Altro break, dovuto. Ieri sono passati venti anni. E' stato un fatto storico, non c'è dubbio. Al di là del tromboneggiamento delle rievocazioni, non è poi così semplice esaminare l'avvenimento. Io c'ero stato tredici anni prima dietro a quel muro, spinto come sempre dalla voglia di vedere con i miei occhi, con il desiderio di capire qualcosa di più di quanto ti raccontano. L'occasione era stata curiosa. Ci eravamo uniti ad un gruppo di vigili urbani di San Marino che ogni anno avevano diritto, per meriti politici, ad un viaggio premio di quattro giorni per vedere un primo maggio in una delle capitali dell'est. Credo che queste iniziative fossero fosse esiziali per la fede politica dei partecipanti, ma ci aggregammo al volo data l'esiguità dei costi, in più avremmo potuto assistere alla famosa parata, in posizione di privilegio. Così ci trovammo oltre quel muro che pareva invalicabile, mentre sfilava quasi l'intera città davanti a noi, gruppo dopo gruppo con migliaia e migliaia di bandiere rosse. Praticamente nessuno assisteva o guardava o applaudiva, sfilavano tutti a ranghi serrati ed ordinati se appartenevano a corpi ufficiali, in ordine sparso se erano cittadini comuni, ma non c'era gente per le strade, salvo la colossale tribuna d'onore, dove i prescelti stavano per ore a sventolare piccole bandierine. Il tutto avveniva in un silenzio di tomba. Anche il brusio, tipico delle processioni era quasi assente. Durò quasi tutto il giorno, poi, quando il rosso accecante dei vessilli che per un giorno aveva dominato orgoglioso, si spense, il colore della città riprese il sopravvento. Berlino era una città in bianco e nero, mancava ogni segno di colore, ma anche inaspettatamente mancava anche il bianco ed il nero puri, solo una variegata, infinita scala di grigi. Il grigio antracite dei cappotti della gente che ritornava nelle case dopo aver avvolto le bandiere in grigi contenitori, il grigio spento dei parallelepipedi dei falansteri prefabbricati che bordavano i grandi viali, il grigio pesante del pur spledido museo delle antichità, la grigia pavimentazione della quasi deserta Alexanderplatz, il grigio dell'asfalto dei grandi corsi privi di auto grigie, il grigio piombo del cielo nuvoloso che non aveva voglia di piovere, il grigio chiaro della pagina inferiore delle foglie della Unter den linden che terminava davanti al grigio tetro della porta di Brandeburgo dove dietro, il grigio del muro si intravedeva appena; il muro grigio che cercai di fotografare di lontano, facendo subito scivolare in tasca il rullino, mentre al Vopo che arrivò di corsa nella sua uniforme grigioverde a cui mostrai la macchina aperta e vuota, non restò che lasciarmi andare dopo avermi ammonito col dito. Come ci rimase male. Si respirava un'aria di indifferente rassegnazione, come di chi non ha comunque parte attiva nel processo. Non il sotterraneo brusio carbonaro che avevo sentito in Polonia tra gli studenti, una decina di anni prima o il senso di attesa che c'era a Praga una decina di anni dopo, o lo squallore privo di speranze della Romania di Ceaucescu o il senso incombente della fine dell'impero nella Leningrado degli anni ottanta. Disinteresse quasi. Quando cadde la barriera, qua il senso percepito era di una folla che finalmente anelava alla libertà, invece la maggioranza era fatta solo di ragazzi che volevano jeans, hamburgher, coca cola e musica rock e di adulti che volevano gettare la Trabant ed avere una Mercedes oltre che cambiare i marchi cattivi con quelli buoni. La gente, escludendo una sparutissima minoranza, se ne strafotte della libertà di espressione, dei diritti civili, della possibilità di votare, vuole solo più beni di consumo. Tranne chi queste cose le ha già. Così va il mondo. Le cose sono sempre semplici, poi qualcuno sale in un punto un po' più elevato, un balcone, il cingolo di un carro armato, un predellino e la folla non aspetta altro, si beve qualunque cosa gli venga detta e manzonianamente acefala, osanna l'oratore e lo segue, verso nuovi orizzonti, nuove vittorie; i più deboli pagano, i furbetti cambiano la foto attaccata al muro, grigio. Pagine
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lunedì 9 novembre 2009
Il rosso e il grigio.
