Visualizzazione post con etichetta Tripoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tripoli. Mostra tutti i post

lunedì 1 maggio 2023

Lebanon 37 - Tripoli tra antico e moderno

Il suq - Tripoli - marzo 2023
 

Nel suq

Ripresi nel gorgo del suq il tempo passa in un attimo, speso a godere della vita che sfila attorno a te, da un lato i trionfi della frutta che racconta della primavera ormai arrivata, fragole rosse e datteri succosi, spremitori d'agrumi e venditori di caffè e le vetrine di oggetti per la casa, tazzine barocche ornate di perline, pentole, padelle, grandi vassoi stagnati, che sarebbero ideali per le nostre farinate, con gli artigiani che martellano il rame per spianarle. E poi narghilè, vetri colorati con le piccole fabbrichette dove gli stessi sono soffiati e ancora caramelle, candidi, giulebbe, dolcini alla turca, croccanti e torroni, canditi e frutta secca, semi di zucca, pistacchi e mandorle a rivoli, a cascate, a mucchi per mostrare ricchezza di prodotto in esposizione, quella che è da sempre la principale preoccupazione dei mercati orientali. E poi la gente che ti circonda, donne dalle vesti d'ogni colore, ragazzi che chiedono di essere fotografati o semplicemente attenzione, insomma una città viva e pulsante. Così eccoci all'Hammam Ezzedine, ai margini del suq, forse il meglio conservato della città pur essendo il più antico, costruito appunto dall'Emiro Izzedine alla fine del 1200 non appena la città fu definitivamente strappata ai crociati. La pulizia è vicina alla divinità, recitava l'emiro nelle sue massime e qui dobbiamo spendere due parole su questa abitudine così diffusasi in Oriente e nel mondo arabo fin dall'VIII secolo e che è stata completamente traslata dal mondo romano attraverso l'epoca bizantina, mentre in Europa veniva del tutto abbandonata per oltre 1500 anni. 

Padelle

Infatti il progetto base delle Terme, è riportato nella funzionalità e nella stessa pianta costruttiva in tutti gli hammam successivi, comprendendo i tre ambienti: quello freddo, il frigidarium romano, con una grande sala attorno ad una fontana centrale, detto in arabo al-burrani, quello tiepido (il tepidarium) detto al-wustani, con l'acqua calda e molti piccoli ambienti e salette private per il bagno e quello molto caldo (il calidarium) detto al-hammi, dove si faceva il vero e proprio bagno di vapore, che ancora oggi chiamiamo bagno turco. L'interesse di questo hammam è dato soprattutto dal fatto di essere perfettamente conservato, con le pareti decorate a tinte pastello che risalgono ad almeno un secolo fa e che mostra ognuno degli ambienti come se fossero ancora in attività. La particolarità che lo contraddistingue dai tanti altri che potrete vedere in Libano è data dalle molte parti di materiali preesistenti di epoca crociata e precedenti che tanto per cambiare, sono stati riutilizzati nella costruzione, come fontane, frammenti di marmo, sculture e bacini. Addirittura il portale di ingresso al bagno è costituito da una architrave traslata tal quale, dalla chiesa crociata di San Giacomo che reca scolpita e ben visibile all'esterno l'iscrizione latina SCS Jacobus ed all'interno porta i simboli cristiani dell'agnello pasquale con due rosette a lato, sotto le quali spicca ben visibile in alto la scritta Ecce agnus dei, nel tempo più volte ricoperta di pittura bianca o rossa, ma che riaffiora continuamente essendo scolpita in profondità.  

