martedì 31 dicembre 2013

Auguri!


In generale, sia per quanto riguarda borse ed investimenti, che per altre decisioni, un amico che la sapeva lunga, mi ha sempre suggerito di seguire questa strategia. Chiedere ai migliori esperti del settore, fare una media ponderata e poi comportarsi esattamente al contrario di quanto consigliato. Non sempre ci si azzecca, ma nella maggior parte dei casi sì ed è quello che conta. Questo non perché gli esperti siano degli ignoranti incompetenti, affatto, anzi, è proprio perché sono veri esperti e fanno previsioni in base a calcoli corretti ed alla logica. Ma nella realtà della vita è frequente, anzi preponderante l'accadimento di fatti e cose, assolutamente imprevedibili che modificano in altra direzione gli avvenimenti. Così comportarsi in modo illogico ti spinge spesso nella direzione finale più giusta. Ecco perché dato che tutti continuano a prevedere disastri micidiali e una totale devastazione per questo povero paese, io spero e faccio a tutti noi e voi che mi leggete, il migliore augurio che questo nuovo 2014 che sta per arrivare sia davvero un buon anno, che raddrizzi la baracca una volta per tutte. Lo so che mi dite che con questa gente che gira è una cosa impossibile, ma in fondo è proprio per quello che potrebbe accadere.

BUON 2014 A TUTTI!





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Fine d'anno
Shi.
Anatra laccata.
Una valle occitana.

lunedì 30 dicembre 2013

Purilli e Vov

Alessandria - Piazza Genova - 1950
Nel post dell'altro giorno sul paltò di cammello, facevo riferimento al purillo, nome che ha destato la curiosità dell'amico Juhan che me ne ha chiesto conto. Dunque citando Wiki benedetta abbiamo: " Il basco civile ha spesso un abbellimento, detto purillo, una sorta di "picciuolo" posto al centro del copricapo che è il capo finale del filato con cui si è prodotta la maglia poi infeltrita con un procedimento simile alla lana cotta. Talvolta, per sineddoche, viene gergalmente chiamato lo stesso basco con questo nome." Dunque ho ripescato una foto in cui compaio in tutto il mio splendore appunto col purillo in testa, anche se per la verità, il particolare del picciuolo non si vede, ma vi assicuro che c'era. Per altro questo è chiaro e non marrone scuro, come avevo detto, segno che di questi copricapi ne avevo più d'uno. La calzata, in linea con la moda del tempo ed evidentemente seguendo le istruzioni di papà, era sulle 23, come si diceva, e anche un po' di più, verso sinistra, in assoluta analogia a come i cappelli li portava il mio genitore maschio. Il fatto che fossi un bellissimo bambino è provato anche dal passante che si gira a guardarmi con ammirazione, a meno che lo sguardo non fosse rivolto alle gambe della mia mamma accosciata per scattare la foto. Certo sarò stato anche bello rotondetto, ma subito dopo la guerra la carne anche in più, era guardata con particolare approvazione, complici le ristrettezze alimentari seguite al conflitto; non solo, si temeva, credo sempre, che i bambini fossero troppo deboli, oltre che poco nutriti. 
Quindi uno degli imperativi del momento era il ricorso al cosiddetto "ricostituente". Questo doveva essere un po' una panacea, tipo le inutili schifezze di "integratori vitaminici" vari che vanno di moda oggi, che le mamme piativano invano ai medici della mutua. Poi c'erano anche quelli "fai da te". Intanto, non so come mai, io fui graziato del supplizio dell'olio di fegato di merluzzo, altro rimedio che andava per la maggiore, incubo di mia moglie ad esempio, lei magrolina e inappetente, a cui veniva somministrato con costanza ma che pare finisse tutto in bocca la cane. Era una bimba dall'occhio gentile ed innocente che ispirava fiducia a prima vista, quindi le veniva lasciato il cucchiaione pieno affinché se lo gestisse con calma. Non appena sua mamma se ne andava di là, ecco comparire il suo bel Collie peloso, che ne era ghiottissimo e che se lo pappava in un lampo sberliccandosi di gusto il cucchiaio, che veniva poi restituito con aria fintamente sofferente subito dopo. Che volete farci, così sono le femmine, questa razza aliena a noi sconosciuta. A me invece toccava un'altra cosa. C'era un particolare periodo dell'anno, mi sembra la primavera, in cui i bimbi dovevano essere particolarmente bisognosi di rafforzarsi, anche perché c'erano i problemi dello "sviluppo" e del corpo che cresceva, muscoli e ossa naturalmente. 
Quindi verso marzo, veniva approntato un grande grilletto bianco in cui si preparava la pozione magica, che, mi par di ricordare anche se non ne sono del tutto sicuro, cosa di cui chiedo aiuto ai miei lettori, era costituita da un bagno di marsala in cui venivano poste a macerare una mezza dozzina di uova e credo zucchero e limone. Queste stavano ben coperte in questa salamoia almeno tre settimane, durante le quali, l'acidità del bagno scioglieva il guscio delle uova stesse. Dopo il mescolone finale, il filtro magico mi veniva somministrato ad una cucchiaiata per volta ogni mattina. Sarà stato per il marsala o per lo zucchero, ma questo beverone ricco di calcio, una specie di Vov ante litteram, non era neanche male, anche se scricchiolava sotto i denti. Così sono cresciuto con il rafforzamento delle ossa incluso, infatti non me ne sono mai rotte, toccando ferro. Credo che la pratica fu dismessa quando il medico a cui si era rivolta la mia mamma per farmi dare un ulteriore ricostituente, niente è mai abbastanza per le mamme dei figli unici, le disse: "Ma che ricostituente gli vuol dare, non vede che sta benissimo, gli dia solo delle cotolette!"

