martedì 31 maggio 2011

Cronache di Surakhis 38: Correre ai ripari.

Una batosta del genere, qualche mese prima, Paularius non se la sarebbe certo aspettata. Tutto sembrava andare per il meglio, erano state approvate importanti riforme, abolite tutte le spese improduttive falsamente sociali, quali pensioni, sanità, scuole ed altre inutili scemenze che divoravano i bilanci dello stato imperiale. Chi si permetteva di nominare una qualsivoglia attività kulturale veniva immediatamente consegnato alle banche degli organi e anche la pesante crisi economica che non dava segno di cedere in tutta la galassia, in fondo non aveva dato conseguenze negative, anzi in molti casi c'erano state ricadute interessanti. La mancanza di lavoro aveva permesso l'eliminazione fisica di milioni di schiavi ormai diventati inutili bocche da sfamare e altri milioni di cittadini, rimasti giustamente privi di reddito avevano dovuto consegnare qualche figlio mangia a ufo ai commercianti di organi o le figlie migliori ai templi della gioia le cui tariffe per le prestazioni delle sacerdotesse erano quindi scese notevolmente ed erano diventate alla portata di tutti. Senza contare che col nuovo corso politico, alcune di queste, le più avvenenti e capaci avevano potuto ottenere addirittura un posto di rilievo nel gran consiglio dell'imperatore che si teneva ormai solo più nel suo postribolo privato.

Poi, scioccamente, forse pensando di suscitare un moto di simpatia di cui non c'era assolutamente bisogno, invece di effettuare normali elezioni sulla base di sondaggi saggiamente pilotati, si era voluto fare una stupida tornata elettorale tradizionale, con voto universale e segreto. Paularius lo aveva detto di non correre rischi, così invece era accaduto l'irreparabile. Dalle grotte scavate nelle montagne di immondizia dove vivevano i Novigorodesi e nella capitale Città di mezzo, tutti, schiavi e liberi si erano tolti per protesta i contatori ad aria con cui si contava, regolandone correttamente l'afflusso, di controllare i riottosi; si erano rifiutati di pagare la giusta tassa sulla respirazione e avevano votato compatti per i candidati dell'opposizione, pur essendo stati nella quasi totalità decerebrati alla nascita per evitare complicazioni, tanto è stato provato che sia aracnidi che umanoidi lavorano ancora meglio senza cervello. La Gilda che sosteneva a prescindere il governo dopo aver ottenuto il decreto di libera caccia al clandestino, aveva ritenuto di mantenere consenso calcolando il numero degli iscritti alle scorribande notturne e valutando gli scalpi degli Andromediani che tutte le notti venivano sgozzati nelle downtown di Surakhis, invece anche i suoi voti erano calati inspiegabilmente e anche se, nello sballottaggio finale di recupero, avevano nascosto nelle cantine le Erinni Holywhat, che di solito venivano lasciate libere di svolazzare attorno alle sedi elettorali gettando guano infetto sulla testa dei votanti per meglio convincerli, il crollo nel conteggio finale non avrebbe potuto essere più devastante.

Così torme di aracnidi liberati dalle miniere e gli stessi umanoidi del pianeta ormai, venduti reni, occhi e parti di fegato per sopravvivere o privi di narici che avevano nella maggior parte eliminato per sopportare la puzza delle città scavate nei rifiuti o delle centrali a merda che le circondavano, avevano votato nella direzione sbagliata, provocando un vero e proprio maremoto. In qualche modo bisognava provvedere. L'imperatore aveva nove vite come i felini di Altair e non avrebbe certo mollato così facilmente. Intanto bisognava far saltare un po' di teste colpevoli dell'insuccesso; i candidati perdenti sarebbero stati sacrificati nel Circus Maximus Mediaticus dandoli in pasto ai Divoratores, scelti tra gli stessi insettoidi loro seguaci, bramosi di prenderne il posto. Poi sarebbe bastata qualche promessa, come la disponibilità a tutti di accedere gratuitamente ai templi delle Multilinguate di Horus e nuovi concorsi per tutte le femmine con possibilità garantita di accedere all' mperiale talamo, infine l'abolizione di tutte le tasse anche se questa era una promessa ormai un po' consunta e troppo abusata. Per cominciare, dopo un paio di ore Paularius ricevette un gruppo di Questuantes a cui promise un centinaio di nuovi ministeri in cambio dell'appoggio e questi se ne andarono contenti poco dopo. Nell'aria fetida rimasero solo i flussi azzurrognoli di mercaptani che i loro orifizi rilasciavano scoppiettando quando volevano mostrare grande soddisfazione.


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domenica 29 maggio 2011

Un vecchio bardo (non balordo).

Il fatto è che mi piace raccontare storie. Ho sempre avuto voglia di farlo. Forse in una mia vita precedente, passavo di corte in corte, accompagnandomi con il liuto e cantando vicende di dame innamorate e di cavalieri valorosi, mentre madonne dai lunghi colli leggermente reclinati mi guardavano con occhio acquoso, sospirando in attesa di finali a sorpresa. Forse l'innesco me lo ha dato la mia bambina quando era piccola. Vederla, mentre si appassionava a sentirmi dipingere luoghi lontani, intrecci coloriti, scenografie fantasiose di storie esotiche, mi dava una soddisfazione difficile da spiegare. Quando a poco a poco si dipanavano i personaggi del Ramayana in un racconto barocco che mi piaceva arricchire di sempre nuove vicende collaterali o mentre descrivevo gli spazi sconfinati attraversati da Ulisse che voleva scoprire il mondo, godevo di quei piccoli occhi spalancati che, non appena prendevo fiato, mi incitavano a proseguire, a dare nuovo spazio alle vicende. Voleva sempre nuove notizie sull'occhio di Polifemo o di come si potesse sfuggire a Scilla e non finire nelle fauci di Cariddi o come Hanuman il re delle scimmie arringava al suo esercito o maggiori particolari sulla reggia di Ravana a Ceylon, l'isola incantata.

