sabato 31 ottobre 2020

Haiku novembrino

 

Gialli e vermigli

Fra tante croci nere 

Le cime bianche

giovedì 29 ottobre 2020

Luoghi del cuore 79: Barbe a Teheran


Al bar - Teheran - Iran - maggio 2000

Sala da thé a Teheran

 Ero a Teheran una ventina di anni fa ed era da poco terminato il Ramadan. Ero partito prevenuto naturalmente e mi aveva invece molto spiazzato la cortesia, il modo di fare, voglio esagerare, un senso di nobiltà di gesto nelle persone con cui sono venuto in contatto, in aziende, uffici, personale di servizio o semplicemente nel bazar, dove non ho avuto quella sensazione sempre un po' sgradevole di assalto allo straniero che può essere la buona o l'unica occasione della giornata, da non lasciar scappare, che ho sentito spesso in altri paesi definiti poveri. Anche lì, luogo normalmente deputato al chiasso ed alla confusione, stranamente, la gente parlava a toni bassi, senza urlare, trattando con garbo. Ecco, avevo avuto la percezione di mancanza di sguaiatezza anche dall'uomo che girava la pastella nel calderone, prima di farne palline da gettare nell'olio bollente. Tante barbacce dall'aspetto severo che si scioglievano in un sorriso quando ti rivolgevi loro; l'icona del terrorista dei fumetti che invece al di là del bancone ti chiedeva con garbo se il cambio dei 100 dollari lo volevi da 10 o da 50. Non so se è una colpa l'irsutismo e se glabro non è automaticamente sinonimo di buon uomo. Forse Teheran è una cosa e le periferie ed il resto dell'immenso paese un'altra; si sa che i poveri sono ancor più brutti, sporchi e cattivi. 

Con gli amici al ristorante

Anche i Polo nel loro viaggio, passarono di qui e parlarono di "Saracini molto malvagi e disleali". Certo da quelle parti girava un sacco di gente, probabilmente, neanche si aspettavano di trovare una società così cosmopolita e ricca ed inoltre sicuramente si facevano buoni affari, ma di certo non c’era l’abitudine a vedere tante facce nuove ed inusuali, così diverse da reputarle quantomeno pericolose, anche se è cosa comune che il nativo cerchi sempre di gabbare il forestiero, almeno quando si scatena la trattativa commerciale e forse qualche bidone se lo saranno preso anche i nostri cari Polo e la cosa a loro, commercianti furbissimi, sarà andata per traverso. Certamente è connaturato nell’animo umano, ma quando si vedono facce strane e diverse dalla nostra si teme subito il peggio e ci si mette subito sulla difensiva. Anche io allora ero in cerca della mia personale avventura da mercante occasionale. Così, in quella atmosfera allegra ed eccitata, dopo una lunga giornata di incontri d'affari, mi ero fatto lasciare dal mio amico Safavipour nel centro del gigantesco bazar, una vera città nella città. Mi piace molto stare nel vivo di un luogo, passeggiare da solo sentendo suoni, odori e assorbendo colori e immagini per cercare di capire il senso di un posto e delle persone che lo popolano. Come tutti i suk orientali era diviso per zone merceologiche. Ero passato nella odorosa area delle spezie e in quella dei gioiellieri con le piccole botteghe piene di turchesi e lapislazuli; infine arrivai nel bazar dei tappeti. Non ne avevo mai visto uno così grande, un piccolo paese di viuzze, vicoli e piazzette; una sfilata senza pause di negozietti, buchi, botteghe, anfratti completamente pieni di tappeti di ogni dimensione e colore. 

