lunedì 30 novembre 2020

Luoghi del cuore 95: Tra le radici del Ta Prohm

Ta Prohm - Siem Reap - Cambogia - aprile 2010

 Il 2010 fu un anno di svolta, dopo un periodo piuttosto statico dovuto ad esigenze familiari. Cominciai così per qualche anno a dedicarmi ad una sistematica esplorazione del sudest asiatico, che da sempre aveva costituito una mia grande passione, ma che per motivi vari non avevo mai potuto veramente indagare. Certamente quando ero giovane quella terra era decisamente off limit, un po' come oggi l'Africa sahariana o molta parte del medio oriente. Guerra e bombardamenti stavano devastando quel mondo e anche negli anni successivi tutta l'area presentava ancora notevoli difficoltà logistiche che per altro hanno contribuito a preservarne molti interessi antropologici che la successiva mondializzazione sta cancellando velocemente. Dunque casualmente cominciai dalla Cambogia, un paese che ancora si stava affacciando alle opportunità di sviluppo tumultuoso che avevano già coinvolto altre parti dell'Asia. In quel momento invece si poteva ormai girarla in lungo ed in largo senza problemi, ritrovando ancora una accettabile genuinità. Il paese era uscito da poco dalle vicende di una guerra civile durata anni, figlia del conflitto vietnamita e del successivo orrore degli khmeri rossi e si stava avviando alla ricostruzione con asiatica lentezza, se pur assediata dai golosi appetiti degli "amici" vicini e lontani, in famelica attesa di occasioni ghiotte, che già avevano cominciato a manifestarsi nell'operazione Sianukville. Ma la maggior parte del paese era terra quasi vergine per chi aveva voglia di sbattersi un po' a viverne la realtà. Così mi ero ritagliato cinque giorni da trascorrere da solo nell'area di Siem Reap, quella più interessante dal punto divista artistico, con una concentrazione di templi con pochi eguali al mondo, molti ormai ripuliti e ben agibili, altri ancora completamente avvolti dalla jungla che li avvolgeva in un mistico abbraccio. 

L'amico con cui mi ero accompagnato era impegnato in un altra parte del paese a fare cose buone, pozzi per villaggi sparsi tra le risaie, io ero così rimasto con la ghiotta possibilità di dedicarmi in solitaria ad un territorio entusiasmante. Era aprile, il periodo più caldo e secco dell'anno, sconsigliatissimo per il turista e per questo con una benedetta scarsissima presenza di visitatori. Approfittate sempre di questi periodi sconsigliati, i prezzi sono bassi e soprattutto non troverete quasi nessuno nei luoghi più interessanti e li potrete vedere con calma, spesso in assoluta solitudine, cosa che li rende molto affascinanti. Così mi aggirai nella vastissima zona archeologica passando da un tempio all'altro; avevo affittato un tuktuk per cinque giorni che mi veniva a prendere alle 5:30 al mattino, ora ancora fresca e mi scarrozzava per tutto il giorno sugli itinerari che mi ero costruito con attenzione per non perdere quasi nulla di quanto offriva il menù. Unica compagna oltre il tassista, una borsa frigo gigante piena di ghiaccio e bibite. La giornata era lunga e caldissima. Di tanto in tanto prendevo un pezzo di ghiaccio e me lo lasciavo colare dal collo sulla schiena. C'era almeno un chilometro di bosco fitto prima di raggiungere la bassa muraglia ed il Victory gate per uscire da Ankor Thom dove avevo passato quasi tutta la mattina. Attraversammo il lungo ponte e subito ai lati altri due complessi templari, uno in rovina, il Chau Say, l'altro perfettamente conservato, il Thommanom, due templi quasi gemelli, dove ti si poneva davanti il prima e il dopo, la bellezza dell'essere e la disgregazione del non essere. Quasi non sai se sia più attrattiva l'una o l'altra delle due condizioni, entrambe così perfette nella loro apparenza. 

