sabato 31 agosto 2013

Pensieri svagati.

E anche la fine di agosto è arrivata. Sono qui che preparo bagagli, pieni zeppi di cose inutili che alla fine non userò mai. Al mare basta una maglietta, un costume e un paio di ciabatte, in fondo. Quantità esagerate di materiali fotografici e computer che non funzioneranno come dovrebbero oltre a una borsata di libri che non farò mai in tempo a leggere. Ma quando mi deciderò a prendere un kindle?

Oggi non mi sono sforzato molto, vero?


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venerdì 30 agosto 2013

Arrivare in fondo.

Adesso finalmente ho capito. Mi arrovellavo da tempo cercando spiegazioni di fantasia, senza arrivare a capo del problema. Questo articolo in pratica chiarisce tutto. Inutile cercare motivazioni astruse sul perché nonostante i miei molteplici sforzi, i contatti non crescono, i commenti rimangono vergognosamente bassi e appannaggio degli amici, che siccome mi vogliono bene, di tanto in tanto lasciano una traccia del loro passaggio, tanto per farmi contento. Dopo anni di sforzi, neanche arrivo a cento lettori al giorno, non parlando poi dell'estate quando, complice la pigrizia da ombrellone, le visite quasi si dimezzano. I miei detrattori diranno: "Ma per forza, non ci sai fare, non fai che scrivere scemenze. La maggior parte dei tuoi argomenti non interessa nessuno o quasi, e poi parli di tutto (e anche a vanvera), sei troppo dispersivo, troppo generico, troppo tuttologo. Fai un bel blog specialistico di viaggi o di politica o che so io, di cucina cosmetica e vedrai come schizzano i contatti". Invece no. Ecco qua la spiegazione di tutti i guai. Perché il problema non sarebbe lo scrittore, ma il lettore. Che va studiato, capito, inseguito nei suoi modi e nelle sue abitudini per accalappiarlo e renderlo seguace. Ecco dunque il segreto secondo Nielsen, già codificato fin dal 2007. Bisogna partire da come si legge sul web, innanzitutto. La lettura, nella virtualità concreta dello schermo, è esplorazione dello spazio e praticamente mai una pagina web viene letta per intero. In pratica si legge il titolo, il primo paragrafo, parte del secondo al massimo l'inizio del terzo e del quadro, la cosiddetta forma a F. 

Il lettore lo accalappi nei pochi secondi in cui scorre questi spazi, poi zac, un clik e se ne va. Praticamente solo il 32% degli utenti legge il il quarto capoverso per intero. Quindi è nata una scienza di forma visiva della scrittura su web che risponde a regole rigide e non superabili, pena la perdita del lettore. Osservando con attenzione i miei post, scopro che ognuna di queste regole, non solo è da me costantemente disattesa, ma in generale mi comporto in maniera esattamente opposta a quanto consigliato, in pratica cerco in ogni modo di perdere i miei clienti. Quelli che rimangono fino alla fine insomma, fanno uno sforzo quasi contro natura per resistere, Mi amano davvero. Vediamo in particolare. Il titolo è vitale ed è la cosa che prende di più l'attenzione. deve essere chiaro e far capire bene di cosa si sta parlando. Io invece tendo a mettere titoli che confondano le idee e facciano credere che si sta parlando di altro. Non solo, i capoversi iniziali, il primo in particolare, devono essere molto chiari e illustrativi del contenuto del pezzo, della sua parte fondamentale. Nel mio caso, all'inizio io tendo a menare il can per l'aia, nell'intendimento, sbagliato, di creare quasi un senso di attesa e di curiosità di quale sia il reale argomento del giorno, cercando di sfogare tutto in un aprosdoketon finale, che, inatteso e spiazzante, concluda la cosa col botto. In pratica, alla fine, non ci arriva quasi nessuno. Naturalmente è delitto usare periodi troppo lunghi e sintassi aggrovigliata, soprattutto nelle frasi iniziali, (mai cominciare i periodi con una subordinata) cosa invece, mia tipica, dato che amo lo sbrodolamento e l'aggrovigliarsi della chiacchiera. 

Bisognerebbe poi evitare il muro di parole ma creare molti spazi tra i periodi e andare a capo sovente, evitando anche un format con una colonna di testo troppo larga; e io ho scelto naturalmente la più larga possibile. Bisognerebbe poi stringere al massimo i testi, con frequenti sottotitoli intermedi chiari e richiami con differenti "spotting": link, grassetti, corsivi e colori diversi, che attirano l'attenzione!

Insomma avete capito, è più forte di me, non ce la faccio ad andare contro la mia natura affabulatoria, i miei pezzi sono un disastro e non ho speranze. Nel mondo moderno a cui credevo e speravo di appartenere, la forma è essenziale, è tutto e noi stessi dobbiamo farci forma.

E la sostanza? Se siete arrivati a leggere fino a questo punto, fatevene una ragione, siete anche anche voi retaggio del passato, tra quelli che vogliono vedere come va a finire; dei panda speciali, un gruppo di minoranza forse destinato a scomparire che vorrebbero che dietro la forma e il fumo ci fosse anche la concretezza dell'arrosto.

Grazie comunque di essere arrivati fino alla fine!


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giovedì 29 agosto 2013

Tra inferno e paradiso.