Panettiere

Amo i tappeti, mi piace toccarli e sentire la forza e l'arte di chi li ha annodati; molto di più di un artigianato pur abile e sensibile. Quando ho potuto ho sempre tentato di comperare qualcosa nei luoghi di produzione e lì ero nel cuore stesso del tappeto. Ne ero completamente circondato. Le pareti dei vicoli erano coperte di grandi Farsh, mentre l'interno delle botteghe erano completamente occupate da cataste di tappeti, in una sorta di orror vacui su cui sonnecchiavano appollaiati i vari venditori. La qualità della merce era piuttosto scarsa e mi aggirai per i vicoli per un po' assaporando l'ambiente finché arrivai in uno slargo tra le vie, una sorta di piazzetta centrale dove le stamberghe lasciavano il posto a negozi più ariosi e promettenti. Una balconata circondava lo spazio con belle vetrine che ospitavano pezzi veramente belli e di pregio. Dopo averne esaminate alcune, entrai con calma in quella che mi sembrava ospitare i pezzi più accattivanti. Il proprietario mi accolse con un largo sorriso senza la piaggeria del venditore. Mi piacque subito e cominciai a guardare la merce in vista. Scorsi un bel Navahand dai vivaci blu e bianchi, dei vecchi Sarough e un magnifico piccolo Lilian con le volute eleganti sul fondo mattone. Nel tentativo di comunicare scoprimmo entrambi con dispiacere di non avere nessuna lingua comune se non quella internazionale dei gesti e dei numeri. Chiesi se avesse un Farahan, da sempre in cima ai miei desideri. Andò nel retro e riemerse portando sulla spalla un tappeto che srotolò con cura sul pavimento, con l'abilità del venditore conscio della unicità del suo prodotto. 

Al bazar

Un Sejjadé di una bellezza straordinaria; rimasi stordito dall'eleganza del prato fiorito che occupava interamente il centro con occhi vividi in un fondo scuro, dalle cinque bordure dai colori perfettamente amalgamati e coerenti tra di loro. Ne fui conquistato e lo volevo a tutti i costi. Cercai di dissimulare il mio interesse chiedendo i prezzi di qualche altro pezzo, ma compresi che ero scoperto, quindi cominciammo la trattativa. Il mio antagonista apprezzò il mio approccio e mi fece accomodare su un basso e comodo divano e subito un ragazzino arrivò con il thè e un po' di dolciumi e pistacchi. Magnificò il prodotto, un primi '900 con una annodatura molto fine. Lo feci girare al rovescio constatando come non avesse strappi o riparazioni, anche il vello era sì rasato ma perfetto, senza punti particolarmente consunti. La trattativa, con l'aiuto delle dita, della calcolatrice e di carta e penna proseguì calma per un'oretta. Safavipour mi aveva avvertito che i prezzi difficilmente ribassano oltre il venti per cento dalla richiesta iniziale, così miravo a quel traguardo godendomi la situazione. Fahim, così si chiamava il negoziante, apprezzava ugualmente il mio approccio poco occidentale dispiacendosi di non poter comunicare maggiormente. La trattativa era resa complicata anche dal fatto che Fahim pur essendo disposto al pagamento in dollari, trattava il prezzo in Rial che convertivamo in dollari con la calcolatrice e successivamente io lo trasponevo mentalmente in Lire. 

Lane per tappeti

Dopo diversi bicchieri di thè e le tipiche scene della contrattazione, con dichiarazioni di bancarotta da parte del venditore e simulazione di abbandono da parte mia con conseguente richiamo sulla porta per l'ultimo ribasso, arrivammo alla fase finale dopo aver mangiato un ultimo lukumi al miele, dolce ma non stucchevole. Capii dalle tappe di avvicinamento che avremmo chiuso attorno ai 400 dollari e, come faccio di solito, insistendo un po' sui 390, gli lasciai il piacere di avere l'ultima parola. E' una tecnica che uso sempre e che lascia sempre un ottima atmosfera tra le parti e concede la sensazione di essere uscito vincitore dalla tenzone al tuo avversario. Così, mentre Fahim si apprestava ad impacchettare il mio meraviglio acquisto, tirai fuori dal mio borsellino da collo tre fogli da 100 e due da 50 per consegnarli ad un perplesso Fahim che mi guardava con occhi interrogativi. Dopo un vicendevole tentativo di spiegazione, compresi con orrore il misundertanding; il prezzo era 4000 dollari e non 400! Come potevo pensare che una simile meraviglia costasse così poco. Mi crollò il mondo addosso, compresi in un attimo che il mio piacere si era frantumato nella logica dell'impossibilità. Lo stesso Fahim era dispiaciutissimo, oltre che per l'affare sfumato, nel vedermi così affranto. Conclusi frettolosamente per il Navahand a 200 dollari e, seguito dall'alto della balconata dallo sguardo dispiaciuto ed affettuoso di Fahim, me ne andai verso il taxi che mi avrebbe portato all'hotel. Avevo però quasi finito i soldi e dovetti pensare a recuperare un po'di contante, problema sempre carico di incognite in terre straniere, per di più saracine come direbbero i nostri cari Polo, anche se allora non avevano di certo carte di credito. 