Solo venti anni dopo mi confessò di essere stata terrorizzata dalle storie del demone Ravana che rapiva la piccola principessa Shita e della paura che la prendeva ogni volta in cui doveva passare davanti alla stampa thailandese che lo raffigurava, nel piccolo corridoio per tornare alla sua stanza, blu e terribile con le mani adunche di carpitore di fanciulle, che occhieggiava muto sul muro, mentre lei correva disperatamente al di là della porta, a nascondersi sotto le coperte per non farsi acchiappare dal mariuolo. Da lì è nato il tarlo e la bramosia di raccontare a tutti, quasi  una droga affabulatoria a cui non so resistere, perchè è certo una gran soddisfazione accalappiare l'attenzione di una platea. Così sono rimasto ad invidiare gli scrittori, di cui leggo le prose chiare e fluenti che ti prendono e ti impongono da sole la voglia di andare avanti per sapere come va a finire o anche soltanto perché è così piacevole lasciarsi andare al fluire delle parole ben scritte, alle storie correttamente strutturate. Invece quando ci provo io, ecco che, forse per la voglia di essere convincente o per l'ansia di non lasciare scappare il pubblico, i fatti e le parole mi si affastellano tutte assieme di colpo, creando uno spazio denso di confusione.

Le frasi si annodano, il periodare si complica in subordinate sempre più confuse e quando rileggo, ho sempre la sensazione che capo e coda si confondano come se il filo chiaro della storia, nella fretta si sia ingarbugliato come quando cerco di mettere ordine nella massa di caricatori di batterie ammucchiati nella borsa fotografica e che, a furia di rimestarvi, hanno formato un unico nodo indistricabile e confuso. Un pastiche di sintassi approssimativa e di errori ortografici che per fortuna voci amiche correggono. Lo capisco, è la differenza tra uno scrittore e un imbrattacarte, però in fondo che importa, finché mi rimane questa bramosia, continuerò a raccontare storie, a delineare i tanti personaggi che ho incontrato, che mi hanno appassionato e che, in fondo, sono stati il sale della mia vita. E' bello continuare a farlo anche se gli occhioni spalancati della mia bambina adesso hanno altri interessi; mi basta che una sola persona legga quello che mi è saltato fuori e mi sarà sufficiente. E forse non è necessario neppure quell'unico spettatore, in fondo il guitto recita soprattutto per sé stesso. E dopo questa poderosa captatio benevolentiae domenicale andatevi a cercare un altro blogger all'altezza se ne siete capaci!


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sabato 28 maggio 2011

Chén.

Oggi un carattere che è un vero e proprio pittogramma, abbastanza insolito e tutto da interpretare, appunto chiarendo ancora una volta attraverso la lingua la mentalità di una cultura. La stilizzazione, che potete apprezzare nella elegante grafia riportata a lato rappresenterebbe una fanciulla inginocchiata nella classica postura orientale, leggermente piegata in avanti che si sta coprendo il volto con l'ampia manica della veste come per nascondere qualche cosa di imbarazzante. Non si tratta della gravidanza, indicata con un altro ideogramma che mostra meglio il gonfiore del ventre, ma del riferimento al periodo femminile. Qualche cosa di naturale, ma che rappresenta comunque fonte di ritrosia pudica. Questa indicazione dà al carattere il significato appunto di tempo, inteso come periodo scansionato e ripetitivo, ma anche quello di corpo celeste, a cui già dall'antichità gli astronomi cinesi attribuivano periodi perfettamente computabili e influenza sui corpi femminili, mentre in alcuni composti mantiene il valore aggiunto di vergogna, imbarazzo, situazione spiacevole. Un tipico carattere deflettivo in cui si trasla un significato.

Questo radicale indica anche ciascuno dei dodici periodi di due ore in cui i cinesi scansionavano la giornata. Poi se a questo uniamo il carattere di nascere abbiamo 寿辰 - dàn chén, il tempo della nascita, appunto il compleanno. Ma se lo accoppiamo a shòu - 寿 - longevità, otteniamo  寿辰 - shòu chén, che significa compleanno di una persona anziana, occasione da sottolineare come molto, molto importante, data la sua rarità e certamente da festeggiare con gran pompa dato il rispetto dovuto all'anziano, persona di per sé stessa meritevole, verso quel popolo colto, di grande stima e rispetto, come concetto generale. Quindi quando compirò gli anni, mi raccomando agite di conseguenza! Se invece un anziano, con i suoi comportamenti e le sue parole, la stima ed il rispetto non se li sa guadagnare, è meglio che se ne stia a casa a guardarsi la televisione o le sue televisioni se ne ha più di una.


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venerdì 27 maggio 2011

Все нормальнo.

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Era piccolo e grassoccio con un gran testone dai capelli radi ed ingrigiti. Vestito in modo sovieticamente anonimo era arrivato da noi proprio col disfacimento dell'URSS alla ricerca come tanti in quel passaggio, di una nuova collocazione, che il suo fiuto da cane da tartufo gli aveva suggerito come necessaria ed impellente, prima di ritrovarsi alla fine col culo per terra. Ce lo aveva trovato un altro personaggio proveniente dai ministeri, di cui vi parlerò un'altra volta, a cui probabilmente aveva funto da sottopancia per qualche tempo e che lo aveva dipinto come gran lavoratore fedelissimo e dotato di grande autocontrollo, in contrasto con la tipologia media del russo tronfio e bevitore, poco adatto alle nostre necessità, come quelli che di solito si presentavano alla nostra porta di ditta occidentale dispensatrice magica di occasioni. M. si rivelò  subito un personaggio straordinario. Intanto il suo passato era avvolto nel mistero. Aveva certamente fatto parte dell'apparato se pure in qualche posizione di rincalzo, senza mai accedere ai piani alti e di questo trascorso aveva mantenuto lo stile di assoluto riserbo e l'arte di far intendere tante cose senza dirle apertamente, alzando di quando in quando, con sapiente scelta delle pause, il sopracciglio o gli occhi al cielo con lo sguardo appositamente perduto nel vuoto come a volere dire tante cose a lui ben note, ma che era meglio lascare nell'oblio.

