giovedì 31 marzo 2011

Ancora Guggenhein a Vercelli.


Un piacevole appuntamento annuale questo, che mi ha portato ieri per la quarta volta a Vercelli a godere della mostra frutto della cooperazione della città con il Guggenheim. 40 opere importanti e mirabili di artisti italiani che la lungimiranza di quei collezionisti di oltre oceano hanno saputo raccogliere negli anni. Un percorso davvero completo che spazia tra il 1900 e il 1961 rimanendo così anche in tema con le celebrazioni di quest'anno. Avrete la possibilità di ammirare, assieme ai due gioielli della mostra, lo splendido étudiant di Modigliani mai uscito da New York e le inquietanti mani protese di Boccioni in una grande tela risplendente di colori, tutti i nomi italiani più importanti della prima metà del secolo scorso a partire da alcuni evanescenti pezzi di De Pisis, alla statica cosciente della nature morte di Morandi.


E poi De Chirico, Carrà, una straordinaria testa di Medardo Rosso, assiema alla nota replica delle Forme uniche della continuità nello spazio con tutta l'ansia futurista della velocità e dell'entusiasmo per l'industria nascente, fino al famoso Balla del Mercurio che passa davanti al sole. Ancora molte bellissime opere di Sironi per arrivare infine agli informali coi tratti di Fontana e di Vedova, la materialità di Burri ed i simboli della grande tela finale di Copogrossi che in realtà dà inizio a questo percorso al contrario ghiotto ed affascinante al tempo stesso. Il tutto all'interno del contenitore dell'Arca che, ad ogni appuntamento scopre una nuova anche se purtroppo piccola parte dei gioielli nascosti nelle sue pareti. Non rimpiangerete di certo la giornata vercellese, specialmente se i provvidi carissimi amici ve la completeranno con un sontuoso risotto alle quaglie, figlio del prodotto principe di questo territorio, come solo da queste parti si sa fare.



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martedì 29 marzo 2011

Il golfo della Sirte.

Come si prevedeva, l'affare libico si è impantanato nelle sabbie della Sirte e minaccia di cronicizzare un'altra situazione di instabilità a pochi passi da noi. Ritorno di nuovo sulla situazione non per dare opinioni di pancia o blaterare su principi, che stando a quelli, appena si sentono volare le prime bombe mi si raddrizzano subito i pochi peli che ho e se bisogna discettare di libertà o autodeterminazione teorica so certo da che parte stare. Qui invece vorrei limitarmi ad esaminare i fatti concreti perchè poi è con quelli che bisogna fare i conti, il resto rimane chiacchiera. Intanto il movimento che è partito in Libia è diverso dagli altri; niente masse diseredate in cerca di miglioramento di vita, ma tribù tenute fuori dalla torta petrolifera di un paese ricco e in mano a un gruppo di potere chiuso. In realtà nessuno sa bene chi sia questa gente che stiamo aiutando a far fuori l'altro gruppo.


Potrebbero essere tranquillamente Qaedisti, oltranzisti religiosi generici o semplicemente prossimi dittatorelli affamati di svanziche come il precedente. Il quale ha fatto il suo lavoro, a noi ben gradito e omaggiato da tutti indifferentemente, baciamani compresi. Ora io non ho l'anello al naso e so bene che da sempre qualunque azione politica o militare viene fatta esclusivamente da un paese per quelli che crede siano i suoi interessi geopolitici ed economici. E' stato e sarà sempre così, perchè è logico che lo sia. Se questo coincide anche con l'aiutare chi è in difficoltà o la democrazia, di certo è preferibile ai fini di facciata e giustifica meglio l'intervento, ma assolutamente secondario. Sui giornali italiani provate a cercare una riga sulla Costa d'Avorio, dove è da poco in corso una querra civile con migliaia di morti e oltre un milione di profughi. Non ce n'è traccia. Non interessa. Non è una notizia. Appena qualche accenno su Siria e Yemen.


Il pragmatismo impone che la Libia sia il centro del mondo in questo momento. La Francia vuole assolutamente riconquistare una posizione in un paese da cui era estromessa e Sarkò sta precipitando elettoralmente, quindi vuole tenere una posizione di assoluta visibilità e preminenza. L'Inghilterra è talmente interessata al petrolio libico che per vellicare Gheddafi, aveva addirittura liberato l'attentatore della Lockerbie, figuriamoci se non è presente sul campo anche a terra. Obama tenta di galleggiare a causa dei suoi problemi elettorali e si mantiene ai margini. La Lega Araba traccheggia in attesa di vedere come si mette. In tutto questo bailamme, l'Italia che è quella più impegolata, ha tenuto un comportamento difficile da definire. Siamo quelli che più hanno da perdere e meno da guadagnare. Avevamo tutto il petrolio e il maggiore interscambio economico, mentre ce ne catafottevamo dei lager dove il beduino teneva gli aspiranti clandestini e possiamo solo perderlo tutto o in parte. Subiamo il cento per cento dell'impatto profughi, privi di una politica al riguardo.


Qualunque sia il finale il nostro paese ci rimetterà comunque. In tutto questo i nostri vertici sono praticamente assenti. Il capo del governo ha altri problemi e non sembra interessato, al parlamento, i capibastone non hanno detto quale bottone si deve schiacciare e i pochi presenti si guardano attorno spaesati, il Presidente della Repubblica, istituzionalmente deve dire parole di circostanza su libertà, accoglienza, diritti umani mentre sugli schermi passano le immagini delle banchine di Lampedusa. Al riguardo siamo rimasti col cerino in mano e nessuno sa che pesci pigliare, mentre la gente più varia continua ad affluire e la Lega gongola e in 15 giorni ha già aumentato il consenso di due punti e peggio va, per lei meglio è. Il paese è a tutti gli effetti impresentabile, tra immondizia e scandali. Obama non ci pensa nenche ad inserirci nel prossimo giro europeo di incontri ad aprile e neanche ci invitano al tavolo per decidere cosa fare sul teatro di guerra, mentre ufficialmente diamo le basi, gli aerei e le navi. Questi sono i fatti; per le motivazioni ognuno avrà le sue idee, tanto ormai è lana già filata, per gli scenari possibili, tanti auguri.



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I
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lunedì 28 marzo 2011

Il circo di Buffalo Bill.