Le pastelle

Entrai così in un negozietto, dove al mio albergo mi avevano indicato la presenza di uno sportello di cambista, ma nella camera dove ebbi accesso non c’era nessuno. Dopo un attimo, alle mie spalle silenzioso come un gatto entrò un personaggio assolutamente inquietante. Era molto grande, con un ampia veste che mal nascondeva un corpaccione forte e di certo duro come la roccia. Una barbaccia incolta lo definivano sicuramente come un integralista tra i più feroci, come appariva evidente anche dagli occhi accesi e vivi, quasi febbricitanti, incorniciati da cespugli incolti di sopracciglia da disboscare. La parte scoperta delle braccia pelosissime, poi, lo dichiaravano appartenente più alla natura orsina che a quella umana. Rimasi basito e senza parole attesi che facesse esplodere la cintura che di certo il terrorista teneva ben nascosta sotto le vesti, quando la fiera, con un piccolo inchino mi si rivolse con voce bassa e gentilissima, in un perfetto inglese, chiedendomi se desiderassi dei contanti, come gli aveva già segnalato il personale dell’albergo. Presa quindi la mia carta di credito effettuò rapidamente l’operazione e sorridendo si informò se mi stessi trovando bene nel suo paese, se mi piaceva, quasi scusandosi per gli inevitabili intoppi che avrei potuto trovare. Mi strinse quindi la mano e mi accompagnò all’uscita, augurandomi buon viaggio. L’essere prevenuti è comune a tutti, ma la paura è spesso cattiva consigliera. Certamente  persone molto piacevoli, Fahim ed il mio irsuto cambista, come del resto tutti gli altri che ho incontrato nel mio breve soggiorno a Teheran, incluso un cliente di nobiltà principesca, che si comportò con noi con una correttezza rara; non riesco a pensare al momento in cui li bombarderanno.

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Moschea
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mercoledì 28 ottobre 2020

Luoghi del cuore 78: Le cascate Vittoria

Victoria Falls - Zimbabwe - agosto 2000

La spaccatura

Tutte le grandi cascate ti danno una sensazione di potenza assoluta, di natura dalle dimensioni sovrabbondanti rispetto alla minuscola presenza umana. Il rombo tonante dell'acqua che si precipita dall'alto, la nebbiolina dei miliardi di goccioline che si alza nell'aria fino a superare l'altezza del salto, l'umidità diffusa che ottenebra la vista e ti fa sentire in un ambiente ovattato e surreale, quasi un mondo di fate o di esseri di altri mondi, favole o incubi che essi siano a seconda del tuo stato d'animo. Ho avuto il privilegio di aver visto quasi tutte le più importanti e le più spettacolari, ma un altro aspetto decisivo che le potrebbe contraddistinguere in una classifica delle emozioni, è la loro selvaticità, la difficoltà nel riuscire a raggiungerle. Così per esempio mi accadde alle pur modeste, se paragonate ad altre, cascate etiopi delle sorgenti del Nilo azzurro di cui ho parlato qualche giorno fa. Tuttavia quelle che forse più di tutte hanno colpito la mia fantasia, anche perché le puntavo da tempo, sono state le cascate Vittoria nello Zimbabwe al confine con lo Zambia. A tutto questo forse ha contributo la posizione così isolata e immersa in un territorio di selvatica rusticità; poi la dimensione fuori ordinanza che ti consente di percorrere un fronte di quasi due chilometri per abbracciarle tutte; la rilevanza storica, col famoso incontro tra Stanley e Livingstone disperso nel continente e l'atmosfera che respiri di quel passato coloniale inglese che pur facendoti trovare nel luogo più selvatico e restio alla penetrazione, ha ancora un sapore di crinoline e di reali in visita ai propri domini sparsi per il mondo, quando l'idea era di costruire ferrovie per attraversare continenti dove i confini non erano ancora stati tracciati. 