Все нормальнo, tutto bene; era la sua risposta tipica per qualunque interrogazione. Si muoveva silenzioso e apparentemente sempre indaffarato a mostrare una continua e di certo produttiva attività di ricerca. Trovava clienti sempre nuovi, di cui, non si sa se convinto dell'utilità o se per abitudine antica, ti riportava subito vita, morte e miracoli prima di passare ad esaminarne le richieste. Pareva, come per abitudine incallita, snocciolare un dossier vero e proprio, come se ogni offerta che dovevamo fare dovesse prima misurare la tipologia del cliente, le sue possibilità e debolezze e soprattutto il suo passato, di cui aveva sempre notizie piuttosto dettagliate. Aggiungeva poi qualche particolare a bassa voce, con fare complice anche se si trattava semplicemente del fatto che il tal presidente era appena reduce da una disintossicazione da eccesso di vodka in qualche sanatory degli Urali. Ogni tanto lo vedevi invece arrivare con la faccia scura e incupita, mentre incavava le rughe sulla fronte per dare maggiore rilevanza al disastro che doveva annunciare. Il tale cliente era stato avvicinato dalla concorrenza e già dal tono, immaginavi scenari di torbide concupiscenze e di modalità che andavano ben oltre alle trattative regolari, con offerte indicibnli ma che non si potevano rifiutare. Nel concorrente vedeva un nemico spietato, nella trattativa una guerra da vincere senza lasciare feriti sul campo. Nei momenti di tranquillità o nei lunghi viaggi in treno attraverso la pianura senza fine della Russia innevata, mostrava una cordialità condiscendente e pronta a mostrare un'attitudine servizievole, che non capivi se innata o sapientemente costruita in decenni di scuola sovietica che si era calato addosso come una incrostazione ormai facente parte indissolubile del suo essere.

Inutile interrogarlo sul suo passato. Lasciava intendere di essere stato qua e là per il mondo, in paesi strani, Angola, Sudest asiatico, per il suo ministero, senza chiarire la precisa attività svolta, forse forniture non meglio precisate e ti lasciava con un sorrisetto ambiguo in modo che tu potessi immaginare una importanza forse millantata o all'opposto inferiore al dovuto. Sempre sotto le righe, con una cautela sapientemente calcolata, forse suggerita dalla lunga militanza nella gerarchia sovietica oppure dal suo essere ebreo in quel mondo così pesantemente razzista. Se ne andava poi dondolandosi nel cappottone liso con una bonomia che non riuscivi mai a interpretare se apparente o reale. Era unico sostegno della sua famiglia che, evidentemente, dipendeva da lui per ogni cosa, suoceri, moglie e figlia, carina e piccola come lui, nota per avere piedi piccolissimi, per la quale tentava disperatamente, ogni volta che veniva in Italia con qualche cliente, di trovare scarpe della misura adatta e che cercava sempre di sponsorizzare senza successo con qualche giovane ingegnere italiano, ogni qual volta se ne presentasse l'occasione, mostrandone una piccola foto consunta. Ma quando arrivavi, nella notte gelida di una Mosca ancora tenebrosa e malamente illuminata dalla tenue luce aranciata dei vecchi lampioni, lo trovavi sempre là ad aspettarti sotto la neve sottile, mentre batteva le suole della scarpacce nere per riscaldarsi, come un'attestato di fedeltà. Subito pronto a caricarsi il valigione dei campioni, subito attento ad informarsi: енрико как ты? и ваша жена? и ваша дочь? Rassicurato sullo stato di salute della mia famiglia al completo, scrolllava il testone contento e mi accompagnava alla macchina seguendomi con sguardo protettivo. Mosca era scura, fredda e puzzolente di carburante di cattiva qualità mal combusto, ma M. aveva occhi buoni.


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giovedì 26 maggio 2011

Eventi inattesi.

Ohibò, a volte accadono cose che neppure la più fervida immaginazione avrebbe potuto prevedere. Ci sono schiere di analisti, di esperti, di gente capace a valutare il cosiddetto sentiment del panel di indagine, che poi pontificano e fanno le loro previsioni in linea con quanto deve per forza accadere, poi invece succedono fatti che provocano sorprese davvero incredibili. Calma, calma, che avete capito, niente post politico oggi, abbiate pazienza ancora qualche giorno; a me delle cose importanti piace ragionare a bocce ferme, magari dopo averle fatte decantare un po' prima di ragionarci sopra. Sto parlando invece di un fatto che non solo mi ha sorpreso al punto da mettermi in difficoltà nel commentarlo, vedete infatti come la prendo alla larga, ma che mi ha rovesciato una convinzione che ritenevo sicura e conclamata come il fumo per i turchi o il razzismo nel Canton Ticino. Ma veniamo al punto senza più menare il can per la spiaggia. Sono sempre stato convinto che la benemerita nascita di molte case editrici come Boopen per autori cosiddetti a proprie spese (adesso vengono chiamati self per nobilitare la cosa) sia una strepitosa idea di business che le nuove tecnologie del web hanno prodotto, aprendo un colossale mercato nell'asfittico mondo dell'editoria italiana, dove, se è verissimo che nessuno legge, è altrettanto vero che esiste uno sterminato numero di aspiranti autori che scrivono, scrivono montagne di cose inutili che un tempo sarebbero rimaste manoscritte, tristi e neglette ad ammuffire nei cassetti.

Questi nuovi sistemi consentono invece di pubblicare virtualmente qualunque cosa e di arricchire i cataloghi virtuali delle suddette editrici, certe che poi ognuno degli orgogliosi aspiranti letterati acquisterà qualche decina di copie da regalare tronfio a parenti e amici che, nascosti a stento i sorrisetti di compatimento, attenderanno che il detto si sia tolto dalla vista per infilare, nella migliore delle ipotesi in qualche tiroir, l'opera lungamente ponderata, quando non direttamente nel cassonetto, non essendo neppure possibile riciclarla. Quelle povere pagine non avranno nella generalità dei casi alcuna probabilità di essere lette da qualcuno, basteranno i grandi attestati di stima e di approvazione che non si negano a nessuno. Il responsabile di tanto imbarazzo, se mantiene un barlume di intelligenza non andrà mai ad indagare con domande specifiche negli incontri successivi, se non vorrà ottenere tortuosi giri di parole e disperati tentativi di uscire dalle panie in cui l'interrogato si è improvvidamente cacciato da solo. Poi passerà un po' di tempo e rimarranno due o tre copie che il maldestro non è riuscito a regalare a nessuno e che faranno da testimonianza imperitura della sua sciocca presunzione. Una cosa è comunque certa e innegabile, comunque ben prevista dagli esperti di cui vi dicevo e che, quindi hanno modulato il meccanismo per farlo comunque essere un grosso guadagno per la casa editrice: che di queste opere, sebbene diligentemente esposte nel sito prescelto e disperatamente propagandate tramite tutti gli account dei social network di cui l'aspirante si serve, non se ne venderà mai una copia.

