perdita della proprietà stessa e mi manda all'apposito sportello. Curioso dell'evolversi della vicenda, espongo il caso alla altrettanto gentile signora dietro il vetro, che, esaminate le carte, allarga le braccia e mi chiarisce che il mio diritto non è esigibile in quanto, scadendo il mio bollo a febbraio, avrei avuto tempo 30 giorni cioè fino al 30 marzo 2008 a presentare richiesta di rimborso con la causale del furto della mia macchina nell'aprile del 2008. Me lo sono fatto ripetere due volte per essere certo di avere capito bene, poi ho tentato con parole mie di illustrare il paradosso di Epimenide, ma la signora, pur pensosa, nella volontà personale di trovare una soluzione, ha allargato le braccia alla primavera incombente. Fuori un delizioso zefiro gelava la punta delle orecchie.

venerdì 6 marzo 2009

Ancora un vecchio bar


Tramite il tamtam del Libro delle facce, chi ti trovo? L'ottantaquattrenne (spero non me ne voglia) Gino detto Baleta, l'unica istituzione alessandrina più importante di Umberto Eco. Mi spiace che chi non è della città, non abbia la possibilità di apprezzare completamente questo post, ma per tutti i ragazzi come me che all'inizio dei '60 varcarono le soglie del Bar/Tempio, scuola di vita e di alessandrinità, tutto questo non potrà che dare un sottile brivido di soddisfazione. Gino, ormai un'icona per chi ha avuto il privilegio di conoscerlo, è stato illustrato in tutte le sue sfaccettature e non voglio quindi aggiungere altro, con il mio solito stile sbrodolatorio, che tanto mi viene imputato, se non che (vi pareva...), per rimanere in tema con quanto da me trattato varie volte, sono poche le persone che, come lui, incarnano inconsapevolmente le vesti del vero maestro del Tao. Da dietro il bancone, autentico motore immobile (si fa per dire) di una bella fetta di vita cittadina (maschile naturalmente), sotto il suo occhio meditativo, accadeva ogni cosa, passava la vita che, con sguardo sereno, lasciava scorrere con il distacco del monaco, senza chiedere le cose, girando le sedie sui tavoli e scopandoti i piedi (la tipica scopa del monaco zen)senza dire -Fanciòt, i son trei bòt, a l'è ura d'andé cà- Grazie Gino, adesso che hai vinto il campionato italiano di tennis over 80 (non so se mi spiego) e stai dimostrando che i mezzi che si usano, non hanno un'età per essere usati, non sono nè buoni, nè cattivi, è solo l'uso che se ne fa che li rende tali. E' un ulteriore insegnamento che ci dai.
E spero che i miei venticinque lettori, (quelli che la conoscono almeno) si godano la vecchia foto dell'ingresso del bar, che ho trovato sul blog di un altro appassionato frequentatore del locale e subito carpita, eheheh, spero col suo permesso.
Un blog, questo di Dottordivago, intriso di quella forte alessandrinità che è difficile se non inutile, spiegare a parole e che vi invito a leggere e ad apprezzare, come ormai faccio io, staccandome a fatica (maledizione, con tutte le cose che ho da fare). Mica sempre bisogna essere d'accordo, certo, ma che piacere il dibattito delle idee! Lì, in Il panda deve morire, troverete un abile affabulatore che difficilmente vi lascierà insensibili, anche quando non sarete d'accordo con lui. E non fate come con me, lasciategli dei commenti, fate partire il dibattito, non è come nel '60 al Circolo del Cinema Galleria!