Cupole
al-burrani

Un'altra particolarità di questo monumento è che si può accedere al tetto dove sono ben visibili le parti esterne delle grandi cupole che sovrastano le diverse sale. Qui puoi apprezzare lo stile costruttivo, questa volta squisitamente arabo che le perforava con tanti minuscoli fori per ottenerne l'illuminazione interna. Questo buchi venivano quindi chiusi da spessi vetri bombati verdi o blu che oltre a colorare la luce all'interno in maniera suggestiva, impedivano, a causa del loro spessore deformante di vedere all'interno. Ci racconta il vecchio custode che da ragazzino, visto che allora il bagno era ancora completamente attivo, era solito con i suoi amici andare sul tetto e cercare il punto dove qualcuno di questi vetri era rotto per sbirciare all'interno, al pomeriggio, quando l'accesso era riservato alle donne, un po' come quelli che da noi cercavano i buchi nelle cabine di legno al mare. Le cupole sono le une vicine alle altre come ricci spinosi e occupano completamente il tetto a cui si accede da una scaletta laterale. Il bordo è completamente recintato da fasci di filo spinato che lo separa da abitazioni forse abusive, costruite sui tetti vicini. Due bambine mi vedono e accorrono per salutarmi, ma la loro vista al di là di quella barriera invalicabile così evocativa dei campi profughi che ancora costellano il paese, mi mette addosso una grande tristezza; spesso basta un simbolo che i saluti ed i sorrisi delle bambine non riescono a spezzare. 

Sul tetto

La più grande si aggiusta il velo mentre piega il viso da un lato, la più piccola scuote i capelli sciolti e ride rumorosamente alla vista di un vecchio grasso e malfermo che si tiene al mancorrente della scaletta di ferro. Scendo velocemente, a fianco il piccolo mausoleo dove l'emiro, morto nel 1298, ha voluto essere sepolto, a ricordo orgoglioso dell'opera che ha voluto lasciare la città. Bisogna davvero dire che se guardi qualunque luogo con occhi attenti e cerchi di andare anche solo un poco oltre l'effetto visivo, cercando di individuare motivazioni, storie, causalità del perché certe cose sono proprio così, il luogo stesso ti appare molto più comprensibile e diventa anche un poco più tuo. Ma, a questo proposito, prima di lasciare questa interessante città, c'è almeno ancora un altro luogo nel quale bisogna andare a mettere il naso, sia per la sua particolarità, che perché anche questo racconta molto meglio di qualunque libro, la storia recente di questo paese. Si tratta della Rakid Karami International Fair, uno straordinario progetto della fine degli anni '60 che era stato affidato al famoso architetto Niemeyer, in previsione della grande esposizione universale, la prima prevista nel Medio Oriente, che avrebbe dovuto avere luogo nel 1975. 

Il padiglione libanese e l'arco

Lo scoppio della guerra civile bloccò l'opera, ora diventata parco cittadino e che con buona ragione è un ulteriore tassello emblematico del racconto della storia recente di questo paese. Barriere con militari di guardia fanno da contorno a questa area verde incongrua per una città nella quale la densità di case e abitazioni formano agglomerati di confusa edificazione selvaggia. L'area della Fiera invece, è un ovale di 70 ettari che si estende dal centro della città per arrivare fino al porto sul mare ed è costellato dalle costruzioni in stato di abbandono che il visionario architetto brasiliano Niemeyer progettò e che riconosci immediatamente dai tratti distintivi del creatore di Brasilia o anche soltanto dagli archi del Palazzo Mondadori. Lo spazio che doveva ospitare la fiera doveva rappresentare l'unione tra le culture del mondo che spaziavano dall'America latina, attraverso l'Europa fino all'Oriente e culminavano nell'immenso arco che svetta contro il blu del cielo, disposto a quinta di un grande teatro all'aperto. Al suo fianco, l'immensa costruzione che vista dall'alto simula la forma di un boomerang, lunga 700 metri e larga 70, doveva ospitare i vari padiglioni degli stati partecipanti. All'ingresso un grande portico immette nel cosiddetto padiglione libanese nel quale subito riconosci la serie di archi ad ogiva, firma inconfondibile del grande architetto. 

Piramide e cupola

Poi, una colossale struttura a cupola dove doveva essere posizionato il teatro ed infine varie costruzioni non finite o appena sbozzate come la piramide a forma di origami che doveva ospitare uno spazio giochi per i bambini o il fungo dell'eliporto e la torre dell'acqua sulla cui cima avrebbe dovuto essere posizionato un ristorante panoramico. Queste ed altre costruzioni giacciono  lì come pezzi abbandonati sul prato verdissimo, l'unica parte che rimane curata dell'intera area, con un grande giardino "brasiliano", da cui puoi ammirare le linee nette e grigie del cemento a vista che segnano il panorama. Un senso di abbandono ti prende in questo luogo solitario dove cammini a lungo senza incontrare nessuno e che, a buona ragione, è stato inserito proprio quest'anno nella lista dei patrimoni Unesco in pericolo, a causa proprio dell'abbandono in cui versa da decenni. All'interno della cupola teatro ti sembra di essere in un colossale bunker, al riparo in attesa delle bombe in arrivo e lo sbattere le mani al centro, per sentire gli echi di questa inutile e straordinaria acustica, non fa che aumentare lo scoramento. Devi camminare a lungo, la strada è tanta, per ritornare all'uscita e ripassare dalle barriere segnate da strade deserte nelle quali le erbacce che cercano di riappropriarsi del territorio, segnano il male delle guerre passate e presenti. 