Chi mai infatti vorrà tirar fuori qualche euro, gravato inoltre da pesanti spese di spedizione per ritrovarsi tra le mani altra inutile carta priva di valore e contenuti validi, quando si fatica già ad acquistare roba di autori interessanti e conosciuti. E' tragico destino scolpito nel marmo, per lo meno si evita lo sperpero di mandare al macero le copie inutilmente stampate, dove un tempo gli "autori a proprie spese", come ricorda Eco nel Pendolo, vedevano ingloriosamente finire la cifra irrazionalmente investita per conquistare l'impossibile immortalità. Perchè tutta questa chiacchierata? perché è accaduta appunto quella cosa impossibile ed imprevista che non avrebbe mai potuto accadere. Ebbene, sì! Qualcuno, un incredibile Innominato,  ha acquistato una copia del mio libro, nel senso che ha tirato fuori denaro reale per trasformare l'immagine virtuale del Vento dell'Est in un volume vero. Questa cosa mi ha lasciato davvero incredulo ed emozionato, come per quegli accadimenti che neppure si immaginano come possibili. Però, ragazzi, se uno vende un libro, una copia dico, non andate subito a sindacare che a causa del numero ancora un po' basso, forse non riuscirà ad entrare nelle classifiche di vendite del mese, ma deve essere considerato a pieno titolo uno scrittore, non ci sono santi. Ci sarà un circolo degli scrittori in cui essere degnamente accolto da queste parti o toccherà aspettare un invito dall'Accademie Française?


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mercoledì 25 maggio 2011

Il Milione 43: L'IVA della porcellana.


Da Su Zhou di cui abbiamo appena parlato ad Hang Zhou, la strada è corta e su questa città, a capo della più importante e ricca provincia del reame di Mangi, Marco Polo si sofferma a lungo, proprio perchè qui fu mandato dal Gran Khan per tre anni come plenipotenziario ed oltre alla bellezza, che lo conquistò, furono le immense ricchezze e possibilità di affari che lo videro attore in prima persona a farla considerare come punto nodale della sua permanenza in Cina.

Cap 148.

Di capo de la città di Sugni (Su Zhou) per sei giornate si trova la sopranobile città di Quinsai (Hang Zhou), che vale a dire in franceso la città del cielo e che è la più nobile e la migliore del mondo. Essa dura in giro 100 miglia e ha bene 12000 ponti in pietra sotto cui potrebbe passare una grande nave e neuno di ciò si maravigli perch'ell'è tutta in acqua e cerchiata d'acqua. Questa città ha 12 arti  e belle case e torri di pietra spessa e tutte le vie son lastricate di pietre e di mattoni si che tutte si possono cavalcare nettamente. La rendita di questa povincia è sì grande che no si potrebbe credere. Sapiate che tutte le spezierie e mercatantie rendono 3 e terzo per cento e avvi un frutto che par zaferano, ma non è, ma val bene altretanto (la curcuma) e zizibe (zenzero) e galanga (coriandolo) che per un viniziano se ne avrebbe ben 80 libbre; e del vino e sale e zuccaro e de' carboni hanno grandissima rendita, che di tutte le cose si paga la gabella e de la seta si da il 10 per cento.
Come si può vedere un'IVA piuttosto ridotta e niente affatto rapace. Il nostro Marco ci racconta quindi oltre le bellezze che tanto gli ricordavano la sua Venezia, anche le abitudini della città che governò, dalle corporazioni, agli astrologi, alla suddivisione dei quartieri, alle diverse spezie che vi si commerciavano e in particolare alla carne di cui in zona erano e sono grandi mangiatori e dei mirabolanti prodotti della zona.

Cap. 151-153

Elli manducano d'ogni brutta carne, come di cane e di altre brutte bestie come di buone, molto volontieri e ànnola per buona, che per ogni cosa del mondo niun cristiano manicherebbe di quelle bestie che elli mangiano. Qui àe boschi e albori che fanno la canfara. E nel vicino porto di Fugiu (Fu Zhou) ànno capo tutte le navi dall'India con perle grosse e pietre preziose e legno d'aloe e sandali e il Khane prende il 10 ogni cento parte di ogni cosa e le navi si togliono per lo trasporto il 30 per la mercatantia sottile e infino al 44 del pepe, sì che li mercatanti danno tra il Khane e le navi ben lo mezzo di tutto. E in questa provincia vi si fa le più belle scodelle di porcelane del mondo e quindi si portano da ogni parte e per uno viniziano se ne avrebbe tre, le più belle e le più divisate.
Ecco la consueta lamentela dell'imprenditore, le spese e le tasse si mangiano tutto il guadagno. Accidenti quante volte ho pensato però al buon Marco quando, ospite di clienti in qualche bel ristorante ho dovuto trangugiare d'ogni brutta carne come ho già raccontato qui, ma il cane l'ho sempre evitato per la verità, anche se nelle varie insalate di carne con long an che vengono di solito servite in zona, la tipologia dell'animale usato non è mai molto specificata, quindi a richiesta il mio accompagnatore evitava di tradurre troppo, aggiungendo sempre "Mangia che è buono". Ma sulle porcellane è tutto un altro discorso. Come si può rimanere indifferenti alla rutilante varietà di forme e disegni che affollano i mercatini di cose vecchie, dove certo non devi illuderti di trovare pezzi preziosi, ma dove ogni volta che mi ci trovavo sapevo che un pacco ben protetto da fogli di giornale avrebbe accompagnato il mio volo di ritorno anche se purtroppo non bastava più un viniziano per averne tre di quelle deliziose scodelline dai delicati fregi azzurri che adesso, di tanto in tanto mi rallegro, vecchio mercante in pensione, di sfiorarne col dito stanco le delicate venature craquelé o anche solo di guardarle con nostalgia nella mia vetrinetta come fanciulle lontane.




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martedì 24 maggio 2011

Rosso ciliegia.

Gli ultimi giorni di maggio, una voglia di estate, la temperatura che frizzante la mattina, diventa via via sempre più calda ma non ancora fastidiosa, il cielo che comincia a confondere delicatamente i contorni lontani che l'umidità rende un poco tremuli, i campi di grano, dove la levata è ormai terminata, si stendono all'infinito, tavole orgogliose e perfette dell'agricoltura vera, non quella da salotto che raccontano i grassi epuloni slowfoodisti a cui appartengo. Già, i campi di grano. Erano proprio questi i giorni in cui, quando ero sementiero, si percorrevano in lungo ed in largo alla ricerca della messe migliore, quella più adatta, quella più degna di essere usata come riproduzione, per separarla, mondarla e conservarla per l'annata successiva in un luogo lontano dal punto dove è stata prodotta come si conviene ad una corretta pratica agronomica, non quella confusa oggi da giornalai ingnoranti o comprati a cause fasulle da burattinai interessati. Andavamo in coppia, io, del Consorzio che avrebbe acquistato la partita per lavorarla successivamente e un tecnico dell'ENSE, ente nazionale sementi elette, che da decenni si cerca di inserire nella lista degli enti inutili, appunto perchè è uno dei pochi utili davvero.