giovedì 5 marzo 2009

Tradizione e globalizzazione


Le tradizioni sono fondamen- tali per conservare l'identità di un popolo. In questo mondo globalizzato è facile cadere nelle trappole che cancellano lo spirito di una nazione, finendo per andare in pizzeria a Lhasa e al McDonald a Piazza Navona. L'India è un paese straordinario per chi vuole trovare popolazioni autentiche e la regione dell'Orissa, un vero paradiso per gli etnologi, dove vivono, completamente isolate dalle contaminazioni occidentali, decine di realtà tribali in un contesto assolutamente primitivo. I Donghoria Kondh popolano una dozzina di villaggi nascosti tra le foreste impenetrabili dei monti Niyamgiri. Ci arrivammo di mattino presto, mentre una nebbiolina azzurra copriva ancora gli alberi delle cime vicine. Il nostro Prakash ci spiegò che sono rimasti piuttosto aggressivi ed alquanto refrattari ai tentativi di omogeneizzazione tentati, prima dagli inglesi e poi dal governo indiano, nel tentativo di rimanere il più possible fedeli alle tradizioni ed ai loro riti ancestrali. Mi raccomandò quindi, dopo averci portato vicino al palo eretto al centro del villaggio, di essere il più possibile discreto cercando di non turbare la pace dei pochi abitanti che sonnecchiavano su stuoie sotto tetti di palma di grandi capanne comuni. Ci spiegò che il centro attorno a cui ruotava la loro visione del mondo è il rispetto dei ritmi della natura, che può essere forzata solo attraverso riti e preghiere. A tale scopo esisteva in ogni villaggio una famiglia di una casta particolare, detta Meriah, che veniva esentata da tutti i lavori e le incombenze, ma onorata in ogni occasione e nutrita con i migliori prodotti del villaggio. Questo anche per decenni. Poi, un bel giorno, la crisi. Troppe piogge o troppo poche, insomma la carestia, la natura che punisce gli uomini troppo disattenti. Allora gli anziani del villaggio si riunivano e decidevano che era venuto il momento di placare la natura. Così nella notte, tutto il villaggio tra canti e suoni di tamburi e di cembali, si recavano alla casa del Meriah per prenderlo e portarlo in gioiosa processione. Per la verità, lui che aveva capito che la cosa girava per un certo verso, cercava di scappare e quindi per evitare questo evento increscioso, gli si spezzavano con saggia previdenza, le gambe in più punti, con un mazzuolo. Dopo i canti previsti, lo conducevano al centro del villaggio dove, appunto, è sempre eretto il palo in questione e , dopo averlo ben legato, gli infliggevano le peggiori torture, staccandogli pezzi di carne che andavano seppelliti nei campi per fertilizzare la terra e placare la madre natura, da sempre amica del buon selvaggio che la conosce e la rispetta. L'essenziale era che il Meriah non morisse in fretta, ma con le sue lacrime, per più giorni bagnasse la terra secca e sterile. Gli inglesi non erano tanto d'accordo sul rito e cercarono di proibirlo fin dagli anni trenta. Sembra che i buoni Donghoria, vista anche la difficoltà di trovare dei Meriah disponibili, si siano poi accontentati di comprare al bisogno, dei bambini dai villaggi vicini. Anche le tradizioni cambiano, secondo Prakash adesso, si accontentano addirittura di usare una capra. Ad ogni modo il palo è sempre lì.