La mia nonna paterna è stata l'ultima ad andarsene ed è anche l'unica di cui conservo qualche ricordo, pur se la dimestichezza era comunque poca. Ne rammento solo un carattere burbero ed imbronciato, molto alessandrino in verità. Chissà se avesse avuto anche lei sogni di gioventù e aspirazioni di ragazza che guarda il mondo a venire con occhi carichi di attese. La vita in fondo non le assegnò gravi prove, pur avendo passato due guerre che fortunatamente non lasciarono nella famiglia lutti o strazi penosi come in tante altre. Non mi passò neppure i racconti tipici che i nonni lasciano ai nipoti come dote della famiglia da tramandare alle generazioni a venire. D'accordo ero piccolo e forse me ne sono dimenticato. Ho salvato soltanto una cosa che pur doveva esser stata importante per la nostra città, che in quell'inizio secolo era arrivata ad essere la quinta provincia italiana per sviluppo industriale.
Se non sbaglio fu nel 1911 che, in piazza Garibaldi, la grande sala per gli ospiti della città, già circondata dalle quinte uniformi che una saggia amministrazione aveva obbligato con un disegno urbanistico lungimirante, giunse, atteso come uno dei massimi eventi possibili, il famoso Circo di Buffalo Bill, direttamente dalle lontane Americhe, terre di favola e di esotismo. Lei aveva poco più di 20 anni e la Belle epoque era nel suo massimo splendore, un periodo ricco di grande spensieratezza che non poteva di certo far presagire gli orrori in agguato che il secolo ancora bambino stava per generare. Me lo raccontava con occhi sognanti, per una volta dismesso il borbottio corrucciato e mi sapeva far apparire quella grande tenda colorata che andava mostrando una serie di meraviglie arrivata da mondi lontani e sconosciuti.
Gli indiani con i grandi copricapi piumati che a rotta di collo invadevano la pista sui cavalli selvaggi, l'inseguimento alla diligenza, gli spari delle carabine e i personaggi di quell'universo di fiaba che forse aveva generato desideri incoffessati, deliqui e trasporti proibiti al vedere quei baffi a manubrio, quelle cavalcate impetuose, quegli uomini dai profili scolpiti giunti dalle praterie sconfiinate popolate di bisonti e di pericoli. E soprattutto lui, l'eroe dai lunghi capelli che arrivava al galoppo su un grande cavallo bianco, con la giacca gialla sfrangiata, che girava per la pista salutando col grande cappello a raccogliere gli applausi e le grida estatiche degli spettatori entusiasti. Buffalo Bill dal cuore gentil lasciò il segno anche qui, certo non era come quei burattini che mostravano dentro quel piccolo mobile nuovo che da poco era comparso al bar. Non credette mai che gli omarini che si vedevano un po' tremolanti nel bianco e nero delle prime trasmissioni televisive, fossere uomini reali in carne ed ossa. Buffalo Bill, quello sì che era un uomo vero.
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domenica 27 marzo 2011

La Cittadella di Alessandria.






Dov'è la Cittadella più grande d'Europa? Domanda delle cento pistole. Ma è proprio qui da me, ad Alessandria, città che i suoi abitanti spacciano sempre per anonima. Invece eccolo qui il monumento notevole, talmente grande e importante che non si sa bene che cosa farne visto che l'esercito lo ha girato alla città. Così ben celato e mimetico che neppure i concittadini lo considerano e lo conoscono bene. Gli amministratori, al di là delle dichiarazioni ufficiali, si guardano intorno spauriti da tanta elefantiaca abbondanza e rimangono giustamente terrorizzati. Chi ci mette il grano e come farne un utilizzo congruo in una città che ha visto l'ultimo turista col circo di Buffalo Bill dal cuore gentil? Una città, che quando il lunedì mattina arriva l'Autozug, treno con auto, dalla Germania e scarica un centinaio di tedeschi affamati di Italia, tiene pervicacemente le serrande abbassate, perchè qui il lunedì mattina i negozi sono chiusi e non vorremmo che a qualche crucco gli venisse in mente di fermarsi un paio d'ore a spendere qualcosa, che se ne vadano via subito verso quella noiosa Toscana con tutte quelle case vecchie.


Iera il FAI, ha organizzato delle visite guidate con dei volenterosi studenti. Si è visto solo una piccolissima parte naturalmente, in un'ora e mezza a disposizione. Ma le gallerie, i magazzini sotterranei, i quartieri sono così immensi che già quando arrivi nella grande piazzaforte centrale ti senti quasi sperduto in quegli spazi immensi a misura di esercito più che di uomo. E pensare che da fuori, non appare affatto, completamente nascosta dall'erba che ricopre infingarda i bastioni disposti a schiere, l'uno a difesa e ad occultare l'altro, con una sequenza volta ad ingannare l'occhio militare più addestrato. E pensare che qui è cominciato tutto. Vent'anni dopo che Napoleone ne aveva apprezzato la straordinaria efficienza, ecco che nel 1821, un manipolo di ragazzi la prende, una classica occupazione e sul bastione sventola per la prima volta in Italia, il Tricolore, quello vero, non fatevi ingannare dalla quella bandiera quadrata, esibita qualche anno prima a Reggio Emilia, certo di tre colori, ma affatto diversa dalla nostra. Sono stati solo pochi giorni, poi nello stile più consueto, già decisamente italiano nella forma, è stato affossato tutto.


Un classico armiamoci e partite a cui i ragazzi generosamente avevano creduto, come se fosse partita sul Web o su Facebook, dando vita ad una rivolta che avrebbe dovuto infiammare con Santorre di Santarosa, tutto il resto del Piemonte e quindi tutta la futura Italia. Qualche vagito qua e là, poi appena visto che la cosa volgeva al peggio, via tutti, allineati e coperti a ritirare le chiappe e chi la testa invece l'aveva generosamente tirata fuori, zac, fucilato, imprigionato, esiliato. Così passerranno altri anni in attesa che qualcosa si muova. Intanto la fedina della città è segnata e il buon Re di Sardegna, che di qua passava continuamente per andare nella sua amata Genova, non ci si fermò mai neppure una notte, benché più volte invitato. Gente di cui non ci si può fidare, questi Alessandrini e forse non aveva torto. Rimane questo splendido monumento con la primavera alle porte, con i suoi immensi fossati tra bastioni infiniti che si susseguono a perdita d'occhio, che vi piacerà percorrere ricercando suoni di altri tempi, prima di tornare al centro dell'opera, tra gli ordinati quartieri di mattone rosso, immobili, in attesa di essere usati. Forse un supermercato o condomini in un futuro prossimo. Chissà, la storia aspetta al varco per giudicare il valore degli uomini.



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sabato 26 marzo 2011

Miàn.



Oggi esaminiamo un ideogramma antico, Miàn 面 - Volto, faccia, che mentre era molto riconoscibile all'inizio, rappresentando un viso incorniciato, con gli occhi in evidenza, nella sua evoluzione temporale durata millenni, è stato stilizzato nella rappresentazione dell'occhio all'interno di un quadrilatero, quasi fosse una donna che, ritrosa, spia attraverso una grata quel che succede nel mondo esterno. Certo la faccia è molto importante per i cinesi, che la riportano continuamente nel linguaggio; così "dare la faccia a qualcuno" significa riconoscerne l'importanza e il valore. Ma soprattutto quello che il cinese teme di più è "il perdere la faccia", che significa marchio di dispezzo e disonore, quindi esclusione sociale completa. Ecco che Miàn zǐ - 面子 (figlia della faccia), significa reputazione e chi voglia lavorare in quei luoghi, stia bene attento a non dimostrare ufficialmente, sottolineandolo alla sua controparte errori o comportamenti disdicevoli, perchè costui, evidenziato lo sbaglio davanti a tutti e in particolare di fronte ai suoi collaboratori, perde irrimediabilmente la faccia.

Scordatevi allora di ottenere qualcosa o concludere un accordo, perchè anche se si metterà sorridere, facendo finta di non capire, cesserà ogni volontà di fare affari e i rapporti tra voi saranno irrimediabilmente compromessi. Ad esempio, come riporta l'amico blogger partecinesepartenopeo, che vive laggiù, pare che i cinesi abbiano preso molto male una importante inchiesta a livello mondiale (vedere qui), che come da cartina allegata, ha prodotto una mappa per evidenziare la lunghezza del pene in tutto il mondo. L'importante inchiesta è assai approfondita, anche se la statistica del pollo a testa ha sempre dimostrato i suoi limiti, ma se, ça va sens dire, gli Africani lasciano tutti alle spalle, tanto hanno poco da temere, e gli Italiani si comportano bene come previsto (abche se hanno ottenuto le prime posizioni grazie ad una autocertificazione), i Cinesi ahimé, sono, nonostante gli sforzi, vergognosamente in fondo alla classifica, che, anche se non prevede la retrocessione rimane pur sempre imbarazzante. E' pur vero che le mie amiche mi hanno sempre assicurato che le dimensioni non contano, ma poi in fondo molte lasciano intendere sogghignando, che forse non è sempre vero che piccolo è bello.