Nella drammatica fase di interregno che sta tra la montagna ed il mare, c'è questa cosa priva di forma e forse anche di sostanza, la piana. E' una specie di non luogo, di purgatorio dove le anime si aggirano punite e condannate a fare tutte quelle cose penose, che pure sono obblighi inderogabili e tutti a scadenza. Bollette, conti in sospeso, anticipi arrivati tra capo e collo, cose da riparare in un tempo ristrettissimo, rinnovi entro e non oltre ed altre piacevolezze del genere. Ma non basta, rientri anche in una specie di limbo in cui riappaiono problemi vitali come la candidabilità di certuni e la coerenza di altri, enti astratti che rimangono a determinare i destini dal cielo dalle stelle fisse. Così è tutto un correre a destra e a manca, per ottemperare agli obblighi, inseguito da queste voci fastidiosissime che fuoriescono da uno schermo nuovamente e forse inutilmente riacceso, dopo che era rimasto muto per un bel po' e che lo ritornerà presto, con buona pace mia che non ne sentirò la mancanza, come non l'ho sofferta precedentemente. Un parlare chioccio di se stessi e su se stessi, privo di rilevanza pratica, l'inutile istituzionalizzato. Ecco perché sto dedicando poco tempo a questo spazio, cosa di cui mi sento un po' colpevole ma non troppo visto che l'estate è segnale di rallentamento delle attività, non solo tra chi scrive, ma, devo riscontrare anche e soprattutto da parte di chi legge (e non vuole essere un rimprovero, spero solo che ritornerete festosi a suo tempo). Notate come sto allungando il brodo al fine di raggiungere un numero di righe decenti a farmi accettare il pezzo dalla mia coscienza, visto che sono il caporedattore di me stesso. E ciò detto lasciatemi andare in banca che tutti voglion soldi!.


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Sansone
Civiltà perdute.

mercoledì 28 agosto 2013

Haiku della bellezza.



In controluce,
trotti su zampe dritte.
Non serve il coiffeur.


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Tarda primavera.

martedì 27 agosto 2013

Come è grigio il ritorno.


Quando la vacanza è finita, tutto diventa improvvisamente grigio. Il cielo che era sempre blu si è coperto di nuvolaglia bassa già da un paio di giorni, stanotte è piovuto e la temperatura è discesa, uh, se è scesa, quasi quasi toccava accendere la stufa. Vai a fare un ultimo giro, saluti Borel e compri per l'ultima volta il giornale, ultimo caffè alla Rosa, ci vediamo un altro anno. Sì, sperùma... Intanto ci sono i bagagli da fare, la roba da mettere via, accidenti ma è impossibile che ci siano più borse di quando siamo arrivati, che avevamo anche viveri per tre mesi al seguito. Eppure è così. Ci saranno 15°C eppure sono tutto sudato. Certamente dimenticheremo qualche cosa. Anche l'aria è grigia. Che tristezza. In paese non c'è più nessuno, Finita la festa del paese, domenica, sono spariti improvvisamente tutti, Se ne sono andati, hanno lasciato il paese al suo volto spopolato, quando i "villeggianti" hanno ormai abbandonato la piazza. Era era ancora estate, è passato un giorno e pare già arrivato l'inverno. Il vento gelato dell'Assietta soffia da nord, è il mistral delle Fenestrelle, quello che terrorizzava i condannati al Forte. Ma sì, settembre andiamo, è tempo di migrare. Col cavolo, siamo ancora ad agosto, altro che settembre. Va beh, la macchina è stracarica, quasi tocca per terra. Con un po' di magone, si parte. Addio monti sorgenti, anche i pini invece del solito verde cupo, hanno assunto il grigio della pietra del Forte. Si butta l'immondizia e via. Verrebbe voglia di piangere, tanto ti rimane la voglia di rimanere abbarbicato a queste pietre, a questi alberi, a questi pascoli dove le cime delle erbe sottili fremono sotto lo spirare delle folate. Voglia di rimanere ancora qui, nella solitudine deserta delle cime pronte a coprirsi di bianco, ad ascoltare nelle notti più cupe, lontano sulle creste, il bramito del cervo. Vediamo di arrivare velocemente a casa, fare il cambio, portare il PC dal computeraio, che ci metta le mani definitivamente e poi ce ne andiamo al mare, che l'acqua deve essere tiepida al punto giusto. Mi manca tanto la bouillabaisse e il branzino alla griglia.

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lunedì 26 agosto 2013

Recensioni: Mo Yan- Le sei reincarnazioni di Ximen Nao

Mo Yan, specialmente dopo il conferimento del Nobel nel 2012, è stato spesso criticato, specialmente in Cina, per non avere preso una posizione critica netta nei confronti del regime. Chi afferma queste cose, ha probabilmente letto con superficialità le sue opere. Questo magnifico libro ne è l'esempio. Nel 1950 un proprietario terriero viene giustiziato per crimini contro il popolo. Ritenendo di aver subito una grossa ingiustizia, lui che si ritiene uomo probo e onesto ottiene dal re degli inferi di reincarnarsi per chiedere giustizia. Ma Yama gli gioca un brutto scherzo. Si dovrà reincarnare per almeno 5 volte in veste di animali diversi, un asino, un maiale, un toro, un cane e una scimmia, prima di stemperare il suo odio e la sua animosità e potersi finalmente reincarnare di nuovo nei panni di un uomo. Così la storia degli animali ripercorre 50 anni di vita politica cinese nelle campagne, dall'epoca delle comuni alle guardie rosse, alla morte di Mao e al seguente esplodere dello sviluppo economico così diverso dagli inizi della rivoluzione. Una storia descritta con un sarcasmo ed una raffinatezza smagliante, vista dagli occhi degli animali che via via si succedono. 

Una grande saga familiare dove si seguono i personaggi fino alla loro tragica fine. Ma il romanzo non si legge soltanto come una intricata e splendida storia, condita da tutte le  frecciate ad un mondo così particolare come quello del comunismo cinese, pur descritto con l'affetto di chi ha vissuto anche la sua parte eroica e di ingenue convinzioni, assieme ai suoi aspetti più duri e pesanti. Infatti la critica pungente scorre anche nella fase successiva dei nuovi ricchi, che hanno sostituito i vecchi poteri con  i nuovi e spesso niente affatto migliori. Lo stile è poi davvero interessante. Segue infatti i canoni della vecchia letteratura cinese con i capitoli scanditi dalle indicazioni delle gesta dei personaggi. Pare di leggere Il sogno della camera rossa in tutto e per tutto. Sarebbe davvero bello conoscere a sufficienza la lingua per poter leggere l'originale e confrontarlo con questo testo classico a cui certamente si ispira. Non manca, oltre alla davvero fantastica visone onirica del racconto, una continua autoironia, con i continui riferimenti a se stesso, personaggio anch'egli del racconto, dipinto come un tipo insopportabile a cui non bisogna dar credito essendo uno spassionato contafrottole. Davvero consigliabile per avere uno spaccato non consueto della moderna letteratura cinese.