mercoledì 4 marzo 2009

Детский мир

C'è un altro luogo che ho particolarmente amato a Mosca. Nelle bigie sere invernali, dopo il lavoro, specialmente se stavo al Rossia, l'orribile (in)cubo di cemento di 7000 camere sotto San Basilio, quando avevo voglia di fare quattro passi prima di cena. Attraversavo la Piazza Rossa semideserta, passando davanti al mausoleo del Salmone, così i moscoviti chiamavano irriguardosamente la mummia di Lenin ormai privo delle lunghe code di un tempo, e scendevo verso la Tetral'naija. L'aria sapeva di cattiva benzina combusta e camminavo adagio per non scivolare sulla neve sotto la luce giallognola e fioca dei lampioni bassi. A destra scorreva Kitay gorad, la finta Chinatown moscovita fatta di negozietti senza cinesi, mentre a sinistra, al di là della piazza le luci del Bolshoj rischiaravano un po' la notte. Poi il grande corso saliva un po' e pian piano si arrivava all'altra piazza, quella che Zhenja non osava neanche nominare. Una piazza grande, quadrata, cupa e scura. Quando passavamo in macchina, lui teneva gli occhi bassi ed abbassava la voce quasi con un riflesso automatico. Mentre scendevamo nella discesa della Teatral'naija lanciava però uno sguardo di sottecchi verso la colonna centrale su cui si ergeva imponente la massiccia figura di Drezhinskij, l'inventore del KGB, la cui creatura campeggiava come un incubo in fondo alla piazza stessa, la Lubijanka. Questo edificio massiccio, probabilmente la prigione più tristemente nota del mondo, incuteva un tale terrore ai moscoviti, che nessuno passava mai da quel lato della piazza ed anche il marciapiede di fronte si attraversava malvolentieri, come a voler cancellare dalla mente, il sentore degli orrori che venivano compiuti in quel luogo. Tra l'uscita della Metro e l'angolo della piazza c'era sempre in attesa una lunga fila di donne imbaccuccate in pesanti scialloni per vincere il freddo, che vendevano merci varie. In piedi sul marciapiedi, si rivolgevano ai passanti frettolosi che uscivano dal sottopasso, mostrando chi due paia di calzettoni, chi un set di mutande, o pantofole o un vestitino per bimbi, merce poverissima riciclata o fatta in casa o rubata in fabbrica come d'uso, prima di arrivare ai negozi. Superata la fila di prefiche si arrivava sull'angolo dove la maligna arguzia dell'Apparatnyk aveva posto, per contrastare con una imprevedibile ironia, la più straordinaria e colorata Disneyland sovietica, i cinque piani dell'immenso palazzo del Dietzkij Mir, il Mondo dei Bimbi. Superate le doppie porte sbilenche si entrava nel grande salone del pianterreno, piombando in un paradiso di giocattoli di ogni tipo. Questo era strutturato un po' come i magazzini Lafayette, a cui tutte le costruzioni russe del periodo si ispiravano, con le balconate dei piani superiori che si affacciano sul grande spazio interno fino a culminate in una immensa cupola centrale. In mezzo una grande giostra viennese girava senza posa e tutto attorno un rutilare di colori e sfavillii e musica, impensabili e disarmanti nel contrasto spietato con il cupo grigiore esterno al palazzo. Tutto intorno un affastellarsi di banchi carichi di ogni sorta di giocattoli, colorati e di tutte le dimensioni che ad ogni piano cambiavano di tipologia ed aspetto. Un piano, soprattutto, era straordinariamente ricolmo di una infinita varietà di giocattoli di legno tradizionali, da smontare e ricostruire, dai colori smaglianti, verdi, gialli, e soprattutto rossi, krasnije che in russo vuol dire rosso ma anche bello. E bambole, in una varietà infinita e castelli di costruzioni, tutte in legno come quelle di quando ero piccolo. Camminavo qua e là ammirando gli occhi estatici delle frotte di bambini che sostavano di fronte a quelle meraviglie, le esaminavano, valutandone l'uso, si potrebbe dire la giocabilità, o i gruppetti di bambine che si scambiavano le bambole dai vestiti ricchi e preziosi, in un vociare sereno. Un contraltare impensato al silenzioso incubo della piazza antistante. Compravo qualche cosa, poi mi piaceva fermarmi un po' appoggiato alla balaustra del primo piano, da dove si aveva una magnifica visuale di quasi tutto il complesso. Mi sembrava di tornare a tanti anni prima, quando la mia mamma, mentre tornavamo da scuola, mi lasciava sempre qualche minuto davanti al negozio della Fata dei Bambini in via Dante. Un rito che si ripeteva tutti i giorni, io rimanevo incollato lì a sognare, affascinato dai fortini degli indiani e dai trenini, fino a quando non mi scuoteva dicendomi :- Dai, andiamo, ci torniamo domani.- E io mi muovevo a fatica, guardando indietro mentre il sogno piano piano si annebbiava. Adesso l'hanno chiuso quel negozio in via Dante, ci vendono elettronica, mi sembra e Gianni mi ha detto che anche il Dietzkij Mir non c'è più. Il palazzo è chiuso e l'interno è stato sventrato completamente. Una società turca si sta occupando del remont. Ci faranno un centro commerciale pieno di negozi di Armani e Prada. Quei bambini sono diventati grandi e hanno altri sogni.