L'ingresso dell'Hammam

SURVIVAL KIT

Tazzine

Hammam Ezzedine - Lo trovate appena sotto la cittadella proprio vicino al suq sei sarti. E' il meglio conservato tra gli hammam antichi avendo più di 700 anni. Rappresenta un vero e proprio museo con pannelli esplicativi e possibilità di vista completa anche sul tetto. Almeno una mezz'oretta di visita-

Rakid Karami International Fair . Patrimonio dell'Unesco, rappresenta un sito di grande interesse sia per vedere l'opera di un grande architetto internazionale che si è espresso in un gran numero di costruzioni, sia per il senso di abbandono che porta a valutare tutti i fatti della storia recente del paese. Oggi è un grande parco solitario sorvegliato da militari nel quale meditare sul passato.


Propaganda e fili


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Leb 20 - Baalbek
Datteri e fragole
Leb 11 - I Cedri

domenica 30 aprile 2023

Lebanon 36 - La cittadella


La Cittadella - Tripoli - marzo 2023 - foto T,Sofi

L'ingresso della cittadella

Dal suq sono solamente pochi passi anche se fatti principalmente di scale scalette e salitelle contorte che risalgono la collina per arrivare al Castello che domina dall'alto tutta la città. Il suo nome, Cittadella di Raymond de Saint Gilles, dal nome del Conte di Tolosa che la costruì durante la prima Crociata per irrobustire la catena di forti che vedeva in Krak des Chevaliers, il suo punto chiave, teoricamente a protezione della via dei pellegrinaggi, in realtà per segnare il territorio conquistato, tanto da essere conosciuto anche come Raymond I di Tripoli. Così il forte fu eretto, tanto per cambiare, su rovine di templi romani preesistenti, su quello che si chiamava anche Monte del Pellegrino, a segnalare che si trattava di una delle tappe fondamentali del viaggio dall'Europa alla ricerca delle radici della Cristianità. In realtà il castello crociato era minuscolo e in quello che si vede oggi, riconosci a fatica le parti originali, in quanto la fortezza fu completamente ampliata dai Mamelucchi nel 1300 ed infine, e fino al raggiungimento dell'aspetto attuale, all'inizio del 1800, col nome di Qala'at Tarabulus, l'attuale nome arabo della città. L'ingesso alla fortezza è decisamente inquietante, occupata com'è in forze dall'esercito libanese che mantiene qui un presidio fisso, che comprende anche diversi mezzi corazzati che ne difendono la base e l'ingresso, dove sostano minacciose sei blindati ricoperti da teli mimetici. 

La grande moschea

Una presenza significativa insomma, che dovrebbe fungere da deterrenza ad eventuali rigurgiti di disordini, che questa città ha già ben conosciuto in tempi recenti e che è solita mostrare con fiammate improvvise. Tuttavia i visitatori, pochissimi in realtà e tutti locali, passano senza difficoltà, anzi accompagnati da sorrisi di incoraggiamento, purché non si facciano foto, ça va sens dire. La fortezza alla quale si accede da un bel portale di pietre bianche e nere in strisce orizzontali, come era costume del tempo e che abbiamo ritrovato in tutte le costruzione dell'epoca, religiose e non, è cupa e severa, buia nei suoi anditi ristretti e nascosti, da lunghi corridoi difensivi a cui si accede da portali con archi a ogiva. Le mura spesse nascondono passaggi nascosti e scale minuscole portano alle terrazze difensive che guardano la città dove erano disposti i cannoni. Le tracce della antica chiesa crociata a base ottagonale, le indovini appena, soffocate come sono dalle alte mura difensive erette tutte attorno. Di tanto in tanto emergono anche tracce lasciate dai romani, grandi pietre angolari affogare nei muraglioni che ancora mostrano gli altorilievi smozzicati dal tempo e dalle erosioni atmosferiche, evidentemente appartenenti ad antichi sarcofagi abbandonati di una necropoli che doveva essere importante come dimensioni. 