Fuori di Angkor, i già pochi turisti si erano diradati drasticamente. Sembra che la fretta del mondo moderno vieti alla maggior parte delle persone di godere di tutto quello che c'è al di là dei muri principali, così, di norma, tutto questo viene trascurato. Che perdita! C'era solo una monaca dal cranio rasato nel Thommanom. Mi misi in un angolo a seguire il suo rituale silenzioso, una piccola puja di frutti, il ritmico movimento di qualche bastoncino di incenso; intorno il rumore della foresta in mezzo alla perfezione dell'arenaria rosata, dei terrazzini, degli stipiti diritti, delle guglie ornate, delle leggerissime tonnellate di pietra. Me ne staccai a fatica; ancora un paio di curve poi ecco l'immensa piramide del Ta Keo, dove la voglia di raggiungere il cielo si misura nella serie di terrazze sovrapposte, nell'infinito susseguirsi dei gradini per arrivare a dominare la jungla dall'alto, in una sorta di déjà vu mesoamericano, testimone della identità comune della immaginazione dell'uomo. Al di là, la jungla si infittiva, mentre il sole si faceva alto ed il caldo opprimente avrebbe consigliato il riposo. Ma dopo poco, da una stretta porta si apre la meraviglia delle meraviglie, il luogo forse più coinvolgente di tutti, un sogno di pietra avvolto dalla foresta. Il Ta Prohm, testimone di una simbologia unica ed eterna. La lotta continua dell'uomo e della natura che coesistono tentando inutilmente di sopraffarsi l'uno con l'altra, in una battaglia epocale da cui nessuno, per fortuna esce mai vincitore. Entri attraverso brecce tra i muri spessi e tutto sembra crollato, morto, distrutto. Le grandi pietre scure ammonticchiate giacciono al suolo scompostamente come spazzate via da una forza superiore che abbia voluto dimostrare la piccolezza del costruttore, la sua incapacità di realizzare qualche cosa che potesse resistere al tempo, ma subito dopo indovini cortili e recinti, passaggi e camere ancora in perfetto stato, ma mostruosamente avvolte da radici di alberi giganteschi che mai ti sembra di aver visto in natura, che in un abbraccio mortale avvincono la pietra come per tentare di stritolarla, tentacoli smisurati che soffocano i muri distorcendoli, penetrandoli con filamenti più sottili, malignamente. 

Le costruzioni, coperte di muschio verde, soffrono disperatamente nel tentativo di sottrarsi alla stretta, per tentare di respirare, di scrollarsi di dosso quel peso terribile; qualcuna ha ceduto ormai e giace abbattuta, vinta definitivamente, altre sembrano uscire vittoriose dalla morsa e si alzano ancora libere, mentre le grosse radici chiare corrono ondeggianti ai loro piedi, come messe in fuga. Non c'è luogo che abbia visto, dove questa lotta primordiale sia così avvincente e piena di fascino. Se ti siedi in qualche angolo solitario, vieni anche tu subito avvolto dai suoni della jungla, decine di uccelli diversi che cinguettano, sibilano, chiocciano richiamandosi in continuazione. Frullio d'ali sugli alberi più alti, poi un rincorrersi di piccole scimmie dalle fauci rosate, colori di farfalle che si posano leggere sulle pietre antiche. Tutto lo scenario era immobile attorno a te, ma nell'aria spessa, sotto l'afa opprimente, la sensazione era che tutto fosse in un pur lentissimo ma continuo movimento, che il terreno a poco a poco si sollevasse al protendersi infido delle nuove radici, che bramassero avvolgere, conquistare, sopraffare l'opera dell'uomo e questa che tentasse di resistere all'abbraccio mortale per formare una situazione di statica bellezza, di immagini da cui non si riuscisse più a staccarsi. Che gioia esserci stato e che fortuna esserci arrivato in questa stagione, quando caldo e fatica tengono lontano la folla, lasciandoti solo tra queste mura contorte a sentire il respiro della foresta. Ma alfine bisognava andare, camminando lentamente sotto gli alberi, con l'aria spessa che bruciava i polmoni. Davanti al bacino dello Sras Srang, un gruppo di capanne aspettava le poche persone che arrivavano. Una dà acqua fresca e riso. Anche la birra, scelta tra le lattine avvolte da pani di ghiaccio, era bella fresca. Mi abbandonai su un'amaca davanti all'enorme stagno artificiale. Lontano nell'acqua, gruppi di bambini giocavano nel fango basso, qualche pescatore tirava su le nasse. Gli occhi, stanchi di tanto splendore, si chiusero. Meno male che non c'erano zanzare.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Urali                                                            
Imputato alzatevi 