Se poi passiamo all'altra carta che evidenzia le correlazioni, sempre geografiche tra dimensioni e Q.I le cose sembrano andare ancora peggio e a questo punto la Cina pare abbia preso una posizione ufficiale che indica queste statistiche come sorpassate e da aggiornare significativamente adesso che il regime alimentare cinese si è di molto arricchito cambiando altri parametri storici come l'altezza media, per cui se tanto mi dà tanto, si sono, se mi permettete, molto irrigiditi, richiedendo un nuovo conteggio sull'argomento con misurazioni serie e controllate. Questo è il tipico esempio che noi Occidentali dovremmo tenere presente quando si tratta con la Cina. Se si fa notare loro ufficialmente che sono sciocchi o prepotenti perchè non rivalutano lo yuan o se li additiamo al pubblico ludibrio come insensibili ai diritti umani, otterremo solo una presa di posizione dura e peggiorativa rispetto agli intenti prefissati, a meno che non sia proprio questo che vuole l'Occidente, mantenere isolato un "cattivo" che un domani potrebbe diventare un nemico istituzionale da additare e su cui fare ricadere le colpe come di solito è accaduto nella storia.



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Long.

Lao shi.



venerdì 25 marzo 2011

Benzina e matematica.

Non è che mi son svegliato col piede storto, che qualche volta succede e neanche perchè sono andato a pagare il riscaldamento che comunque non è una passeggiata, ma è quando mi sono fermato alla pompa che è scattato il trip. Perchè anche dando credito alla mia beneamata professoressa Morato, che sosteneva che di matematica non ho mai capito molto, pur se mi difendevo col ragionamento, i conti non mi tornano, ma proprio per niente. Dunque, posto che oggi il greggio costa 100 $ al barile e un paio di anni fa al suo massimo storico era arrivato a 150 che secondo me (ma forse sbaglio prof?), sarebbe il 50% in più, (40/41 in effetti, se, essendo pignoli, consideriamo il differenziale cambio Euro/dollaro che è leggermente peggiorato), alla pompa, la benzina ha superato invece i massimi di quell'epoca, quando aveva toccato 1,5 Euri, lanciandosi in spazi aperti e sconfinati verso l'1,6, senza che vi siano apparenti ragioni di aumenti di costi dei servizi collegati al settore. Molto peggio ha fatto il gasolio, per non parlare del GPL che siamo stati convinti ad istallare per il bene dell'ambiente e che in un anno è aumentato del 30%.

Ora, siccome questo calcolo non torna, anche ricorrendo ai numeri irrazionali, che forse non ho mai afferrato bene fino in fondo, non vorrei che, Dio ci scampi, qualcuno ne volesse approfittare. Io, se fossi capo del mondo, quale è poi la mia aspirazione segreta, farei così. Convocazione urgente, anche in sedi separate di tutti i presidenti e amministratori delegati delle compagnie petrolifere a cui passerei una circolare/velina (di carta non di carne) del seguente tenore: - Egregi signori, siamo in un paese libero e quindi Voi potete offrire i Vostri pregiati carburanti al prezzo che ritenete giusto, per carità; comunque, se entro domattina i prezzi alla pompa non tornano al livello congruo e proporzionale col recente passato, riceverete subito la visita dei miei ispettori della finanza che cominceranno un controllo serrato sui vostri conti, mentre dalla prossima settimana scatterà automaticamente una accisa addizionale a vostro carico, che si adeguerà proporzionalmente ad ogni vostro aumento considerato incongruo. Adesso andate pure e fate come credete meglio, perchè siamo in un paese democratico.- Secondo me sarebbe anche una manovra gradita all'elettorato e non ditemi che sono un facilone qualunquista.


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giovedì 24 marzo 2011

Il Libro ha visto la luce!


E' nato! Dopo una lunga e difficile gestazione, è scaduto il tempo e complice la luna dei giorni scorsi, eccolo qua, lo stringo finalmente tra le mani . Che sensazione incredibile! Lo so che adesso tutti voi che avete la bontà di seguirmi, mi prenderete in giro per queste puerili e adolescenziali svenevolezze, ma credetemi non avrei mai creduto, un giorno di poter stringere tra le mani un mio libro, vero e cartaceo a tutti gli effetti, quasi 400 pagine messe insieme nel 2009, digitando all'impazzata come una Erinni lettararia. (Va beh, d'accordo, letteraria è una parola un po' esagerata, ma io mi ci sono affezionato all'idea, anche in ricordo della mia prof di italiano, di cui vi parlerò e che già aveva capito che in questa materia valevo poco). Ci pensavo da un po', poi spinto da amici malevoli, ho raccolto, emendandoli e limandoli, anche se non più di tanto, le prime cose che mi hanno scagliato nella blogosfera, da cui tra l'altro non riesco più a riemergere.


Cose che forse, come mi è stato già fatto notare, erano più fresche e originali, come la saga nell'URSS degli anni '90. Purtroppo con il tempo e l'età gli anziani hanno la tendenza insopportabile a ripetersi e a diventare degli allungabrodo sdolcinati. Comunque quello che una volta era impossibile o, come insegna Eco nel Pendolo, ben gravato di oneri proporzionati al desiderio insopprimibile di esibizionismo degli aspiranti scrittori, oggi invece è possibile e assolutamente free of charge. Il web rende facile tutto ciò. Boopen è un editore del web, che approfittando del fatto che fai tutto tu, scrittura, impaginazione, correzione bozze, grafica e copertina, pubblica il tuo libro, anche se è una schifezza, nella sua libreria virtuale (vedere clikkando qui) e te ne manda una copia cartacea gratuitamente.


Dici e dove ci guadagna? Naturalmente non sulle copie che venderà, in quanto ben si sa che per queste opere non c'è giustamente nessuno disposto a cacciare un euro. Allora? Ma è chiaro che l'aspirante scrittore ne acquisterà personalmente lui stesso un certo numero, per potersi pavoneggiare con parenti ed amici a cui li regalerà in varie occasioni e che, dopo alcuni gridolini di compiacimento che saranno sufficienti ad appagare l'amor proprio del novello autore, verranno subito gettati o dimenticati su qualche scaffale polveroso. Ecco il business. Comunque se proprio non resistete (ehehehehe) e volete dare un'occhiata alla mia Opera (l'ho scritto appositamente con la O maiuscola) clikkate qui, che io sono contento. O condividete su feisbuc che è ancora meglio. Certo, lo so che vi fa un po' ridere tutto questo.

Però, che soddisfazione!



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mercoledì 23 marzo 2011

Carnevale della Chimica 3.


