venerdì 19 dicembre 2014

Tramonto a Mrauk U


Per le vie di Mrauk U



Sulle colline
La collina è una tra le tante dietro il paese, ma un po' discosta, la più alta e solitaria. La vegetazione è fitta, alberelli di foglie larghe e spesse, erba alta, arbusti e canne. Mya Than è avanti e, dopo aver lasciato la stradina che porta ad un gruppo di capanne isolate, prende un piccolo sentiero che sale deciso verso l'alto. Mi ha promesso un posto unico, di quelli da non dimenticare. Non piove più, ma il verde è ancora coperto di goccioline che scivolano a terra quando sfiori i rami più bassi. Bisogna farsi largo anche con le braccia, Dopo poco non vedi più niente intorno, tutto è sovrastato dal rigoglio della natura. Soprattutto stai attento a non prendere qualche spina e a non scivolare, mentre la salita diventa sempre più faticosa e la luce a poco a poco si affievolisce. La via però non è così lunga come sembrava, dopo una mezz'oretta di zig zag nel bosco, la guglia dorata di una piccola pagoda spunta già tra le frasche, ancora un piccolo sforzo poi, solo gradini antichi e sbrecciati, mattoni rossi corrosi dall'acqua e dal tempo su cui devi appoggiare il piede con cura per non smuoverli troppo. L'ultima parte della scalinata è più larga, ti fa intravedere come doveva essere stata pensata dal suo costruttore. Forse un tempo tutta la parte terminale del rilievo era ricoperta di mattoni e di scalinate per accedervi. Due grandi parapetti a foggia di serpente ne seguono ancora  l'ultima rampa, poi un largo spiazzo orizzontale che taglia di netto la cima della collina. Al centro lo zedi della pagoda, alto una decina di metri, presenza aliena nel bosco, con la sua liscia superficie dorata e il h'ti terminale, l'ombrello di metallo da cui pendono decine di campanelle. 

Templi di Mrauk U
Il luogo è deserto, nessuno arriva più quassù; attorno, tra i piccoli stupa che fanno corona alla costruzione centrale, non c'è più traccia di offerte, di incensi e dei piccoli lumi lasciati da fedeli premurosi. Le statue non sono avvolte da mantelli di stoffa, che mani osservanti pongono di solito a protezione della divinità  durante la stagione più fresca. Tutto appare abbandonato eppure ancor vivo, mentre giri attorno alla costruzione, poggiando i piedi nudi sulle piastrelle sconnesse. Il punto domina la vallata e ti puoi mettere tranquillo lungo la balaustra ad osservare lo spettacolo che sotto e di fronte a te si sta preparando. Una foresta verde scuro, fitta di alberi bassi, resa quasi lucida dalla pioggia recente, copre tutta la valle, punteggiata qua e là, su ogni piccolo rilievo o minima sporgenza, delle cupole nere di decine e decine templi, alcuni grandi e isolati, altri raccolti a gruppi come a farsi forza l'un l'altro, come piccole campane di pietra messe a segnare un territorio, a dimostrare presenza e fede. Qualcuno è circondato di bassa erba verde su cui indovini gruppetti di animali al pascolo, altri sono sul bordo di piccoli specchi d'acqua che gli avvallamenti del terreno hanno raccolto nel tempo, altri ancora rimangono avvolti dal verde, ne vedi spuntare solo le punte orgogliose, che pretendono attenzione. Le capanne di Mrauk U sono sepolte nel bosco e non vedi quasi traccia, tranne quelle affiancate alla strada principale, il centro ed il mercato sono fuori dalla vista, dietro una collina più alta. Indovini la presenza umana solo dai fumi che cominciano ad alzarsi tra le cime degli alberi. Sono i fuochi delle cucine che le donne, appena ritornate dai pozzi con i grandi contenitori di alluminio pieni di preziosa acqua pulita, hanno acceso in attesa di preparare la cena. 