domenica 29 novembre 2020

Cronache di Surakhis 91: L'importante è credere

Fava di Sheisse (Phallus impudicus) - da meteoweb.eu

Das Grosse Hode veniva da una luna secondaria di un grande pianeta gassoso del sistema di Aldebaran. Aveva fatto subito fortuna su Surakhis col commercio delle fave di Scheisse, un frutto comune sulla sua luna, dalla forma ammiccante, che assicurava, nella vulgata comune, una straordinaria vigoria sessuale (secondo alcuni bastava annusarlo per avere un orgasmo), ma arrivato alla sua età si era convinto di dover fare qualche cosa per il pianeta che gli aveva consentito una vita agiata e serena. Così all'arrivo della supposta pandemia galattica, aveva deciso di mettere a frutto i suoi vecchi studi, si era infatti laureato nella migliore università del pianeta, specializzandosi in complottologia, per aprire gli occhi a tutto il popolo di Surakhis. Aveva così fondato la Chiesa Universale della Logica Orientata per spargere il verbo della verità. Non era stato difficile affermarsi. Era bastato forzare un po' quello che era evidente a tutti, che il virus arrivava dai laboratori del pianeta degli odiatissimi Sini che guarda caso stavano imponendo a tutto l'universo la tecnologia del 12 J. C'era poi tutta la storia inconfutabile della presenza di micronanomeri che si trovavano facilmente negli involtini d'autunno, che andavano tanto di moda, bastava avere voglia di cercarli e che sarebbero stati attivati dalle inoculazioni dei nuovi vaccini rettali che costringevano tutti ad andare in giro con gli orifizi beanti, dato che il trattamento durava una settimana e poteva essere effettuata solo tramite infermieri macropenici Arturiani. Guarda caso tutto tornava e bastavano poche osservazioni evidenti, le multiplanetarie che avevano studiato i vaccini, notorie sostenitrici dei movimenti omosessuali, che volevano abituare alla pratiche anche i più renitenti, sostenute dal movimento pedofilico internazionale che spargeva l'atmosfera, già resa greve dai fumi delle centrali a merda, di sostanza chimiche che riducevano il cervello in pappa. 

Solo gli sciocchi o i collusi non volevano capire, ma la stragrande maggioranza si era iscritta alla C.U.L.O. con convinzione e dimostrava ogni giorno in tutte le piazze del pianeta, dove si poteva accedere solo incatenati per una più ordinata gestione della protesta, al grido Morte ai Controllori, viva la libertà. Viva la C.U.L.O. e La figa non esiste, in un impeto di negazionismo totalbody. La Chiesa prelevava per il proprio sostentamento e per la gestione ordinaria, naturalmente col consenso dei sottoscrittori, un modesto contributo del 92% delle sostanze degli aderenti ed una opzione sugli organi di figli e nipoti, ma solo per quelli di primo grado. Ormai chi negava l'evidenza del complotto e si ostinava a credere alla pandemia era una sparuta minoranza e quelli che venivano scoperti a praticare di nascosto l'uso esoterico delle mascherine, venivano subito portati in piazza e consegnati nelle implacabili mani, per non parlar del resto, dei macropenici guardiani della libertà e giustiziati sommariamente in pubblico, tra le urla compiaciute delle vecchiette che stazionavano intorno al patibolo, al grido, ti è piaciuto farti inoculare! Das Grosse Hode compariva solo di tanto in tanto sugli schermi giganti a reti unificate, pronunciando miti discorsi solo per richiamare i nuovi complotto secondari che venivano man mano scoperti, come la presenza di nanospie nei tortellini Rospo, una marca conosciuta in tutta la galassia ed il conseguente arresto del proprietario esposto al pubblico ludibrio. Il resto lo faceva la sua organizzazione di controllo e propaganda detta The Beast, che inondava i social irridendo i comunicati medici che ogni giorno segnalavano il crescente numero delle vittime, che venivano attribuite invece ai raffreddori provocati dai freddi autunnali che agivano appunto sulla necessità di andare in giro a culo nudo per l'evento anovaccinale. Paularius dalla sua Spa sulla luna più periferica di Surakhis, seguiva la faccenda con diletto, incerto se lasciarla proseguire ancora per un po' o se mandare subito i suoi Sardar in camice bianco per portare Grosse Hoden nel luogo dove correttamente poteva essere rinchiuso, la clinica per deviazioni mentali, Mentesana. Decise che si poteva lasciarlo lavorare ancora, almeno fino a quando non si fosse completamente liberato delle azioni della C.U.L.O. che aveva a suo tempo acquistato in consistente quantità. 


venerdì 27 novembre 2020

Tanka malinconica

 