E' appena partita la terza edizione del carnevale della Chimica ospitata questo mese sul blog di Paolo: Il chimico impertinente. Accanto a monumentali pezzi come quelli di Annarita Ruberto che ci regala addirittura e-book completi sull'argomento, sono presenti nomi famosi e star della blogosfera come Bressanini, riferimento di tutti quelli che vogliono affrontare con mente aperta i problemi scientifici in agricoltura e in cucina. Certamente in mezzo a questa compagnia, in cui sono stato indegnamente inserito, mi sento leggermente a disagio, ma alla fine è meglio stare in mezzo a teste pensanti, almeno qualche cosa si impara. L'argomento del mese è l'acqua, quanto mai di attualità in questi giorni in cui se ne festeggia la giornata mondiale e bene ha fatto Paolo a sottolinearlo considerato che tra non molto saremo chiamati a decidere se potrà diventare legalmente di proprietà di qualcuno e non essere "zaudia", libera e di tutti, come prevedeva l'antico diritto arabo del deserto. Se andrete a dare un'occhiata troverete molti spunti interessanti anche per non specialisti (come me!) e buona lettura.



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martedì 22 marzo 2011

Recensione: Neshrat - Donne senza uomini. (2009)

Per rimanere in tema con i fatti che ci stanno accadendo intorno, voglio segnalarvi questo bellissimo film, che non per niente ha vinto il Leone d'argento per la regia lo scorso anno. Davvero strepitosa questa regista iraniana che ci racconta attraverso una splendida fotografia, la vicenda di 4 donne nella Teheran del 53, durante la rivoluzione terminata con l'abbattimento di Mossadegh e l'imposizione da parte degli americani della dittatura dello Shah. Sempre a testimonianza che le rivoluzioni non le finiscono mai coloro che le hanno iniziate e di norma, dopo, la gente comune sta peggio di prima.

Uno spaccato descrittivo di questo paese bellissimo che noi conosciamo così poco e allo stesso tempo un film intimista a raccontare una condizione femminile così travagliata nella cultura di quei paesi, che probabilmente solo le donne stesse potranno cambiare. Questo è comunque il tema centrale del film che esamina le quattro storie parallele che si intrecciano continuamente, con le loro disperazioni, costrizioni, affanni e desideri non esprimibili, in un gioco di tensioni che conduce comunque ad una disperante e pessimistica privazione di speranza, attraverso simboli e situazioni sempre in bilico tra il sogno e la realtà. Un'ora e mezza ben spesa comunque, anche se rivedere gli errori del passato è sempre stato completamente inutile per non ricommetterli.






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Into paradiso.

Il discorso del re.

Qualunquemente.

Che bella giornata.

Avatar.
Il concerto.Ipazia.
Il cigno nero.



lunedì 21 marzo 2011

La festa del papà.


I fatti di ieri mi sembravano più importanti da commentare del post che avevo in mente sulla festa del papà, che riprendo quindi in ritardo. D'altra parte è questo il tragico destino o forse il bello della comunicazione globale. Ogni giorno una nuova notizia importante fa apparire desueta quella del giorno prima che viene inevitabilmente e subito relegata nelle pagine interne con caratteri sempre più piccoli. Certo che le feste istituzionali sono dei ciapa ciapa commerciali, anche quelli però utili a smuovere un po' questa pigra economia, però hanno almeno il merito di lasciarti ragionare un attimo su un concetto che poi, appunto come le notizie, metti da parte e non ci pensi più.


E' proprio l'idea di padre che è così straordinaria e affascinante, certamente arrivata molto dopo nella storia dell'uomo, successiva a quella di maternità, così immediata, così coinvolgente. Una figura però altrettanto bella a cui si legano oltre i sentimenti anche le parole, perchè con i padri si dovrebbe parlare. Alla madre basta uno sguardo, una carezza ed è già tutto compreso, in una completezza affettiva che coinvolge una identificazione totalizzante; il papà invece è una figura, un riferimento, uno che ti dice cose anche solo con lo sguardo, che ti indica la strada, che ti vorrebbe dare sempre e comunque aiuto oltre che amore, che pensa di non aver mai fatto abbastanza per te. E tu ti senti sempre in debito di parole. Il mio papà è mancato a 96 anni e durante tutta la vita gli sono stato comunque ragionevolmente vicino, eppure, ogni volta che ci penso, sempre emerge quel senso di non avere fatto a tempo a dirgli tutto quello che volevo, che c'erano ancora tante cose che avrei voluto raccontargli, che non sono riuscito completamente a fargli sentire quanto gli ero grato, quanto gli dovevo ancora.


E' un tempo che non basta mai, che ti fa sentire comunque mancante per non avere estinto un debito che non si deve comunque chiudere perchè non c'è ragione di farlo. Cosa di cui ti rendi conto perfettamente appena passi dall'altra parte. Come è capitato a me 24 anni anni fa, proprio in questo giorno (ed ecco quindi il senso del post di oggi), quando, travolto dai sentimenti, nel soffocare della stagione secca indiana, Suor Maria Grazia mi ha messo tra le braccia un fagotto di ossa pieno di riccioli neri che pur scrutandomi con occhi spaventati mi ha tenuto subito il collo stretto stretto, l'anello di un legame indissolubile che si formava in quel momento, in cui ho avuto il privilegio di esserle padre per sempre. Il giardino delle papaye assisteva muto. Si stava aprendo una stagione nuova e bellissima.


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domenica 20 marzo 2011

Siamo in guerra.

Certo, sono preoccupato e quando la situazione precipita diventa difficile fare valutazioni, sia perchè le emozioni del momento stravolgono i giudizi, sia perché le previsioni sono spesso più costruite sulle speranze e sui sentimenti che sull'analisi dei fatti. In questi casi bisognerebbe avere la capacità di estrarsi da pregiudizio e tentare di valutare mettendosi nella situazione delle diverse parti. In questi casi i dubbi, specialmente da parte degli osservatori non titolati come me, dovrebbero fare la parte del leone. Le certezze poi, dovrebbero essere guardate con estrema cautela, specialmente se diventano dirimenti sulle decisioni da prendere. Intanto bisogna esaminate per primi i punti fermi, quelli che appaiono inoppugnabili. Questi mi sembrano, in ordine:
1. Da ieri siamo ufficialmente in guerra con il regime ufficiale libico e questo intervento è autorizzato dall'ONU inclusa la lega Araba.
2. Fino ad un mese fa di questo regime eravamo sostenitori, fino al baciamano, oltre che primi partner commerciali.
3. Successivamente abbiamo mostrato un appoggio morale agli insorti, auspicando la fuoriuscita dell'attuale gruppo di potere.
4. Il governo ufficiale era sul punto di riprendere il controllo del paese.

Esaminando i vari punti di vista possiamo anche dare per certo che:
1. Gheddafi tenta di rimanere in sella, sterminando possibilmente l'opposizione e preparando azioni ritorsive verso chi lo ha "tradito".
2. Gli insorti sperano di prendere il potere e chiedono disperatamente aiuto concreto militare, ma possibilmente non di terra.
3. Francia, Inghilterra e USA da tempo estromessi dallo scacchiere vorrebbero rientrarci a tutti i costi, sia per le implicazioni di forniture energetiche che di controllo sui movimenti estremisti islamici.
4. Altri paesi come la Germania, essendo rivolti all'Est e all'estremo oriente, sono disinteressati all'area e vorrebbero essere tenuti fuori dalla storia.
5. Cina e Russia, considerando che tutto sommato questo è un intervento sugli affari interni di un paese sovrano, mal digeriscono la cosa e temendo come la peste similitudini con le loro situazioni interne prendono comunque le distanze.
6. La Lega Araba per ora approva, ma all'interno ci sono situazioni di precario equilibrio, potendo molti di questi regimi, subire in seguito la stessa evoluzione.
7. L'Italia è in una posizione di estrema precarietà, da un lato essendo esposta per prima per posizione geografica, con la previsione di perdere la sua posizione di preminenza economica preesistente essendo implicata con il fronte eventualmente perdente, qualunque sia dei due; in secondo luogo essendo costretta a subire l'onda d'urto dei profughi che potrebbe essere davvero superiore alle sue forze.

