lunedì 28 febbraio 2011

Il Milione 39: Bile di serpente.


Il lungo giro dell'ormai plenipotenziario del Khan, Marco Polo nell'Asia del Sud-est sta volgendo alla fine e, lasciate le provincie più meridionali, la sua delegazione ripercorre la via del sud della Cina attraversando Lo Yunnan, che ancora oggi è abitato da interessanti minoranze, i cui costumi curiosi, sono spesso segnalati dalle guide che accompagnano i turisti tra ammiccamenti e risolini a mezza bocca.

Cap. 116

...in questa terra à un bello costume, che nol si tengono vergogna se uno forestiere giaccia co la moglie o co la figliola ch'egli abbiano in sua casa; anzi lo tengono a bene e dicono che i loro idoli glieni danno molti beni temporali e perciò fanno larghità di loro femmine. Quando un uomo di questa contrada vede che gli vegna uno forestiere a casa, incontamente esce e comanda a la moglie ch'al forastiere sia fatto ciò che vuole come a la sua persona e esce fuori per tre die. Il forastiere fa appiccare suo cappello a la finestra a significare ch'egli è ancora là dentro perché il marito no v'andasse e fin che quello segnale stae, quello non vi torna.

Ma questa è anche la zona degli animali strani, sconosciuti agli europei che il nostro Marco toglie dalla bacheca del leggendario, descrivendoli bene secondo la realtà, mondata dalle fantasticherie dei viaggiatori.
Cap. 118

E in questa provincia nasce lo grande colubre, el grande serpente così dismisurato che ogni uomo ne dovrebbe pigliare maraviglia, e sono molto orribile cosa da vedere. Lì ve n'à di lunghi 10 passi e grossi 10 palmi, ma ànno due gambe dinanzi presso il capo e non ànno piede salvo un'unghia come di leone; lo ceffo molto grande, la bocca tale che bene inghiottirebbe un uomo, li denti grandissimi ed è sì ismisuratamente fiera che no è uomo o bestia che non ne abbia paura.

Direi che è una delle più belle descrizioni medioevali del coccodrillo allora confuso col serpente, animale presente anche nello Yangzé e ormai estinto. Non mancano poi gli accenni alla farmacopea tradizionale che dalle parti di questi animali trae ancora oggi una delle sue ragioni d'essere e si mescola con la cucina fino a farne un tutt'uno esotico e parte sostanziale di tutti i racconti turistici che si rispettino.
Cap. 118
E incontamente ch'è morto, li cavano lo fiele del corpo e vendollo molto caro perciò ch'è la migliore medicina per tutte le cose dal morso del cane rabioso a quando una donna non riesce a parturire o per altri mali e prontamente lo be(v)uono. Ancora la carne si vende perchè molto buona da mangiare.... e poichè è contrada molto inferma, mangiano riso assai e vino fanno di riso e spezie ed è molto chiaro e buono.

Così anche a me è capitato nel Guang Dong di subire innumerevoli cene a base di bo zuo fan, riso gratinato nell'ananas con carne varia, godetevi la ricetta completa qui da Acquaviva assieme ad una deliziosa lirica di Li Po, e di assistere alla scelta del serpente tra quelli esposti nelle gabbie e che ti viene esibito vivo prima dello scuoiamento e della relativa bollitura. Che sia poi così buono, non esagererei, diciamo un'anguilla con tanto di brodino di accompagnamento da gustare con grandi sorrisi e cenni della testa approvanti, per la gioia dei tuoi commensali che spiano le tue reazioni sputacchiando gli ossicini del famigerato colubre, in attesa che alla fine arrivi, atteso con ansia il cameriere con la sacchettina di bile, esibita e mostrata a tutti come il sangue di san Gennaro, prima di essere rotta dentro il tuo bicchiere di grappa di riso trasparente che come per magia si colora di un bel verde smeraldo. Un amaro digestivo di fine pasto, che da bravo ospite d'onore ti scoli tra l'approvazione generale, non prima di aver subito l'enumarazione di tutti i benefici a partire dai mali di fegato, per arrivare naturalmente all'incremento certo della potenza sessuale, chiodo fisso dell'universo maschile di tutti i tempi, che ci rimanda al primo inciso del racconto di oggi.



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venerdì 25 febbraio 2011

Chuǎn , Jié.

Oggi per l'ennesima volta utilizzeremo l'esame dei caratteri cinesi per cercare di capire un po' meglio la mentalità di un popolo e prendendone spunto, vorrei sottolineare come certi concetti si possano diffondere o siano facilmente comuni in situazioni che tendono a diventare simili. Nel primo ideogramma (Chuǎn) pur modificatosi nel tempo, si indovinano due figure umane che si voltano la schiena, che si allontanano lungo strade diverse (cosa che, per la verità, era molto più chiara nel disegno antico).

Questo rappresenta per i cinesi il concetto di opporsi, di opposizione, nel senso che se due persone si voltano la schiena non hanno più possibilità di comprendersi, anzi sono destinate ad allontanarsi irrimediabilmente. Ma, attenzione, lo stesso segno si usa per il concetto di errore, sbaglio irrimediabile. Segno evidente che in un paese che non ha mai potuto conoscere nella sua storia, il concetto di democrazia, opposizione ed errore sono la stessa cosa. Questo fatto è ben noto. In tutti i regimi totalitari, non c'è spazio per la discussione, chi si mette contro è in errore, sempre e a prescindere e l'errore va soffocato perchè non contamini la parte sana, che è nel giusto. Non deve turbare l'armonia. L'errore va cancellato, non ascoltato. Notate che questa filosofia è comune in tutti quei posti dove qualcuno ha preso il potere e non lo molla a nessun costo o dove i poteri coincidono con le fedi. Per forza, chi si mette contro, sbaglia ontologicamente, potremmo dire che che è geneticamente un coglione. E di qui non se ne esce.

Ma già che abbiamo spazio, esaminiamo anche un composto di questo carattere. Il segno Chuǎn nei caratteri complessi semplificati, viene stilizzato con quattro puntini, quindi in Jié dove al di sopra viene posto il carattere di albero si ha una raffigurazione abbastanza chiara. Un albero da cui pendono corpi in fila. Gente che si è opposta, che era in errore, che ha sbagliato. Jié infatti significava forca, perchè in questi casi verso chi sbaglia e si oppone non si può andare tanto per il sottile. Per estensione il termine significava anche condanna, colpa. Ma nel tempo tutto si stempera e col passare dei secoli il carattere assunse il significato di trespolo per uccelli. E dato che la lingua è destinata a mutare nel tempo, oggi addirittura vuol dire "persona eminente" che come un uccello raro sta ritto ed orgoglioso, esibendosi sul suo sostegno. Forse la saggezza popolare ha constatato che molti condannati, meritevoli di dure pene, alla fine ce li si può ritrovare seduti, tronfi e potenti, nelle più alte posizioni di potere.


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Lao shi.
Jun Shi.
Tai Ji.
Nan.
Zai Jian.
Zheng.




giovedì 24 febbraio 2011

Vestiti di Carnevale.

E' un alternarsi di sensazioni che non saprei definire. Contradditorie e disarmanti al tempo stesso. Rabbia, stupore, incredulità, voglia di rompere tutto, depressione. Una sorta di malessere bipolare che mi fa contemporaneamente vivere la fase up e quella down come se frequentassi due universi paralleli. E' come muoversi in un sogno, rendendosene conto senza riuscire a ritrovare il contatto con il reale. Vivere in una specie di limbo denso di una caligine spessa ed oleosa dove chi dovrebbe avere la responsabilità di guidare la nave, preso da beghe da cortile, si disinteressa completamente del fatto che la barca affonda, mentre tutti si accapigliano tra di loro. Intorno intanto, il mondo brucia. I marinai si aggirano qua e là smarriti su questo vascello fantasma e mostrano chiari segni di avere essi stessi subito il tragico contagio e di aver perduto la ragione.

Così attonito, mi coglie la notizia che un negozionate napoletano, nel lodevole tentativo di smuovere l'economia, ha esposto nel suo negozio di giocattoli, un nuovo costumino di Carnevale con cui i ragazzini potranno mascherarsi nei prossimi giorni. Principe Azzurro, Zorro e Uomo Ragno, non andavano più, ci voleva un colpo d'ala, un'idea, chè questa è la forza vera del nostro paese, l'inventiva. Così le mamme più accorte potranno approfittare dela possibilità di vestire il proprio ragazzino con il costume da Zio Michele, con tanto di cappelluccio sdrucito, camicia a scacchi stazzonata, pantalone informe e tanto di cordicella da strangolamento pronta alla mano. Ma bisogna essere accorti, perché è già quasi completamente esaurito. Bisogna approfittare quando si è in tempo, poi è troppo tardi. Chi è rimasto senza, potrà frignare quanto vuole, rimane solo qualche fondo di magazzino di Batman e di Hulk per bambini obesi. Mi sembra di essere in un incubo, ma non riesco a svegliarmi.