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domenica 29 dicembre 2013

L'anvisa bôlon

Ogni volta che si discute o si pensa al problema, appare talmente chiaro che nella situazione economico-politica attuale, chi si affaccia al mondo del lavoro deve subire pressioni e trattamenti davvero indecenti. La disparità di potere contrattuale è tale da farlo trabordare in modo esagerato dalla parte di chi il lavoro lo propone. Questo fatto appare davvero ingiusto ed è causa di forte malessere sociale, così come sembrerebbe evidente che una simile situazione si presenti oggi per la prima volta sotto forma di un arretramento epocale sul fronte delle relazioni industriali. Ma è davvero così?. In effetti se vado con la memoria al momento in cui io mi affacciavo al mondo del lavoro, che erano poi gli anni 70, mica un secolo fa, la situazione, se esaminata con distacco non era davvero molto migliore. C'era, è vero, molta più occasione di trovarlo, il lavoro, in una economia ancora in espansione (a parte il crollo a metà del decennio), ma anche poco prima c'era stata una pesante crisi attorno al 63/64, allora si chiamava lo sboom e Sordi ne fece anche un film. Ma i rapporti tra datore di lavoro e lavoratore non era così idilliaco come si vuol ricordare. Intanto si lavorava anche il sabato mattina e poi il rapporto tra capi, responsabili e sottoposti era piuttosto duro. Anche l'assunzione non era tutta in discesa. Io mi sono cuccato 6 mesi di cosiddetta "borsa di studi" oggi si direbbe stage, volta al solo scopo di non pagarmi i contributi pensionistici, mentre il primo stipendio vero era di 136.000 lire, che non mi bastava ad arrivare alla fine del mese. Ricordo che il mio dirimpettaio di sedia, pagava 90.000 lire di affitto, tanto per fare proporzioni. E io ero già un privilegiato, essendo laureato, che a quel tempo rappresentava un bel vantaggio e lavoravo in un Ente serio, mica una fabbrichetta di sfruttatori. Come funzionava invece nelle fabbriche, lo racconta davvero bene questa canzone del '68, uno dei cavalli di battaglia di Roberto Balocco, uno chançonnier dialettale torinese, allora piuttosto popolare. Sentite un po' cosa dicono le parole, che mi sembra non abbiano bisogno di tradizione. Sul tema della parola Becana come sinonimo di bicicletta avevamo già discusso qui sul Tamburo Riparato.