martedì 3 marzo 2009

Dài fu

Questi caratteri semplici sono l'ennesima opportunità di entrare nella mentalità e nel comune sentire del popolo cinese, che, non dobbiamo dimenticare, ha una profonda radice contadina e popolare ed un grande rispetto verso la sapienza e la conoscenza in generale. Il primo , se pur pronunciato Dài in luogo del comunissimo Dà, significa "grande", anche in senso morale, ed è la stilizzazione di un uomo con le braccia aperte a voler mostrare proprio la dimensione immateriale del concetto, il tipico esempio di ideogramma che rappresenta una astrazione descrivibile solo col gesto. Il secondo, "Fu", significa semplicemente persona, uomo, un pittogramma abbastanza riconoscibile. Quindi , persona grande, importante, di grandi doti. Ebbene, il significato effettivo è diventato "medico, dottore". Come non si può comprendere nell'antica Cina, il senso di ammirazione e rispetto che il contadino ignorante doveva provare per questo saggio uomo, che per decenni studiava i segreti del corpo umano, gli oltre 300 punti dell'agopuntura su cui esercitare pressioni al fine di riequilibrare le energie del corpo, i segreti della respirazione, i benefici delle erbe o semplicemente della corretta alimentazione e perchè no, degli effetti della filosofia sulla tranquillità mentale e quindi fisica. Ammirazione e quindi posizione di prestigio nella società, derivante non dallo status economico, ma dal potere della sapienza, della cultura. L'uomo importante, il grande uomo, ha cura della salute della sua comunià, fisica e morale, previene più che curare, è attento ai bisogni di tutti ed ha giusto diritto al rispetto ed all'ammirazione. Per inciso, il medico non veniva pagato dai malati che curava, ma solo dalle persone sane. Metodologia assicurativa ante litteram o punizione per chi non faceva bene il suo lavoro di prevenzione? Mi sa che i Cinesi avevano già proprio inventato tutto, anche la mutua.

lunedì 2 marzo 2009

Il tao e la crisi

Nel momento in cui mi introdussi per la prima volta nel difficile mondo del lavoro, ebbi la fortuna di incontrare un maestro (a proposito del mio post dell'altro giorno), sotto la cui ala protettiva fui messo, al fine di imparare i primi rudimenti di vita lavorativa. Quelle cose che non si imparano a scuola, bla, bla, bla. Era costui un anziano alpino, che era tornato dalla Russia a piedi, lasciandovi per la strada mezza gamba (mai avrei pensato che vent'anni dopo avrei preso la stessa direzione, un po' più comodamente, lasciandoci anche un pezzettino di cuore) a cui l'età e la durezza della vita avevano conferito la saggezza del Lao. Non parlava molto e cercò con affetto e con l'esempio di insegnarmi le sottigliezze dell'ambiente in cui ero precipitato. Il Tao era profondamente radicato in lui, anche se coscientemente non lo sapeva. La prima lezione che mi impartì, fu sul fatto che fosse meglio utilizzare le mezze maniche (si usavano veramente!) per evitare che la carta carbone sporcasse la giacca (obbligatoria). Non gli diedi retta e subito lordai di blu una bellissima giacca nickerboker che la mia mamma mi aveva preparato orgogliosamente per il primo giorno di lavoro. Non disse nulla, ma mi guardò da sopra gli occhiali, come solo i grandi maestri taoisti sanno fare, senza dire -Glielo avevo detto - (ci si dava scrupolosamente del lei) ma con quel mezzo sorriso, proprio di chi è illuminato dalla serenità del saggio. Così quando, dopo pochi giorni, mi vide un po' frastornato dalla massa delle grane che ogni mattina ci si trovava sulle scrivanie, il Ragioniere mi diede la prima grande lezione filosofica. Mi spiegò che il metodo più efficace, consiste nell'esaminare al più presto e con cura, tutti i problemi a vol d'uccello. La maggior parte sono dei non problemi e si risolvono con facilità e lo si deve fare immediatamente. Rimangono poi un certo numero di grane, che sebbene ci si sforzi di pensare ad una soluzione, rimangono refrattarie ad ogni trattamento. Si raccolgano dunque queste rogne in una cartellina denominata " Da definire" e la si riponga sotto il mucchio di documenti. (Allora si usava la carta, ma adesso il discorso vale allo stesso modo per il PC, documenti e cartelle da rinominare!). Dopo una settimana la si riprenda, e si noterà che molti di quei problemi irresolubili si sono risolti da soli. Si ripongano le rimanenti nella stessa cartella per riprenderla in mano la settimana dopo, proseguendo così ad infinitum. Cosa c'è di più Tao di questo modus non agendi! La signora Iris, l'anziana (così mi pareva allora) segretaria, che faceva da chioccia ai neoassunti, non era affatto d'accordo, ma non c'era nessuno meno taoista di lei. Purtroppo, non sono mai riuscito a mantenere questo tipo di approccio, essendo stato sempre troppo "occidentale" e quando se andò, il Ragioniere, mantenne verso di me il sorriso della consapevolezza. Oggi che infuria il problema dei problemi, che il mondo è percorso da brividi di paura, che ogni giorno si titola con nuove e sempre peggiori notizie, che ogni grande resposabile del mondo fa partire una nuova ricetta per risolvere la crisi economica e chi non ha il potere di farlo, suggerisce la sua, frustrato ed impotente, mi chiedo se la soluzione delle cartelline potrebbe essere praticata. Come suggerisce anche Ceronetti, nella sua follia di pessimista storico, potrebbe il Wu Wei (il non agire del Taotismo) avere un effetto risolutivo o anche soltanto positivo se portato a sistema di gioverno? E' una sfida cerebrale, ma una cosa è certa, sicuramente sarebbe più efficace che agire in modo sbagliato, dannoso, con conseguenze magari ancora peggiori e imprevedibili. Si potrebbe tentare una via di mezzo, dichiarare di fare un sacco di cose e azioni per convincere della propria efficienza l'opinione pubblica votante, aumentando il consenso, utile comunque a dare fiducia, e contemporaneamente nei fatti utilizzare il Wu Wei in attesa che passi la nottata. Ma non è che abbiamo un governo Tao?