In questi casi fare previsioni è davvero impossibile anche sulla base dei fatti analoghi già avvenuti, Balcani, Iraq e recenti rivoluzioni in corso, mentre se si potessero azzeccare le previsioni giuste sarebbe più facile decidere comportamenti adeguati. Di certo l'evoluzione più favorevole sarebbe quella di un Gheddafi costretto ad abbandonare in una settimana o poco più, ma i fatti della storia recente dimostrano che questa sia una delle soluzioni meno probabili, mentre l'escalation e la stagnazione per un tempo indefinito siano quelle più normali. Inutile dire che per noi questo scenario sarebbe mortale, sia in termini di destabilizzazione geopolitica che in quello di pressione migratoria e di certo è una delle cose peggiori che ci potrebbe accadere. I prossimi giorni potrebbero fornire qualche chiarimento maggiore, ma ne dubito. In questi casi l'impantanamento è una delle vie tradizionali e tragica per un paese con una situazione debolissima come la nostra, in cui le varie camarille fanno dichiarazioni volte unicamente a razzolare qualche voto in caso di elezioni più vicine. Mi piacerebbe sentire i vostri pareri al riguardo.






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sabato 19 marzo 2011

La baia di Matsushima.



Quando nella primavera del 1689 Matsuo Basho compì un suo lungo viaggio nel nord fino a Sendai e alla vicina baia di Matsushima, uno dei panorami più belli del Giappone, alla ricerca del concetto di sabi, l'identificazione dell'uomo con la natura, rimase folgorato dalla bellezza delle visioni delle piccole isole della baia, quinte lontane i cui contorni emergevano sul mare tra le nebbie e le foschie del mattino, mentre lontano alle sue spalle le sagome dei monti rimanevano muti testimoni dei drammi di questa terra di vulcani solo in apparenza spenti. Lui, forse il più grande poeta di haiku che il Giappone ricordi, portò dentro di sé per i cinque anni che gli rimasero da vivere, la bellezza selvaggia di quel luogo, riverberandone il sentimento fino alla sua ultima poesia.

Viaggiando, malato
la strada dei miei sogni
su una palude prosciugata.


Ma, come dipinti delicati, quei paesaggi del nord rimasero sempre nelle sue opere di quegli anni, in cui il ricordo rese la bellezza ancor più tenera e lontana.

La prima neve,
appena da piegare
le foglie dell'asfodelo.


Così a questa baia offesa e violata che purtroppo non ho mai avuto il privilegio di vedere, a Bashuo che tanto la amò e a quel popolo sfortunato voglio dedicare, indegnamente, un piccolo omaggio di rabbia e di dolore.

Sole nucleare.
Scende la neve calda
e brucia il viso.

Forza Giappone!



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venerdì 18 marzo 2011

Il Politico di Platone.

Il Politico è uno degli ultimi dialoghi scritti da Platone. Forse anche per lui questo argomento era difficile da affrontare e ha dovuto ragionarci a lungo prima di cercare di tratteggiare le caratteristiche di questa categoria. Tuttavia non può fare a meno di sottolineare l'importanza di questa figura che infatti viene tratteggiata come un pastore che deve guidare i suoi animali nel percorso della vita. Già nel dialogo Repubblica il ragionamento partiva dalla Città dei Porci, dato che il suino si definisce come l'animale più nobile ed adattabile, benché legato esclusivamente ai bisogni primari, ma il compito del porcaro è proprio questo, condurre una società a superare questi bisogni semplici per arrivare a quelli più elevati con l'aiuto dell'anthroponomikè o scienza di amministrare gli esseri umani che sarebbe come dire l'arte di pascolare gli uomini. Ma sorge spontanea la domanda: Chi è il vero politico? Come si può distinguerlo dal «più gran ciarlatano di tutti i sofisti"? dice il giovane Socrate al suo interlocutore.

E qui casca l'asino. Perché il bravo Platone ipotizzava che il politico avesse come compito primario quello di puntare al benessere dei suo gregge di maiali, qua invece mi sembra che le cose stiano diversamente. Basta sentire le dichiarazioni dell'odierno politico a distanza di pochi giorni. Solo una settimana fa le frasi erano intransigenti. "Abbiamo peasantemente sbagliato quando, sull'onda della emotività l'Italia scelse di abbandonare il nucleare. Adesso abbiamo capito finalmente e non demorderemo assolutamente. L'Italia avrà finalmente le sue centrali perchè siamo certi della sicurezza e ogni argomento contrario è pretestuoso e retrogrado". Passano pochi giorni e le stesse persone dichiarano che tutto è da ripensare e che l'argomento va rivisto, anzi i responsabili di ogni regione interpellata dichiarano: "Mai centrali a casa nostra". Appena il vento è cambiato, non quello che porta la nube radioattiva sulle città, ma quello del sentimento popolare, è apparso al porcaro l'oscurità della tempesta più temuta di tutte, l'unica per cui ogni dichiarazione, ogni atto e parola viene soppesata con attenzione, la raccolta dei voti, la cui perdita inibisce la rielezione. Nessuna altra cosa interessa il nostro politico ed unicamente in base a questo viene presa ogni decisione e pronunciata ogni parola. Chissà se la vicenda raccontata da Platone è ancora valida nel nostro mondo o se invece il porcaro, col passare dei secoli è stato democraticamente sostituito dai suoi animali.


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giovedì 17 marzo 2011

Buon Compleanno.

Che cosa brutta, quando festeggi il tuo compleanno e qualcuno, chiuso nella suo accidioso egoismo, non solo non festeggia con te, ma ti detesta chiaramente e anche se non te lo dice ti augura ogni male, spera insomma, che ogni boccone di quella torta ti vada in veleno, come pensa che in fondo ti meriti. Pazienza, vorrei lasciarlo solo nella sua tristezza, anche se lo invito volentieri alla mia festa.

A me invece l'appartenenza fa gioia e non esclusione. Anche perchè ogni "far parte di" mi dà un orgoglio ed una particolare ragione di essere felice. L'essere Alessandrino mi dà una dolce malia, forse provocata dalla nebbia bagnata che sopisce le asperità e lascia il tempo di riflettere; l'essere Piemontese mi mi aiuta a mantenere un ragionamento pacato, a non esagerare al di là del reale sentimento, cercando più di celarlo che di esternarlo esageratamente; l'essere Europeo mi fa considerare la fortuna di possedere, ormai innato geneticamente, il germe del dubbio, la disponibilità ad esaminare anche le ragioni degli altri, a dare per scontata una socialità mutua e imprescindibile alle società civili; l'essere uomo e dunque cittadino del mondo, mi dà la gioia di appartenere ad una tribù globale che trae vantaggio solo se tutti hanno la possibilità di migliorare le loro condizioni.