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venerdì 23 agosto 2013

Sbronza triste.

Kostantin Alexandrovich Cerebrov non ce la faceva davvero più. Aveva i suoi anni ormai e da quando era cambiato tutto aveva cominciato ad intristirsi ogni giorno un pochino di più. Era stata come una discesa verso un luogo buio e grigio, sempre più triste e spento, senza una fine certa in fondo al tunnel. Era uno di quegli uomini di un altro tempo, un tempo che lo aveva appassionato, anche se in fondo non si trovava né bene, né male, ma che era per lui un punto di riferimento certo, in cui non c'era spavento o meraviglia. Una tranquilla situazione di stallo, una nicchia ecologica in cui adagiarsi tranquillo e guardare scorrere la vita senza sorprese. Fin da quando era diventato ingegnere, la vita aveva preso una svolta tranquilla. A Ufa, dove era nato, la vita non era certo vorticosa come a Mosca; la Baskiria era una regione periferica che aderiva pedissequamente a tutte le direttive centralizzate, rispettava i piani quinquennali senza problemi; tutt'al più la gente andava a caccia di frodo e se ammazzava una mucca invece che un orso, si faceva una colletta e si ripagava l'animale e nessuno piantava grane. Certo i pelmeni di orso sarebbero stati più buoni, ma anche quelli di vacca andavano bene, in più si faceva una bella grigliata di shashlikì e vodka e se girava, fino a martedì pomeriggio nessuno ti veniva a rompere le scatole per andare a lavorare. Quando era stato chiamato a seguire un nuovo impianto per imbottigliare acqua minerale, negli Urali, in fondo era stato contento. Finalmente promosso a Glavnji indzhenjer, qualcuno si era accorto della sue capacità, sarebbe stato responsabile del progetto, ingegnere capo. 

Tutti macchinari occidentali, roba costosissima e di grande efficienza, il kombinat del Sanatorij aveva messo i soldi e tutto era arrivato in pochi mesi, assieme ai tecnici, gente che lavoravano come matti, tutti espertissimi, che non capivano come mancasse sempre qualcosa, come se tutto dovesse sempre essere lì disponibile. Le cose non andavano mica così! Come quella volta che gli avevano chiesto una manciata di viti a Brugola urgenti. Eh bravi, come se ci fosse un negozio dove andarle a comperare. Tutto facile per quella gente, dalle loro parti avranno avuto sempre tutto a disposizione, chissà poi se sarà stato vero quel bengodi. E si erano pure stupiti quando il suo incaricato, Alexiej, era tornato dopo tre giorni con le brugole fatte al tornio una per una. Non erano proprio perfette, qualcuna del 13 invece che del 12, ma bastava poi allargare un po' il buco senza tante grane, ma intanto eccoli accontentati quei precisini, non sia mai detto che il glavnij indzhenjer Cerebrov non risolve un problema. Certo quando tutto era stato completato, l'impianto collaudato e le bottiglie avevano cominciato a venire fuori dal tunnel dell'affardellatrice, era stato un piacere, vedere i pacchetti che correvano sui rulli del nastro come tanti soldatini. Erano tutti a bocca aperta, anche il commissario politico che era stato mandato direttamente da Mosca, gli aveva fatto i complimenti e gli era toccata una putijovka di un mese in Crimea a Sudak. Senza la moglie però, a lei era toccata due anni prima. Che meraviglia però! Le grane erano cominciate subito dopo. La linea non girava come doveva, ce n'era sempre una. Però alla fin fine, le bottiglie manco si vendevano e finivano sotto la tettoia in fondo al magazzino. Forse anche perché l'acqua aveva quel saporaccio di zolfo. Beh, in fondo era l'orgoglio della zona, quell'acqua minerale, puzzava come una fogna ed era pure salata, ma faceva bene da matti, lo diceva pure il dottore capo del sanatorj

Ma in fondo, quello che contava per il piano quinquennale era la potenzialità della produzione e non la produzione stessa. Così, una volta potevi dare la responsabilità al granulo di PET che non arrivava, un'altra era mancato il foglio di polietilene per avvolgere i fardelli, un'altra ancora la sorgente si era seccata per due mesi. Quello che contava era che le bottiglie, 6000 all'ora, si potevano teoricamente produrre e buona notte. Poi all'improvviso era cambiato tutto. Glasnost, perestroika, un sacco di paroloni vuoti e all'improvviso tutti che si erano messi in testa di fare soldi. Tutti commercianti, tutti bisnessmieni, anche quelli che qualche anno prima ti avrebbero denunciato per crimini commerciali se cercavi di vendere un po' di nafta "avanzata" dal riscaldamento del sanatorj, che poi il freddo faceva pure bene e conservava la gente, tanto con tutta la vodka che tiravano giù, manco se ne accorgevano che i caloriferi erano ghiacciati. E tutti volevano andare a Mosca a fare affari e ritornavano con quei macchinoni importati, tutta roba rubata in occidente, si diceva. E il segretario regionale del partito era diventato il proprietario del sanatorj, non si sa bene come, ma con la privatisazija, avevano distribuito a tutti le azioni, secondo merito e importanza naturalmente e alla fine erano venute tutte a lui (e un po' anche al vicesegretario, che però era poi morto in quell'incidente, lo avevano trovato con la faccia gonfia e tutto rosso a bolle, ma avevano detto che aveva bevuto troppo quella sera, prima di finire nel fosso con la Merziedès nuova). Da allora lo chiamavano una volta alla settimana per sapere come andava la produzione e quali erano i costi dei materiali e avanti con la canzone di ridurre il personale che le spese erano troppe e intanto gli operai rompevano le scatole che lo stipendio era basso e quelli che lavoravano al McDonald guadagnavano il doppio. 