domenica 1 marzo 2009

Sindrome di Stendhal

Il corpo umano è una macchina mirabile, ma è sufficiente che poche variazioni, piccoli segnali di malfunzionamento, per lo più dovuti all'ambiente circostante, fisico o anche e soprattutto psicologico, si mettano in moto, che subito ci assale la peoccupazione, i timori più foschi per la salute in pericolo. L'ipocondria è una delle situazioni più comuni, unita al languido spleen di chi ha generalmente poche preoccupazioni e quindi deve farsene sorgere qualcuna, per non rimanere troppo senza problemi. Però questo tenero crogiolarsi nei propri piccoli segnali di malessere, di per sè non troppo dannoso, genera nei vicini e sodali, un generico senso di fastidiosità, di doverosa sopportazione che, come danno collaterale, provoca la sottovalutazione di situazioni più coerenti. Eravamo come sempre in giro per l'Italia con una delegazija di Sovietici per esibire macchinari in funzione in varie aziende italiane e nella inevitabile appendice turistica di contorno, sostavamo a Firenze. Al nostro seguito, anche il nostro amico Cinese che approfittava del tour per completare la sua conoscenza tecnologica. Era ormai noto, tra di noi, per avere mille piccole magagne fisiche, tutte di piccola entità, ma che lo presentavano agli amici come una vera e propria farmacia ambulante, che mescolava compresse di prescrizione occidentale ad altri, più misteriosi medicamenti che si portava al seguito dal lontano oriente, dai componenti iperbolici e di certo costituiti da innominabili parti di animali rarissimi. Anche se un po' sbertucciato dagli astanti, però proseguiva con metodo le sue terapie nella ricerca assoluta dell'equilibrio tra lo yin e lo yang della sua fisicità. Già da un paio di giorni però, era piuttosto taciturno e alla sera rifiutò di toccare cibo, quasi come un corpo estraneo tra i nostri russi che libavano pesantemente in un tripudio di fiorentine al sangue. Al mattino a colazione arrivò in ritardo e piegato in due, accusando forti dolori. Dovevamo partire in fretta per approfittare della strada, facendo dare un colpo d'occhio alle bellezze di Pisa, prima di rientrare. Per tutta l'autostrada rimase raggomitolato in fondo al pulmino senza lamentarsi e arrivati a Pisa non si volle muovere da quella incomoda posizione, mentre il gruppetto sciamava verso i monumenti. Piazza dei Miracoli era un pavé di smeraldo con quattro opali traslucidi incastonati che brillavano al primo sole di primavera. Il Battistero e la Torre, motori immobili di un'emozione che colse i nostri trasportati allo stomaco, mi abbagliarono ancora una volta, poi tornai al pulmino per dare un'occhiata all'amico. Sembrava stare male e rispondeva a grugniti. Decidemmo di passare un attimo dal pronto soccorso per fargli dare un'occhiata. Scese a fatica, coi lineamenti contratti che lo facevano sembrare appunto, giallo come un limone. Scomparve nella struttura, lanciandomi un'occhiata riconoscente dalla lettiga. Dopo un po' , affrontai il medico che uscì per darci notizie, dicendogli: - Ci scusi dottore, ma l'abbiamo portato per scrupolo, perchè si lamentava, ma non dovrebbe avere niente.- Il devoto ad Esculapio mi squadrò e mi rispose:-Guardi che glielo dico io, se non ha niente; intanto è quasi in peritonite.- Lo operarono d'urgenza e se la cavò anche quella volta.

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