Da un ramo secco 

Cade una foglia gialla

Nebbia nel cuore


La lunga strada a curve

Si è persa nel silenzio




giovedì 26 novembre 2020

Luoghi del cuore 94: A passeggio nel Luberon

Antica dimora - Luberon - Francia - agosto 2009

Saignon
 Amo le calde estati del sud della Francia, con quel sole forte, l'aria afosa ma non troppo pesante, il frinire delle cicale. Il paesaggio dolce e solitario tra paesini lontani tra di loro a popolare una terra in modo lasco e poco affollato. I vigneti ad alberello bassi e apparentemente poco curati su un suolo povero e sassoso. I campi di lavanda e l'odore di rosmarino nell'aria. Sono terre poco note che tanto possono dare se hai voglia di percorrerle con la calma che richiedono, mentre in cambio ti danno una piacevole mancanza di affanno, che poi in generale è quello che spesso cerchiamo, insomma non emozioni forti, ma tranquilla piacevolezza, quella che ti fa sentire sicuro e soddisfatto. Il Luberon è una di queste, da percorrere adagio e senza fretta, godendosi il viaggio. Deliziosa anche la strada per arrivarci dalle Alpi Italiane, dopo aver gustato il primo croissant in terra francese, lasciandoti andare dopo Briançon lungo la piacevole valle della Durance, un nastro verde azzurro chiaro che scorre in basso quasi rettilineo, dopo il lago di Embrun, le alture di Gap e la rocca di Sisteron, resistendo alla voglia di fermarti per dare un’occhiata dall’alto, al suono di versi di antichi poeti provenzali. Così, nel primo pomeriggio, già la luce forte del sud fa da contesto alle foreste del Luberon. Di villaggio in villaggio, vedi antiche chiese, abbazie quasi deserte, vecchi borghi all’apparenza abbandonati ed invece curatissimi in ogni casa, balconi fioriti, angoli valorizzati anche se il loro interesse storico o estetico è relativo. Si segue l’antica via Domizia, lungo la quale la pax romana, già nel primo secolo aveva dato una svolta decisiva. 

Si passa da Céreste con l’antico castello e poi Granbois arroccato sulla collina , La Tour d’Aigues con gli imponenti ruderi di un castello rinascimentale all’italiana e Ansouis, dove non puoi rinunciare alla visita di un maniero appena acquistato da una ricca famiglia marsigliese che lo sta riempiendo di mobili d’epoca con un restauro accurato. Ancora la chiesa di Cucuron con il suo Cristo seduto in legno e Lourmarin dove lungo le stradine piene di atelier di artisti e di gallerie d’arte, ci si ferma a uno dei numerosi caffè a lasciar passare il tempo. Quanti nomi sconosciuti eppure così appaganti! Sullo sfondo il massiccio del Luberon e le sue foreste di querce a nord e di conifere marine a sud che si attraversano continuamente nello spostarsi da un borgo all’altro, fino a Sivergues nel suo cuore silenzioso e selvaggio come lo definisce Henri Bosco, luogo romito di poche case dove cercarono rifugio numerosi valdesi, altro contatto con le nostre valli. Mentre il sole scende a poco a poco dietro la montagna, ti potrai fermare a Saignon, un paesetto su un promontorio roccioso, assolutamente delizioso, dormendo in una antica casa affacciata sulla centrale Place de la Fontaine con l’unico rumore dell’acqua che scorre dalle sue antiche cannule. Un vicino ristorantino ti sederà l’appetito con provenzali tartine di tapenade di olive, bocconcini di chèvre, brochettes e una sontuosa tartare con molte salsine e uovo crudo. Una tarte tatin tradizionale o a scelta una ancora più classica mousse au chocolat con succo di lamponi ci ha portato verso il sonno dei giusti. Sapori semplici e allo stesso tempo a te inconsueti. Avrai così la sensazione che sia una giornata piacevole appena ti alzi e andrai a fare colazione nella vecchia salle à manger della antica casa di famiglia dove avrai dormito. Mobili di un passato notabile, poltroncine decorate al piccolo punto, una tovaglia e tovaglioli ricamati a mano su una tavola imbandita solo per noi due. 