Fauna sulle rive dello Zambesi

Il fiume Zambesi che le provoca è una immensa via d'acqua che arriva dal nulla e prosegue attraverso territori incogniti e quando ne percorri le acque a monte, su una piccola barca che in ogni caso, qualche preoccupazione ti mette, trovi un ambiente di calma irreale che in nessun modo fa presagire l'inferno del precipizio che ti attende di lì a poco. Le rive verdissime e basse, non ci sono rilievi visibili nelle vicinanze, sono popolate dalla fauna primordiale di un Eden sognato che evidentemente ancora esiste nel nostro mondo. Branchi di elefanti che foraggiano nelle erbe alte delle rive nelle quali le acque si espandono nei mille rivoli che la natura, non frenata, né costretta dalla protervia dell'uomo che sempre vuole sottometterla, pagandone le conseguenze, si conquista col suo incessante e ripetuto lavoro, conquistandosi stagni e lagune ricoperti di canneti e vegetazione che rappresentano il luogo ideale per gli animali della savana. Nelle anse più nascoste, la superficie dell'acqua è punteggiata dalle narici viola melanzana degli ippopotami immersi completamente per la maggior parte delle ore del giorno. Dove l'acqua è più bassa anche i dorsi massicci emergono, formando un arcipelago di isolotti che si muovono lentamente; di tanto intanto una bocca enorme si spalanca in uno sbadiglio prolungato e mostruoso, mostrando canini lungi come un'avambraccio, prima di richiudersi con un colpo secco tra grandi schizzi d'acqua. Quasi sulla riva, un robusto maschio, roteando il codino come una girandola birichina, spruzza le sue feci liquide all'intorno come fosse un carro spandiliquame in una risaia del vercellese, segnando orgogliosamente il territorio. 

La cascata

Giriamo al largo con la barca per evitare che uno di questo colossi emerga all'improvviso scaravoltandoci nel fiume. Più in là, più vicine alla riva altre narici, altri occhi gialli spuntano dalla superficie grigio azzurra, sono coccodrilli di dimensioni preoccupanti, per lo meno al vederne il paio che sono a riva immobili con la bocca spalancata a prendere il sole. Andiamo ancora avanti sotto la spinta della leggerissima corrente, fino a ché un suono, un rumore, una sorta si borboglio profondo e continuo, non si fa sempre più alto ed inquietante. Il bordo del salto non è lontano, anche se la corrente è ancora lentissima e già si scorge il fumo che si leva alto nell'aria. Torniamo a riva, dove un lungo sentiero porta al fronte della cascata, della quale si cominciano a scorgere i primi rivoli periferici tra i rami degli alberi della foresta fitta che la circondano. Un lungo sentiero percorre la spaccatura nella parte a valle della cascata, quasi una balconata che consente di passeggiare avendo davanti tutto il fronte del salto che essendo in periodo di quasi magra, pur essendo imponente è diviso in mille rivoli e salti secondari, mantenendo una massa unica solo nella parte centrale lunga comunque molte centinaia di metri. Il fragore dell'acqua che cade è quasi assordante e lo spettacolo è ipnotico. L'occhio segue il flusso che in un arco possente si precipita nel fondo dell'orrido sentendosi attirato a seguirlo quasi fosse un pifferaio magico che voglia trascinarti verso il basso. 