Infine essere Italiano è insieme orgoglio e consapevolezza di un evento fortunato, per quello che sta alle mie spalle. Mi fa certo di avere con me tutta la cultura mediterranea, mediata dalla forza di un impero che ha dettato i pilastri del diritto e che ha gettato le basi del sapere e delle arti che ne sono oggi il maggior concentrato al mondo e a cui tutti fanno riferimento quando si parla di bellezza, di stile e di piacevolezza di vita. Che piacere essere Italiano. Davvero non credevo che nella mia vita sarei rimasto preda di sentimenti che ho sempre considerato un po' vuota retorica. Non pensavo che un giorno avrei appeso sul mio balcone una bandiera che non ho mai avuto voglia di esporre durante i campionati del mondo, quando avrebbe avuto molta compagnia, certamente molta di più di oggi, quando si guarda attorno un po' spaesata a cercare qualche sorella, ma poche ne vede e un pochino forse si intristisce. E pensare che proprio da qui, ad Alessandria a poche centinaia di metri da me, nella Cittadella nel 1821, fu esposta per la prima volta in questa forma da ragazzi di venti anni che ci credevano e, davvero sembra incredibile dirlo oggi, erano disposti a dare la vita per questa idea, e molti lo fecero davvero. Chissà come la prenderebbero al vedere il paese di oggi.
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
diceva l'uomo che forse più ci rappresenta in tutti i chiaroscuri. Ma bisogna mettere da parte questi sentimenti negativi, oggi vuole essere un giorno sereno e non voglio intristirmi guardando la parte mezza vuota. Per questo motivo voglio farti tanti auguri, Italia, vedrai che in qualche modo ce la faremo e mi piacerebbe che tutti voi che mi leggete vi uniste a me in un brindisi ideale, per chi vuole litigare ci sarà tempo domani oppure, se crede, vada pure al bar, che il caffè glielo offriamo lo stesso. Buon Compleanno Italia.


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mercoledì 16 marzo 2011

Tsunami e nucleare.


Mi sono convinto che le diverse culture influenzino in maniera decisiva i caratteri dei popoli. Parlando, in questi giorni con un'amica giapponese ho potuto constatare come, in quel paese il carisma dell'autorità abbia preminenza su tutto. In generale, leggi una fiducia incondizionata su quanto viene detto da chi sta sopra di te, per cui se i responsabili ti dicono che non c'è pericolo, nessuno si muove e le reazioni non sono mai scomposte. Forse dipende anche dal fatto che, per lo meno nella storia, quando un responsabile sbagliava o veniva sorpreso a contare balle, non parliamo di rubare, per carità, non gli venivano chieste le dimissioni, perchè il colpevole, preso con le mani nella marmellata, si ritirava in una saletta privata e messa mano alla katana di famiglia, risolveva la situazione in modo elegante e onorevole. Forse da questo nasce la compostezza di questo popolo che metabolizza il dolore dentro di sé senza dare in escandescenze mediterranee, soffrendo quasi senza chiedere aiuto con la riservatezza di chi sembra vergognarsi di provocare disturbo con le sue disgrazie, i suoi problemi. Però il problema c'è ed è bello grosso. Pensate un po' se fosse capitato da noi e alla televisione fossero comparsi esponenti del governo, uno più credibile dell'altro a rassicurare la popolazione; chissà se avrebbero mandato in video la Gelmini o la Carfagna a tranquillizzare sul fatto che non c'erano pericoli, che era sufficiente non mangiare cibi OGM e comprare a km zero per sfuggire alle radiazioni.

Probabilmente sarebbe cominciato un fuggi fuggi tale di barconi verso la Tunisia e l'Albania da intasare le spiagge interessate e questi paesi si sarebbero rivolti all'ONU per delocalizzare i profughi nei Balcani o negli altri paesi del Maghreb, un po' per uno accidenti! Però si va avanti nel programma, perché la nostra tecnologia è più avanzata e sicura, mica faremmo robaccia obsoleta come i giapponesi. Par di sentirle le sghignazzate dei compari e sodali di quelli che ridevano al momento della notizia del nostro terremoto, che cominciano a fare i conti sugli appalti, sulla quantità di sabbia da mettere al posto del cemento, tanto cosa volete sia in una centrale nucleare, per gente abituata a farsi pagare per marmo di Carrara, i pannelli foderati di plastica come alla Maddalena. L'importante poi è farle partire queste opere, tanto magari non c'è neanche pericolo che vengano finite, altro che radiazioni. Bisogna prioritariamente contentare i propri amici e votanti, fare leggi per non far pagare le multe del latte a chi ha rubato a danno degli onesti e se non ci sono i soldi, basta prenderli ai fondi per i malati terminali, tanto a quelli la scadenza non la puoi rimandare. Poi l'attenzione la porti sui barconi a Lampedusa e la gente ti vota ancor di più. Evviva, non ripeteremo l'errore di trenta anni fa quando scosideratamente si abbandonò il nucleare! Kurosawa era di certo un lucido folle, tanto da non trovare neppure più un soldo per finanziare i suoi film dopo Sogni, uno straordinario quadro dipinto con la tavolozza impazzita degli abissi della mente. Vi ripropongo il sogno riguardante l'esplosione nucleare dopo l'eruzione del Fuji.





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martedì 15 marzo 2011

Recensione: Makine - Il testamento francese.


Splendido questo libro di questo Siberiano, esule in Francia dove seppur con fatica ha conquistato una meritatissima fama. E' il più classico romanzo di formazione, in cui continuamente aleggia uno spirito proustiano nel filone più classico del bildungsroman europeo. Il giovane Alesa, bambino nell'URSS del dopoguerra è travolto da una dicotomia che lo condiziona e lo sovrasta tra Francia, da cui proviene la nonna, finita per amore nella steppa siberiana che gli regala la lingua e i ricordi di un paese favoleggiato e la Russia di cui è comunque figlio.


La valigia magica da cui emergono articoli e foto di un passato emblematico lo formano sulla scorta di un paese meraviglioso, idealizzato ed irraggiungibile che si scontra ogni giorno con la realtà di un altro paese, duro e diverso, ma non per questo negativo, anzi sempre sul punto di diventare, come effettivamente credevano con orgoglio i russi fino alla caduta del muro, la prima potenza mondiale. Quando, lasciata definitivamente la terra natale, meravigliosamente descritta, con uno struggimento ben noto a chi l'ha conosciuta anche solo di sfuggita, si ritroverà nella Francia sognata, la troverà completamente diversa da quell'Atlantide dei racconti della nonna, che comunque vorrebbe far tornare, ma a cui teme di non riuscire a spiegare un paese dove alle piazzette e ai bistrot sono succeduti piramidi e torri di vetro, che è ormai una nuova Africa invasa da barbari e dove non si sente neppure più parlare francese. Un libro bellissimo in bilico tra la silente eternità della steppa e una Parigi di fiaba dove il giovane re incontrava Nicola II e la zarina all'Elisée. Una storia anche densa di sorprese che saprà avvincervi. Non perdetevelo.



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lunedì 14 marzo 2011

Micio o macho?

Chissà come funziona quel meccanismo del cervello femminile (a noi maschi totalmente incognito) che, sotto ogni cielo, fa scegliere alle donne l'uomo peggiore, più cattivo, quello che inevitabilmente le farà soffrire, il famoso bastardo insomma. Sarà un ferormone machistico ancora sconosciuto di certo. Il primo che lo isola e lo caccia dentro una lozione da barba, altro che L'uomo che non deve chiedere mai! Quelle che non ce l'hanno con ogni probabilità lo sognano. Naturalmente tutto il mondo è paese e le cinesi dicono: Uomo non cattivo, donna non ama. Se non altro ammirano la bellezza, la cortesia e l'intelligenza del micio, ma quando spunta l'afrore e l'occhio torbido del macho, non c'è lotta. Gli eroi del Rugby, ne sono l'esempio più evidente. Il bello, nell'Impero di Mezzo è che ogni cosa per millenni veniva accuratamente registrata negli Annali del regno, così, ben conservata ha passato indenne gli insulti della storia.