L'anvisa bolon  (L'avvita bulloni)

Con la testa sul cussin
mi i durmìa così bin
quand son vnume a dësvijé,
bòja fauss, im deuvo aussé.

Che vita grama, 'm gavo 'l pigiama,
im faso fòrsa, 'l dovere mi chiama,
'm lavo la facia, 'm gavo la cracia,
m'anfilo 'l tòni ch'a l'é tut 'na macia,
'nt ël barachin ël minestron da mangé
ciapo la bici e 'm na vado a rusché.

"La becana a l'é na mana,
compra la bici, poi me lo dici.
Becana, vita sana".

Tut ël dì a 'nvisé bolon
a l'han gnun-e cognission,
dì për dì i divento fòl
'm ven la gheuba e 'l torcicòl.

"Prendi 'l bulone, fai atenssione,
mantieni il ritmo di lavorassione".
Ma chi 's na frega, fas nen na piega,
'ntant chi fa ij sòld l'é 'l padron dla botega,
e 'nvece mi con la paga ch'am dan
ant le profonde i l'hai mai un gran.

"Mè padron l'é n'òmo 'd cheur bon:
a dà da mangé ai mòrt, sotra ij malavi,
vìsita ij patanù ..."

Un bel dì për reclamé
l'hai provà a sioperé,
ma sai nen dì come mai
son restà sensa travaj.

"Sei un fannullone, sei un lasarone,
sei un ribelle anvisa bulone".
A-i na j'é mila ch'a fan la fila,
son grand e gròss ch'a smijo 'd gorila.
L'han piane n'àutr al mè pòst e chiel-lì
lo pago 'd meno e a rusca anche 'd pì.

"Chi s'accontenta fa godere il padrone.
Chi fa gòde 'l padron a pija la decorassion.
Anvece mi adess ..."

Con la testa sul cussin
deurmo tuta la matin,
quand l'é ora dë mangé:
"Brigata Cirio", al Cotolengo i lo vad pijé


(La spiegazione della "Brigata Cirio" si riferisce al fatto che allora gli indigenti, quelli che oggi vanno alle mense della Caritas o altri luoghi simili, allora a Torino, andavano al Cottolengo, Istituto religioso che si occupava anche di queste cose, munito di una lattina usata vuota di pelati Cirio, in cui farsi versare la minestra)
Eh già, avete sentito? :
Come te ce ne sono mille
che fanno la fila,
sono grandi e grossi che sembrano gorilla.
Ne hanno preso un altro al mio posto e quello lì
lo pagano meno e fatica anche di più.

Niente di nuovo sotto il sole, non vi sembra? Formidabile la strofa che cita le buone azioni del padrone (ma al contrario):
Il mio padrone è un uomo di buon cuore,
dà da mangiare ai morti, sotterra i malati, visita gli ignudi!!! 
Geniale.
Purtroppo non riesco a trovare la canzone su Youtube. Se qualcuno ha un link, me lo segnali per favore.





sabato 28 dicembre 2013

Paltò di cammello


Ai Giardini della stazione - Alessandria - 1938
Già ho sottolineato più volte che mio papà, almeno prima di sposarsi, amava fare l'elegantone, pur con i mezzi non credo proprio larghi del periodo autarchico dell'anteguerra. Eccolo dunque qui, ai giardini della stazione di Alessandria, coi piedi nella neve. Si nota subito il vestito scuro, i pantaloni col risvolto e le pinces pronunciate alla vita. Immancabile il panciotto con catena di orologio, cravatta a pois e sciarpa a righe, per non parlare del tranch chiaro con fodera tipo scozzese in lana pre-Burberry's. Ovviamente obbligatorio Borsalino grigio e scarpe fatte a mano, tanto quelle se le faceva lui da solo. Però ricordo bene, da discorsi vari che mi sono rimasti per la testa, che il capo a cui teneva di più e che all'epoca doveva essere davvero un must, era il classico paltò di cammello, di cui non sono rimaste purtroppo immagini fotografiche. E non parlo ovviamente del colore, ma di un autentico tessuto di lana di cammello, che con ogni probabilità, in periodo in cui l'Italia si era dotata di un Impero africano, era disponibile su piazza. Credo che avesse un sarto sotto i portici di piazza Garibaldi; d'altra parte allora i vestiti o te li faceva tua mamma o tua moglie o dovevi andare dal sarto, visto che non esisteva ancora il concetto di capo confezionato. Di quel cappotto con la martingala, pare fosse particolarmente orgoglioso e che lo tenesse come una reliquia, tanto ne magnificava il calore durante il freddo inverno, in rapporto alla leggerezza e poi soprattutto il taglio e l'eleganza specifica del capo stesso. 