Il ponte per lo Zambia

Staresti per ore a guardare quello spettacolo, una orchestra che continua il suo crescendo senza limiti di tempo e apparentemente neppure di spazio, dato che non riesci ad abbracciare con un solo colpo d'occhio tutto l'arco quasi rettilineo che si perde all'orizzonte. La parte terminale della cascata si perde n un impasto di verde cupo della foresta, di spuma bianca e di nebbia di vapori degna di un regno fantasy. Più o meno a metà del sentiero, la spaccatura procede ortogonalmente al fronte dando via di uscita alle acque che ormai scorrono 120 metri più in basso. Un canyon secondario che dà strada al nuovo fiume che si è formato a valle, smanioso di attraversare la terra di mezzo e di arrivare all'oceano. Un lungo ponte è stato costruito per scavalcarlo e questo rappresenta anche il confine tra Zimbabwe e Zambia. Poco prima del posto di frontiera (20 $, costava lo sfizio per passare provvisoriamente al di là e poter dire di aver calcato il suolo zambiano), un baraccotto malandato messo in piedi con assi sgarrupate, segnala la possibilità di fare uno dei bunjee jumping più inquietanti del pianeta. Piazzola di lancio non molto stabile, elastici a prima vista piuttosto datati e volenterosi, sarà un pregiudizio di certo, ma l'impressione di quel lanciarsi finendo nella nebbiolina diffusa del baratro che sta sotto, fa venire le farfalle nello stomaco. Resistendo dunque alla grana epocale piantata dalla figlia, immediatamente disponibile, anzi imperiosamente pretenziosa di gettarsi nell'Averno, rientriamo sul percorso ormai noto per cercare di far rimanere il più a lungo possibile nella mente l'immagine di quello che qui tutti chiamano il Fumo che tuona. Una grigliata di costolette di kudu e sidro, pacificheranno gli animi che si crogioleranno serenamente questo ricordo per molto tempo.

Tramonto sullo Zambesi

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martedì 27 ottobre 2020

Luoghi del cuore 77: Il delta dell'Okawango


Delta dell'Okawango - Botswana - agosto 2000


Baobab
 Mi piace molto vedere gli animali selvatici che sguazzano o zampettano a casa loro, beh a chi non piace… Quando ho potuto ci sono andato, certo una cosa è stiparsi nei pulmini che percorrono a dozzine il Masai Mara, un’altra è farsi qualche ora con le ciaspole nei piedi per guardare gli stambecchi, quelli sopravvissuti almeno, nella neve del Gran Paradiso. Anche gli elefanti ed i bufali selvatici nelle foreste indiane dei monti Nilgiri sono una bella emozione e indimenticabile è stato incontrare faccia a faccia la tigre nel parco di Khana, i rinoceronti di Kaziranga e gli oranghi del Borneo, ma secondo me, un posto magico è costituito dai parchi che circondano il delta dell’Okawango in Botswana. D'altra parte l'Africa è l'Africa e sotto questo aspetto non ha uguali. La vastità del territorio e la solitudine in cui ti trovi, sono la parte definitiva del fascino. In una zona grande più o meno come il Piemonte, entri e per una settimana, può capitare che non incontri nessuna altra macchina, per non parlare, visto che sei andato lì anche per fare qualche bella foto, se non hai una sufficiente scorta di batterie cariche e con gli aggeggi moderni, tutto funziona a batteria; siamo schiavi della tecnologia. Ma se ti dimentichi questo aspetto, è come essere un inglese a fine 800, padrone del mondo che gira per le colonie senza confini. La nostra Toyota era come una barca in mezzo al Pacifico, un Kontiki alla ricerca di isole felici, davanti al cofano, solo savana all’orizzonte. Robert, il cacciatore bianco con cappellaccio d’ordinanza, era un giovane sudafricano sotto la trentina, muscoloso dentro la sahariana caki, biondiccio, barba lunga da vero macho con l’aria di chi può girare l’Africa impunemente come se fosse nella piazzetta di Sestriere. Tipo interessante, che non parlava mai a sproposito e che le mie due donne guardavano con occhio umido (pare che somigliasse a Tom Cruise, sicuramente per l’altezza secondo me), di certo sapeva trattare femmine e belve feroci con la stessa competenza.
Elefanti al bagno