Oggi possiamo leggere le cronache delle spedizioni di ambasciatori nella Roma di Antionino Pio e l'elenco dei doni ricevuti e riportatati indietro. Così come tutti i gossip di ogni epoca. A riprova di quanto detto prima, vi racconto la storia di Loto Bianco, bellissima sorella del principe Chen, che nel 540 a.C. ebbe il privilegio di scegliersi lo sposo, cosa tanto rara da essere appunto riportata negli annali. Infatti i pretendenti erano due e solo perchè il principe non voleva offenderli, passò la palla alla giovane, non prima di aver consultato l'etichetta dettata dal Primo Ministro. Allora costui doveva essere di specchiata virtù morale e materiale, perchè solo chi è pulito nel cuore può governare un paese, al minimo sgarro, anche solo ipotizzato, niente dimissioni, via direttamente la testa, non prima del supplizio detto delle mille morti. Quello dell'epoca era molto saggio e suggerì appunto di far scegliere alla ragazza, togliendo così d'impaccio il sovrano.


Anche se questa clausola era del tutto contraria alla consuetudine i due pretendenti l'accettarono e si presentarono alla ragazza per essere scelti. Il primo vestì i suoi abiti più belli ed eleganti, le sete più preziose e raffinate e presentando i suoi doni rivolse alla fanciulla una richiesta delicata e poetica, che voleva rappresentare la sua natura gentile e innamorata. Il secondo invece si presentò bardato da guerra, con corazza di cuoio e schinieri, fece evoluzioni sul suo carro lanciando i cavalli in una corsa sfrenata. Poi balzato davanti alla ragazza sudato e polveroso, si tolse l'elmo brandendo la spada e la chiese rozzamente in sposa. Loto Bianco con gli occhi accesi dalla passione, gridò: - Che maschio!- e gli concesse i suoi favori. Andandosene verso i suoi appartamenti per preparasi alle nozze, lanciò uno sguardo languido verso l'altro pretendente che, mesto, stava per riprendere la via di casa e col capo graziosamente reclinato, disse: - Che peccato, era così elegante.-



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domenica 13 marzo 2011

Genova per noi.

Eh, Paolo Conte aveva capito tutto. Per noi che stiamo in fondo alla campagna, la Liguria è davvero una cosa misteriosa, difficile da interpretare. Ogni volta che partiamo, abbiamo davvero un'espressione un po' così, eppure dove starà quel fascino nascosto che ci attira morbosamente ogni volta che scavalliamo l'ultima montagna aspra e in fondo in fondo come noi selvatica? Forse proprio in quella fettina di mare al terminare delle brevi valli che ti precipitano sulla costa che da un lato ci attira sensuale, ma dall'altro ci fa paura perchè si muove anche di notte e non sta fermo mai. E' quel salmastro che ti riempie le narici e ti accompagna, quando l'inverno non è ancora primavera, mentre percorri la costa e le onde alte si frangono sugli scogli e ti rimane a lungo anche se non è forte, in questo Mediterraneo dell'estremo nord, dove gli odori ed i profumi sono tanti seppure mai troppo intensi e fastidiosi, ma sempre leggeri e gradevoli.

Quel sentore che ti insegue anche quando risali le stradine verso monte dove altri aromi lo ricoprono senza stordirti, ma facendoti scordare o addirittura non vedere l'orrore delle colate di cemento che hanno devastato questo paradiso dagli anni '60, senza riuscire comunque ad ucciderne tutto il fascino. Profumi di erbe che si mescolano tra di loro pur rimanendo riconoscibili, un bouquet di piaceri e promesse che disarma e stupisce nell'agnello coi carciofi tanto tenero da commuoverti, ma raggiunge il suo vertice quando affondi di costa il rebbio della forchetta nel sottile velo di pasta del raviolo penetrando piano quel suo gonfiore lubrico che subito libera gli afrori virginali della borragine il cui verde chiaro si mescola allo scuro dello spinacio selvatico, mentre la maggiorana, il nulla di noce moscata e un tocco di spezie per richiamare l'oriente lontano completano una armonia sapida che ti fa concludere l'apice dell'esperienza, appagato ma mai abbastanza sazio per non desiderarne ancora. Genova, lasciaci tornare alla nostra immobile campagna e comprendici, se abbiamo quella faccia un po' così, lasciaci tornare ai nostri temporali, che davvero è solo pioggia che ci bagna.




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sabato 12 marzo 2011

Notte Khazaka.


Era da poco passato mezzogiorno. I binari della stazione di Alma Ata parevano immersi in una lattescenza pallida dalle sfumature grigie che impediva di scorgere anche i binari. La poca neve che riusciva a cadere dal cielo ghiacciato sembrava sospesa per aria e faticava a scendere quasi timorosa di sporcarsi tra le banchine inzaccherate. Nascosto dietro i pilastri, infagottato in una dublijonka di pelle unta, un vecchio uzbeko segaligno stava mummificato dal freddo, con gli occhi ridotti a fessure sottili. Davanti a lui, ordinate su di un piccolo banchetto di legno, una piramide di enormi mele verdi e rosse. Le famose mele di Alma Ata, il Posto delle Mele, dolcissime, forse le più buone del mondo, così almeno recitava lo scrostato manifesto di benvenuto fuori della stazione.


G. ne comprò un paio, le più grosse all'apparenza e salì sul vagone numero 5, quello dove un amico gli aveva trovato un intero scompartimento libero. La capavagone glielo indicò con gesto stanco prima di scomparire nel suo bugigattolo e lui vi si accomodò alla meglio sistemando la valigiona e la borsa nera dei contratti di fronte a lui. Il treno partì alle 13:oo in perfetto orario, come sempre, senza scosse, con una progressione lenta ed implacabile fino a lasciare la città ormai solo un pallido tremolio nella nebbia immobile. Tredici lunghe ore prima di arrivare a Chimkient. Il treno filava veloce e senza scosse, quasi senza rumore come scivolando su un sottile tappeto bianco. Il biancore accecante al di là del vetro ricoperto dalle rose di ghiaccio, aveva una valenza quasi ipnotica nella sua monotonia senza fine, tanto da confondere i sensi, fino a far apparire il convoglio quasi fermo, come se, stanco di quel non-paesaggio avesse deciso di lasciarsi andare, di fermarsi dolcemente e senza scosse nella steppa infinita fino a lasciarsi morire, preda di ferro nella mascella avida del gelo.


Nebbia e neve, bianco assoluto che ottundeva anche i poveri colori all'interno dello scompartimento fino ad annullarli, rendendo nullo anche lo scorrere del tempo, una variabile che forse non esiste nella steppa, non trascorre, forse muta secondo canoni diversi, rimanendo immobile a lungo per poi d'improvviso rivelarsi già passato. Niente linea dell'orizzonte, niente punti di riferimento o montagne lontane a fare da quinte ad uno spettacolo senza parole. Solo una lieve mutazione nel tono di luce annunciò che forse erano già passate molte ore e che un'altra oscurità ancor più caliginosa avrebbe sostituito entro breve tempo il grigiore pallido del giorno. G. si trascinò fino al Vagon Restaurant, senza grandi speranze. Era quasi deserto e sulle tovaglie sporche vicino ad un vasetto con fiori di plastica striminziti e tristi, un cameriere assonnato gli servì una salijanka, la scipita minestra siberiana, dove tra i grandi occhi di grasso galleggiava qualche pezzetto di materia biancastra e un trancio di pesce senza nome, forse un pangasio cinese che gli parve stoppa cenciosa. Rinunciò alla seconda mescita di acqua scura spacciata come thé e ritornò mestamente nel proprio scompartimento per cercare di dormire almeno qualche ora.