L'agricoltore, non quel vecchietto finto con le mani callose, il volto bruciato dal sole e la marra di traverso sulle spalle ingobbite che mostrano ogni tanto in televisione, quello vero intendo, un imprenditore che ha deciso per tradizione familiare o per scelta di vita questa attività economica per produrre un reddito con cui mantenere la sua famiglia, ci aspettava sul bordo della sua prioprietà accompagnandoci di campo in campo. Si contavano le spighe fuori tipo, si verificava la presenza di infestanti particolari che non si sarebbero potute togliere con la lavorazione in sementificio, si controllava la rispondenza alla purezza varietale e la distanza corretta da altri campi di frumento inidonei, garanzia per il compratore dell'anno successivo. Poi si tornava in cascina per controllare i cartellini o meglio a far due chiacchiere sull'andamento dell'annata. Dionigi era orgoglioso dei suoi campi. Erano sempre tra i migliori, i più puliti e perfetti. Non una spiga inquinante a inficiare la purezza varietale. Seminava da anni il Libellula, una varietà con una bella spiga affusolata ed ellittica, dalla punta aguzza ed elegante che per la scarsità di pruina, virava presto al rosso vivo, resistente e adatta ai terreni non troppo fertili dell'alessandrino e per questo motivo piuttosto richiesta.

Si chiacchierava un po', ma lui o suo fratello a seconda degli anni, col loro sorriso buono e gentile, sapevano già come si sarebbe svolta la prassi consueta e così come per non parere, tornando verso la macchina, si passava proprio vicino ad una fila di cinque o sei magnifici ciliegi, con fronde maestose che già imponevano la loro ombra rinfrescante. Come per caso vicino ai tronchi era stata lasciata una scala di legno, come in silenziosa attesa. I rami erano piegati sotto il peso della fruttificazione imponente arrivata al suo culmine di maturazione. Giunti lì sotto, si gettava la maschera e sotto invito pressante, eccoci a testa in su, a raccogliere, a razziare, a staccare con furia, ad imbrattarci le mani di un rosso brillante come il sangue, che solo in parte finiva nelle sporte fornite alla bisogna, mentre altra parte veniva ingordamente ingollata con avidità. Che dolcezza, che polpe carnose! Quasi, mettendole in bocca sentivi la buccia che si tendeva prima del piccolo scoppio, mentre l'aroma del liquido profumanto si spandeva fino al palato, pieno e avvolgente. Per aumentare il piacere ce n'erano almeno due varietà. Quelle biancorosse, più sode e dure, ti davano un senso di freschezza raro e pulito, le altre scure, quasi morelle, più morbide e grosse, erano infinitamente dolci e profumate. Quando ebbri ormai dal sabba della raccolta scendevamo dai pioli consunti, Dionigi arrivava con qualche punta di ramo staccato dalle piante, carico fino all'inverosimile dei piccoli frutti. "Dutùr, ch'ai porta a ca' a so mujié" e ce li spingeva in macchina. Quel profumo intenso, quei colori vivi, ce li portavamo così fino a casa.


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Natura amica.



lunedì 23 maggio 2011

Carnevale della chimica n. 5


Da oggi su La questione della decisione, l'interessante blog scientifico di Paolo Pascucci è partita la 5° edizione del Carnevale della chimica. L'argomento del mese è la chimica in cucina, argomento già di per sé gustoso e stimolante e in questo perio, particolarmente dibattuto. E' pieno di spunti interessanti e vi consiglio di dare un'occhiata. Da tuttologo sono occasionalmente presente anch'io con Il tao del PET, ma questa è un'altra storia. Buona lettura a tutti.

 
 
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Il tao del PET.

domenica 22 maggio 2011

Tradizioni da salvare.







THE ULTIMATE LATE SPRING BBQ.

Burp...!




 
 
 
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Febbre suina
Rosso anguria.



venerdì 20 maggio 2011

Die Forelle.

Poche sono le cose che possono dare più piacere dell'ascolto di un tenero Lied di Schubert. In queste brevi composizioni , così pervase dal romanticismo che all'inizio dell'800 ha spazzato via i residui delle parrucche impomatate, imponendo un senso della vita nuovo, che dava finalmente la prevalenza ai sentimenti forti, spira la straordinaria ventata del rivoluzionario che stava cambiando il mondo. Vorrei che ascoltaste ad occhi semichiusi uno dei più belli, dalla voce straordinaria di Ian Bostridge, uno dei più bravi interpreti di questo genere e poteste apprezzare la dolcezza incredibile di questa lingua, per altri versi così dura e spigolosa. Per questo ve lo allego in fondo. La musica accompagna con naturalezza una poesia del poeta lirico Christian Schubart e fu composta in una delle tanti notti di felice ispirazione in casa dell'amico Huettenbrenner ed è uno dei più riusciti nella descrizione sonora del movimenti della piccola trota che salta qua e là tra il mormorio delle acque del torrente. Un viandante, tema comune al bohémien Schubert dalla vita inquieta e sfortunata, osserva una trota, appunto die Forelle, che si muove serena nelle acque pure di un torrente. Un bieco pescatore cerca di catturarla, ma la trota grazie alla limpidezza delle acque, gli sfugge. Non c'è possibilità se non quella di intorbidare il rivo, per confonderla e catturarla. Ma leggiamo i versi originali del tragico finale.

Doch endlich ward dem Diebe
Die Zeit zu lang. Er macht
Das Bächlein tückisch trübe,
Und eh ich es gedacht,


So zuckte seine Rute,
Das Fischlein zappelt dran,
Und ich mit regem Blute
Sah die Betrogene an.



Ma infine il farabutto/ si stancò di aspettare.
Con perfidia intorbidò le acque / e prima che me accorgessi
tirò di scatto la sua lenza; / il pesciolino vi si dibatteva,
ed io, turbato, rimasi / a guardare la trota ingannata.