Al mattino, fiutava l’aria, certamente per sentire l’odore della selvaggina lontana e indicava la via da percorrere lungo le piste polverose ad Al, un bantù, che oltre a guidare si occupava di tutti i lavori, dal montaggio del campo alla cucina, aiutato da un ragazzo australiano che si faceva una esperienza col programma di mettere in piedi una agenzia di viaggi naturalistici in Tasmania, a suo dire, terra di grande interesse. Abbiamo visto tutto quello che volevamo vedere e abbiamo avuto tutte le sensazioni di wilderness che volevamo sentire. Imprigionati in un branco di bufali che bloccavano l’auto, fermi per ore con una famiglia di leoni a divorare una giraffa (loro), seduti in un campo mentre gli elefanti ci passavano dietro la schiena, attenti a schivare le cacche che i babbuini ci tiravano dagli alberi, sotto i quali avevamo saggiamente evitato di mettere le tende, immobili per non fare innervosire mamma ghepardo mentre leccava il suo piccolo, svegli a sentire il tremendo rumore degli ippopotami che scendevano lungo la riva della palude masticando fogliame. Quella sera Robert aveva cucinato sulla griglia di fortuna delle succulente bistecche, che misteriosamente saltavano fuori di tanto in tanto dalla cambusa senza fondo del trailer, una vera delizia, tenerissime e saporite, innaffiate da sidro locale di cui alla partenza avevamo fatto una scorta notevole. Prima di ritirarci nella nostra tenda, Robert, che invece dormiva à la belle etoile sul tetto della Toyota, ci disse con fare circospetto, di non uscire durante la notte perché poteva essere pericoloso, limitandosi al più ad aprire appena la zip della tenda se sentivamo rumori, borbottando qualcosa a proposito di iene e leoni. 

Giraffa

Ci coricammo alla chetichella in vigile attesa. Dopo un’oretta, la tenda era circondata di fruscii sospetti, di strappetti, leggeri mugolii, grattare nervoso di unghioli. Tra sentimenti contrastanti, tirammo giù un poco la lampo del frontale; era una notte luminosissima di luna quasi piena che rischiarava bene la savana davanti a noi. Nella spanna di apertura, allargata con le dita, io e le mie due donne, cercavamo di abituare gli occhi all’oscurità, ma incrociammo subito due, poi subito tre paia di pupille gialle che ci fissavano alla distanza di un metro. Si muovevano rapide, neri nasi umidi annusavano il terreno verso di noi, zampe nervose grattavano il terreno in cerca di cibo spostando le pietre. Tre grosse iene stavano davanti alla nostra canadese ispezionando con cura tutta l’area. Ci tenevano d’occhio con la noncuranza di chi è padrone a casa sua e ti vuol far sentire intruso. Dopo una mezz’oretta come erano venute se ne andarono. Non ci furono altri visitatori quella notte. Un’emozione forte, ricordo ancora bene i rumori, i fruscii, l’alito fetido e l’ammirazione per il cacciatore bianco. Prevedeva tutto, il magnifico, anche le emozioni, gran cosa l’esperienza. Al mattino, di fronte alle uova e pancetta che Al aveva preparato, ci guardavamo contenti e ci chiedevamo stupiti di come fosse possibile prevedere gli eventi in quel mondo selvaggio. Anche mia figlia aveva vissuto le emozioni della nottata con grande intensità, aveva solo quindici anni, ma mentre risalivamo sulla Toyota per andare verso la palude del delta mi disse: “Guarda che l’ho visto ieri sera Robert che sfregava il grasso delle bistecche sulle pietre davanti alla nostra tenda”. Non c’è niente da fare, in questo mondo omologato e globalizzato, quando paghi hai diritto anche alle emozioni impreviste, all included.

Kudu


Grigliata nella savana

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