Il suq dei sarti

Grandi terrazze e lunghi camminamenti occupano tutta la parte sommitale, consentendoti di dominare con lo sguardo tutto la zona circostante. La città si stende ai nostri piedi e tutto l'immenso quartiere della città vecchia mostra con evidenza i punti focali ben riconoscibili. Ecco le cupole verdi della grande moschea col tozzo minareto quadrato, sormontato dalla minuscola torretta ottagonale dalla quale il muezzin cinque volte al giorno lancia la sua preghiera e che se non fosse per la mezzaluna sommitale potresti facilmente confondere per una delle torri o dei campanili della nostra toscana con la serie di monofore, bifore e trifore a salire, scandite da eleganti colonnine, che lo ornano. Ecco, poco più in là, il Caravanseraj Savoun, un po' malandato con le cupole della copertura già segnati dall'erba invasiva che esce dalle crepe e da ogni fessura. E più in là ancora quanti minareti, questa volta più alti e affusolati, alternati a qualche campanile isolato, almeno una decina, e tutti di confessioni differenti, tanto per cambiare, e ancora cupole di maiolica vicino alle quali scorgi le sagome di case semidistrutte con le travi del tetto che puntano al cielo, le finestre vuote e senza vetri, le mura annerite da un incendio recente. 

Fabbrica del sapone
La fabbrica

La città vecchia ti appare come un accatastamento confuso seppure perfetto, di mattoncini di un Lego perverso che non ha lasciato spazi inoccupati, fatti di case cubiche con le terrazze che ne incorniciano le sommità, percorse da file di panni stesi e piccole antenne paraboliche già rugginose, testimoni del tempo, qualcuna ormai storta, forse bersaglio di recenti cecchini, non certo delle balestre crociate, seppure a tiro di freccia dalle mura più alte. Al di là, nel lontano orizzonte, il mare è di un azzurro indaco, anche se la massa confusa delle case nasconde il porto, lasciando vedere solo le navi alla fonda al largo, per lo più vecchie carrette del mare anch'esse apparentemente vecchie e rugginose. Alle nostre spalle sulla collina che sale ancora al di là del fiume che divide in due la città, la città nuova, con le sue case più alte, ma ugualmente malandate e sbrecciate, costruite farraginosamente a cascata le une sulle altre, in un horror vacui che farebbe invidia ad uno dei sarcofagi che giace sotto di noi ancora qui dopo quasi duemila anni. 

Riscendiamo verso la città vecchia percorrendo la strada in discesa lungo il fiumiciattolo apparentemente innocuo, delimitato da uno spazio pubblico verde, un parco con giochi di bimbi e aiuole fiorite e che, contrariamente a quanto mostra, è stato protagonista in tempi recenti di una rovinosa alluvione che ha devastato tutto il suq adiacente e nel quale ci ributtiamo per mescolarci e confonderci nel colore che lo pervade completamente, oltrepassando piccoli locali che servono caffè e bibite, con le seggiole spaiate fuori e gli anziani che fumano davanti alle scacchiere di backgammon, il gioco più diffuso da queste parti, almeno così sembra. Siamo nel cosiddetto suq dei sarti e dei tessuti, contrassegnato da una serie di alti archi in muratura che ne coprono i vicoli e circondano un cortile di almeno sessanta metri di lato. E' il Khan el-Khayyatin, dove i negozietti di alternano mostrando schiere di manichini che mostrano bellissimi vestiti, adatti naturalmente a tutte le confessioni religiose, esibendone quindi i dettami e le alternative possibili e consentite. Eccone uno che espone keffiah a pié de poule rosse tipicamente giordane ed altre in bianche nere palestinesi; qui ecco veli femminili che ricoprono in misura varia il viso, neri, colorati ricoperti di perline che mostrano solo gli occhi, accanto a jeans e leggins che fasciano il corpo strizzando le chiappe per mostrarle al meglio.