La steppa khazaka era ormai scomparsa dalla vista, se mai c'era stata. La notte era scesa di colpo ad assassinare un altro giorno inutile. G. cercò il grande tasto di bachelite sovietica marrone per spegnere la luce, quando, inattesi e sconosciuti, due colpi leggeri, come di nocche gentili batterono la porta. L'anta si aprì piano, scivolando quasi senza rumore. Davanto a lui si ergeva, gigantesca una figura inquietante. Un donnone enorme, quasi due metri di una Khazaka che il parka cinese con inserti di pelliccia di cane rendeva ancor più immensa, fino a farle occupare per intero la luce dell'apertura. Le guancione rosse comprimevano gli occhi quasi chiudendoli mentre i radi capelli neri e untuosi scomparivano in un cappellaccio di lana spessa di colore indefinito. Aveva tra le mani e attorno al collo diversi serti di specie di peperoni rossi e lunghi come corna sataniche che allungò verso di lui ammiccando. Mostrò la merce che quasi si confondeva con dei ditoni grassi e coperti dalle offese del gelo. Sembrò ridacchiare davanti al diniego di G. innervosito per aver aperto la porta, poi con una voce inaspettatamente sottile ed acuta, gli chiese: -Italianiez?- Chissà come è, ma tutti si accorgono subito della nostra nazionalità, o forse più semplicemente era stata informata dalla capavagone. G . pronunciò un Da smozzicato.


A quel punto la Khazaka spalancò la bocca in quello che voleva essere un largo sorriso, mostrando due file di zanne completamente ricoperte di lamina d'oro su cui la scarsa luce della lampada centrale provocò uno scintillio sinistro, un bagliore quasi minaccioso. I 150 kili si spostarono sulla gamba sinistra, per assumere una posizione più vezzosa poi, in tono che parve più che mai ammiccante esalò: - Strip tease? sex massage y khazak bunga bunga, iesli xatitie? (se volete?)- Gli occhi sbarrati di G. fornirono già una risposta esaustiva, bofonchiò comunque uno strascicato -Spassiba- e riuscì a chiudere la porta lasciando ad altri l'offerta tentatrice. Spossato si coricò sul sedile. Poco dopo, ma chi può dire quanto tempo trascorse, il treno entrava fischiando nella stazione di Chimkient. Erano le due e quattro minuti. In perfetto orario come sempre. Prima di scendere, G. addentò una delle due mele, quella più grande, dalla parte dove il verde cambiava in rosso acceso. Era davvero dolcissima.




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venerdì 11 marzo 2011

Quǎn.


Come si diceva nelle balere della mia giovinezza, "a gentile richiesta" esaminiamo oggi l'ideogramma "Cane". Come molti altri pittogrammi di quadrupedi (cavallo, maiale, drago, tigre) il segno raffigura l'animale rampante visto dal lato sinistro. Il segno, che nella stilizzazione moderna (e ancora di più nella semplificazione usata nei composti) è meno evidente, viene bene chiarito dalla sua evoluzione a partire dal primo di oltre 4000 anni fa, che vedete nella serie. Il cane viene dunque rappresentato eretto sulle zampe posteriori mentre fa le feste con la bocca aperta. Vi ricordo che il cane è l'undicesimo segno dello zodiaco cinese, le cui caratteristiche, sono ovviamente intelligenza, fedeltà, grande moralità, attitudine a proteggere i deboli, ma carattere influenzabile. L'ultimo anno con questo segno è stato il 2006. Il carattere è usatissimo negli ideogrammi composti, sia nella forma completa che come radicale semplificato.


Ad esempio ponendolo dopo il segno di bocca abbiamo ovviamente: Abbaiare - Fèi - 吠 ; inserendo il segno di Parola tra due cani (uno intero e uno ridotto) abbiamo Prigione - Yù - 狱 , in quanto in tribunale quando due persono si azzuffano verbalmente come due cani si finisce con la prigione (almeno lì è così); ponendo sopra al cane due bocche si ha : Guaire, piangere. lamentarsi - Kū - 哭. Infine ponendo dopo il cane il carattere di Bocciolo abbiamo Trasgredire, infrangere, offendere - Fàn - 犯 rendendo l'idea di cosa può fare un cane libero in una aiuola fiorita. Il pittogramma è molto elegante e si dice che Confucio lo ammirasse moltissimo usandolo nei suoi esercizi di calligrafia. A quei tempi era un animale piuttosto raro, come oggi del resto, anche se dopo la campagna di Mao che lo aveva praticamente fatto scomparire come gli altri animali "mangiatori ad ufo" , oggi è molto trendy presso i cinesi ricchi avere un cane, assurto ormai a status simbol di benessere all'occidentale. Non state a preoccuparvi troppo della faccenda che da quelle parti i cani si mangino. In realtà è una cosa piuttosto rara, anche se già segnalata da Marco Polo (ne parleremo). A me, in 20 anni non è mai stato offerto e credo che bisogni andare in appositi ristoranti specializzati. Anche se una volta, l'amico a cui chiedevo che carne fosse quella che avevo nel piatto, mi rispose: "Se buono, mangia e non chiedere".



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giovedì 10 marzo 2011

Scandalo a Kigali.

Non è che ci sia tanto da stupirsi. L'Africa non solo è un continente perduto, cuore di tutti i disastri e le paure dell'umanità. Arretrato culturalmente e civilmente, preda di tutte le pulsioni e i peggiori sentimenti della specie umana. Alcune parti, poi, le più nascoste e lontane, sono ancora peggio se possibile e hanno visto anche in anni recenti genocidi, carestie e le peggiori prevaricazioni che mente umana possa pensare, provocati dai più bassi istinti dell'uomo forse per natura corrotto, avido, predatore. Il Ruanda è uno di questi luoghi perduti, fossa e girone infernale della bestialità umana. Quando si pensa di aver visto abbastanza, sempre nuovi esempi spuntano a dimostrarlo e forse da lì nascono e si diffondono barzellette ammiccanti che dipingono usi tribali, ma quanto mai reali. Così a San Valentino, mai data fu così in contrasto con l'anomalia morale, a Kigali, la capitale, addirittura un importante ministro, Joseph Habineza, ha dato sfogo alle sue più basse passioni, organizzando un festino, si ipotizza, a luci rosse con giovani ragazze di bell'aspetto.

Certo è chiaro che usare la forza del potere e del denaro per sfogare i propri istinti è comune nella razza umana, ma il fatto che proprio i vertici di una classe politica corrotta non si esimano dall'uniformarsi a questi costumi, può accadere solo in questi paesi del sottosviluppo e dell'arretratezza. Ma non basta, come sempre le foto delle performance, solo ipotizzate, per carità, sono uscite sui giornali e qui abbiamo davvero toccato il fondo a dimostrazione della distanza che per fortuna manteniamo da questi paesi. Il farabutto, due giorni dopo, il 16 febbraio, non sopportando il disonore si è dimesso da ogni incarico. Avete capito bene: DIMISSIONI! Vien da dire che questa gente non ce la farà mai. Anche se li aiuteremo in tutti i modi, con mezzi concreti e soprattutto con l'esempio, ci vorranno secoli prima che arrivino a comportarsi in maniera consona e civile come prevede una democrazia compiuta come la nostra.







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