Credo che lo conservasse con molta cura, ben avvolto e con le palline di naftalina dentro in estate, del resto allora il rapporto con le cose non era di certo il moderno stile usa e getta, più naturale in una società del consumo che forzatamente necessita di questa filosofia per avere una crescita costante. Lo tirava fuori solo quando faceva davvero freddo e quando andava a passeggio con i suoi amici. Poi, col matrimonio e con la guerra le cose devono essere radicalmente cambiate e anche la scala dei valori deve aver subito degli scostamenti significativi. Infatti, a parte le magnificazioni verbali al riguardo, io quel cappotto di cammello non me lo ricordo per nulla, se non per sentito dire, come di cosa che deve essere tassativamente presente nel guardaroba dell'uomo elegante. Poi, quando avevo sei o sette anni, la mia mamma si mise all'opera, prese il paletot, ormai vecchio credo, lo smembrò e a colpi di forbice e di pedale della macchina da cucire, regalo di nozze, confezionò un bellissimo paltò di cammello, con una piccola martingalina per me, che inconscio del valore dell'oggetto, lo calzavo contento quando si usciva con la neve. Mi metteva in testa un piccolo purillo marrone scuro, che prima di uscire mi calcava in testa ma un po' a sghimbescio sul lato sinistro, come evidentemente amava portare i cappelli il mio papà e attaccato alla sua mano si andava fino in via Dante a prendere tre fette di bellecalda, ma stando bene attenti, a non sporcare con le dita unte, quel bel paltò di cammello. 


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venerdì 27 dicembre 2013

La fabbrica nuova a Taskent

Taskent - Uzbekistan

Eh già, quando le racconto agli amici non ci vogliono mai credere, ma la Russia postsovietica, in pieno default era davvero un macello; non parliamo poi delle ex repubbliche del glorioso impero dove si stava scatenando il selvaggio west delle nuove ricchezza. Il fatto è che nessuno sapeva fare le cose. Settanta anni di personaggi che non si prendevano nessuna personalità per non correre il rischio di sbagliare e essere purgati, aveva condotto alla perdita di ogni abilità. Questa che si vede nella foto è una tipica fabbrica "nuova" di quel periodo. Tanta voglia di mettersi nel business, certi che così si facevano i soldi, così sorgevano queste costruzioni che appena finite parevano già completamente bombardate. Qui siamo in Uzbekistan a Taskent e il fatto che l'edificio sia nuovo si vede dal grande gruppo frigorifero che avevamo appena istallato. Dentro, tutta una serie di "operai" che non sapevano bene cosa fare, che bisognava istruire in breve tempo e ai quali passare in consegna l'impianto pagato a carissimo prezzo. Certo perché quando sei nel triste stato di vivere in un paese in cui è saltata l'economia e che non ha pagato i debiti, i tuoi soldi sono diventati carta straccia e ogni cosa che vuoi comprare dall'estero, la devi pagare il doppio o il triplo di quello che vale realmente, la paghi in anticipo e in dollaroni sonanti che le tue schifezze di lire uzbeke (che allora si chiamavano Sumi se non sbaglio)  le potevi buttare nel cesso a cielo aperto che stava dietro la fabbrica stessa. 