 

Che splendida metafora della vita, all'uomo che vede con chiarezza e che non si riesce ad ingannare, è necessario intorbidare le acque facendogli perdere la capacità di discernimento, allora, con facilità, lo potrai far tuo e condurlo in schiavitù. Così alle nostre giovani trote potrai far fare il ricercatore precario a 850 euro, mentre se la trota si fa maschio e astuto mutandosi nel Trota potrai averne 18.000 al mese grazie ad una comoda poltrona politica, tra l'approvazione generale.




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giovedì 19 maggio 2011

Kǒu.

Uno degli ideogrammi più semplici e facili da riconoscere dell'intero vocabolario della lingua cinese è Kǒu. Significa bocca ed era pittogramma ancora più evidente nel segno antico, quando restringendosi ai lati rappresentava graficamente proprio una bocca che si apre con un sorriso. Oggi invece il segno è decisamente più spalancato, aperto quasi a mostrare un senso di stupore, diciamo infatti "rimanere a bocca aperta" quando accade qualche fatto incredibile, che so, qualcosa come un risultato elettorale completamente inatteso che meraviglia e stupisce.  Ma questo segno, nella sua semplicità è presente in un enorme numero di ideogrammi, sempre a ricordare con la sua presenza il senso di bocca, ma anche apertura in senso figurato. Così se nello stesso segno lo uniamo a quello di "cane", che è davvero tenero, dipingendo un omino a braccia aperte con un piccolo puntino in alto a destra che rappresenta appunto il fedele amico che gli corre attorno, significa naturalmente abbaiare :  -  fèi; mentre se appaiato all'ormai ben noto carattere di Acqua abbiamo Saliva : 口水  -  kǒu shuǐ, davvero rappresentativa dell'immagine di bava che cola orrenda dagli angoli della bocca del cittadino infuriato dal malgoverno o anche acquolina che viene al ghiottone alla presenza di vivande deliziose alla vista. Un altro vocabolo interessante è Popolazione: 人口 -  rén kǒu, che illustra come sempre la visione sociale e politica di una cultura attraverso la lingua. Infatti la bocca è appaiata al segno di individuo, in quanto l'insieme della popolazione è sempre stato visto, e forse non soltanto nel celeste impero, da chi la sfruttava, come l'insieme di persone che mangiano, una massa informe di inutili bocche da sfamare e che ogni tanto aprono la bocca e parlano, anche troppo. Figuriamoci poi se votano. Ma è meglio che mi taccia anche se oggi a me, come si diceva del grande scrittore Guo Xiang, "le  parole uscivano dalla bocca come un fiume da una cascata".  Meglio allora ricordare un importante cheng you (le frasi di 4 caratteri molti usate in cinese) che recita: "sigillare la bocca e annodare la lingua" , saggio ammonimento a parlare solo a risultati ottenuti.



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mercoledì 18 maggio 2011

Fantasmi del passato.

Anche quando gli eventi della vita portano a grandi cambiamenti, anche quando le situazioni nuove ti fanno dimenticare fatti ed abitudini, ecco ogni tanto che un accadimento inatteso riporta alla luce fantasmi di un passato che pensavi ormai appartenere ad un' altra vita, ad un diverso modo di essere e tutto questo ti avvolge d'improvviso, nel bene e nel male in una sorta di ovattato limbo dei ricordi. Il fatto immediato perde di importanza, il filo del tempo si raccorcia e  riappaiono vividi i momenti che parevano sfumati negli angoli della mente che il tempo sa così bene oscurare. Basta una similitudine, qualche cosa che faccia scattare il contatto elettrico tra le sinapsi addormentate. Il catalizzatore per me, questa volta è stata la conclusione dei lavori all'interno della navata centrale del mio bagno, accusato come già vi ho detto di bagnare il soffitto del mio sottovicino. La banda di guastatori, penetrata con un colpo di mano nel mio compound, dopo aver dilaniato muri e pavimento, colpito con proiettili intelligenti il punto individuato dall'intelligence, ha lasciato il campo ritirandosi senza aver subito perdite, anzi dichiarando di averle riparate.

Io, prostrato dal blitz del commando, ho lasciato che il corso degli eventi procedesse, permettendo che la furia nemica passasse su di me e, usando la tecnica del milite iracheno nella prima guerra del golfo, ho nascosto la testa nella sabbia, lasciando che le truppe mi travolgessero per arrendermi senza condizioni, purché se ne andassero in fretta. L'occupazione però è durata a lungo e oggi che l'orda barbara di muratori, piastrellisti, idraulici ha lasciato il paese dopo aver preteso naturalmente il pagamento dei pesanti danni di guerra, mi guardo attorno smarrito sebbene finalmente libero. Certo questa situazione dà una certa serenità e lenisce la constatazione estetica delle pezze che costellano alla meglio il pavimento, ma la vista del nuovo water non riesce che ad incrementare la sensazione di sconforto profondo che ti prende inevitabilmente in questi casi. Lo so, ero io che dovevo prendere in mano il problema, ma quando sei prigioniero in balia del waterboarding (la sostituzione del water per chi non ha dimestichezza con le lingue) ti lasci andare e dici: fate voi, basta che finiate in fretta col vostro sporco lavoro, confesso tutto. Così il capo degli idraulici (quello che faceva la parte del buono) mi ha assicurato di stare tranquillo che avrebbe scelto lui la tazza più adatta ed io l'ho lasciato fare.

Ed eccomi qui a constatare tristemente che la tavoletta scelta per la bisogna è di un tipo leggerino, di minima qualità, di certo inadatta a reggere il peso di grossi personaggi come me. So già come finirà. Un giorno, quando, spinto dalla necessità irrefrenabile, mi lascerò andare, mentalmente impegnato in altre più impellenti urgenze, senza porre l'attenzione specifica, accadrà l' inevitabile tragedia. Già mi par di sentirlo lo schianto terribile, il rumore secco della debole plastica che si spezza minacciando danni e ferite anche irreparabili. Ed ecco, come accade di norma quando sei in grave pericolo di vita,  che riemergono i fantasmi del passato, le analoghe situazioni in cui le mie due perfide colleghe si facevano beffe di me dopo che per ben due volte la fragile plastichina dell'asse del cesso comune dell'ufficio si era frantumata rovinosamente al mio pur lieve passare, facendo di me, incolpevole vittima, oggetto di lazzi di ogni tipo, addirittura mettendo in circolazione odiosi pamphlet sull'argomento e indicandomi, a causa della mia pur contenuta massa corporea, come terminator implacabile della tavoletta di uso comune. Pensavo di avere ormai seppellito per sempre questi traumi del passato, ma non c'è niente da fare, nella debole psiche umana nulla si cancella e le ferite rimangono beanti per sempre. Toccherà cambiarla 'sta benedetta tavoletta.