Più avanti lunghe tuniche monocolori che coprono fino ai piedi e appena di fianco una fila di manichini dalla prorompente femminilità fasciati di abiti multicolori con ampi spacchi su schiena e fianchi che cercano di mostrare tutto il possibile e anche di più, bikini paiettati inclusi. Insomma tutto e il contrario di tutto, una specie di testimonianza di questo paese che ogni cosa vorrebbe includere ed assorbire in linea con quella che è stata la sua storia millenaria, di popoli, di culture, di sensibilità differenti. Appena aventi ecco un altro caravanserraglio, più piccolo e molto malconcio. All'interno regna una gran confusione di magazzini pieni di rottami, merce apparentemente abbandonata e piccole attività artigianali. Al primo piano, al quale si accede attraverso scalette nere di muffa, una specie di piccola fabbrichetta di sapone, tenuta in vita da due anziani, marito e moglie che con vecchissimi attrezzi continuano questa attività tramandata loro dai genitori o chissà dai nonni. Lei, malferma ti mostra vecchi miscelatori rosi dalla ruggine, forme e taglierine corrose dal tempo, bilance dai piatti malfermi. Lui apparentemente molto più vecchio di quello che sarà nella realtà, capelli e baffi grigi, seduto su un deschetto, rifinisce a mano, con una lama ricurva, pezzi di sapone a cubetti multicolori che ammucchia poi in pile che si innalzano in equilibrio instabile. Home made soap factory, recita pomposamente il cartello appeso sulla pietra scrostata, anch'esso tuttavia corroso dal tempo.

Rifinitura delle saponette



Resti della cappella crociata
Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

In città







Un negozio del suq



Leb 11 - I Cedri

sabato 29 aprile 2023

Lebanon 35 - Il suq di Tripoli

Tripoli - Città vecchia - marzo 2023 - foto T. Sofi

 

La cittadella

Certamente la visuale dall'alto dei tetti, ti fa abbracciare completamente la città. Da qui ne misuri la storia. Tutto attorno i quartieri più popolari della città vecchia, con i suoi tetti che sembrano uniti gli uni agli altri, senza spazio visibile tra le case per mostrare i vicoli sottostanti dove si snoda l'immenso suq nel quale la città vive e commercia. Nei quartieri sottostanti noti subito la selva di minareti e campanili, così vicini ed abbracciati fa rendere incredibile le situazioni di contrasto dell'ultimo secolo. Di fronte, la sagoma imponente delle mura della cittadella che la domina, alle sue spalle la catena del monte Libano con le sue cime più alte ancora chiazzate di neve. Alle spalle la striscia azzurra del mare che ne rappresenta la libertà, lo spazio aperto verso quel Mediterraneo, che da sempre rimane il suo sbocco naturale. Da qui, da quel leggero brusio che sale dalle strade sottostanti, sette piani più in basso senti pulsare la vita di questa città che non si vuole arrendere, ma vive e resiste come è sempre accaduto da millenni. Scendiamo e ne percorriamo ancora le vie piene di gente che cammina, che compra, che staziona col suo banco o nel suo negozio in attesa di clienti. La maggior parte delle donne, porta un semplice hijab nero che ne incornicia il volto. In questi volti leggi facilmente le mille religioni che colorano questo paese. I semplici foulard neri delle sunnite, le più frequenti, che si alternano ai rari niqab delle sciite, dai quali traspaiono solamente gli occhi, una fessura dalla quale escono lampi di curiosità che ti scruta nei precordi e poi le lunghe coperture bianche che incorniciano il volto e scendono fino in fondo alla schiena, magari coprendo appena la stretta fasciatura dei jeans alla moda, delle druse. 

