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sabato 9 febbraio 2013

Notte a Dar es-Salaam.

Sinza Komechuka - Dar es-Salaam 


Le quattro del mattino. Un cielo nuvoloso nasconde luna e stelle e fa la notte ancora più buia, più nera. Tutto è nero in Africa, qui ancora di più, forse per dare ancor più un impatto di mistero, di paure nascoste. Le poche persone che popolano l'esterno dell'aeroporto sono ombre nere quasi immobili nell'oscurità. Non devi però lasciarti prendere dallo sconforto se qualcuno che aspettavi non è arrivato. No hurry in Africa. In qualche modo si farà. Comincia così la prima trattativa con un tassista semiaddormentato, poi la strada per arrivare in albergo. Così puoi capire subito cosa è l'Africa delle grandi città, degli agglomerati che, come in tutti i paesi del terzo modo, attirano irresistibilmente le folle dalle campagne povere, ma spesso vivibili, per precipitarle nel girone infernale delle baracche, delle immondizie, dell'igiene precaria, spesso della violenza, generata dalla povertà che conosce e vede la ricchezza a cui non potrà accedere mai. L'Africa delle strade polverose e dissestate che distruggono le sospensioni, già duramente provate dai continui bumpers piazzati a tradimento dappertutto, per impedire la velocità scriteriata in zone perennemente affollate di bambini, gente, bancarelle, venditori che vagano tra le auto in moto lento e costante, lungo incroci intasati da una crescita tumultuosa che ha trovato forzosamente le infrastrutture impreparate a gestirla. 

Sei sempre in coda, anche alle 6 di mattina, nella infinita periferia di Dar. Il vantaggio è che hai modo di osservare con calma la città, perché è questa la vera metropoli africana, non il piccolo centro con qualche palazzo moderno e le sedi governative o degli uffici, già pregno anche quello della confusione generata dalla crescita. L'infinita sequenza di baracche /negozietti, di legno, di lamiera, di cemento già sbrecciato e reso vecchio e sporco non appena finito dalla polvere, la pioggia, la muffa, le immondizie, ognuno dei quali ricolmi di poveri generi simulanti i nuovi consumi della società avanzata, ammucchiati e polverosi anch'essi come i loro gestori, ma sempre sovrabbondanti per uno spazio così minuto da cui debordano come magma incontenibile. Vedi cataste di frigoriferi, già arrugginiti ed ammaccati sebbene nuovi,   alimentari malamente confezionati, biscotti, sacchetti di junk food locale, cataste di bibite di marca allineate ai loro succedanei, poveri vestiti sotto insegne dipinte da chi ha già capito che il cliente va blandito con la sensazione di un lusso popolare. Fasion (sic) shop e via con esposizioni di straccetti colorati su manichini sbilenchi, magliette di calciatori che hanno ormai cambiato squadra riciclate dall'Europa, camicie improbabili e stoffe dai disegni forti, ma anche la New collection di abiti da sposa. 


Ed ancora innumerevoli beauty salon, con una sedia rotta e specchio filato all'interno dove addobbare fantasiose pettinature, ma tappezzati da bellezze fotografate o anche semplicemente dipinte sullo stipite, che esibiscono cofane di grande complessità architettonica. Poltrone e sofà barocchi, direttamente nella polvere della strada tra cui miniautobus che perdono le lamiere, fanno slalom difficili, sollevando nuvole di cipria giallastra che subito vi si depositano sopra, dando ad ogni bracciolo una colorazione uniforme, anche se la moda sembrerebbe consigliare il  leopardato che si intravede appena. Solo i banchetti di frutta sembrano mantenere la cultura precedente all'arrivo del "progresso". Mucchietti ordinatissimi di patate, cipolle o arance. Piramidi di manghi e papaye, gruppetti di banane rigorosamente contati, peperoncini dal rosso aggressivo in piccoli gruppi selezionati, verdure predisposte con cura su rastrelliere, banchi o anche su semplici stracci per terra. Alternati a questi, gli innumerevoli fornitori di cibo di strada, dai semplici fornelli per grigliare le pannocchie di mais o pezzetti di carne sulla carbonella contenuta in residui di bidoni di latta, o friggitori con le loro pentole sfrigolanti di olio nero, in cui calano, banane, patate, pastelle di ogni tipo, di cui poi vengono fatti mucchi oleosi all'interno di vetrinette assediate dalle mosche. 