Una delle grandi furbate compiute dagli stati che avevano abbandonato l'unione era stata quella di abbandonare subito il rublo e tornare alle monete nazionali. Forse giravano anche lì allora, quegli imbecilli di sedicenti economisti che adesso si sono trasferiti nei nostri talk show. Certo che però le serate erano allegre, fiumi di vodka e ristoranti lungo il fiume a fare brindisi fino a notte in nome dell'imperitura amicizia italo-uzbeka. Lampi di luce abbagliante da file di denti d'oro. Nei piatti, mestolate di plof, una sorta di riso fatto in un pentolone in mezzo al cortile le cui conseguenze ti impegnavano per tutta la notte. E poi incontri con tanti possibili clienti futuri a cui mostrare gli splendori della nuova fabbrica, desiderosi di averne una uguale, senza sapere neanche che cosa produrre, ma non importa, la cosa essenziale era mettersi in affari, cominciare a produrre in un paese affamato di cose da comperare e senza un soldo per farlo. Però c'era un sacco di speranza, negli occhi di tutti, convinti per la verità che in fondo fosse facile fare ed arricchirsi. Qualcuno lo ha fatto e ci è riuscito. Adesso vengono in Sardegna o sulla Cote a comprarsi le ville e noi li disprezziamo perché non hanno l'aplomb dei ricchi veri, blasé e disincantati, che sanno come comportarsi in ogni situazione. Si faranno anche loro, intanto se adesso vai nelle repubbliche centroasiatiche ad Astana o ad Alma Aty, vedi grattacieli come a Shanghai e stanno sparendo quelle fabbriche che avevamo messo su e che sembravano bombardate anche se erano appena finite. 


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giovedì 26 dicembre 2013

@



Oggi è Santo Stefano e non voglio impegnarvi troppo. Solo una curiosità. Sapete come si dice in cinese : @? Quella che da noi è conosciuta come Chiocciola, in francese Arobase o Escargot, in spagnolo: Arroba o Caracol e così via? Intanto sembra che risalga ad almeno 4 o 5 secoli fa. Secondo Giorgio Stabile, docente di storia, questo simbolo, che è stato introdotto in quanto già si trovava sulle tastiere anglosassoni che lo usavano col significato di : at a price of, sembrerebbe risalire nell'uso ai mercanti veneziani che lo utilizzavano come unità di misura sia di peso che di capacità dalle origini antichissime: l' Anfora, che si trova tradotto in un vocabolario Spagnolo-Latino del 1492 (guarda la combinazione) come Arroba appunto. Io l'ho trovato anche in altre lingue, tra cui vi segnalo le più curiose, come ad esempio il tenerissimo  Russo: Собачка (cagnolino); in Ceco - Zavináč (Aringa arrotolata); in Ebraico - שטרודל  (Strudel); in Greco - Παπάκι (Paperella); in Ungherese - Kukac (Vermicello); in Vietnamita Còng -(Polsino o Manetta); in Ukraino Вухо - (Orecchio , oltre che cagnolino e lumaca). Simili tra loro Estone: kassisaba e Finlandese: Kissanhäntä che significano Coda di gatto, in quanto lingue affini. Tuttavia bisogna dire che il cinese si uniforma ad un modo più comune che si ritrova anche in molte altre lingue del mondo anche lontane tra di loro come: Bulgaro (Маймунско ), Olandese (Apenstaartje) , Polacco (Małpa)  , Romeno (Coadă de maimuţă), Serbo (мајмун). Niente che vedere con il cinese di Taiwan che la chiama: 小老鼠 (Xiao Laoshu) - Topolino, il Cinese classico standard o Cinese mandarino la conosce come: 猴尾巴 (hóu wěi bā) e cioè: Coda di scimmia, ma siccome i Cinesi in fondo sono molto pragmatici anche :  圈a (Juan a) cioè prosaicamente  A cerchiata. Alla fin fine tutto il mondo è paese.