Rapanelli

Capelli al vento di ogni colore invece per le maronite, insomma un caleidoscopio di varia natura che si alterna in continuazione. Le facciate delle case antiche, che mostrano grandi bovindi in legno di tradizione ottomana, sono completamente scrostate, segno evidente che nessuno ha da decenni la voglia o la forza di restaurarle, mentre i fili della luce formano un intrico così spesso, passando da una parte all'altra della strada, da oscurarne quasi il cielo. Attraversiamo una zona nella quale frutta  e verdura la fanno da padrone. Carretti tirati a mano, sono gravati di montagne di rapanelli rossi di enormi dimensioni e poi da insalate, sedani, verdure di ogni tipo. La mia attenzione però è attirata soprattutto dai venditori di datteri freschi, che i carrettini espongono generalmente in due grandi contenitori, i bruni da un lato, i rossi dall'altro. Sono così grandi che sembrano susine, dalla pelle lucida e tesa, gonfi quasi da scoppiare. Immagini la loro polpa densa e dolcissima, quasi una pasta con la quale farcire torte delicate. Che frutto splendido, che dono del cielo! Gli uomini del deserto, non potevano che considerarlo tale, vivendo in un ambiente così ostile alla vita e trovando questo regalo della natura così disponibile al termine di una traversata tra le dune o tra i sentieri di pietra del sud. Un otre di acqua fresca ed una manciata di datteri, questo è il meraviglioso significato dell'oasi, con le sue promesse di riposo e di ripresa delle forze, per gli uomini della carovana. 

Il caravanserraglio

Nella città invece il suo equivalente è il caravanserraglio, il fortilizio sicuro nel quale arrivare la sera per trascorrervi la notte al sicuro dai predoni. Dove dormire tranquillo, scaricare le tue merci in un magazzino e stallare le tue bestie sotto gli archi delle grandi stalle al pianterreno, mangiare qualche cosa, scambiare le tue esperienze con gli altri mercanti in viaggio, che a quel tempo di altri viaggiatori non v'era traccia. Forse qualche pellegrino che percorreva sentieri noti verso i luoghi santi, qualsiasi religione degna di questo nome ha i suoi  luoghi santi, da avvicinare, magari da gabbare vendendogli qualche reliquia sacra, chiodi originali o legno della santa croce, spine della corona o frammenti di ossa di ogni tipo, per andare a riempire gli edifici religiosi di tutte le parti del mondo, forse così si facevano più affari che trafficando in gemme o incenso, chissà. Ce ne sono ancora molti in città di questi caravanserragli. Girando per le vie degli orefici del suq, che grondano di ori e gioielli dalle vetrine, neppure troppo protette che sfilano le une accanto alle altre, arrivi ad uno dei più grandi, il cui ingresso è seminascosto sotto le volte di una serie di vicoli. E' piuttosto ben conservato, con la sua grande piazza centrale quasi interamente occupata da una vasca di pietra, l'abbeveratoio per gli animali e i due ordini di archi che erano occupate al primo piano dalle stanze per i carovanieri e dalle stalle e dai magazzini al piano terreno, che oggi ospitano varie attività commerciali. 

Il caffettiere impedito

Tra le altre un bel locale tradizionale dove assaporare un ottimo caffè alla turca che arriva nel bricco bollente di rame da versarsi nelle tazze, attenti a non far scendere troppo residuo di polvere dal fondo e poi lasciarlo riposare affinché il deposito si sedimenti, prima di sorbirlo lentamente, fermandoti prima della fine. Il caffè alla turca è una filosofia, da assaporare con calma e per poterne godere il gusto e l'aroma forte e pieno, devi esercitare prima la pazienza, aspettare, prima di accedere al piacere, per poterlo alla fine godere più intensamente e poi non indulgere all'ingordigia, saper rinunciare a possederlo completamente, pena l'ingollare la polverina accumulata sul fondo, il sedimento amaro che ti impasterebbe irrimediabilmente la bocca e ti rovinerebbe tutta l'esperienza. Anche il versarselo nella tazza fa parte del momento magico, pieghi il bricco tenendolo per il manco ed il liquido nero e denso scende nella tazza di porcellana bianca mentre l'aroma sale. Che meraviglia! Peccato che la tua inettitudine colposa te lo abbia anche fatto rovesciare in parte fuori, sgocciolandoti tutto di liquido rovente come lava fusa, ma ci sta, non abbiamo l'esperienza dei caffettieri del sultano che lo mescevano con lunghi zampilli da caraffe maestose dai lunghi becchi arcuati. Siamo solo poveri turisti sprovveduti in cerca di sensazioni pittoresche, che ci volete fare e quindi dobbiamo pagare pegno. 