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mercoledì 23 febbraio 2011

Carnevale della chimica 2.


Vi segnalo che sul blog Scientificando di Annarita Ruberto è ospitata questo mese la seconda edizione del Carnevale della Chimica, che ha ormai preso il volo sull'onda dei grandi successi di quelli della matematica e della fisica. Mi ci sono imbucato anch'io con La chimica dell'insalata, come quei tali che appena sanno di una festa si infilano, con la scusa che conoscono qualcuno anche se c'entrano poco. Intanto si partecipa alle danze e l'importante alla fine è divertirsi e con le nuvole nere che ci stanno sopra la testa, bisogna anche cercare di pensare ad altro. Dateci un'occhiata e son sicuro che vi divertirete anche voi.



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Recensione: Randi - Into Paradiso.

E' appena uscito nelle sale questo gradevole filmotto reduce da Venezia. Alfonso, scienziato precario ha appena perso il lavoro; Gayan, bel Cingalese, ex-campione di cricket decaduto e arrivato in Italia pensando di avere parenti ricchi e piombato nel girone disperante dell'extracomunitario, intrecciano le loro disgrazie in una Napoli multietnica che ormai ha assorbito e assimilato il problema nel girone infernale dei suoi mali endemici, camorra, sottosviluppo, immondizia, arte di arrangiarsi. Trattata con levità e poesia, la tragicommedia si svolge con ritmi che sarebbero piaciuti ad Eduardo, tra personaggi macchietta e maschere tratte dalla realtà quotidiana. Eccellente Servillo prestato dagli Avion Travel (verso cui ho un debole) nei panni di un aspirante politico sostenuto e usato dalla camorra. Un lavoro che dimostra come le cose gradevoli si possono fare anche con poco se ci sono idee valide. Secondo me si vede volentieri.




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martedì 22 febbraio 2011

Il lato lieve del porno.

Oggi mi tocca svelare un retroscena un po' delicato, diciamo pure scottante, decisamente hot. In ogni caso, come dicono i sostenitori dell'imperatore, tutti hanno i loro scheletri nell'armadio e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Dunque tanto per non girarci troppo intorno si tratta di un inverecondo affaire porno. Certo siete a conoscenza che il mondo dei blog è avviluppato in una fitta rete di controlli statistici che permettono agli autori di conoscere vita, morte e miracoli dei propri lettori, in particolare, quante volte, in che modo e dove, proprio come gli antichi confessori (forse anche i moderni). Cioè il grande fratello del web mi dice ogni giorni quanti si sono messi in contatto con i miei scritti, quante pagine hanno letto, quanto tempo si sono soffermati, in che città sono, se mi hanno clikkato una pubblicità e una miriade di altri dettagli, compresi in quale punto della pagina hanno posato gli occhi (elettronici naturalmente, in pratica il mouse). Tutti dichiarano di fregarsene ampiamente, nella realtà siamo peggio dei conduttori televisivi con l'auditel, al mattino tutti frementi a consultare G. Analytics per vedere se i lettori diminuiscono o meno.

Io, rispetto a ciò ho raggiunto una specie di atarassia, avendo visto che ho ormai ho una sorta di zoccolo duro al di là del quale non riesco ad andare e attorno al quale mi sono più o meno stabilizzato. Diciamo pure che qualunque scemenza scriva, non mi smuovo dal centinaio di contatti giornalieri e lì rimango, tranne nel week end, quando i rudi lavoratori non hanno tempo di cazzeggiare come quando stanno in ufficio e quindi lo score si dimezza. Poco tempo fa capita che tra i miei followers, si sia incistato un sito di difficile interpretazione. L'immagine dell'icona era a dir poco curiosa, anche se tale da lasciare poco spazio alla fantasia. Di solito i miei seguaci se non mettono una loro foto, mostrano, delicati fiori, teneri gattini o altro che rappresenti al meglio il loro stato d'animo. In questo caso, e non trovo altre parole per definirla, era, come dire, ginecologica. Indagando meglio vedo che si tratta di un sito che, data la mia ben nota passione per le lingue, ho individuato come Cambogiano/ Thailandese, e che si poteva assimilare alla categoria pornotruzza per consumatori di bocca buona. Anche se sono un libertario, dato il mio target di lettori e soprattutto di lettrici, ho rilevato che l'immagine poteva destare un certo imbarazzo o essere scambiata per un sito medico, portando così a spiacevoli equivoci e ho deciso di eliminarlo. Purtroppo le mie capacità tecniche rivolte a questa terribile macchina sono molto limitate (solo da poco ho capito che il vano inserisci CD non è un portatazze estraibile) ed i miei tentativi sono falliti miseramente. L'occhio di satana continuava a gigioneggiare implacabile tra foto di hibiscus e di gentili signore che mi sorridono, come una calamita lubrica e ammiccante. Mi sono allora rivolto ad un ben noto sito tecnologico, che vi consiglio se avete problemi, per avere lumi.

Il suo webmaster (che nome inquietante e vagamente sadomaso...) e alcuni suoi lettori mi hanno subito dato le dritte giuste per risolvere il problema ed eliminare lo sgradito intruso, addirittura mi hanno dedicato uno specifico post sull'argomento. Ebbene non ci crederete, ma durante tutta la settimana in cui si è sviluppato un interessante dibattito sulla libertà sul web, come per magia i contatti giornalieri sul mio blog si sono raddoppiati con grande beneficio degli introiti pubblicitari, passati da 15 centesimi a quasi 20 settimanali! Una improvvisa crescita di interesse per i misteri dei caratteri cinesi o per la cucina di Marco Polo, o forse le mie acute osservazioni sulla geopolitica mediorientale, hanno fatto breccia definitiva nella blogosfera? Il dubbio mi perplime, Fatto sta che da quando è scomparsa l'immagine incriminata il numero dei contatti è tornato nella normalità. Non so bene come interpretare questo fatto. Che forse debba cambiare l'impostazione dei testi o sarebbe meglio aprire un blog dedicato a tema fisso? D'altra parte come indicano gli esperti, i blog concentrati su argomenti mirati, per così dire, di nicchia, sono i più gettonati. Il fatto è che io ci tengo ad utilizzare nel mio lavoro immagini prodotte da me, se riesco ed in questo caso temo che sarebbe un' attività troppo faticosa, anche se potrebbe avere connotazioni non sgradevoli. Sono pigro di natura. Meglio tenermi i miei lettori più affezionati, a cui ormai sono davvero affezionato anch'io.


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lunedì 21 febbraio 2011

Barzellette sui Carabinieri.

Oggi partiamo da un argomento faceto, tanto per alleggerire un po'. Ma da qui vorrei portarvi ad un ragionamento più generale, tanto per farla cadere dall'alto. Dunque, penso che sia anche dalle piccole cose che si può partire, per capire meglio la mentalità di un paese. Questo fa parte dei tipi di generalizzazioni che credo siano accettabili. Ad esempio ho constatato che le barzellette sono molto interessanti per trovare punti di contatto tra popolazioni diverse, comuni modi di pensare o al contrario differenze invalicabili. Dovunque sono andato, ho sempre cercato di farmene raccontare qualcuna tanto per costruirmi un' idea del tipo di umorismo del posto. Le categorie delle barzellette stesse sono poi altrettanto indicative. In Italia un caposaldo assoluto sono le quelle sui Carabinieri. Bene, come potrete ben verificare, questa iconizzazione di un gruppo sociale o etnico per identificare uno stato assoluto, in questo caso la stupidità, è tratto comune in tutte le culture.

Così, praticamente le stesse storielle attribuite da noi alla Benemerita, vengono raccontate in altri paesi per ridere di quella che possiamo definire la stupidità assoluta talmente estrema ed improbabile da venire presentata come status di categoria. Negli altri paesi avviene la stessa cosa a danno di gruppi la cui pochezza mentale non deriva dalla cultura, che inevitabilmente creerebbe disparità e gradazioni all'interno dell'insieme medesimo, ma da una sorta di imprinting genetico che condiziona la sottospecie fin dalla sua formazione primordiale. Per essere accettato tra i Carabinieri, ad esempio, tutto un gruppo di storielle prevede una serie di prove che dimostrino una stupidità non solo acquisita, ma per così dire naturale. Dunque i Francesi hanno come loro bersaglio preferito i Belgi. Forse perché avere vicini molto stupidi è in un certo senso rassicurante. Gli Americani travasavano le loro insicurezze sui Polacchi, un probabile rigurgito di xenofobia dovuto ai timori legati all'eccesso di immigrazione. Successivamente e più di recente la patente di stupidità è passata laggiù ad una categoria trasversale che perde quindi le sue connotazioni etniche: le bionde. Questo passaggio è molto interessante.

