martedì 4 agosto 2009

Sette colori.

Sono circondato da un gruppo di assatanati amanti della montagna. L’imperativo è raggiungere la vetta, la meta; fatica e sofferenza il mezzo, premio ineguagliabile, l’arrivo, il compimento del progetto, la conquista se pur provvisoria, del luogo raggiunto. Così viene effettuata una lista di gite da svolgere con cadenza almeno trisettimanale nei vari luoghi ameni che ci circondano, preferibilmente al di sopra dei 3000 metri. Rimangono però gli altri giorni da riempire; così ieri, giorno come dire, morto, tra due imprese piuttosto dure, si è pensato di fare una piccola sgambata, tanto per non far raffreddare i muscoli. La meta scelta era il lago dei Sette Colori a cavallo del confine italo- francese. Chi mi conosce, sa che non voglio apparire come il solito bastian contrario asociale, così non mi sono tirato certo indietro di fronte a quella che è considerata una gitarella da pensionati cardiopatici. Le previsioni del tempo erano incerte, ma non ci si può certo trincerare dietro queste scuse, così di buon mattino, gli zaini affardellati venivano caricati sulle macchine e il rombo dei motori copriva il sibilo di un vento teso che portava avanti pesanti nuvole grigie. Lasciate alle spalle Sestriere e Cesana, ci si inoltra su uno sterrato di una decina di km fin sopra Sagnalonga, dove, lasciate le auto, inizia il tragitto. Il sentiero è in lenta salita e non appare molto faticoso almeno per le prime decine di metri. I camminatori, a ben altro abituati, conversano sereni pigolando festosi, mentre ai primi cenni di mutamento nell’angolo di salita, comincia la fatica di chi, non aduso al periglio montano, deve concentrarsi sul duro compito che lo attende. Dopo poco, la respirazione si fa più frequente, affannata, rotta, mentre i polmoni si dilatano il più possibile alla ricerca di quell’ossigeno che sembra mancare, che si muta a poco a poco in un ansimare confuso. I muscoli delle gambe non abituati al compito, cominciano a dare segnali, si fanno più duri e legnosi,meno pronti a sostenere i 100 kg e oltre che vengono obbligati a traslare in un insolito ascendere privo di tregue e di mercede. Lo zaino, che deve contenere tutto quanto prevede l’imprevedibile, comincia a trasformarsi in una insopportabile zavorra che cresce di peso ad ogni passo. Il clima è ostile, come a respingere l’incauto che si è posto in testa di compiere l’impresa e sembra dire, ma perché non te ne sei stato a casa a leggerti un bel libro. Mentre i nuvoloni neri si addensano, il vento gelato spazza la montagna con sibili acuti ed incostanti come per respingerti meglio. Le vesti di cui ci si è abbondantemente ricoperti a difesa del freddo, diventano via via teli da serra, sotto i quali la fatica, trasforma i movimenti in sudore che scorre copioso in rivoli che intridono camicie, felpe e tutti gli altri strati sovrapposti. Sembra che la temperatura, come una febbre maligna ti soffochi, ma non appena pensi di liberarti di uno strato o ti fermi per un istante per allentare la morsa dell’acido lattico sui polpacci, ecco che un’inversione termica istantanea pervade il sistema e ciò che poco prima era umido calore insopportabile diventa sudore gelato che ti avvolge la schiena con dita adunche, che ti morde la spina dorsale promettendoti dolori futuri, facendoti rabbrividire a lungo. Il sentiero sale spietato zigzagando tra valloncini e creste, a volte scendendo un poco, per irriderti e ricordarti che i pochi metri di sollievo saranno ripagati poco dopo per riguadagnare la quota perduta con qualche strappo più duro. Mentre ci si avvicina al colle il vento diventa sempre più violento ed è sofferenza gradita, in quanto, forse, eviterà la pioggia. Sulla cresta che segna il confine, un cartello abbattuto segnala il passaggio, assieme a cumuli di filo spinato arrugginito, ricordo di tempi passati. Ancora uno strappo, poi ecco là, in fondo ad un cono glaciale, tra sponde brulle e grigie, la nostra meta, il lago dei Sette Colori. Una piccola superficie circolare solitaria, grigio piombo che induce a tristi pensieri. Si cade disfatti sul bordo dello stagno immobile, dalla superficie tremolante per le gelide folate che arrivano dalla Francia. Ma i camminatori veri non possono accontentarsi; proprio a fianco li sfida il corto cono della punta Gimond che bisogna immediatamente debellare. In un paio d’ore si va e si viene, mentre chi si è reso disponibile a far da guardia alla fortezza Bastiani dei bagagli abbandonati, si intabarra per resistere al gelo mordicchiando tra una folata e l’altra un formaggino ed una tavoletta di cioccolata, che rimarranno bloccati sullo stomaco a monito perenne. Violata la vetta e riconquistata la sponda del lago, dopo poco ristoro, si riprende la via del ritorno, la discesa, non per questo più lieve della risalita. La fatica si assomma, le punte degli alluci battono contro le scarpe per frenare il peso che scivola, le ginocchia dolgono, i piedi soffrono, gli spallacci dello zaino tagliano le spalle, ma il ritorno ha in sé qualcosa di magico, che sul momento ti fa sentire meno il peso della fatica, perché se ne sente il termine non lontano che premierà il non essere crollato lungo la strada. Le macchine sono ormai in vista, le prime gocce stanno per scendere dal cielo, ma sei quasi arrivato, le giberne allentate, le pezze da piedi quasi sciolte, i capelli incollati alla fronte. Uno sguardo al cielo bigio, prima di lasciarsi andare, inebetito sul sedile amico, la chiave che accende il motore che ti riporterà in salvo, a casa. Così anche questa giornata di riposo è finita, oggi ci sarà una gita vera, per i camminatori veri, al Vallonetto; tu alla base a lenire le ferite.

3 commenti:

Popinga ha detto...

Splendido ricordo di sensazioni che, ahimé, non mi posso più permettere. Soprattutto: ben scritto, davvero accattivante.

FEROX ha detto...

Se ne senton delle belle
Dalla Val di Fenestrelle
boschi, laghi, bei colori
che rapiscon occhi e cuori...
e qua da noi, che si lavora,
e' scoccata la grande ora!
nonostante le intemperie....
da domani.... SI VA IN FERIE!!!!
FEROX - PER SEMPER

laura ha detto...

Non avessi ben presente il lago dei sette colori, direi che si trattava della campagna di Russia... Neppure Antonio parla del Choquequirao in termini così epici!

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