Antica casa ottomana a bovindi
Grande moschea e madrasssa

Contentiamoci dunque di questa pausa premiata e proseguiamo poi tra vicoli e vicoletti fino alla grande moschea, contraddistinta dal suo tozzo minareto quadrato e la Madrassa al- Nouriyah, con i suoi spettacolari muri esterni a strisce orizzontali bianche e nere, che la definiscono immediatamente, in un seguito di piccole nicchie ornate di arabeschi a formare una bellissima alternanza di vuoti e di pieni, uno stile costruttivo e ornamentale di cui vi ho già parlato in precedenza. Al suo fianco, una piccola chicca, generalmente chiusa, Un antico hammam abbandonato che la cura di un volontario tiene in vita. All'interno la muffa ed i muri scrostati, mostrano ancora tracce del colore che sta cadendo a pezzi. Lo intravedi ancora nitidamente sulle pareti di fondo e sulle grandi cupole che ricoprono le sale, tenui tracce di colori pastello che dovevano rallegrare coloro che qui passavano piacevoli ore. Le camere dove si alternava il crescere della temperatura sormontate da grandi cupole mostrano ancora i cento occhi di vetro spesso che ne forniva l'illuminazione, le vasche centrali in marmo, le camere per le abluzioni, i gradoni dove sedersi a conversare, a fare affari, il mattino gli uomini, a chiacchierare e a far pettegolezzi al pomeriggio quando lo spazio era dedicato al pubblico femminile. 

L'hammam

Uno spazio pubblico che sostituiva forse quelli che da noi sono i bar e i locali di varia natura dove oggi amiamo passare il tempo, per lo meno noi occidentali. Questa dei bagni pubblici, delle terme, è davvero parte assoluta di una cultura che arriva dai Romani, che ne fecero una prerogativa insostituibile della giornata ed è passata poi tal quale, nella forma stessa dei luoghi, e con le sue tecnologie idrauliche ed ingegneristiche  all'Oriente, che ne ha fatto luogo fondamentale, deputato alle delizie sibaritiche, cantate poi dai pittori dell'occidente, come parte dei racconti delle Mille e una notte. D'altra parte direte voi, non c'era mica la televisione allora e qualche cosa bisognava pur fare. Però, passare qualche ora ogni giorno tra acque calde e fredde e vapori bollenti, avvolti solo da qualche grande asciugamano, chiacchierando mollemente seduti con gli amici o anche tra semplici sconosciuti, è segno di civiltà, se pensiamo al tempo in cui in Europa, fare un bagno era una stranezza vista di mal occhio, un indulgere a colpevole lascivia da fare se tutto andava bene al massimo una volta l'anno, pensando per di più che fosse assolutamente dannoso alla salute e poi, per chi se lo poteva permettere, giù valanghe di profumi stomachevoli per soffocar la puzza. Eh, sì, quando esci dall'hammam, anche se si tratta solamente di vecchie sale scrostate ed umide, hai già la sensazione di sentirti più pulito e puoi ributtarti a cuor leggero, sotto le volte arcuate e tra i negozietti del suq.


Datteri

SURVUVAK KIT

Il suq

Il suq di Tripoli - E' grandissimo e occupa buona parte della città vecchia. Come sempre è a settori merceologici. Aggiratevi quanto volete per godervi tutte le varie attività commerciali e artigianali, oltre gastronomiche di cui potrete approfittare di volta in volta. Spostandovi all'interno del suq, potrete passare attraverso i vari punti di interesse come i caravanserragli nascosti all'interno, la grande Moschea e la cittadella, dove si sale, dietro al suq dei sarti, che vi stanno al margine. Se non siete accompagnati chiedete pure tranquillamente in giro, la strada per il monumento che vi interessa. La Grande Moschea, la Madrassa e il vecchio hammam (chiedete al negozietto a fianco per farvelo aprire con piccola offerta) sono in un solo blocco. Calcolate che visitando i vari punti di interesse e salendo alla cittadella adiacente, questo giro vi occuperà almeno l'intera giornata per cui prendetevi il vostro tempo con frequenti soste per rifocillarvi e rinfrescarvi specialmente se ci verrete in piena estate quando i vicoletti sono un po' soffocanti.


Veli


Una casa della città vecchia
Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Un caffettiere
Leb 11 - I Cedri

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!