E' probabile che in quel paese i risultati raggiunti dal femminismo o comunque da un movimento emancipativo che ha condotto la donna in generale a ricercare ed a conquistarsi una posizione più paritaria e quindi in un certo senso minacciosa per i maschi precedentemente dominanti, abbia contribuito a idealizzare nella bionda, icona dell'estetica fine a sé stessa, edulcorata immagine di un involucro esterno di piacevolezza che racchiude il nulla, questa quintessenza del vuoto mentale, che insieme diverte e rassicura, rivincita costante del maschio che perde costantemente posizioni e della femmina insicura che non si sente fisicamente all'altezza e che invidia comunque un aspetto esteriore attizzatore di attenzioni da parte dell'altro sesso. In Rusia invece le attenzioni sono rivolte ai Chukchi, lontanissimi e mitizzati abitanti della Chukotka, remota regione all'estremo del nord siberiano che arriva al mare di Barentz. Ritorniamo quindi al disprezzo etnico rappresentato da queste faccione rese rosse dal freddo estremo che non capiscono o stravolgono in maniera grottesca le normali situazioni della vita cittadina dei sofisticati moscoviti. Dunque è questa una delle costanti dell'uomo in generale come lo scrollare la testa per negare, comune a tutti i popoli in ogni parte del mondo? Non pare sia così. I cinesi ad esempio, non ragionano in questo modo. Per quanto abbia interrogato gli amici del regno di mezzo su questo argomento, non ne è venuto fuori nulla, se non generiche storielle sullo scemo del villaggio o su un contadino più micco degli altri o un tizio qualunque più facile da prendere in giro.

In questo caso niente ragionamento per categorie, niente volontà di affibbiare una caratteristica negativa, un difetto su cui ridere rivolto ad un gruppo particolare. Certamente le minoranze etniche vengono genericamente considerate inferiori, meno sviluppate, ma ciò non è considerato fonte di divertimento, anzi compito della etnia Han maggioritaria e dominante è proprio quello di incivilirli. Si può ridere della stupidità altrui, ma non se questa è attribuita in toto ad una categoria. Queste diversità secondo me sono importanti e costituiscono una base di ragionamento se vuoi cercare di capire un popolo. Sia che lo consideri avversario, per preparare le corrette contromosse per batterlo, sia se invece vuoi trovare il miglior modo di coesistere per non mettere in atto comportamenti che producano effetti opposti alle intenzioni. Va beh, tanto per alleggerire, mica è detto che anche se si è un po' stupidi non si possa essere colti o poliglotti! Al posto di blocco, il carabiniere istruito:- Alt! Documenti- Digos?- Los documentos, por favor!


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Assange



domenica 20 febbraio 2011

I datteri di Tobruk.

Voglio ritornare sui disordini che si stanno diffondendo a macchia d'olio nel Mediterraneo del sud ed in Medio Oriente. Da noi sono trattati molto di striscio, essendoci vicende decisamente più epocali come le minorenni ed il Festival, ma in questo modo non tutti si stanno rendendo conto di quanto stia accadendo e di quanto la situazione possa essere dirompente. Tuttavia sarebbe bene cominciare a rendersi conto, guardando un po' aldilà dell'entusiasmo naturale per il successo di rivolte ancora almeno apparentemente pacifiche, che in linea di massima, è sempre accaduto che il disordine fosse foriero di un pesante peggioramento di vita per i popoli coinvolti e spesso anche per i loro vicini, per un paio di decenni almeno, prima che le cose ritrovassero un minimo di equilibrio.


Quello che trovo difficile da interpretare è che i movimenti popolari che hanno coinvolto tutti e ripeto, tutti contemporaneamente questi paesi, quasi avessero una regia unica e ben coordinata, risultano invece in palese contraddizione tra di loro, benchè la matrice comune sia l'opposizione a regimi genericamente autoritari. Anche questa richiesta dal basso di democrazia accoppiata alle difficoltà ingenerate dalla crisi economica lasciano perplessi. Al popolo vero della libertà teorica non è mai fregato nulla, rimanendo queste cose appannaggio delle élites intellettutuali che coinvolgono al massimo gli studenti. Ma, mentre in alcuni di questi paesi masse popolari si rivoltano al potere corrotto che privilegia i sodali, in altri sono gli sciiti che spingono contro il potere economico sunnita richiamandosi ad una maggiore ortodossia religiosa, in altri ancora è il laicismo delle classi più erudite che vorrebbe togliere potere ad uno stato teocratico, infine ci sono casi come la Libia di questi giorni dove prevalgono motivi più squisitamente tribali con divisioni ataviche tra aree del paese lasciate nel limbo a causa proprio di queste appartenenze. Questo paese è davvero strano in effetti e ci è sempre parso come privo di problemi economici. Ci è così vicino, ma lo conosciamo davvero pochissimo. Pensate che questo è l'unico paese dove è stato mio padre al di fuori dei confini italiani. Ce lo avevano mandato soldato, quando era stata inventata la quarta sponda, credo un paio d'anni nel 38 e nel 39, speditoci col vapore a presidiare l'impero.

Niente guerra d'Africa quindi, per sua fortuna non dovette mai sparare un colpo, posto che avesse pallottole nel ferro vecchio che gli avevano dato in mano, ma vita grama nel deserto roccioso di Tobruk e della Cirenaica. Mi parlava di interminabili giorni a languire tra caldo e mancanza di acqua, nelle perenni necessità pratiche dell'Italiano che nella sua storia è sempre stato abbandonato a sé stesso ad arrangiarsi, privo di supporto e di logistica. Cimici e dissenteria, brande di telo in tende strappate e buche nella sabbia come sanitari, uova che cuocevano su piastre roventi al sole, la vita di tutti i giorni. Pochissimi i contatti con i locali, semplicemente perché non se ne vedevano proprio. Un paese deserto nel deserto, apparentemente inutile di cui nessuno capiva ancora le potenzialità, dove rimanere a guardia di una fortezza Bastiani che nessuno voleva, per giorni infiniti col moschetto in mano, sufficiente solo a fare qualche tronfia foto di rito con baionetta al fianco. Si portò a casa soltanto un casco coloniale che ancora rammento da bambino e che non ho più ritrovato. Gli unici ricordi, i datteri dolcissimi, un po' poco per eccitare la mia fantasia e qualche piccola foto ingiallita (mio padre è quello in basso). Così è finita che nonostante la mia curiosità endemica che mi ha portato in quasi 90 paesi del mondo a cercare di capire cosa c'è nella testa degli uomini, senza naturalmente averne neppure la minima cognizione, non sono mai stato nell'unico posto che ha visto mio padre. Ho paura che, data la situazione, questa figurina mi mancherà ancora per parecchio tempo.



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sabato 19 febbraio 2011

La mandibola di Andrea Vochieri.


Siete abituati a sentirmi borbottare mugugnado sulla mia città e sugli alessandrini in generale, abitudine peraltro molto comune agli Italiani. Ma badate che il passato recente di Alessandria non è mica stato cosa da poco. Dopo bella la performance di Benigni (che tristezza che i comici debbano fare quello che toccherebbe ai politici!) mi corre l'obbligo segnalare che è proprio nella mia città che il tricolore (benchè inventato a Reggio Emilia nel 1797 come bandiera della Repubblica Cispadana) sventolò per la prima volta a rappresentare l'idea dell'Italia, sugli spalti della Cittadella (attualmente la più bella e ben conservata d'Europa, non per dire) durante il tentativo di rivoluzione di Santorre di Santarosa che si indica come data d'inizio del Risorgimento. Tutti ragazzi di vent'anni, teste calde diremmo oggi, pronti alla morte davvero, come dice il nostro inno e che in molti casi morti lo sono davvero, per quell'idea pazza che faceva fremere di ardore le contessine del tempo.