Tutti i giorni una grana nuova, da farsi scoppiare la testa, altro che premi e complimenti, sempre rogne e rimproveri. Roba da non poterne più, lui che non poteva neanche permettersi una Zhigulì scassata. Anche Zvijeta, alla fine lo aveva mollato per un affarista di Ekaterinburg, uno che rappresentava una ditta occidentale e che si beccava un sacco di provvigioni e le comprava dei profumi italiani da 100 dollari. Dice che l'avrebbe portata a Venezia, altro che lui vecchio babbione, che al massimo era riuscito a farle avere la putijovka in Bulgaria una decina di anni prima. Ma si sa che come dice il provebio: kuritza niè ptiza, Balgària niè za granitza, la gallina non è un uccello e la Bulgaria non è estero, come diceva sempre sua nonna e anche Tatjana, la segretaria del segretario, che lo seguiva sempre nelle commandirovke in cui si doveva fermare a dormire fuori. Poi, da quando gli affari si erano spostati sempre di più verso la capitale, avevano cominciato a lasciarlo più in pace. La fabbrica piano piano arrugginiva in silenzio, di bottiglie ne venivano fuori poche ormai. Che importava tanto tutti volevano la Coca Cola, la Fanta e tutta quella roba che ormai si trovava in ogni kiosk di paese. Lui passava le sere da solo, nella dacia di legno a fianco alla fabbrica, che aveva visto ben altre bisbocce, a guardare un vecchio televisore a cui ogni tanto bisognava dare una botta forte dietro per farlo smettere di sfarfallare. Tanto aveva gli occhiali così spessi, che la dottoressa, una trombona coi baffi che aveva lanciato il disco alle gare regionali dei pionieri, gli aveva detto che non li facevano più forti di così e che se non ci vedeva poteva andare in uno dei negozi nuovi a comprarsi quelli che arrivavano dall'estero con la montatura leggera e sottile, invece di quei bacchettoni di tartaruga finta, sempre che avesse avuto i soldi per pagarseli, ahahahah. 

Che risate, quando le aveva borbottato che a un compagno come lui, gli occhiali li avevano sempre dati gratuitamente e con precedenza per meriti di lavoro. Li sentiva ancora ridere mentre se ne andava curvo, mentre nevicava fitto fitto, col peso del sacchetto di bottiglie di vodka di basso qualità che un amico che lavorava in un albergo vicino, rubava in cucina e gli girava a prezzo di favore. Roba così così, quasi un samagòn di buccia di patate, come facevano in campagna. Ma i contadini buttano giù di tutto. Già, adesso in città arrivavano i vini dalla Francia, l'Asti dall'Italia, altro che lo champagne sovietico con cui brindavano al termine delle riunioni politiche. Non se ne facevano più di riunioni politiche. Negli uffici del partito avevano aperto un supermercato, pomposamente chiamato Komersiant ed era pieno di madame impellicciate che spingevano carrelli colmi di roba di importazione, tutta gente che qualche anno prima si faceva trombare sui sacchi di barbabietole, giù allo zuccherificio e adesso facevano finta di non conoscerti più, le varie Viera e Liudmilla, solo perché il marito aveva avuto una rappresentanza di medicinali o trafficava in roba cinese. Sì, era andata sempre peggio da quando era cambiato tutto. Vicino al tavolo di faesite sbrecciata, sporco di purea di patate rovesciata, ruttò un paio di volte, mentre gli veniva su il gusto della composta di cetrioli, ormai alla sera mangiava solo quello e buttò giù con un colpo secco, quello che restava della seconda bottiglia di Garilka, si tocco un po' la barba lunga che non si faceva da giorni, poi crollò di colpo sul divano dai braccioli di plastica slabbrati da cui usciva la spugna marcia, gli occhiali pesanti gli caddero sul fianco e cominciò a russare rumorosamente.


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giovedì 22 agosto 2013

Cronache di Surakhis 57: Sentenze pilotate.

Ormai era diventato lo zimbello della galassia. Sui media intergalattici, Surakhis da tempo veniva comunemente definito il Pianeta Delle Libertà. Certo i commenti ironici dei commentatori extraplanetari non arrivavano neppure nella capitale, una Novigorad avvolta dalle dense nubi che uscivano dalle viscere delle Fragrant Hills, le montagne di immondizia che l'avevano ormai sommersa completamente. In realtà gli abitanti della città, di quelle libertà se ne fregavano altamente, tutti presi a scavare nelle viscere della monnezza per ricavare qualche cosa di commestibile, per cui il dibattito che ormai da mesi occupava la Televisione Unica del pianeta li lasciava piuttosto disinteressati. Però la bandiera delle libertà era agitata soprattutto dalla corte, dall'imperatore e dalla sua canea di cortigiani, difensori accaniti di ogni libertà, a partire da quella di emettere ogni tipo di tassazione, qualcuna addirittura solo per il piacere di poterla evadere o quella di accoppiarsi con qualunque femmina capitasse loro a tiro, dalle plurivulvate di Rigel, per le quali bisognava mettersi almeno in un gruppetto di volenterosi, alle Vergini di ferro di Mizar IV, per la cui deflorazione non bastavano neppure le speciali pompette da pene inoculanti acciaio liquido, che gli anziani membri del consiglio,  per adeguarsi al vezzo dell'Imperatore stesso, si erano fatti istallare al completo. Non ne sfuggiva nessuna, consenzienti o meno, e se no che libertà sarebbe stata. Pagando naturalmente, era tutta gente d'onore, liberi sì, ma nobilmente corretti.