Altro break, dovuto. Ieri sono passati venti anni. E' stato un fatto storico, non c'è dubbio. Al di là del tromboneggiamento delle rievocazioni, non è poi così semplice esaminare l'avvenimento. Io c'ero stato tredici anni prima dietro a quel muro, spinto come sempre dalla voglia di vedere con i miei occhi, con il desiderio di capire qualcosa di più di quanto ti raccontano. L'occasione era stata curiosa. Ci eravamo uniti ad un gruppo di vigili urbani di San Marino che ogni anno avevano diritto, per meriti politici, ad un viaggio premio di quattro giorni per vedere un primo maggio in una delle capitali dell'est. Credo che queste iniziative fossero fosse esiziali per la fede politica dei partecipanti, ma ci aggregammo al volo data l'esiguità dei costi, in più avremmo potuto assistere alla famosa parata, in posizione di privilegio. Così ci trovammo oltre quel muro che pareva invalicabile, mentre sfilava quasi l'intera città davanti a noi, gruppo dopo gruppo con migliaia e migliaia di bandiere rosse. Praticamente nessuno assisteva o guardava o applaudiva, sfilavano tutti a ranghi serrati ed ordinati se appartenevano a corpi ufficiali, in ordine sparso se erano cittadini comuni, ma non c'era gente per le strade, salvo la colossale tribuna d'onore, dove i prescelti stavano per ore a sventolare piccole bandierine. Il tutto avveniva in un silenzio di tomba. Anche il brusio, tipico delle processioni era quasi assente. Durò quasi tutto il giorno, poi, quando il rosso accecante dei vessilli che per un giorno aveva dominato orgoglioso, si spense, il colore della città riprese il sopravvento. Berlino era una città in bianco e nero, mancava ogni segno di colore, ma anche inaspettatamente mancava anche il bianco ed il nero puri, solo una variegata, infinita scala di grigi. Il grigio antracite dei cappotti della gente che ritornava nelle case dopo aver avvolto le bandiere in grigi contenitori, il grigio spento dei parallelepipedi dei falansteri prefabbricati che bordavano i grandi viali, il grigio pesante del pur spledido museo delle antichità, la grigia pavimentazione della quasi deserta Alexanderplatz, il grigio dell'asfalto dei grandi corsi privi di auto grigie, il grigio piombo del cielo nuvoloso che non aveva voglia di piovere, il grigio chiaro della pagina inferiore delle foglie della Unter den linden che terminava davanti al grigio tetro della porta di Brandeburgo dove dietro, il grigio del muro si intravedeva appena; il muro grigio che cercai di fotografare di lontano, facendo subito scivolare in tasca il rullino, mentre al Vopo che arrivò di corsa nella sua uniforme grigioverde a cui mostrai la macchina aperta e vuota, non restò che lasciarmi andare dopo avermi ammonito col dito. Come ci rimase male. Si respirava un'aria di indifferente rassegnazione, come di chi non ha comunque parte attiva nel processo. Non il sotterraneo brusio carbonaro che avevo sentito in Polonia tra gli studenti, una decina di anni prima o il senso di attesa che c'era a Praga una decina di anni dopo, o lo squallore privo di speranze della Romania di Ceaucescu o il senso incombente della fine dell'impero nella Leningrado degli anni ottanta. Disinteresse quasi. Quando cadde la barriera, qua il senso percepito era di una folla che finalmente anelava alla libertà, invece la maggioranza era fatta solo di ragazzi che volevano jeans, hamburgher, coca cola e musica rock e di adulti che volevano gettare la Trabant ed avere una Mercedes oltre che cambiare i marchi cattivi con quelli buoni. La gente, escludendo una sparutissima minoranza, se ne strafotte della libertà di espressione, dei diritti civili, della possibilità di votare, vuole solo più beni di consumo. Tranne chi queste cose le ha già. Così va il mondo. Le cose sono sempre semplici, poi qualcuno sale in un punto un po' più elevato, un balcone, il cingolo di un carro armato, un predellino e la folla non aspetta altro, si beve qualunque cosa gli venga detta e manzonianamente acefala, osanna l'oratore e lo segue, verso nuovi orizzonti, nuove vittorie; i più deboli pagano, i furbetti cambiano la foto attaccata al muro, grigio.
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