Quanti ideali, quante vite perdute per quel sogno e per quella bandiera con la quale qualcuno oggi si vorrebbe pulire sapete cosa. Proprio da qui partì la scintilla, subito soffocata, ma che rimase a covare sotto le braci per poco più di un decennio. Questa mattina nell'aula magna della nostra Università (in corso di soppressione, sapete com'è i costi, e poi con la cultura non si mangia), l'Istituto Nervi ha organizzato una interessante riedizione del processo ad Andrea Vochieri, il martire alessandrino del Risorgimento, di cui rimane un monumentino nei giardini della stazione, mentre dimenticato, offre il petto al plotone. Certo dopo che gli insorti del '21, erano scappati all'estero, in città erano rimaste le idee di cui, forse, si parlottava segretamente nei caffé. Beh allora non era come adesso che aprivi un blog e dicevi quello che pensavi del governo, se ti sentivano dire repubblica al bar o al ridotto del teatro, il giorno dopo ti trovavi in casa la polizia segreta. Questo capita appunto nel 1833 al nostro Andrea Vochieri. Come ben illustrato nella rievocazione, con gli atti originali del processo, i servizi, che probabilmente avevano buone orecchie intercettanti in ogni locale pubblico, conoscevano già molto bene i nomi dei vari ufficiali implicati, affascinati dall'idea della Giovane Italia mazziniana ed avendone catturato qualcuno, venne fuori anche il nome del nostro Vochieri.

Nella perquisizione si trovò ben poco, un quaderno su cui aveva ricopiato qualche articolo della gazzetta della Giovane Italia, un frammento di pagina della stessa, che lui goffamente giustificò come usata per avvolgere tabacco di contrabbando ricevuto dalla Svizzera, e una lettera di raccomandazione, vergata però da un avvocato sospettato di essere il capo dei mazziniani alessandrini per un altro avvocato torinese anch'egli carbonaro. Ai ceppi nella Cittadella di cui vi ho detto, non parlò, anche se si contraddisse nell'interrogatorio, al contrario di alcuni "pentiti", ma, con candore ingenuo, lasciò una struggente lettera alla moglie che svelavano i suoi ideali e che fu subito messa agli atti come prova di colpevolezza. Il processo doveva essere esemplare per bloccare i venti di rivolta che spiravano ogni giorno più violenti, così una decina di implicati furono fucilati "con disonore" alle spalle. Il suo difensore tentò l'unica strada possibile, dipingendo la cosa come una congiura costituita da chiacchiere da bar, fatta da sognatori anche un po' a corto di senso pratico, privi di armi e completamente isolati dal contesto reale, in pratica si sottomise alla clemenza della corte, che invece fu assolutamente spietata, anche nell'intento di far fare altri nomi al condannato. Così alle 7 della mattina di sabato (non si fucilava di venerdì) 22 giugno 1833, il Vochieri attraversò a piedi in catene tutta la città, passando sotto la finestra della sua casa dove moglie e figlie stavano in lacrime, nell'estremo tentativo di farlo parlare, per essere condotto nella piazza d'Armi. Qui pretese di essere fucilato al petto, ma per due volte il plotone, poco pratico, sbagliò la mira ferendolo soltanto, fino a ché intervennero con un colpo di grazia alla tempia.

Pare che nessun alessandrino sia voluto scendere in strada per assistere a questo passaggio, ma il giorno dopo, tutto il percorso fu trovato ricoperto di fiori. Naturalmente i pentiti se la cavarono tutti, e il presunto capo dei mazziniani alessandrini (il famoso avvocato che aveva scritto la lettera) denunciò tutti i compagni si fece un po' di fortezza, come racconta il Civalieri, blogger dell'epoca, nei suoi Cartolari, ingrassando grazie ai pasti che gli venivano portati dalla vicina taverna e dopo qualche tempo, con 1500 lire di premio se ne andò col vapore a cercar fortuna nelle Americhe. Poi tutto passò nel dimenticatoio, mentre il ricordo a poco a poco si seppellisce nella nebbia alessandrina. Oltre al monumentino nei giardini (che vedete nella foto dell'amico Tony Frisina) è rimasta solo la via dove era la sua casa. Pare che qualche tempo fa sia saltata fuori la mandibola del martire, conservata chissà perchè, ma sembra che non si trovi neanche un posto idoneo dove metterla. Gli Alessandrini, a volte sono strani.


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venerdì 18 febbraio 2011

Chiacchiere di carnevale.

Il maschio italiano e quello alessandrino in particolare hanno in comune un file genetico, che quel piatto là come lo faceva la mamma, non è capace di farlo nessuno. Né il cuoco più pluristellato, né, se fosse possibile rintracciarlo, il creatore della ricetta medesima. La moglie poi, naturalmente, non entra neanche nelle semifinali. Perchè probabilmente le mamme inseriscono tra gli ingredienti un qualcosa di magico, una droga che dà dipendenza assoluta, già dai primi bocconi e che con facilità provoca il gradito bamboccionismo, tante volte invocato anche a sproposito. Il mio caso è diverso. Non so se per ragioni culturali o per l'uscita della mia famiglia dal periodo della guerra in cui il problema del cibo era trovarlo più che cucinarlo, ma la mia mamma era proprio la negazione della gastronomia. Ben sostenuta da mio padre che aveva una innata idiosincrasia per ogni cosa diversa dalle pochissime a cui il suo palato era abituato, la sua cucina era estremamente poco variata e limitatissima per quanto riguarda gli ingredienti.

I risultati, vi assicuro erano molto deludenti, tanto che, quando per le prime volte mi sono affacciato al mondo della gastronomia, questo mondo nuovo di sapori, profumi e abbinamenti, mi conquistarono immediatamente accendento un interesse che, purtroppo o per fortuna non si è assopito col tempo. Però, in una cosa, devo dire, la mia mamma si scatenava. Ne avevo già parlato una volta, ma ogni anno in questo periodo, mi prende la nostalgia. Passata l'epifania che come è noto tutte le feste le porta via, cominciava il periodo carnevalesco e lei, tirato fuori il grande asse di legno ed il matterello (da 1,20 mt) che aveva rinfoderato dopo gli agnolotti di Natale, iniziava il periodo delle Chiacchiere. Questo dolce povero e comunissimo in tutte le parti d'Italia, conosciuto nelle maniere più varie, frappe, bugie, stracci, gasse e chi più ne ha più ne metta, sono la cosa più semplice e più difficile da fare allo stesso tempo. Una pasta semplicissima (a cui veniva aggiunto un bicchierino di moscato, segreto della casa) che deve essere tirata in maniera magistrale fino a formare una sfoglia tanto sottile da apparire trasparente.

Questo è il momento topico. La mia mamma impastava a lungo, quindi rollava con grande energia, cambiando continuamente l'asse di stiro, in direzioni a raggera continua di una trentina di gradi, in modo che lo spessore rimanesse perfettamente uguale in ogni suo punto, man mano che il grande disco paglierino si allargava. Mio papà, alle spalle come solo il gufo maschio sa fare, borbottava critiche ad ogni piè sospinto, dando indicazioni per mostrare di essere la testa pensante dell'operazione, che venivano naturalmente disattese. Intanto la sfoglia aveva ormai raggiunto la sua massima dimensione consentita dalle misure della tavola, da cui debordava sui lati corti. Mio papà brandiva allora la rotella (la stessa degli agnolotti) e segnava il territorio, tagliando strisce di varia pezzatura fino a formare le consuete losanghe romboidali all'interno delle quali venivano fatti due ulteriori tagli. Un gesto artistico di certo più che funzionale, a dimostrazione che Fontana non ha inventato nulla. Intanto una pentola con un litro d'olio stava raggiungendo la temperatura ottimale e cominciava la calata.

Come leggere farfalle che si posano sulle promesse dei fiori estivi, come libellule eleganti che appena toccata la superficie dello stagno dorato tornano a librarsi nell'aria, ecco le larghe quadrelle appena immerse che paiono prendere vita, muoversi come un fremito di piacere al contatto del liquido caldo e subito arrossire come giovani fanciulle al primo caldo bacio d'adolescenti. Le guance subito si colorano, le superfici non aduse a questo rovente contatto si gonfiano un poco, eccitate e impaurite allo stesso tempo, si arricciano quasi volessero sottrarsi a questo gioco sensuale e quasi perverso ed è già tempo di toglierle a quel contatto troppo caldo, troppo pericoloso, troppo determinato a far perdere l'innocenza, ad andare al di là del consentito. Ed eccole che, ben disposte su carta porosa, si mondano dell'esperienza vissuta, scordano la lascivia appena vissuta lasciando quel pochissimo unto che hanno raccolto nella loro prima esperienza, appena toccate dall'ardore della passione che forse ha lasciato in loro il desiderio di andare avanti, di scoprire mondi sconosciuti e meravigliosi.