Caffettiera e lattiera d’argento, coltellino per il burro col manico d’avorio ingiallito dal tempo, croissant caldi e spremuta d’arancia, torta e marmellate fatte in casa, frutta lucida in una elegante alzata provenzale. Sapori di antico. Sei già di buon umore al mattino presto, saluti gli anziani proprietari sorridenti e dal belvedere di Saignon ti si apre davanti tutta la pianura, il Luberon alle spalle, lontano la calva cima del Mont Ventoux, una promessa per il giorno successivo. Dopo il mercatino di Apt, ricco di prodotti locali, dal miele di lavanda, alle confetture e ai formaggi di capra, ancora paesini, Bonnieux arroccato sul colle col museo della Boulangerie e gran vista sulla foresta dei cedri, tralasciando Lacoste nota non per le magliette, ma per il castello di De Sade che domina il paese dall’alto, poi Ménerbes, con la place de l’horloge e l’originale museo del Tire-bouchon. Ma com’è che questi francesi riescono a valorizzare qualunque piccola cosa, impreziosendola, raccontandoti una storia, vendendoti un’idea? La gente ci viene, paga 4 euro per vedere un po’ di cavatappi e poi compra sei bottiglie di vino e se ne va a casa contenta, qui non riesci neanche a far pagare un euro a uno che da piazza San Marco guarda il Canal Grande. Pochi kilometri e sei a Oppede-le-Vieux, straordinaria cittadina già centro romano e poi medioevale (parcheggio 3 euro, tanto per capirci). Una dura salita ti porta fino in cima attraverso le rovine della città, fino alla chiesa ed al castello per una vista folgorante tra le pietre avvolte dalla vegetazione. Che periodo strepitoso quello della Provenza dell’età romana. Città aperte lungo le grandi vie che portavano genti e commerci in ogni parte dell’impero senza preclusioni. 

Già ti vedi carri di vino e olio che percorrono le strade lastricate, passano grandi ponti a schiena d’asino, sotto gli immensi archi degli acquedotti; gente che lavora, che parla la loro lingua ed una lingua franca comune, aperta al nuovo e all’esperienza. Che popolo, ‘sti romani; costruttori e ingegneri, pragmatici, pronti ad inglobare lo straniero e farne proprie le sue esperienze; forse poca cultura, ma aperti a tutte le culture, alle idee nuove; bastava che non rompessi molto le scatole accettando il sistema e poi via libera; direi una mentalità molto cinese, non vi sembra? Forse è così che si conquista il mondo. Sta di fatto che poi il tempo è passato, le città si sono chiuse al nuovo e avviluppate su sé stesse, si sono arroccate, ritirate sui colli, cinte di mura, serrate dalla paura e dal timore, diminuiti i commerci, fermato il movimento delle idee, bloccate sotto il ferro di tanti piccoli signorotti locali. Un medioevo delle menti tra il terrore dello straniero e l’odio per il mercante che viene a portare via la ricchezza sudata, razziandola o peggio comprandola. Agli uni ti puoi opporre con le falci e i forconi ricacciandoli in mare, agli altri no, qualcuno cederà comunque alla vile moneta. Ancora piccole strade di campagna, ancora il villaggio delle Bories, costruzioni in pietra alla moda dei trulli, testimoni di un passato duro succeduto alla gloria romana e Gordes, dalle stradine ripidissime che si precipitano lungo le mura. Infine Roussillon circondato da una falesia di rocce gialle e rosse di ocra. Una passeggiata in un cañon dai colori americani illuminati dal sole,ti parrà di essere quasi nell'Antelope cañon; che fatica concludere la giornata. Finirai probabilmente a dormire in un paesetto di quattro case attorno ad una chiesa del 1100, con un alberghetto con tre camere. Il ristorante sarebbe magari chiuso, ma la signora ti farà ugualmente per cena una kisch di gourgettes e anatra alla provenzale con un bicchiere di rosato locale. Non avrebbe voluto che restassi senza cena.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Urali                                                            
Imputato alzatevi 