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martedì 24 dicembre 2013

Buon Natale

Kibaigwa - Tanzania centrale

Per fare a tutti voi che avete la bontà di seguirmi, i tradizionali auguri di Natale, ho scelto questa foto che la mia amica Nina mi ha appena inviato da Kibaigwa, quasi al centro della Tanzania. Lei è lì a dare una mano (ve ne ho già parlato qui) e di auguri ne ha di certo più bisogno di noi. E un grande abbraccio alla carissima Suor Consuelo, finita in mezzo all'Africa dalle Filippine. E Buon Natale a tutti!

lunedì 23 dicembre 2013

Considerazioni sul Tai Ji Quan : La forma 42

Come è noto, in quasi tutte le arti marziali orientali, il metodo per insegnare e quindi tramandare la conoscenza delle diverse tecniche viene demandata alle cosiddette Forme, quelle che in Giappone vengono dette kata. Una serie di movimenti codificati a cui si può fare riferimento come esempio. In effetti la conoscenza di una forma codificata, fa sì che un praticante, in qualunque parte del mondo si trovi, può esercitarsi anche con sconosciuti, avendo comunque la stessa base comune. Ma le forme non sono soltanto una sorta di metodo non scritto per raccogliere la conoscenza di uno stile, ma vengono anche congegnate, in una serie di difficoltà crescenti per poter essere eseguite da praticanti di diversa esperienza ed infine la sequenza dei movimenti è stata anche studiata per ottenere un vero e proprio beneficio fisico completo dalla loro esecuzione. In effetti non sarebbe necessario, ai fini di ottenere il benessere che la pratica si propone, di conoscere un gran numero di forme che, appesantendo la parte mnemonica potrebbero togliere concentrazione dal modo di esecuzione, che, se fatto in modo corretto è proprio la parte che conferisce senso all'esercizio, sia dal punto di vista fisico che da quello mentale. 

Si potrebbe tranquillamente conoscere una sola forma ed eseguirla per tutta la vita migliorandone continuamente l'esecuzione ed ottenendo ugualmente un ottimo risultato psicosomatico. E' la nostra mentalità occidentale che ci porta alla curiosità di conoscere forme sempre nuove quasi si volesse in questo modo vincere la noia della ripetitività. In effetti per i praticanti dello stile Yang, quello che, tralasciando quasi completamente l'aspetto marziale, punta sulla parte della ricerca dell'equilibrio globale, dopo aver eventualmente affrontato la forma 8 e la 16, per avvicinarsi alle prime conoscenze, è la serie 24, di cui vi ho parlato a lungo, che potrebbe essere sufficientemente completa ed universale,  per appagare completamente il praticante anche evoluto. Un'altra serie interessante per le sue implicazioni è la cosiddetta Forma 42. Questa forma è stata codificata alla fine degli anni '80 con lo scopo di rendere il Tai Ji più conosciuto nel mondo ed adattarlo al sentire moderno e alla necessità di sintesi della mentalità occidentale. Proprio per questo, dopo che fu presentata nel 1990 agli 11° Giochi Asiatici di Pechino come competizione, conobbe un immediato successo in tutto il mondo ed ancora oggi è una delle forme più praticate. 

La forma 42 nasce da un adattamento della Forma 48 Yang, inserendo qua e là tecniche che vanno eseguite secondo gli altri tre stili principali del Tai Ji, con l'intenzione di mostrare il meglio di ogni stile, pur condensandoli al massimo. Da un lato questo contrasterebbe con l'idea della tradizione del Tai Ji in cui non bisogna contrastare la necessità del tempo e della pazienza, ma nella nostra era digitale in cui tutto è dominato dalla necessità della fretta e della concisione, questa soluzione concilia l'efficacia della disciplina con la necessità di raggiungere un obiettivo finale chiaro e pianificato con cura. Quindi accanto allo stile principale, particolarmente indicato alle necessità salutistiche, si incontrano tecniche dello stile Sun, dal movimento più fluido molto vicino al Qi Gong che pone particolare attenzione alle fasi respiratorie; altre di stile Wu, improntato all'accentuazione dell'agilità dei passi e dei movimenti dei corpo ed infine allo stile Chen, il più decisamente marziale, che conserva la sua impronta vigorosa, presentando tecniche di attacco e di pugno, con evidenti applicazioni all'autodifesa. 