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martedì 17 maggio 2011

Il Milione 42: La carezza della seta.


Oggi mi sento più leggero e non so se è soltanto l'aria frizzante della primavera che si gira in estate. Levità serena, assieme ad un senso di freschezza come solo sa dare la seta sulla pelle, una carezza lieve quasi inattesa. Ma sì, lasciamo stare e parliamo di seta, questo materiale meraviglioso che era uno dei principali interessi, come ricorderete, del nostro Marco Polo che avevamo lasciato proprio in una delle zone più famose allora e oggi, nella produzione di questa meraviglia dell'ingegnosità umana. Intanto, puntualmente nel libro, sfata le leggende che circondavano la sua produzione, avvolta nel mistero, sebbene il tessuto fosse noto e apprezzatissimo in Europa fin dai tempi dei romani, parlando di una città su cui voglio ritornare, anche se ne abbiamo già detto.

Cap. 147

Sugni (Su Zhou) è molto nobile città. Ella è sì grande che gira ben 60 miglia e v'à tanta gente che neuno potrebbe saper lo novero. Quivi à bene 6000 ponti di pietre che vi passerebbe sotto una galea. E' città di molta mercatantia e arti e quivi si fae molta seta e la migliore, ch'ànno molti albori ch'ànno nome gelso, albore le cui foglie mangiano li vermi che fanno la seta e molti drappi ne fanno e d'oro e sono per questo ricchi mercatanti.

Questa città di ponti e di canali, così bella da ispirare la frase "in cielo c'è il paradiso, in terra c'è Su Zhou", così simile alla sua Venezia, emozionò sicuramente Marco, con i suoi giardini stupendi dove anche oggi è così dolce riposare, mentre l'ombra degli alberi dà ristoro al calore soffocante della Cina del sud. Allo stesso modo di allora la produzione della seta continua fiorente. La fabbrica n.° 1 è così oggetto di interesse di turisti e operatori. Io ci andai per vedere le macchine per trattare i bozzoli, essendo la Cina rimasta l'unica produttrice di queste attrezzature, per una triangolazione che si doveva fare in Turkmenistan, di cui già vi ho detto; ma che bellezza vedere i quasi invisibili fili che si svolgono delicati, poi tesi e dipanati a poco a poco, infine raccolti in crocchie, lavati e preparati a diventare tessuto, dove poi interverrà l'ingegno italiano con altrettante macchine per rivestirle dei colori più belli e perfetti in un connubio già nato qui otto secoli fa, fatto di affari certo, ma anche di rispetto e di ammirazione reciproca. Anche la cucina quaggiù par più leggera e delicata quasi ad armonizzarsi con la serica levità del prodotto chiave della zona. Così vicino ad uno dei ponti in pietra su cui aveva appoggiato lo sguardo nostalgico Marco, sceglierete un piccolo ristorante dove seduti a un tavolo esterno, nella calura del meriggio, sorseggiare una zuppetta leggera di zucchine con qualche piccola polpetta di pesce arrivato forse proprio dal canale che vi sta di fronte, dove passa lenta una barca lunga e nera, quasi quasi una gondola.


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lunedì 16 maggio 2011

Anelare all'immortalità.

Non resistendo ai pressanti inviti ho radunato, rimaneggiando un po\Per rimanere in tema libresco, dopo il salone di Torino, bisogna riconoscere che in fondo lo scopo principale di chi vuol pubblicare qualcosa è certo una bramosia di comunicazione, ma anche e forse soprattutto un desiderio di immortalità, di lasciare un segno materiale da qualche parte che possa essere trovato e commentato in futuro. Per ora il web, con la sua eternità non cancellativa sebbene immateriale, non è ancora abbastanza credibile e quindi un libro, con la sua solida tradizionalità risulta più convincente. Ma come fare dopo aver prodotto l'oggetto, a proprie spese naturalmente, ad evitare che finisca direttamente in discarica, anche se nel napoletano rimarrebbero ancora molte possibilità di affioramento, dopo essere stato scorso frettolosamente dagli amici a cui lo hai rifilato e che naturalmente non possono riderti in faccia direttamente? L'ideale sarebbe quello di far finire una copia in un luogo di conservazione importante dove, data la presumibile conservazione del resto, potrebbe approfittare dell'essere accomunato alla roba valida di cui sarebbe infingardamente circondato, fatto già di per sé stesso comprovante il suo valore relativo se non assoluto. Però questa auspicabilissima via non è di facile attuazione. Così per la mia opera prima ho pensato a questo escamotage. Come sapete ho frequentato lo stesso liceo del mio concittadino Umberto Eco, possessore di una nota, preziosa e sterminata biblioteca e approfittando di ciò gli ho inviato la seguente email che pongo alla vostra attenzione:

Egregio Prof. Eco
Mi permetto di disturbarla in qualità di suo lettore, ammiratore, concittadino e di vecchio studente, come Lei, del Liceo Plana, cosa di cui meno gran vanto tra gli amici.
Riferendomi ad una Sua intervista da Fazio, se non erro, mi sembra di ricordare che Lei abbia detto che, ricevendo una gran numero di libri assolutamente inutili e non interessanti, sarebbe giusto che chi pretenda di occupare uno spazio nella Sua ben nota biblioteca dovrebbe avere almeno la creanza di pagare una quota a titolo generico di rimborso spese, quantificandolo in 40 Euro circa per un dorso di 3/4 cm.
Poiché anche io appartengo alla schiera di pubblicatori a proprie spese (genia che Lei ha ben illustrato nel Pendolo) sarei interessato, non certo per ambizione letteraria, dacché non ho l'anello al naso e la frequentazione del Liceo Plana mi ha reso conscio della mia limitatezza (avevo 4 in italiano scritto in terza liceo), ad essere ospitato nei suoi scaffali, anche se dello scantinato.
Nel caso volesse accettare questa mia richiesta, sarei ben lieto di inviarle, unitamente all'assegno di 40 Euro, il mio libro Soffia il vento dell'Est che nonostante possa sembrare incredibile, ha venduto 1 (una ) copia.
Anche se mi manca ancora un po' per avvicinarmi alle sue normali tirature, ringraziandoLa dell'attenzione, alessandrinamente divoratore di bellecalda, Le porgo i più cordiali saluti.
 Per il momento il professore non mi ha ancora risposto, ma ho buone speranze che lo faccia, nel qual caso vi terrò informati dello svolgersi degli eventi.

domenica 15 maggio 2011

Recensione: Marco F. Barozzi (Popinga) - Giovanni Keplero aveva un gatto nero.