mercoledì 25 novembre 2020

Psicopatologia della massa


Mi sa che politici e giornalai vari, senza offesa per i giornalai veri, di psicopatologia delle masse ne capiscano ben poco, anzi nella maggior parte dei casi quando arringano alla folla o fanno trapelare il loro non pensiero dalle colonne dei loro corsivi, cercano maggiormente di esibire il proprio ego smisurato che non guidare il gregge lungo il tratturo effettivamente desiderato. Solo chi si serve di appositi gruppi di lavoro e Bestie varie, per inondare il web di fake e di stronzate mirate per seminare l'odio necessario a portare il paese verso la china voluta, agisce, ma credo usi validi professionisti, con cognizione di causa, gli altri blaterano ottenendo in generale l'effetto opposto a quello desiderato. Par quasi che lo facciano apposta per poi poter dire vedete, ve lo avevo detto. Bisogna invece aver chiare le cose e accettare che la gente, la massa, il popppolo, che magari preso individualmente ragiona anche discretamente, con una logica comprensibile anche quando è rozza, preso come mucchio, diventa totalmente acefala e segue il cammino che porta al dirupo allegramente cantando, lo aveva già ben raccontato Manzoni. Dunque, ecco perché oggi mi permetto di dare un piccolo consiglio ai governanti ed ai giornalai che vogliono con buona volontà e convinzione, dare una mano. Prendiamo il caso che si viene prospettando nei prossimi mesi, il problema del vaccino che qualunque sarà quello buono, se uno o molti, funzionerà per ottenere il desiderato effetto gregge solo nel caso se lo farà almeno il 70% della popolazione, che, escludendo i bambini, vuol dire quasi tutti. 

Contemporaneamente a queste notizie emergono già i sondaggi che recitano che oltre il 40% degli intervistati dichiara di non avere nessuna intenzione di farselo, vanificando in questo modo ogni effetto positivo. Ma è ovvio ragazzi, come non capire che questo è nella natura umana della massa, che viene, di fronte a questi problemi investita dalla cosiddetta sindrome Renziana. Se dici alla folla, votare contro il mio referendum vuol dire votare contro di me e in questo caso me ne andrò a casa, il risultato è scontato a priori, il 60% ti voterà contro per il solo piacere di farti un dispetto senza neppure sapere cosa c'è scritto nel quesito. Un'altra tipica dimostrazione di questo assunto è stata la app Immuni, basta dire che è necessario scaricarla a tutti i costi e anche quelli che volevano farlo, lo hanno accuratamente evitato, così una cosa utilissima è finita nel cesso. Volete far fare la stessa fine ai vaccini? Continuate così, dite che l'intelligenza e il senso civico consigliano di farlo al più presto, che se no bisognerà renderlo obbligatorio e si formeranno immediatamente nelle strade cortei di inneggiatori alla libertà di scelta e alla volontà decisa di non farsi inoculare microchip controllanti la loro debole mente, per manovrare la quale, bastano in effetti poche parole, milioni di persone rifiuteranno urlando la vaccinazione salvifica, anche se i veri no-vax coglioniferi, sono in effetti poche decine di migliaia, quanto i terrapiattisti, uno più uno meno. 

Allora vi prego, cari governanti e giornalisti di buone intenzioni, che volete collaborare al successo dell'operazione, ascoltate le mie povere parole. Negli annunci che farete per comunicare modalità e funzionamento della campagna vaccinale, negli articoli che stilerete a corredo della stessa per far capire alla gente l'importanza dell'operazione, fate scivolare, con astuzia e melliflua nonchalance un concetto semplice ma che di norma viene subito afferrato da tutti. Dite, che, nonostante tutti gli sforzi, non è certo che le dosi ci saranno per tutti, che benché gli incaricati preposti, incapaci per definizione, abbiano fatto tutto il possibile, ma naturalmente con ritardi e con la pigrizia tipica della statale, il vaccino in parte arriverà comunque in ritardo per accontentare tutti i richiedenti, che molti o pochi chissà, rimarranno fuori, anche quelli che di certo più avrebbero bisogno e sarebbero meritevoli di riceverlo e che si sa che magari, pagando, qualcuno riesce comunque ad ottenere la salvifica ampolla. Mostrate anche filmati in cui il vaccino viene fatto a gruppi di disgraziati migranti appena sbarcati. Bene, vedrete che immediatamente si formeranno cortei di assatanati, con cartelli, lenzuoli e bandane di guerra, file di gente urlanti che pretenderanno a viva forza di ottenere quello a cui hanno diritto assoluto, assertori dell'assioma, Il vaccino prima agli Italiani e di rivendicatori della libertà di essere vaccinati prima e gli altri e ben presto, in ogni città, in ogni luogo deputato si formeranno code interminabili e lamentose in attesa dell'iniezione, in modo che si possano fare bellissimi servizi sul disservizio. Sveglia gente, ma nono avete ancora capito che è tutto un gomblotto e non ce lo dicono!

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 111 (a seconda dei calcoli) su 250!