Nella sua struttura, la forma 42 segue i principi della 24. La prima sezione è preparata soprattutto per allenare le varie parti del corpo con un generale riscaldamento e stretching. La seconda parte (dal movimento 11 in stile Sun) afferma l'importanza della parte respiratoria dell'esercizio e termina con un primo vigoroso climax di movimenti Chen. La terza sezione, che inizia dal movimento 19, rallenta i movimenti obbligando tutto il corpo ad utilizzare in maniera armonica la forza che proviene dal Tan Dien fino a tutte le articolazioni periferiche. Infine la quarta sezione che comincia con il secondo climax dal movimento 32 con tecniche che impegnano la muscolatura delle gambe in posizioni piuttosto impegnative. In ogni caso durante tutta l'esecuzione si può assistere ad un ottimo equilibrio generale delle posizioni che vengono ripetute da entrambi i lati per ottimizzare l'armonicità dell'esercizio. 

In ogni caso ogni movimento è accuratamente studiato per essere congeniale ad ogni parte del corpo, per ottimizzare il rilassamento e la concentrazione mentale e migliorare la funzionalità degli organi interni oltre che, naturalmente, acquisire la conoscenza di una vasta gamma di tecniche del Tai Ji. E' difficile sollevare critiche a questa forma, se non che essendo un poco più difficile, i principianti dovrebbero preferire, all'inizio, la conoscenza della più abbordabile 24 Yang. In effetti essendo una forma relativamente "giovane" non sono ancora stati scientificamente testati i suoi benefici salutistici, invece ormai ben accertati per la 24. La forma studiata per le gare mette un obbligo di esecuzione attorno ai 6 minuti, ma per chi la pratica a fini salutistici si suggerisce di rallentarla ad almeno 10 minuti.  Vi sottopongo quindi l'elenco dei movimenti con il loro poetico nome in cinese e la loro breve descrizione in inglese e in italiano. Potete poi apprezzarne l'esecuzione in un bel video di www.taiji.de. 