Non parliamo poi delle varie libertà nel campo della corruttela, di cui erano state addirittura istituite gare planetarie a chi comprava di più, pagando di meno, con punteggi differenziati, per politici a seconda del rango e dell'importanza, giudici, prelati, anche se questi erano già troppo facilmente convincibili per un sacco di problemini, vista la loro dimestichezza con l'associazionismo giovanile, di cui avevano da sempre l'appalto assoluto e l'esclusiva economica del loro Istituto dell'Oro da Restituire, che lo aveva rastrellato tutto da circa 2000 anni e della cui restituzione ancora non si parlava e così via. Certo era accaduto che alcuni sciocchi membri della casta degli Iudicantes, scocciatissimi perché il loro orario di lavoro era stato portato d'imperio da una a due ore al mese (in pratica un raddoppio di lavoro), avevano appioppato all'imperatore una pena virtuale di un anno di divieto di accoppiamento (ma solo con femmine provenienti da pianeti minori e dalle galassie esterne) proibendogli inoltre di presentarsi al tempio di Venus Fellatrix a pretendere il tributo di vergini mensili, con l'obbligo di rimanere nell'appartamento reale,che per la verità occupava quasi i due terzi del pianeta, ma libero di fare le dichiarazioni che gli paressero meglio. 

Apriti cielo! I suoi clientes più arrabbiati avevano aperto un fronte di lotta contro questi giudizi liberticidi e chiedevano a gran voce la caduta del Governo dei Burattini, una rappresentazione divertentissima che andava in scena ogni giorno al vecchio teatro dell'Opera, ma a cui ormai nessuno badava più, tutti com'erano intenti a scavare nell'immondizia. Paularius si era tenuto un po' fuori dalla mischia, gli dava fastidio tutto questo gran parlare di cose tutto sommato inutili. Lui era sempre stato un pragmatico e le questioni le avrebbe prese di petto, un bel repulisti, tutti gli Iudicantes in carica al mercato degli organi di Betelgeuse e poi che facessero pure le loro sentenze. Troppo buonismo in giro. Prese il fucile di precisione a fotoni, il suo preferito e se ne uscì a fare un giro a caccia di clandestini. Anche se, con l'aumento degli sbarchi, le pelli valevano dieci crediti la dozzina, era sempre un bel divertimento.


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Sansone
Civiltà perdute.

mercoledì 21 agosto 2013

Shān.

L'aria della montagna mi mette al tempo stesso di buon umore e in stato di tranquilla malinconia. Sarà il gorgoglio del torrente o il vento che spira tra gli alti pini al di sopra delle creste. Credo che siano sensazioni comuni a tutte le culture. Come la vedono i cinesi? Direi più o meno come noi. Intanto ecco il bellissimo pittogramma che rappresenta la parola Montagna: shān -   . E' uno dei caratteri fondamentali che fungono da radice per formare moltissimi altri caratteri. Già abbiamo visto che la lingua cinese si ispira soprattutto alla natura e alla campagna essendo stata una civiltà contadina nel profondo. Il segno si interpreta facilmente, illustrando una catena di monti esemplificata da tre picchi di cui quello centrale più alto ed ancora più pittorico era all'inizio, mentre nel moderno carattere rimane solo la stilizzazione delle tre barrette verticali. (Per la verità il carattere ha anche un significato secondario facilmente intuibile: rami di gelso stesi per permettere ai bachi da seta di imbozzolarsi). In unione ad altri caratteri, si hanno moltissime parole assolutamente corrispondenti nella loro costruzione logica alle nostre lingue. Ad esempio aggiungendo il segno di crollo abbiamo: shān bēng- 山崩, che vuol dire Frana (la montagna che crolla). Unito a Fossato abbiamo shān gōu - 山沟: Burrone (Un incavo nella montagna). Con Bocca, Varco si ottiene: shān kǒu - 山口- Valico, passo. Assolutamente ovvia l'aggiunta di Fuoco per ottenere huǒ shān-  火山 - Vulcano (la montagna di fuoco) e ovviamente  huǒ shān kǒu- 火山口 - Cratere (la bocca della montagna di fuoco). Ancora unito a Ghiaccio (Acqua + due goccioline congelate davanti) abbiamo bīng shān - 冰山- Iceberg (la montagna di ghiaccio appunto). 

Naturalmente essendo a Fenestrelle e avendo davanti agli occhi l'imponente Forte, non posso dimenticare shān zhài - 山寨 - Forte di montagna, ottenuto aggiungendo l'ideogramma che significa Luogo fortificato (nel carattere si vedono bene quelli più semplici di Tetto e Legno con cui vengono costruite le palizzate di fortificazione). Dove però cominciamo a vedere maggiormente il senso poetico cinese che continuamente riverbera nella lingua è ad esempio in Shān shuǐ - 山水 a cui si aggiunge Acqua, che apparentemente potrebbe significare Acqua che scende dalla montagna, invece a Monti e acque, si attribuisce il significato di Paesaggio, quello tipico della pittura tradizionale cinese che, in generale riporta in rotoli verticali scene di montagne e di torrenti. Un esempio per addentrarsi nella, tutto sommato, semplice grammatica cinese, si ha con l'uso dell' avverbio Su, accoppiato alla parola Montagna. Anteponendolo infatti otteniamo xià shān - 下山- Scendere dal monte, mentre posponendolo : shān xià - 山下, il significato diventa Ai piedi del monte. Termino con due noti Cheng you (le frasi fatte di 4 caratteri) molto adatte a questi momenti difficili. La prima è Zòng hǔ guī shān - 纵虎归山- Far tornare libera la tigre sulla montagna, intendendo che bisogna stare molto attenti a rimettere in libertà un nemico pericoloso, e infine: Zhí fǎ rú shān - 执法如山- Usare la norma come una montagna, che significa Applicare rigorosamente la legge, nel senso che se uno commette un reato, non stia a rompere tanto le scatole, la legge si applica e basta. E' chiaro?


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martedì 20 agosto 2013

Haiku dalle mura.