Macellerie che espongono carni e frattaglie al calore soffocante e poi ancora bar e locali di dimensioni più ampie, pieni di sedie di plastica spaiate e tavoli ricoperti di bottiglie, piatti, carte di una umanità che appare continuamente in movimento ed allo stesso tempo in una sosta di attesa perenne. Che sirena irresistibile deve essere per la gente dei villaggi questa confusione fatta di auto, pullman scassati, polvere, tra i vicoli affollati e forse pieni di opportunità presunte di quella che sarà l'Africa del domani. L'albergo è proprio in una di queste piene periferie, su una contorta e dissestata stradina laterale. Rimani seduto alla finestra e sotto a te già alle prime luci dell'alba si muove il brulicare di questo immenso formicaio che è Dar es-Salaam. Suoni e rumori che chiamano e strizzano l'occhio; vieni a conoscerci da vicino, forse non siamo così male come pensi; esci dalla porta e lasciati avvolgere dal mio caldo abbraccio senza paure, guarda la gente ti sorride, ti invita; le bellezze che esibiscono la loro prorompente steatopigia mescolate ai veli islamici senza contrasto apparente; i jeans coi tacchi alternati alle coperte dei pastori in ciabatte; cerca di capire meglio dove vuole andare questo continente, abbiamo solo voglia di vivere, di vivere meglio, o forse quello che ci avete convinto a credere che sia meglio. E ora di scendere in strada. Jambo Africa.



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lunedì 4 gennaio 2010

L'astronauta.


Città del Messico è veramente enorme. Ci vogliono ore per percorrerla, per spostarsi da un lato all’altro, per vedere con calma i vari punti di interesse. Se la guardi dall’alto, ad esempio dalla terrazza della torre panamericana, senti la sua vastità sconfinata che raccoglie in questa conca quasi un terzo di tutti i messicani. Cammini per il centro, tra le vecchie case coperte di azulejos, dalle parti dell’Opera e ti sembra ancora una città a misura d’uomo, se invece ti incanali lungo le grandi vie di scorrimento, ti perdi lungo il Paseo de la reforma dove dilaga il flusso ininterrotto di mezzi, globuli impazziti che attraversano la città come linfa vitale, provocando spesso una cappa impenetrabile di nebbia caliginosa che occupa per intero la conca, avverti completamente l’anomalia di questo agglomerato innaturale e violento. Allora ti devi prendere degli spizzichi, assaggiando la città un po’ qui e un po’ là. Una volta a sentire la potenza dell’isteria religiosa, come al santuario della Virgen de Guadalupe, dove una folla di credenti scorre senza fine nella orrenda nuova basilica di cemento inaugurata dal Papa, sotto il mantello di un contadino dove la Madonna comparendo un po’ a sorpresa, è rimasta impressa miracolosamente sul mantello stesso, con giunta di una gran fioritura di rose. Sono sempre stato affascinato dai luoghi della fede, specialmente dove la credenza popolare li ha trasformati in grandi circhi del business religioso, dove la folla si raduna senza dubbi, direbbero senza se e senza ma, con una sensazione di potenza senza uguali; mi piace mescolarmi in questo flusso di fedeli che tutto crede possibile, che con poche parole o pochi cenni qualcuno può guidare, indirizzare con facilità, renderli disponibili a qualunque azione, giustificata da una volontà o da una autorizzazione superiore. Oppure i luoghi piccoli e raccolti come la casa museo di Frida Kahlo, cosparsa delle opere della sua follia lucida e disperata. Ti aggiri nelle stanze che hanno visto scorrere la sua tragedia, affastellate dai mobili barocchi, ricoperti di una grande quantità di oggetti e senti la sua presenza, la sua disperazione. Ma il vero luogo imperdibile è il Museo de antropologia. Prima di cominciare qualunque viaggio attraverso le civiltà e le culture di questa terra, è obbligatorio passare una mezza giornata in questo posto, dove sono esposti tutti i pezzi delle civiltà che hanno popolato questo paese prima di Colombo. Dopo aver percorso con attenzione queste sale, ordinate con cura per epoche e differenti culture, si ha una visione chiara che ti permette di capire le cose, quando te le troverai davanti, magari seminascoste nella jungla. Mia figlia rimase affascinata dalle grandi statue minacciose che popolavano le enormi sale, attratta ed inorridita dalle storie che si dipanavano qua e là, tra serpenti piumati e chak-mol per i sacrifici umani, tra fregi di teste geroglifiche, pietre tombali enormi, coltelli di ossidiana minacciosi, bassorilievi di processioni sacre. Una cosmogonia nuova e diversa, una astronomia perfetta, un calendario che scandisce i tempi con precisione. Ma quello che la colpì maggiormente fu la stele di Pakal, conservata all’interno di una ricostruzione della piramide di Palenque, dove fu trovata, la tomba di questo re misterioso, raccontato nei dettagli dalla storia Maya. Un tipo anomalo, questo Pakal, era alto quasi due metri, con la barbaccia rossa, la pelle chiara ed i piedi deformi, in mezzo ad una popolazione di bassotti quasi glabri e scuri. Era venuto dal cielo ed esercitava il potere con un bastone che uccideva i suoi nemici a distanza con un rombo di tuono. Strano. Strana anche la stele che lo raffigura a cavalcioni di uno strano aggeggio, si direbbe uno dei razzi spaziali di Star Wars, con tanto di cruscotto, leve e posto di guida, con tanto di fiamme che escono da dietro. Veramente curioso questo bassorilievo, la bambina ci rimase un bel po’ davanti ad apprezzarne i particolari. Comunque siamo molto vicini al 21 dicembre 2012, la data che fissa la fine definitiva del Baktun. Ci siamo quasi eh! Allora sapremo, forse.

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