 1
Commencing Form N – Modo (situazione)  iniziale
Qǐ shì 
起式
 2
Grasp Peacock's Tail (Stroking Bird's Tail)-Right Side – Afferrare la coda del passero a dx
Yòu lǎn què wěi
揽雀
 3
Single Whip - Left Side W – Modo di dare una frustata a sx
Zuǒ dān biān shì
单鞭
 4
Lifting Hands (Raise Hands) N – Modo di portare le mani verso l’alto
Tí shǒu shàng shì
提手上式
 5
The White Crane Flashing Wings / Spread Its Wings W – La gru bianca stende le ali
Bái hè liàng chì
鹤亮
 6
Brush Knee & Twist Step Left and Right Side  W- Spazza il ginocchio e gira il passo (2 volte) sx e dx
Lǒu xī ǎo bù (èr)
搂膝拗步()
 7
Parry & Turn to Punch (Parry & Strike with Fist) – Gira il corpo e colpisci (col pugno)
Piē shēn chuí
撇身捶
 8
Roll Back &Press forward - Right and Left Side (Deflect & Push -both sides) – Accarezza e premi con forza (2 volte) sx e dx
Lǚ jǐ shì (èr)
挤势()
 9
Step Forward, Parry & Punch (Parry & Push) – Passo Avanti, parare e colpire
Jìnbù bān lán chuí
进步搬拦
 10
Apparent Close-up W – Come chiudere (una porta)
Rú fēng shì bì
如封似
 11
Opening and Closing of Hands  N  Sun style – Aprire e chiudere le mani
Kāi hé shǒu
开合
 12
Single Whip - Right Side Sun style – Una frustata a dx
Yòu  dān biān
 13
(Punch) Fist under Elbow – Pugno sotto il gomito
Zhǒu dǐ kàn chuí
肘底看捶
 14
Turn Body and Push Palm on Right & Left Side Sun style – Girare il corpo e spingere col palmo (2 volte ) a sx e dx
Zhuǎnshēn tuīzhǎng (èr)
转身推掌()
 15
Fair Lady Works at the Shuttle - Right & Left Side E – La bella signora lavora al telaio (2 volte ) dx e sx
Yùnǚ chuānsuō (èr)
玉女穿梭()
 16
Heel Kicks - Right and Left Side SE – Calcio di tallone (2 volte) dx e sx
Yòuzuǒ dēng jiǎo
右左蹬脚
 17
Cover with Hand, Punch (Cover Hands; Strike with Arm) E Chen Style – Coprire con la mano e colpire di pugno
Yǎn shǒu gōng chuí
掩手肱捶
 18
Wild Horse Parts His Mane - Left & Right Side Chen Style – Dividere la criniera del cavallo selvaggio (2 volte) sx e dx
Yěmǎ fēn zōng (èr)
马分鬃()
19
Wave Hands Like Clouds N – Mani come nuvole (3 volte) a sx
Yún shǒu (sān)
云手()
20
Step Backward to Subdue the Tiger (Step Backwards & Hit the Tiger) Wu – Passo indietro per catturare la tigre.
Dúlì dǎ hǔ
独立打虎
21
Kicking with Toes Forward - Right Side (Separate Legs) Wu – Calcio con le dita tese a dx
Yòu fēn jiǎo
右分脚
22
Punching (Box) Ears with Both Fists W – Coi due pugni penetrare le orecchie
Shuāng fēng guàn ěr
双峰
23
LF Kick with Toes Forward - Left Side (Separate Legs) - Calcio con le dita tese a sx
Zuǒ fèn jiǎo
左分脚
24
Turn Body & Slap R Foot Kick W – Ruotare il corpo e battere il piede
Zhuǎnshēn pāi jiǎo
转身拍
25
Step Forward & Punch Downward – Passo avanti colpendo in basso
Jìnbù zāi chuí
进步栽
26
Oblique Flying – Posizione di volo obliquo
Xié fēi shì
27
Lowering Movement (Single Whip & Push Down) S – Una frustata forzando in basso.
Dān biān xià shì
单鞭下势
28
Golden Cock Standing on One Leg – Il gallo dorato sta su una gamba (due volte ) dx e sx
Jīnjī dúlì (èr)
鸡独立()
29
Step Backward & Thread (Thrust) Palm – Passo indietro penetrando col palmo
Tuìbù chuān zhǎng
退步穿
30
Press Palm in Empty Stance – Premere il palmo con passo vuoto
Xū bù yā zhǎng
步压
31
Lifting (Hold Palm Up) Palm & Standing on One Leg – Sollevare il palmo su una gamba sola.
Dúlì tuō zhǎng
独立托掌
32
Body Thrust (Lean with Body) with Half Horse Stance (Riding Horse Step) Chen Style – Appoggiarsi (con la spalla) col passo del cavaliere
Mǎ bù kào
马步
33
Turn Body with Full Roll-Back (for Large Deflecting) – Ruotare il corpo con un giro completo
Zhuǎnshēn dà lǚ
转身大
34
Hold and Punch in Crossed Squatting Stance (Resting Step) Wu – Prendere e colpire con passo accovacciato
Xiē bù qín dǎ
步擒
35
Thread Palm and Lowering Movements (Push Down) Wu – Penetrare con forza col palmo in basso
Chuān zhǎng xià shì
穿掌下
36
Step Forward Seven Stars E  - Passo delle 7 stelle avanti
Shàng bù qīxīng
步七
37
Step Backward Riding Tiger (Mount Tiger & Stand on 1 Leg) – Passo indietro cavalcando la tigre
Tuìbù kuà hǔ
退步跨
38
Turn Body with Lotus Kick W – Ruotare il corpo dondolando il loto.
Zhuǎnshēn bǎi lián
转身摆莲
39
Drawing Bow (Curved Bow) to Shoot Tiger SW – Tendere l’arco per colpire la tigre
Wān gōng shè hǔ
弯弓射虎
40
Grasp Peacock's Tail (Stroking Bird's Tail) - Left Side W – Afferrare la coda del passero a sx
Zuǒ lǎn què wěi
揽雀
41
Cross Hands N – Incrociare le mani
Shízì shǒu
十字手
42
Closing Form N – Posizione di chiusura
Shōu  shì
收式




Refoli spiranti da: Fundamental of Tai Ji Quan - Wen Shan Huang - Hong Kong -1973

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