Una spolverata di zucchero a velo e poi eccoci, arrivavamo noi, i razziatori, che con fauci bramose distruggevamo in un attimo tutta quella architettura fantastica. Non avete idea della fragranza, della leggerezza. Bastava toccarle con meno rispetto di quanto meritassero ed ecco, per punirti si sbriciolavano subito vergognose di essere state maltrattate. Si disfacevano in bocca lasciandoti un gusto di buono, mettendoti la voglia di prenderne altre, di continuare fino a quando non fossero finite. Di certo c'era un ingrediente segreto ed irripetibile. Credo di sapere quale fosse, ma sicuramente le chiacchiere di carnevale come le faceva la mia mamma, nessuno sarà mai più capace di farmele.


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giovedì 17 febbraio 2011

L'ora del lupo.

Alessandria, 3 ottobre 1966


L'ora del lupo.

In quell'angolo nascosto di Piazza Garibaldi,
nella confusione del mercato,
una vecchia sdentata seduta sullo scalino del marciapiede
allunga una mano deformata dagli anni
e vi chiede di chinarvi un momento.
Ma non fermatevi,
non fatevi impietosire.
Proprio là, a due passi dal tombino,
si apre
la falla dimensionale.

Ridete pure per ora
nella bianca città lucente dalle torri di vetro che avete costruito
sulla nostra terra.
Cingete pure, inconsapevoli, con le vostre macchine lucenti
i prati di smeraldo;
siate felici e prosperate
con i vostri figli.
Noi intanto, silenziosi, ignorati,
nell'oscurità delle notti,
continueremo a scavare le vostre tombe.


Dopo due giorni consecutivi di acquerugiola sottile e di umidità che ti infradicia le ossa, mi sembra impossibile che 45 anni fa vedessi Alessandria come una città lucente dalle torri di vetro, ma è vero che a 20 anni sei pervaso da un ottimismo che rasenta la follia, poi però con il tempo passa e riesci a vedere la realtà in tutte le sue terrificanti sfaccettature. Avrete capito che sono un po' sverso. Buona giornata a tutti.


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mercoledì 16 febbraio 2011

Il Milione 38: Tattoo e mangiare con le mani.


Nella sua esplorazione via terra, difficile e pericolosa per i tempi, ma di certo non come oggi, visto che quelle zone ancora non erano cosparse di mine antiuomo, il nostro Marco Polo arriva fino ai confini orientali dell'India, una vasta zona che comprende l'attuale Bangla Desh e il Bengala indiano, fino allo stato dell'Orissa.

Cap. 122


...e dopo lasciata la provincia di Mien (Birmania), v'è una provincia verso mezzodie ch'à nome Gangala (Bengala), che negli anni Domini 1290 che io era ne la corte, il Grande Khane non l'avea ancora conquistata, ma tuttavia v'era oste per farlo. In questa provincia ànno loro linguaggio e sono pessimi idoli e sono a li confini dell'India. Elli fanno grande mercatantia di care spezie che ànno, spigo e galinga e zinzibe e vivono di carne pesce e riso.

Ancora oggi, percorrendo queste aree rurali del subcontinente è tutto un susseguirsi di piccoli villaggi tra le risaie, popolate di contadini che alternano la loro difficile vita tra il fango che genera il loro alimento principe e i piccoli mercati spontanei che sorgono tra le capanne, dove su teli improvvisati a terra vengono offerte immutabili, le spezie di allora. Piccole piramidi di radici di zenzero, mucchietti di coriandolo, mazzi di erbe odorose e poi via, seduti nelle approssimative taverne a mangiare i cibi di strada, pesce di fiume in un sugo piccante in cui intingere palline di riso mescolate con le mani (mi raccomando con la destra, che la sinistra serve ad altri più immondi usi, e usando solo la punta delle dita che fa più chic, ma come dice qui Acquaviva, potete anche succhiarvele per non perdere il condimento che è il più buono e come si dice, se no si gode solo a metà). Beh il nostro Marco ci sarà stato anche abituato, giacché allora a Venezia la forchetta non l'avevano ancora inventata, ma vi assicuro che sulle prime, questo impastare il riso per mescolarlo al resto, su piatti fatti di grandi foglie di banian, mi ha messo un poco in difficoltà. Solo la fame poi, fa superare le barriere interculturali. Ma questa non è la terra degli indiani, ma degli Adivasi, "quelli che c'erano prima". Sono le tribù primitive che popolavano l'area prima dell'arrivo degli Arii, disprezzate dalla cultura ufficiale indù, e rimaste ancorate alle antiche tradizioni, che stupirono anche il nostro Marco.
Questo è uno dei tanti aspetti interessanti di queste genti che oggi vivono isolati nel folto delle foreste del Bengala e dell'Orissa, primitivi che contro voglia stanno per essere spazzati via dall'ingordigia del nostro mondo e dal nostro prepotente sistema di vita. Gli straordinari tatuaggi che ricoprono i corpi delle diverse tribù dai Kutia, ai Gondria, ai Khond sono ancora oggi esibiti per la loro bellezza e la ragazza che mi mostrava orgogliosa il suo viso ricoperto dai segni che simulavano i baffi della tigre, uguali a quelli che la sua progenitrice mostrò a Marco, forse non li farà più a sua figlia e anche al mercato, accanto alle piramidi di peperoncino rosso come il fuoco che promette, cominciano a vedersi, cucchiai e forchette di alluminio, assieme ai coloratissimi braccialetti di plastica cinese. Il Gran Khan ha compiuto definitivamente la sua conquista.


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martedì 15 febbraio 2011

Recensione: Hooper - Il discorso del re.

Mi è piaciuto molto questo prodotto del cinema inglese, sempre elegante e allo stesso tempo inconfondibile nelle sue sfumature british. Il racconto di un aspetto personale poco conosciuto della vita di Giorgio VI, a cui la balbuzie impediva di parlare in pubblico, salito al trono dopo l'abdicazione del fratello Edoardo VIII per la vicenda di Wallis Simpson, si dipana in maniera convincente e piacevole, aiutata senza dubbio da un'ottima regia e dalla bravura degli interpreti, in particolare il bravissimo Colin Firth che riesce a rendere la figura dell'incerto aspirante re, proiettato per un caso della sorte, in un ruolo che non sente suo e che gli impone un peso psicologico insopportabile, in maniera perfetta e tenera allo stesso tempo. Indovinate anche le ambientazioni, prive delle esagerazioni e delle maestosità di corte che avrebbero appesantito il racconto, sempre mantenuto sui toni di un intimismo misurato e probabilmente molto vicino alla realtà. Una strepitosa fotografia racconta con colorazioni d'epoca le nebbie e le atmosfere sempre ovattate dalle sfumature seppia di un album d'antan. Dalla vicenda traspare anche un altro punto interessante. La descrizione degli anni immediatamente precedenti la guerra come il periodo in cui i media e la comunicazione cominciano ad assumere un peso preponderante nella governance delle nazioni. Solo la Simpson è trattata piuttosto male e può darsi che anche questo abbia contribuito al fatto che il film sia molto piaciuto alla famiglia reale. Insomma ve lo consiglio caldamente.






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lunedì 14 febbraio 2011

La chimica dell'insalata.

Si fa un gran parlare del gap qualitativo tra la scuola, gli studenti e gli insegnanti odierni e quelli di un tempo, pre-68, tanto per intenderci. In particolare sull'insegnamento delle materie scientifiche, come la chimica. Riprendo quindi un vecchio post sull'argomento per rinverdirne l'attualità. Si fanno riforme universitarie allo scopo specifico, si filosofeggia molto su cause ed effetti, si enfatizzano voragini di ignoranza e così via. Poi nella realtà di tutti i giorni, mentre siamo qui a commentare le nuove classi con 41 allievi, come è accaduto a Novi Ligure, che devono formarsi con le ultime disposizioni di risparmio, i nostri ragazzi, che in fantomatici test, studiati da chissà quali teste aguzze, arrivano sempre dopo quelli del Burundi, vanno all'estero a fare ricerca o a lavorare e sbancano quasi sempre il cucuzzaro, sono tra i più graditi ed apprezzati e ci fanno fare dei gran figuroni.