Rombo di tuoni.
La cascata di pietra
attende invano.


lunedì 19 agosto 2013

Il tao dello stagno.

dal web

Il piccolo stagno, sotto le Colline Profumate, aveva una superficie piatta ed immobile nella calura del pomeriggio. Sembrava uno specchio grigio argento e le canne d'acqua appena appena piegate lungo il bordo ad est, parevano piantate a bella posta da un creatore di vasi floreali. Non un refolo di vento a muoverle, nel pomeriggio di Pechino, le foglie diritte e basse ad indicare la propria ombra inutile. L'aria sembrava spessa come miele. Solo un insetto d'acqua si muoveva adagio sul piano perfetto, le sottili zampe appoggiate a formare una piccola fossetta, come a sopportare il piccolo peso che la tensione superficiale, manteneva tesa ed impermeabile come per magia. Si spostava a zig zag, qua e là, come un giocattolo meccanico comandato dalla riva. Sotto il grande pruno, il cui tronco contorto per gli anni, sosteneva una larga chioma spessa di foglie, un'ombra cortese copriva la ripa non troppo scoscesa e ricoperta di erba verde chiaro. Appoggiato all'albero Li Guo Feng teneva gli occhi leggermente chiusi, attraverso la piega della fessura, si intravedevano però, le pupille nere, vigili che abbracciavano tutto l'orizzonte visibile. 

Non fissavano un punto specifico, non c'era la concentrazione precisa che fa perdere di vista la presa di coscienza generale, ma mantenevano una visione d'insieme, comprensiva di tutto l'ambiente circostante, come questo potesse abituare corpo e mente a considerarsi parte di un ambiente unico, a sentirsi un tutt'uno con esso. Solo quando dopo un po', una leggera brezza da nord cominciò a far dondolare le foglie dei giunchi, sembrò avvertirla, mentre lieve, gli carezzava i capelli. L'aria scorreva tra le mani appoggiate tra l'erba e sfiorava le dita, passandogli poi sul viso glabro e sulle labbra, leggermente curve all'in sù, come in un sorriso inconsapevole, sereno, atteggiamento inconscio di un non pensiero, aiutato da una respirazione lenta, meditata, che scioglieva le tensioni fisiche del collo, delle spalle, della mente. Lontana, la grande campana di bronzo del tempio della Luce Suprema, rintoccò un colpo secco, la cui sonorità piena si adagiò sui fianchi della collina e sembrò quasi smuovere la superficie dello stagno in onde concentriche che si allontanavano verso la riva. 

Il suono parve risvegliare l'attenzione di Li Guo Feng, che si smosse appena, poi alzò la schiena raddrizzandosi. Le fessure degli occhi si aprirono completamente come se il pensiero cosciente si  fosse d'improvviso risvegliato. Si alzò lentamente dirigendosi verso l'entrata del parco dove aveva lasciato l'auto nuova appena ritirata dal concessionario. Aveva deciso. Appena arrivato a casa avrebbe cacciato via a calci in quel sederone grasso, quella sfaticata di baby sitter che si era permessa di chiedergli l'aumento dello stipendio da 50 a 80 dollari. Quella schifosa si era fatta mettere su dall'amica che lavorava dalla vicina. Quelli spargono soldi a piene mani, se ne fregano se poi le ragazze si parlano e alzano la cresta. Se ne tornasse al villaggio a guardare i maiali. Dette un'occhiata al Rolex d'oro nuovo che aveva al polso. Era tardi, con quel caldo, ti scappava la voglia di tutto. Girò la chiavetta e accese l'aria condizionata a palla e le casse dell'iPod.


domenica 18 agosto 2013

Che tenera la cerva femmina!



 Qualcuno ce l'ha con me e me lo ha anche fatto notare privatamente, perché ormai mi dedico solo più a elocubrazioni meditative e ho abbandonato la fase della crapula epicurea. Beh, non è che i miei pensieri siano ormai confinati in quella fase onirica a cui porta la pratica compulsiva delle arti marziali orientali, anzi questa mattina, devo dire che i miei affezionatissimi allievi, che avrebbero dato il loro braccio (sinistro) pur di non perdere la presenza del loro amato maestro, si sono completamente volatilizzati, lasciandomi a sorbire l'aperitivo alla Rosa in completa solitudine. Così in questo momento di abbandono solitario, ho avuto modo di ripensare all'incontro di ieri sera. Momento celebrativo certo, di un genetliaco importante per il gruppo, che non ha potuto fare a meno di trasformarsi in un inno alla gioia, attorno all'ospite centrale della serata, una porzione di carne di cerva di considerevoli misure e dimensioni, da giorni in attesa di essere celebrata assieme, naturalmente al padrone di casa. Come ogni volta gli anfitrioni, sono riusciti a superarsi, in qualità, fantasia e cura nell'approntamento del baccanale. Sulla quantità stendo un velo, se no poi mi parlate dietro. Intanto siamo stati accolti da un mojito gelato, che, fruendo della menta appena colta nel giardino, è stato approntato con cura certosina delle proporzioni. 

La generosa dose di rum ha subito contribuito a far prendere un certo abbrivio alla serata, con declamazioni di odi, già da subito declinate con voce malferma, ad inneggiare i meriti indiscussi del padrone di casa. Si era detto di far festa esclusivamente alla tenera cerva, che doveva rimanere il piatto unico e centrale della bisboccia, al fine di dare modo a tutti di mangiarne porzioni esagerate e non turbate da altre perverse distrazioni, ma si sa che sembra brutto non presentare almeno qualche stuzzichino come entrée. Dunque, stappato lo champagne, è partita l'ordalia delle tapas, come sempre ricercatissime e dalla presentazione mignon allettante e appagante anche per gli occhi, che ogni cosa deve avere il suo giusto sfogo. Ecco dunque il susseguirsi di uova mimosa ripiene, spiedini fantasia, palline ai formaggi e granelle di noci, deliziose rondelle di zucchine impanate ricoperte di formaggio fresco, tartine al paté, cacciatorini di cinghiale che dicevano mangiami mangiami che siamo così piccolini, che posto vuoi che teniamo nel tuo pancione debordante! E ancora fette di salmone al limone e erbe fini, crostini ricoperte di delizie provenzali di tonno, altri ancora ospitanti una mordentissima composizione a base peperoncino, roba per donne decise e uomini veri che non devono chiedere, mai. Ragazzi, mentre il paiolo della polenta continuava sobbollire lentamente, si ingannava il tempo in chiacchiera piacevole; chi vuole godere deve avere pazienza e sapere aspettare, d'altra parte c'erano i motivi per passare il tempo e si può dire che si è fatto onore alla tavola. 

