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venerdì 5 agosto 2016

Acciughe a Nazaré

Ritiro delle reti- Nazaré- Portogallo - gennaio 1980
Era gennaio ed anche piuttosto freddo. Il vento dall'Atlantico arrivava teso con folate rabbiose come colpi di sciabola che si infilavano nel collo lasciato troppo scoperto dall'assenza di una calda sciarpa. La spiaggia di Nazaré era immensa, lunghissima e larga, in consistente salita che l'onda lunga e violenta risale per un largo tratto con velocità spedita. A gennaio deserta di turisti e bagnanti, ma punteggiata di file infinite e numerose di piccole figure nere, piegate in avanti, tese nello sforzo di tirare, agganciate a corde spesse e forti che apparivano come impegnate allo spasimo a trascinare il mare verso terra. 

Agganciati ad ancore di ferro, uomini e donne tiravano disperatamente, risalendo la china con i piedi che si piantavano nella sabbia bagnata e pesante fino ad affondarci con gli stivali di gomma, per fare presa migliore. Le reti grandi e piene di speranza non comparivano ancora benché decine di persone unissero i loro sforzi per farle riemergere dalla onde spumose di un oceano incattivito e muscoloso. Una scena degna dei Malavoglia, con un popolo all'apparenza condannato a queste catene da cui non ci si poteva liberare, in attesa di completare l'opera, di vedere emergere quei sacchi giganteschi, macigni di un Sisifo condannato a vederli subito ributtati in mare affinché la pena si ripetesse ancora e ancora, giorno dopo giorno. La fila ingobbita continuava a tirare, un passo alla volta, gettando qualcuno uno sguardo addietro per vedere se compariva alfine la cosa cercata, felici se la fatica era maggiore perché forse questo significava maggior raccolto. 

Infine ritirata competamente la rete, rimanere lì a vederla sgonfiarsi a poco a poco, con l'acqua che scivola via in fretta rivelando l'inganno del grande volume che si riduce, si asciuga, lasciando al fondo un magro sacchetto di carne che si agita disperata mentre la vita se ne va. Poi i pescetti, misere acciughe d'argento, dall'occhio ancora implorante, presi, tagliati, ripuliti e distesi su graticci perché quello stesso vento li asciugasse per conservarli a lungo. Forse adesso non si pesca più così a Nazaré, adesso laggiù devono pensare anche loro a sistemare banche, gonfie non di sardine guizzanti, ma di titoli tossici da cartolarizzare.


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martedì 13 ottobre 2009

Spuma di Atlantico

Generalmente in Portogallo ci si va in estate. L'Algarve mostra allora lo splendore delle sue spiagge e la luce accende di colore gli azulejos nei vicoli dei paesi antichi. Non invece ci andammo in un gennaio piuttosto freddo, in cui però un sole pallido vinceva quasi ogni giorno, le brume atlantiche. Risalimmo lentamente la costa, godendo di ogni insenatura, così aspra quando è l'oceano a scavare e non l'onda calma del mediterraneo. Arrivammo così a Nazaré, un piccolo, anche se ben noto, paese di pescatori, disteso di fronte ad una enorme spiaggia dalle grandi dune. La furia dell'Atlantico, pur in assenza di tempesta, si abbatteva con potenza costante e le onde larghissime, risalivano per molti metri lungo l'erta sabbiosa, fermandosi un attimo, padrone della situazione, prima di ridiscendere, ma sempre rabbiose, graffiando quasi la rena per portare comunque con sé qualcosa o per lasciare un segno del loro passaggio, per marcare un territorio. Lontano dalla riva, centinaia di tralicci su cui erano stesi in bell'ordine i pesci a seccare e davanti le barche, anche queste in sicurezza, ben lontane dal bagnasciuga , come attente a non farsi portar via dalla furia spumosa che le avrebbe volute agguantare, trascinate fin qui, chissà con quale fatica; coloratissime però, come gemme smaglianti tra lo spolverio monocromo dell'umidità, ma con nomi che tradivano la vera essenza di questa vita come Jesus nos salvar o Providencia. Già proprio provvidenza come la barca famosa del Verga e in nessun posto ho sentito una atmosfera più vicina al senso dei Malavoglia. In questa spiaggia sconfinata, erano le dieci del mattino, lunghe file di uomini e donne, dalle vesti nere e dalle facce indurite dal vento, tiravano a riva le reti. Un lavoro di certo molto faticoso, antico, svolto con rabbia, i piedi piantati nella sabbia, i corpi spinti all'indietro, tesi a far da contrappeso alla forza del mare. Un tirare ritmato per fare almeno rendere la fatica, che ad ogni tensione fa guadagnare solo pochi centimetri, che ad ogni strappo avvicina al momento in cui il peso diventerà a poco a poco più leggero, forse troppo leggero, mentre l'ultima sacca risale la riva accendendo la speranza di una giornata fortunata. Non c'era allegria in quelle facce, non ci può essere serenità in questo tipo di fatica. Dopo un paio d'ore non ce la facevamo più neanche a guardare, per fortuna che ci si può rifugiare in uno dei tanti piccoli locali non lontani dalla riva dove riuscimmo a fatica a farci tirare su il morale da una açorda de marisco, una densa e saporosa zuppa di pane, crostacei e arselle e da un arroz de polvo con vinho tinto di rara tenerezza. Tutto aiuta.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 122 (a seconda dei calcoli) su 250!