Chissà com'è la realtà vera. Io, a causa dell'anagrafe, posso solo ricordarmi degli episodi, non so se significativi, ma certo quantomeno curiosi. Ho preparato diversi esami universitari con un caro amico, poi, com'era consuetudine allora, si andava a sentire gli esami degli altri, da cui si sperava di trarre utili indicazioni sulle manie e le inclinazioni del professore ed altre malizie; adesso non si può più, giacchè gli esami sono tutti scritti e di fronte ad un foglio anonimo; passa anche la poesia e manca lo stimolo del combattimento verbale, la lotta corpo a corpo per sgusciare dalla presa della domanda ignorata e la ricerca di una posizione favorevole sull'argomento conosciuto su cui assestare il colpo fatale. Comunque quella mattina, grigia come tutte le sessioni autunnali, eravamo pochi nella piccola aula di chimica dove si svolgeva l'esame di organica, uno scoglio duro e difficile, perchè come tutti sanno, la chimica è palestra impegnativa dell'intelletto, fatta di concetti spaziali da immaginare, di legami imponderabili da sentire più che capire, da architetture costruite nel tempo con la fantasia, prima che fossero successivamente provate dalla scienza.

Un cammino lungo nella storia del sapere dell'uomo, prima filosofia che scienza, basatasi sulle sensazioni dei grandi pensatori e fatta di elementi primordiali, di fuoco, di acqua, di aria. Ma un conto è la filosofia, un altro è la pratica dell'incubo dell'esame. Torniamo dunque indietro nel tempo e ripiombiamo in quell'aula dall'atmosfera tetra e poco amichevole. Un cubo vuoto dalle pareti sporche, con il fondale di lavagne a scorrimento, coi gessetti che stridevano sulla superficie rosa dall'uso ed i cancellini di feltro che da eoni non erano stati sbattuti e diffondevano nell'aria un tenue polverino bianco. In fondo all'aula un gruppetto di giovanotti in giacca a e cravatta, tremebondi gli uni, gli esaminandi, un po' più rilassati ma preoccupati per il futuro gli altri, gli auditori. Alla cattedra, vicino a due stanchi e svogliati assistenti, il pimpante professore di chimica, un toscano dalla parola facile ed aggressiva.

Il mio amico viene dunque chiamato, consegna il libretto ad uno di due scherani che comincia a consultarne i voti; un tempo questa era la fregatura se eri uno studente mediocre, mentre se acchiappavi qualche trenta all'inizio, tutto era in discesa, e si dispone quasi sull'attenti ad affrontare il fuoco nemico. Il prof si alzò e vergò con cura una formula sulla lavagna e chiese se l'esaminando sapesse riconoscere il composto. Lo sguardo dubbioso e confuso di E. ondivagò sulla grigia superficie, cominciando a scorrere lungo la catena dei tre atomi di carbonio come sgranando le palline di un rosario di duro diaspro, alla ricerca di un qualche appiglio per non esser affondato al primo colpo. Poco gli suggeriva il doppio legame con l'ossigeno o tutti quegli atomi di idrogeno che la formula di struttura raggruppava agli estremi della catena. La lavagna era nera e buia come l'oscurità che avvolgeva i suoi anfratti mentali. Allora si usava così. Dentro o fuori. Vedendo lo sguardo pensoso, mentre gli occhi umidi ruotavano qua e là alla disperata ricerca di aiuto, il cerbero, forse si commosse e se ne uscì con la battuta che per certo, la sua arguzia professorale aveva lungamente studiato e che, certo, riteneva spiritosissima.

"Dunque, vedo che non è molto preparato, ma visto che questa mattina è il primo, voglio proprio aiutarla. Se lei ha un insalatone, con cosa lo condisce? Con l'olione, il salone e con.....con.... su forza che è facile". Uno sguardo di gratitudine affiorò immediatamente nell'occhio disperato del mio socio che si affrettò ad afferrare quella insperata ciambella di salvataggio e se ne uscì pronto e candido: " Con il limone". L'occhio del prof si vetrificò alla inattesa trasformazione della vinaigrette in citronnette, operazione alchemica non prevista dai rigidi canoni della chimica organica e il viso divenne d'un tratto paonazzo, poi con furia afferrò il libretto dal tavolo e lo scagliò contro il malcapitato, urlando :"Se ne vada!" Anche la polvere di gesso rimase per un attimo ferma a mezz'aria, congelando quel momento topico, che rimase a lungo nella storia della facoltà. Ma forse erano altri tempi.


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domenica 13 febbraio 2011

La cacciata del tiranno.

Il tiranno se ne è andato! La piazza è in festa e tutti esultano. La folla percorre le strade esultando con cartelli che inneggiano alla conquistata libertà. Naturalmente sto parlando dell'Egitto, stando almeno a quanto si vede nei video che girano sul web. E con la Tunisia fanno due e già la piazza è mobilitata ad Algeri, la febbre sembra diffondersi a macchia d'olio. Una rivoluzione, una protesta, in ogni caso un fenomeno da studiare, valutare, nelle sue tante sfaccettature. Intanto non si può non sottolineare che queste "rivoluzioni" siano accomunate da un fatto inusuale, non hanno capi, non ci sono voci sovrastanti la folla che guidano la giostra. Sembrerebbe una vera vittoria del popolo, inteso nella sua accezione più bella, una vittoria aiutata anche dal web e dai nuovi spazi di libertà che la rete propone e che i poteri temono. Nei video facce pulite di giovani che ci credono, che sembrano davvero puntare ad un futuro di democrazia, di pace, di valori positivi. Come si fa a non sentirsi trascinati da questo vento libertario ed insieme sereno, coraggioso, sincero. Chi riesce a mettersi in una posizione meno coinvolta, cercando di valutare in modo il più possibile asettico i fatti paragonandoli con quanto avvenuto nel passato, però non può non essere assalito da dubbi. Come non vedere alle spalle di questi ragazzi entusiasti, facce più oscure che si confondono e non si riescono a riconoscere nel buio nella notte che circonda i cortei. Ricordiamoci che Tunisia ed Egitto erano valutati come le due economie più solide ed i regimi più riusciti del Medio Oriente.

Potevamo definirli come due esempi da proporre agli altri, quelli più mal messi e meno democratici dell'area, come due fari da tenere come guida, due mete da auspicare a tutti i vicini meno virtuosi e ribaldi. Se poi andiamo nel recente passato e vediamo cosa è successo il giorno dopo di altre gioiose rivoluzioni, i dubbi aumentano. Con quale approvazione tutti avevano salutato la fine di altri tiranni anche più feroci, come lo Scià cacciato nel 53, o il re di Libia, o la libertà finalmente conquistata dal popolo dopo la sanguinosa guerra di Algeria. I fatti successivi devono far ragionare e temere con giusta ragione che molte sono le probabilità che, calmate un poco le acque, escano da quella zona buia che adesso non permette di vedere le facce, altri burattinai, parimenti pericolosi e molto intenzionati a regalare a quei ragazzi anni ancor più duri, sofferenze ancora più terribili. Naturalmente e anche con un po' di egoismo, speriamo che questo non avvenga, perchè l'ultima cosa di cui il mondo avrebbe bisogno è un ulteriore momento di instabilità in questa area martoriata e popolosissima. Intanto per adesso i tiranni sono sostituiti dai militari che di norma non hanno mai dimostrato grande propensione a lasciare il controllo del potere con facilità. Vediamo cosa succede, comunque con una certa apprensione.





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venerdì 11 febbraio 2011

Recensione: Manfredonia - Qualunquemente.

Prevedibile grande successo di pubblico nelle sale per questo Qualunquemente del sempre bravo Albanese. In pratica, come previsto, si tratta del già noto sketch di Cetto Laqualunque dilatato fino all'ora e mezza, in cui ritroviamo tormentoni ormai noti e piccole chicche che comunque divertono gli amatori del genere, come il binomio tasse e droga e "lei ha proprio un bel corpo da assessore". Il film ha certo gli attesi difetti della comicità da cabaret che si trova sempre difficoltà ad adattarsi al grande schermo, che impone ritmi diversi e il condimento di una storia. In più ha solo gli ambienti, scelti con cura e ricordo, tutti presi rigorosamente dalla realtà, villa inclusa e dai dettagli godibilissimi. Accettata questa diminutio, si può ridere tranquilli, anche se si tratta di un riso amaro, fatto a bocca storta, condito dalla mancanza di speranza.