Poi, stappato un congruo vino nobile di Montepulciano, davvero acconcio a far festa all'ungulata, ecco arrivare la massa bruna, opportunamente ripartita in piccoli bocconcini a misura d'uomo (e di donna naturalmente). Che tenerume inarrivabile, ricoperto da una densa, saporosa, speziata al punto giusto, salsa  che lo abbracciava in una stretta appassionata, pronto a donare sensazioni di selvatico finalmente domo, dalle fibre ormai vinte, che si aprono al minimo contatto per sciogliersi in bocca, invitando ad un secondo, un terzo assaggio e poi ancora e ancora all'infinito, cullato dal letto di polenta bollente, giustamente ruvida e solida (e in questo caso voglio stendere un lenzuolo silente ai miei accenni riottosi di vecchio polemico e bilioso, subito rintuzzati, trattandosi ahimè, di materiale cosiddetto biologico, anche se buonissimo in verità). Ne abbiamo divorato con lodevole impegno e senza alcuna lamentazione, fino ad esaurimento delle forze fisiche e mentali. Ma poiché come si sa, la boca no xè straca se non sa de vaca, ecco arrivare un plateau de fromage degno della mensa del re. 

Una serie ricchissima di pezzi rari, dalle più fresche formaggette, ancora saporose di latte, ad una scelta di tome delle valli a vari stadi di maturazione e quindi caci e pecorini di diverse provenienze, fino ad un monumentale cuneo di gorgonzola di rara morbidezza. Un estasi di profumi e sapori coronati da una serie di salsine, confetture di cipolle senapate e chutney inglesi ricercati. Una bottiglia di Sauternes profumato, denso, un vero e proprio inno all'arte casearia, ha dato un tocco di completezza tale, che anche i più riottosi, hanno dovuto dichiararsi vinti e procedere a diversi assaggi. Infine è spuntata una torta alle pesche bianche così morbida e caramellosa da renderci per un attimo tutti bimbi golosi che non sanno resistere all'invito della strega del bosco. E' naturale che non ci si riesca ad opporre alla dolce violenza di un dessert davvero ricercato e per noi nuovo e golosissimo e quindi avanti Savoia, fino alla consumazione totale e definitiva. Un obbligo ancora infine, per pulire la bocca e restituirci sereni all'ombra della notte, alcune palle di gelato su freschi mirtilli di bosco, annaffiati generosamente da un Calvados lungamente invecchiato o a scelta da un Ron di Trinidan i cui 65 gradi hanno dato a tutti la giusta sferzata per affrontare sereni e privi di paure per il domani, la notte.


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sabato 17 agosto 2013

Attesa.

Oggi il meteo prevedeva acqua a catinelle, tanto che i miei amici assatanati di alte vette, hanno rinunciato alla ventura e sono rimasti a casa a preparare bocconi del prete per una acconcia riunione meditativa serotina. Invece, ecco l'affidabilità delle previsioni, giornata splendida fin dal mattino presto. Una brezza fresca e vivificante, cielo blu cobalto, sbuffi bianco smagliante che neanche i tibetani nelle loro tanke. Quindi mattinata al Chisone, vicino alla spiaggetta, sulla riva all'ombra, a praticare tai ji con un gruppetto di neoadepte entusiaste, poi pausa meditativa alla Rosa per un aperitivo adeguato. Non si commentano ormai più nemmeno i fatti del giorno. In effetti, la pigrizia della vacanza, rende ogni cosa lontana, attutita, priva di reale interesse. Alla fine chi se ne frega se ci sarà o meno una grazia. 

Un furfante rimane tale in ogni caso e il nostro paese è sempre un posto popolato di uomini di grande valore che messi assieme diventano un popolo di merda, che ha sempre e soltanto quello che si è meritato, come dice il mio amico Doc Divago. Quindi godiamoci questa pausa deliziosa, anche se il collegamento è scarso e il PC nuovo è sempre tutto sbudellato e mal funzionante, alla faccia degli 800 eurini spesi, l'importante è stare qui su questo terrazzino a godersi il pomeriggio in panciolle, leggendo un libro bellissimo di cui vi relazionerò a suo tempo, aspettando le sei per la partita di petanque, in attesa che calino le ombre e che il cornuto che da un paio di giorni si insaporisce nel vino, tra alloro, ginepro e chiodi di garofano salti in pentola a completare il suo ciclo e deliziarci la serata, di cui, se sarete bravi e mi dimostrerete attenzione, magari domani farò dettagliata relazione. Io intanto mi preparo alla tenzone.


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venerdì 16 agosto 2013

Tai Ji occitano.

L'aria è tersa, solo un refolo di vento che non disturba. Alti sbuffi di panna bianca sulla tovaglia azzurro cupo del cielo. Il torrente mormora un unico lungo mantra tranquillo alle nostre spalle. C'è ancora acqua che alimenta i rivi che si fanno strada nelle forre dei boschi vicini; un muro verde cupo di pini dove l'odore di muschio è forte e copre il profumo lieve di qualche fragolina rosso vivo nel sottobosco, ancora privo del sentore forte dei funghi della montagna. Uno spazio piano sulla riva, riparato da un'ombra che protegge dal sole che ancora morde. Che bello fare tai ji all'aperto, tra gli alberi. Ci si sente davvero parte di un sistema complesso e vitale. Provare a lungo il respiro profondo. Ad ogni ciclo respiratorio, il peso del corpo sembra scendere un poco verso terra, sotto l'ombelico, a radicarsi al suolo che senti sotto le piante dei piedi, un contatto forte e vitale. Afferrarsi sempre di più sul terreno vivo, sentirsi parte di esso, inspirare, espirare. Le mani si muovono da sole. 