Mica deve essere vero che la gente non legge più. A giudicare dalla ressa che c'era ieri al salone del libro di Torino, con una bella mezz'ora di coda alle casse (almeno una decina) direi che la gente si ammazza per comprarli 'sti libri. Voi direte che questo non prova che poi vengano letti. Si dice che il 90% degli acquirenti del Cimitero di Praga poi non l'abbia neppure sfogliato, infatti. Ma tant'è, che piacere passeggiare tra torme di assatanati consultatori delle montagne di libri che emergevano dagli stand e mamme e bambini incuriositi qua e là, attente pusher per nuovi consumatori. I molti spazi con autori che presentavano i loro lavori, erano costantemente gremiti di gente e non solo quelli importanti. Però, in fondo lo scopo della mia scampagnata, oltre a quello di andare a dare un'occhiata alla Boopen, l'editrice virtuale del mio libro, che invece è reale, guarda un po', arrivando addirittura a parlare con chi del mio volume aveva seguito la stampa (che emozione!), era proprio quello di andare ad assistere alla presentazione del libro Giovanni Keplero aveva un gatto nero, del mitico Popinga, oltre che conoscerlo di persona, ottenendo, cosa non secondaria, di arraffarne una copia ad ufo, alla faccia dell'"aiutare l'arte".

A mia parziale scusante, va detto però che ho contribuito a piazzarne una ulteriore copia al mio accompagnatore. Gran bel lavoro quello di Marco, che, noto a chi già lo conosce ed apprezza, non mancherà di affascinare i suoi nuovi lettori. Presentare gli argomenti scientifici, matematica e fisica, nei loro aspetti più complessi con uno stilema poetico scherzoso e divertente era tratto comune anche di scienziati del passato e Popinga, nel suo volume ne riprende i metri più classici, il limerick o il clerihew, senza trascurare l'haiku o altre forme di strutture assai adatte all'argomento come il fib, che usa versi con un numero di sillabe corrispondente alla serie di Fibonacci o il verso malthusiano, gradito ai futuristi, riuscendo tra nonsense e scienza a strappare sempre un sorriso quando non una risata, a riprova che non è vero che gli ingegneri non sono spiritosi. Potrebbero addirittura essere adatti alla politica. Ve ne riporto qui solo un trio per non togliervi la voglia di avere il libro nelle mani, un tenero haiku e due limericks, il primo matematical-politico, l'altro di ordinaria lotta tra i sessi.

Ormai tra di noi
forze di Van der Wall.
Stanco amore.

L'autoritario

Un > dall'aria marziale
dava ordini al povero =
"Con la democrazia
solo licenza e anarchia!"
"Da un -1 sarai capovolto, maiale!"

Lite coniugale

Il lato del quadrato alla diagonale:
"Sei sempre la solita irrazionale"
"Caro, ciascuno ha le sue
e se tu valessi radice di due?
Il maschilismo in geometria non vale!"

La presentazione poi, e qui lo dico ad appannaggio di tutti gli amici del web che lo seguono, troppo pigri o distanti per partecipare, ma che vogliono una relazione puntuale, è stata simpatica e coinvolgente come ha dimostrato una platea attenta e numerosa (posti in piedi) e tra l'altro composta quasi completamente di giovani, probabilmente affascinati dall'argomento accattivante. Fossi in voi il deca glielo darei e vi dà anche il resto!



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venerdì 13 maggio 2011

Gelato o gelato?

Foto dal Gruppo amici di Cercenà.
L’alessandrino è molto tradizionalista e legato alle abitudini. E’una caratteristica ben nota che accentua i suoi pregi e difetti. Quando anni fa, aprirono una spaghetteria, novità di moda che da ogni parte del mondo faceva i soldi a palate, il solito gruppetto di perdigiorno appoggiati ad un angolo, storse subito la bocca manifestando senza parole la propria sfiducia. Chiuse pochi mesi dopo. Su alcune cose poi, non si transige. Come ricordavo io, accompagnando in piazzetta i clienti  stranieri ospiti in città quando consegnavo loro con delicatezza e sussiego le coppette di gelato di Cercenà, le condivo con un inequivocabile ed orgoglioso, probably the best in the world. Fateci tutto, abbatteteci il ponte di soppiatto, toglieteci il polo universitario, ma non toccateci il gelato di Cercenà, che già abbiamo perso la farinata di Savino. Eppure, in questi giorni è accaduto l’impensabile. Una nota catena di gelatai sabaudi ha voluto gettare con forza e, passatemi l’espressione, con una certa sfacciataggine, un pesante guanto di sfida. Ha aperto un punto vendita proprio in faccia al tempio dell’arte gelatiera dove da decenni si celebrano le liturgie di questo settore.

Un po’ come se davanti al Duomo di Milano aprissero una Moschea. Naturalmente gli astuti gestori puntano saggiamente a cavalcare l’onda psicologia e pagante dei teo-bio-organic-ceraunavoltista sbandierando a chiare lettere l’uso di prodotti “sani e naturali” ancorché raffinatissimi, chiarendo per ogni voce, gusto tale, proveniente da bacche talaltre coltivate naturalmente sugli altipiani selvatici del tal continente perduto ecc. ecc. Io, che come sapete ho una grave allergia  per queste cose, avverto subito un prurito e mi giro di là. Ma sì lo sappiamo tutti che quel gelato lì è buono, ma non ci sono santi, io per becero campanilismo e anche per non smentire le mie precedenti affermazioni di primazia nel campo, continuerò a chiedere le palline alessandrine, alternando la piazzetta ai giardini, dove c’è sempre stato scritto soltanto Cioccolato o Nocciola o Fiordilatte, ricordandomi che da decenni per entrare nel negozio alla mattina dovevi farti largo tra le cassette di frutta e dove senza esibirlo non sono mai entrati i semilavorati. (Poi, per essere coerente, quando sono a Torino, corro nella catena suddetta; lì ormai non sono più alessandrino, ma cittadino del mondo).




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