In fondo, un sondaggio rileva che il Partito du Pilu, che il buon Cetto lancia con la sua "salita" in politica per salvarsi da "questa ondata insopportabile di legalità", se si presentasse davvero raccoglierebbe attorno al 9/10% di consensi, perchè ormai in Italia i Cetto ed i suoi clientes sono tanti e forse in crescita. Alla fine il film dà quello che promette, anche se la satira dovrebbe essere una esagerazione del difetto e una deformazione grottesca della realtà. Invece i punti politici che caratterizzano l'azione politica di Cetto sono quasi sempre al di sotto del reale che viviamo ogni giorno. Promette 8000 forestali, ma nella realtà ne fecero 20.000; nel sito archeologico, in fondo mette solo qualche tenda da campeggio e al suo avversario politico fa saltare la macchina, mentre a Pollica il sindaco Vassallo è stato ucciso. Quanto al dibattito televisivo è decisamente meno barbaro e violento di quelli che passano normalmente in TV ogni giorno, addirittura nessuno si alza per andarsene. E poi nella nostra vita reale, nessuno promette pilu per tutti, infattamente è chiaro che quello, ognuno se lo deve pagare a parte.





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giovedì 10 febbraio 2011

La fine del Dodo.


L'animalaccio che potete vedere in questo francobollo è il Raphus cucullatus, meglio noto come Dodo. Bestia davvero anomala, un gallinone alto più di mezzo metro, grande e grosso con l'occhio mite della vacca lattifera, che se ne campava tranquillo e sereno a Mauritius nell'Oceano Indiano, isola che popolava allegramente sguazzandoci in lungo e in largo senza dare fastidio a nessuno e, per la verità, senza che nessuno desse fastidio a lui. Era felice il Dodo? Chi può dirlo con certezza? L'unica cosa sicura è che si moltiplicava allegramente, popolando la foresta e ingrassando in santa pace. Grande mangiatore di frutti deliziosi e carnosissimi, zampettava tutto il giorno, quando non doveva inseguire la sua femmina, se lei era impegnata a deporre uova grosse come papaie. Non ce la faceva neanche più a volare. D'altronde chi glielo faceva fare.

Tutto quello sbattimento di ali per sollevare quel corpaccio pesante e goffo solo per andare a becchettare gli stessi frutti dall'altra parte dell'isola? Non ce n'era ragione. Gli piaceva vestirsi bene. Infatti sembra che avesse un bel piumaggio colorato con le ormai inutili remiganti che presentavano tutta una sfumatura di gialli vivaci e un buffo ciuffetto di morbide piume come coda. Ce n'erano un sacco in giro per l'isola, si può dire che ne era completamente sovrappopolata; nessuno che rompesse loro le scatole, con il solo problema di consumare tutto quel ben di Dio che cascava dalle piante. Poi è capitato qualcosa. Il dodo si è incupito e in poco tempo non si è più fatto vedere. L'ultimo pare sia stato segnalato alla fine del 1600. Hanno detto che si è estinto a causa della caccia feroce a cui è stato sottoposto e per la facilità con cui, ingenuone si lasciava acchiappare ignorando che sarebbe finito in pentola, ma è un falso clamoroso. Pare che le sue carni non fossero assolutamente appetibili; si era evoluto così apposta per evitare i predatori, non era poi così scemo. Semplicemente si è lasciato andare, non ce l'ha più fatta a sopportare tutti quei cambiamenti.

Il granturco e la canna da zucchero gli facevano schifo, un po' come al suo collega, il Panda maggiore, che se non ha quella varietà speciale di teneri germogli di bambù piuttosto si lascia morire di fame. Casì, nella lingua inglese il nome Dodo è ormai ormai ironicamente sinonimo di incapace di adeguarsi alle nuove circostanze ed ai nuovi tempi e dire gone the way of the dodo, significa diventare anacronistico e fuori moda. Mi par di vederlo che scrolla il testone con quel becco enorme e leggermente adunco, impegnativo, faticoso anche da portare, mentre squadra pensoso l'i-Pad e borbotta che quella è roba che non attacca, che lui il giornale preferisce sfogliarlo, per sentire l'odore della carta fresca di stampa, corrucciato perchè non trova più un televisore a tubo catodico e poi se ne esce dal negozio a cercare qualche papaia matura tanto per tirarsi su di morale. Forse non si è estinto come dicono. Se ne starà ancora da qualche parte, rintanato nel folto della foresta più fitta a lamentarsi con qualche scimmia che si stava meglio prima, ma ormai neanche più quella gli dà più retta.


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mercoledì 9 febbraio 2011

Italia povera o povera Italia?

La nebbia avvolge il paese e di conseguenza la visione delle cose risulta forzosamente non chiara. Oltretutto ci si lascia troppo facilmente prendere dalle passioni ed i giudizi ne risentono e mancano sempre della necessaria obiettività per cercare di capire cosa possa succedere. Per questo oggi voglio fare un post serio (se riesco) per esaminare la situazione paese, non dal mio punto di vista, parziale come ovvio, ma tentando di rimanere asetticamente legato ai fatti. Un tentativo velleitario di certo di tirare conclusioni per via logica e non di parte. Dunque partiamo dai fatti concreti. La crisi economica mondiale è ancora lontana dalla soluzione e i vari paesi cercano di proteggersi a seconda delle proprie situazioni interne. L'Italia non è messa bene essendo caricata di un debito pubblico pesante, un vero macigno che condiziona le scelte. Inoltre per cause storiche, di organizzazione, burocrazia e non ultima per una mancanza di spinta propulsiva interna, ha uno sviluppo potentemente frenato se paragonato ai suoi concorrenti europei più in salute e sta scivolando con costanza verso l'area dei PIGS.

La situazione politica è di estremo stallo, (molto simile a quella Belga per capirci) e impedisce di prendere decisioni forti e impopolari per modificare in maniera consistente questi assets economici, come imporrebbe una logica di raddrizzamento dei conti. La maggioranza è a tutti gli effetti debolissima e appare impossibile che possa mettere mano a provvedimenti utili e sopravvivere al tempo stesso. L'opposizione è frammentatissima e impossibilitata a causa delle sue opposte anime a esprimere un leader convincente o almeno di mettere sul tavolo proposte concrete per coagulare una maggioranza credibile. Infatti da oltre un anno il governo non riesce a portare a termine un provvedimento di una qualche efficacia reale, se si esclude una riformina universitaria dagli effetti omeopatici (attenzione, non dico che sia buona o cattiva, semplicemente ne valuto l'incidenza sulla vita reale). Gli unici dibattiti forti appaiono essere quelli attorno alle vicende personali del premier che oscurano tutto il resto. A questo stato di cose come risponde l'elettorato? Lo scenario si è molto complicato, mostrando bene come l'auspicato bipolarisno semplificativo sia medicina talmente indigesta per l'italiano da essere stata decisamente rigurgitata. La sinistra si è gonfiata di ogni scontento, aumentando se possibile le suddivisioni e la litigiosità interna ma, tra dipietristi, viola, verdi, rifondazionisti, grillini e vendoliani potrebbe arrivare quasi al 20 %.

Il centro sinistra continua a perdere pezzi dilaniato da diverse anime centrifughe e sta per varcare al ribasso la pericolosa soglia del 25%, il terzo polo, che non si capisce come potrebbe mantenersi unitario alla prova dei fatti con tre galli nel pollaio, staziona verso il 13/15. La Lega potenziata sul 12%, ma che nelle urne potrebbe anche crescere di più, non si sente sicura del proprio elettorato, infastidito sempre di più dalle grane dell'alleato e innervosito dall'impossibilità di portare a casa anche un minifederalismo formale da appuntarsi sulla giacca. Il centro destra infine, inglobando l'estrema, rimane attorno al 30%. E' interessante osservare come questa parte di elettori, non sia minimamente scalfita dagli scandali delle notti magiche, in parte non piccola perchè costituita da clientes e relativi beneficiari che perderebbero il loro introito in caso di cambio di timoniere, in parte perchè costituita da elettori che non voterebbero mai a centro-sinistra e non vedono alternative a destra concludendo, anche se queste cose sono vere, non mi interessa tanto io lo voto lo stesso. Quindi mi sembra evidente che questo scenario comporta un paio di anni di totale stallo, in una palude in cui il paese va alla deriva in balia della situazione internazionale, mentre le navi che ci precedono si allontanano sempre di più. Non credo che si possa gioire di una situazione simile. L'altro scenario prevede le elezioni. Ma come abbiamo detto le posizioni sono abbastanza chiare, come già esaminato, con due uniche soluzioni.