Mentre l'addome si estende e si riempie di aria, le braccia sembrano sollevarsi autonomamente come un omino di stoffa che prende vita insufflandogli aria, come per un filo sottile guidato da un burattinaio legato ai polsi, una forza esterna le tende, i palmi rivolti verso il basso, si alzano, poi si abbassano alternativamente come l'onda del mare. Le spalle si liberano della tensione, il movimento si libera della costrizione della mente e fluisce leggero. La mano scende davanti come a scavare leggera nella sabbia fine, poi si alza in un cerchio lento lasciandola cadere. Il Tantien guida il movimento, fluido, lento, costante, attivo facendo perno sulla colonna. Ancora un braccio, alternato all'altro, le mani ruotano come senza peso, disegnando il bozzolo di seta. Lo sguardo è vigile, attento, ma non si concentra su nessun punto in particolare,  comprende tutto, abbraccia il circostante, lo comprende e lo assimila a sé. Apertura, tenere il pallone, parare, tirare, premere, spingere via e poi ancora nella quattro direzioni fino alla chiusura, ancora una respirazione. Sentire il fluire dell'aria tra le dita della mano che si muove nello spazio, avvertire la forza della spinta del ventre che guida tutta l'azione, essere parte di tutto quello che ti circonda. Avvertire l'equilibrio, del corpo, della mente. Che bello, stare con gli amici e fare tai ji tra gli alberi, la mattina. Tranquilli, respirate a fondo, poi andiamo a farci un spritz alla Rosa.



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giovedì 15 agosto 2013

Feriae augusti.

Ho la testa vuota. No, non dite subito così, non è la mia condizione normale. E' che mi sento un po', come dire, spaesato. Leggo il giornale e non capisco più le cose. Possibile che ci siano paesi che vanno in rovina per i problemini personali di qualcuno, per potente che sia? Possibile che ci siano sempre, uno dopo l'altro, posti dove la gente si scanna al grido di Dio è con noi? Possibile che ci siano luoghi dove i soldi contano sempre di più delle persone? Non riesco a capacitarmi di queste cose, vado in confusione e poi mi sembra di avere il cervello annacquato. Faccio una gran rebelot, un minestrone di sensazioni, tra lamentele disperate di gente che sta sorbendo l'aperitivo col mignolo alzato e che non ce la fa più ad andare avanti, che le tasse sono insostenibili, che l'evasione è esagerata e quindi bisogna eliminare Equitalia (?), mentre il gruppo vicino emana ricette garantite per la soluzione di tutti i problemi, panacee per tutti i mali così semplici da capire per i Dulcamara della domenica. Quelli poi, che andavano benissimo, adesso, pare che vadano male anche loro. Quelli che vanno male, invece sembra che vadano meglio anche se nessuno sa a spiegare il perché. 

Coloro che chiacchierano di economia si guardano basiti l'un l'altro e non riescono a rendersi conto che ciò che sembrava prevedibile ad ogni persona di buon senso, figuriamoci agli esperti, adesso ha ribaltato la previsione, i meno diventano più e anche i lanciatori di sventura, non si raccapezzano di essere sputtanati. Gli appassionati di complotti si guardano smarriti in cerca di qualche multinazionale da incolpare; i duri della politica cercano i circoli dei fedeli delle banche e degli speculatori che succhiano il sangue del popolo per minacciarli. Tutti spariti, falliti anche loro, tanto guadagnavano. I personaggi più squallidi, quelli che aprono la bocca e danno fiato, di solito, in queste feriae augusti, tacciono anche loro, sembrano prendere tempo prima di riaprire il forno e ricominciare la sequela di scemenze. Si riposano sui lettini davanti alla corta risacca dell'onda della Versilia o di qualche altra località alla moda. Non vale la pena prendersela o cercare di capire, meglio aspettare le sei e andare a fare una partita a bocce sorbendo un Pastice, alla moda provenzale. Ha ragione Mo Yan, le merde secche non stanno neanche attaccate al muro.


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mercoledì 14 agosto 2013

Recensione: Dipika Rai - Goccia a goccia nasce il fiume.

Romanzo di esordio di questa nuova voce indiana, colpisce duro per le situazioni che descrive. Un'India molto poco oleografica che si apre a mostrare i suoi lati più pesanti e dolorosi. Una realtà rurale ben lontana dalla crescita tumultuosa dei BRICS e dalla voglia di diventare un paese moderno. Il titolo originale, ben più calzante, Someone else's garden, Il giardino di qualcun altro, dipinge bene questa parte oscura, intrisa di tradizioni di un maschilismo violento e feroce dove padri, mariti e figli considerano le donne che stanno loro accanto meno di cose. Disgrazie alla nascita, impicci da mantenere e di cui liberarsi in qualunque modo al più presto, indebitandosi anche pur di mettere insieme una qualsiasi misera dote da dare alle mani voraci di chi se le porterà via, ne faccia quel che vuole, le picchi, le venda o le uccida, magari bruciandole se le ritiene ormai inutili. Le femmine sono il giardino di qualcun altro, dunque non ha senso prendersene cura. Una filosofia alla fine condivisa dalle donne stesse, che le donne stesse condividono, condannando senza pietà chi tra di loro non la rispetta. E' la storia di Matma, già vecchia a vent'anni e di tutta la sua odissea di figlia e poi di moglie che riesce infine a sfuggire al suo terrificante destino, pur tra sensi di colpa e difficoltà inaudite, tra le miserie dell'India più profonda e difficile, spietata verso i deboli, che devono scontare evidentemente e giustamente le loro colpe, maturate nelle vite precedenti, che pure esiste ed è così lontana dalla idea della tolleranza ghandiana a cui spesso si indulge, pensando a quel paese. Anche se il finale buonista e carico di quell'happy end caro agli indiani, disturba un po' il rigore del lavoro, il libro è comunque molto interessante per chi ama questo paese e ne ritrova sempre con piacere gli odori e  i colori. Le descrizioni attente degli ambienti e dei personaggi, vi faranno precipitare negli abissi più nascosti e dolorosi, per poi lasciare spazio ad una atmosfera alla Bollywood di cui questo paese non riesce a fare più a meno e che ormai sembra rappresentare un vero e proprio marchio di fabbrica. Direi da leggere.


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