Dalle urne uscirebbe vincitore o un CLN che unisse tutti meno Lega e Berlusconi, salvo il giorno dopo della vittoria , frammentarsi in decine di spezzoni in lotta feroce tra di loro e impossibilitati a fare alcunché, altro che leggi impopolari, oppure nuova vittoria del Polo che anche se, grazie al Porcellum, avrebbe una maggioranza definita alla Camera, non l'avrebbe quasi certamente al Senato, facendoci ripiombare nella prigione paludosa senza passare dal via come ben sanno i giocatori di Monopoli. In questi casi, molto spesso nel passato sono partite derive autoritarie che hanno condotto a tragici finali di partita. Non riesco a intravedere altre possibilità logiche, date le premesse, a nemo che non accada qualche fatto del tutto imprevidibile a sparigliare le carte, auspicando che non venga in mente a qualcuno di provocarlo appositamente. La nebbia quindi, cala sempre più fitta e il numero degli incidenti è destinato ad aumentare. Mi piacerebbe molto sentire il vostro parere al riguardo, se fosse possibile (ma so che è difficile) come osservatori esterni, asettici, studiosi del problema. Che bello se non si riuscisse a capire dal vostro intervento a quale parte politica vanno le vostre simpatie.



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martedì 8 febbraio 2011

Il Milione 37: La jungla degli unicorni.

Eccoci dopo una breve pausa a seguire il viaggio verso sud del nostro Marco Polo. Ormai non si tratta della carovana del mercante ma della ricca e importante delegazione dell'ambasciatore o governatore di provincia quale era stato nominato, essendo ormai nella manica dell'imperatore. Il cammino prosegue verso luoghi che erano allora difficili da attraversare, ma chissà, forse meno di oggi. A quei tempi solo la jungla fitta e le sue insidie si frapponevano ai mari del sud, oggi magari anche le mine o i signori dell'oppio. Vediamo dunque come ci descrive il difficile habitat del nord della Birmania, quando lasciati gli altipiani transhimalayani si segue il corso dei grandi fiumi verso l'oceano Indiano.

Cap. 120
Si discende per una grande china che dura due giornate e mezzo e poscia truovasi una provincia a le confini de l'India ch'è chiamata Amian (la Birmania). E l'uomo va per 15 giornate per un luogo disabitato e sozzo, ov'à selve e boschi con liofanti e unicorni assai e altre diverse bestie, che uomini e abitagioni non v'à.

Che senso di sperduta solitudine si prova in queste foreste, le stesse, certamente meno estese di un tempo, essendo gli spazi divorati a poco a poco dalla voracità della voglia di vivere della nostra specie, che a poco a poco costringe gli animali selvaggi a ridursi fino a scomparire. Ma basta camminare per pochi minuti al di là della prima fascia di alberi, ed ecco, il sentiero si fa più difficile da cogliere, sembra addirittura scomparire, il rigoglio di una natura, che caldo e umidità rendono aggressiva e rapidissima a riprendersi i suoi spazi appena l'uomo si riposa per un attimo, si fa incombente e ti senti subito perduto, in preda ai suoni della jungla, ai suoi rumori sconosciuti, ai fruscii preoccupanti, che non sai se amici o mortali. L'anno scorso ho camminato un'oretta da solo per raggiungere un torrente dove antiche pietre scolpite testimoniavano la religiosità universale dell'uomo. Alberi e liane, felci gigantesche, arbusti che nelle nostre case sono alti un palmo e lì ti sovrastano, radici enormi che avvolgono rocce corrose dalle piogge. Tra squittii, grida, urla, fruscii di un mondo vivo e pulsante, solo il tempo in cui vivi si cancella, percorrevo il sentiero di Marco e forse lui era lì davanti a me solo di pochi passi anche se fuori della mia vista. Poi ecco nella radura un elefante, ma con la bardatura in groppa per fare il giro col turista di turno e la bancarella dove fermarsi un po' a raccogliere le forze e mangiare pollo con zucca e papaya. La città è ancora lontana.

Cap. 121

...e dopo che à cavalcate le 15 giornate per questo così diverso luogo, truovasi una città ch'à nome Mien (Yangoon) grande e nobile, la gente è idola e àn lingua loro.Questa città è molto ricca e sottomessa al Grande Khane (fu conquistata nel 1283) e anticamente fue un ricco re che quando venne a morte lasciò che si dovesse fare due torri, una d'oro e una d'ariento, ch'elle sono alte bene 10 passi e grosse come si conviene. La torre si è di pietra, tutta coperta d'oro di fuori grosso bene un dito, si che vedendola par tutta d'oro. Ed è tutta piena di campanelle endorate che suonano tutte le volte che il vento le percuote.

Sotto le grandi pagode dorate il tempo non è passato, basta chiudere gli occhi ed il vento smuovendo le larghe foglie dorate appese ai piccoli batacchi, risuona un lieve tintinnio che riempie questi luoghi magici, portando con sé le preghiere dei fedeli che si accalcano davanti ai piccoli altari, oggi come allora, con piccole offerte di frutta, scuotendo lentamente sottili bastoncini di incenso.



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lunedì 7 febbraio 2011

Un indovino mi disse.


Sulla credulità popolare sono stati versati inutilmente fiumi di inchiostro. La gente, anche la più razionalista, ha bisogno di tanto in tanto di attaccarsi all'ignoto, al metapsichico. Questi bisogni apparentemente bizzarri aumentano enormemente nei momenti di difficoltà e di crisi, mentre altre volte sono soltanto una espressione di divertimento. In ogni caso, per me, è sempre motivo di meraviglia l'arguzia psicologica di chi campa su queste debolezze umane, dimostrando spesso capacità introspettive degne di miglior causa, ma sempre efficacissime. Altre volte invece, ci si trova di fronte ad ingenuità disarmenti, eppure evidentemente sufficienti a sbarcare il lunario. Quel giorno eravamo ancora pieni della bellezza del santuario buddhista di Polonnaruwa, in una Ceylon dove appena si avvertivano gli scricchiolii dell'intolleranza etnica.

Il caldo umido ci costringeva a movimenti lenti e faticosi, ma la distesa di frangipane fioriti che circondavano il sito, ammorbidivano il disagio con la loro bellezza ed i loro colori forti. Che pace starsene seduti tra gli alberi ad assimilare le sensazioni del luogo. Coltellino svizzero alla mano sbucciavamo i rambutan prendendoli da un sacchetto opportunamente rifornito in un mercato mattutino ed il sapore dolce della polpa bianca e gelatinosa ti riempiva la bocca leggermente allappata, mentre le scimmie rovistavano inutilmente tra le buccie pelose ed i noccioli lucidi cercando di ricavarne qualche frammento utile. Un vecchio un po' curvo si avvicinò con studiata lentezza. Vedeva pennelli e colori. Dopo aver magnificato per un po' la qualità della merce, per arricchire la proposta offrì anche il suo servizio accessorio più valido, la lettura della mano. Parlava un inglese stentato ma comprensibile ed io, più per sfinimento che per convinzione, gli porsi la sinistra che lui subito afferrò con degnazione e con professionalità, dopo aver inforcato un paio di occhiali rotondi e spessissimi che mi ricordavano il vecchio Gandhi. Piegò il capo più volte qua e là, muovendo ritmicamente il mento come fanno gli indiani per approvare, poi parve aguzzare gli occhi mentre le rughe delle fronte si facevano più approfondite. Sembrò biascicare un mantra beneaugurale o forse era soltanto il residuo della masticazione di un bolo di pan, come si poteva intuire dal colore rosso violaceo delle labbra, fatto sta che il nostro indovino si sforzava di intuire dalle incavature della mia mano resa gonfia e sudaticcia dal calore meridiano, il segreto della mia vita e forse quell'imponderabile incognita che, se rivelata, avrebbe potuto cambiare il corso dei miei giorni futuri.

Con l'indice della mano destra seguì le linee del mio palmo ad una ad una come un cieco percorre la pagina di un lettura in Braille. Controllò anche le dita e la profondità delle lunette delle unghie, da sempre indicatrici dello stato psicofisico e della vitalità dei chakhra, infine alzò il capo e mi fissò negli occhi. "La tua mano è un libro per me, si lasciò andare a bassa voce, quasi per non spargere il segreto ai quattro venti, dopo avermi ben sfiorato la fede che portavo all'anulare, e vedo chiaramente che questa è tua moglie e che venite da molto lontano". La rivelazione mi colse impreparato, ma seppe comunque risvegliarmi dal torpore con cui il calore umido del tropico ottundeva la mia mente. In un attimo di consapevolezza ci alzammo per tornare alla macchina che ci attendeva poco lontano. Lui prese con due mani le dieci rupie pattuite e se le portò alla fronte in segno di saluto. Il grande Buddha sdraiato rimase immobile mentre il suo sorriso di pietra grigia sembrava ancora più enigmatico. Dal cielo, gonfie nuvole nere stavano per scaricare la dose giornaliera di monsone estivo.



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