Fuochi della sera
Intanto il sole scende tra le colline più lontane mentre tutto il cielo, variegato di nubi piatte, si incendia. La foresta è muta, senza rumori. Nell'aria, appena spira un refolo del vento della sera, senti il tintinnare del bronzo delle campanelle, l'unico fremito che non ti lascia solo di fronte a questo palcoscenico preparato solamente per te. Guardi il sole che scende dietro l'ultima collina, come ipnotizzato, fino a che l'ultimo barbaglio arancio non manda una residua lancia di luce, un rantolo di vita che sa di poter rinascere domani e quindi lascia questa scena con gioia. La luce scende di colpo, lasciando tinte rosa nel cielo che virano subito all'indaco e al viola. La foresta è già scura. Bisogna tornare in fretta, ripercorrendo i passi già fatti in discesa. Il percorso è breve, lo fai senza affanni, rimane anzi il tempo per fermarsi di tanto in tanto ancora un attimo a godere di quella vista grande, delle ondulazioni ormai nere del fondo, dell'orizzonte spezzato dalle guglie di pietra, dei ruderi abbandonati lungo la via. A metà strada, un antico tempietto in rovina, la cupola è crollata, rimane solo l'oscuro ingresso alla cappella, dove forse intravedi sul fondo il sorriso consapevole di una grande statua di pietra. Che fascino solitario quel cunicolo abbandonato tra le rocce coperte di muschio. Accendi la pila, basta superare la soglia e il piccolo corridoio segreto è lì col suo richiamo irresistibile. Da quanto tempo nessuno entra ad onorare il Buddha? Mya Than mi mette una mano sul braccio: "Meglio non entrare, tra le rocce solitarie fanno la tana i serpenti". Scendiamo in fretta, soprattutto guardando a dove si mettono i piedi.

Le colline di Mrauk U
SURVIVAL KIT

Gruppo dei templi meridionali
Nawarat Hotel - E-27, Yangon-Sittwe-Main Road | Nyaung Pin Zay QuarterMrauk UUna serie di bungalow, abbastanza moderni, dotati di tutto, ma dal prezzo esagerato da 50 a 80 $ secondo il momento. Free Wifi. Possibilità di organizzare dall'albergo ogni tipo di escursione e con ogni mezzo. Manca molto spesso l'elettricità. Silenzioso. Personale come sempre gentilissimo e premuroso. Comodo per andare a vedere il gruppo principale dei templi anche a piedi.

Moe Cherry restaurantAlayZay QuartierMrauk UE' il ristorante che va per la maggiore e che cerca di dare un tono internazionale per attirare la clientela dei pochi turisti in città. E' vicino all'albergo e ci potete arrivare a piedi. Piatti principali attorno ai 4000K, attenzione al cliente, l'ambiente rimane comunque molto familiare, apparentemente pulito, cucina cinese con qualche piatto internazionale. Buoni i gamberoni. Portarsi la pila, la sera, perché la strada intorno non è assolutamente illuminata anche se è la strada principale.
Tramonto a Mrauk U




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Il traghetto

giovedì 18 dicembre 2014

Taste of Burma 1




Scende il monsone.
E' duro meditare,
monaco bimbo

mercoledì 17 dicembre 2014

Si presenta il nuovo libro!

A tutti gli amici interessati ricordo che domani
 
Giovedì 18 Dicembre alle ore 15:30
presso
 
La Sala Ambra - Dopolavoro Ferroviario - Viale Brigata Ravenna
 
nel corso della mia conferenza sul Vietnam alla Università delle Tre Età, presenterò il mio nuovo libro :
 
Good evening Vietnam
 

 

Siete tutti invitati

martedì 16 dicembre 2014

I templi di Mrauk U


Mrauk U - Novizi in meditazione alla Shittaung Paya






Dukkanthein Paya
Anche il declino inarrestato e concluso ha un suo fascino. Non voglio fare certo paragoni o argomentare cattive previsioni per il futuro del nostro povero paese. Ci vuole ancora molto impegno e da parte di molti, per arrivare al fondo e anche se ci si mette di impegno, come potrebbe sembrare, certi finali tristi non sono poi tanto scontati. Certo però che tutto ha un apice ed un finale inevitabile di degrado. Rimangono le rovine, che per chi arriva da lontano, hanno comunque una fascinazione irresistibile. Come doveva essere la Roma del '700, un piccolo borgo di pastori costellato di muri cadenti e archi spezzati? C'era da rimanere incantati, certo, altro che sindrome di Stendhal. Anche Mrauk U era una grande capitale, difficile da indovinare oggi, dall'insieme di baracche che circondano il mercato e dalle capanne di stuoie e di frasche che si perdono nella boscaglia fitta tra le colline. Eppure i viaggiatori portoghesi che arrivavano qui nel '600 la paragonavano alle grandi capitali europee, forse il più importante regno del golfo del Bengala. Poi la decadenza e la regressione a villaggio isolato dal mondo. Rimane la pietra nera delle costruzioni orgogliose. Quelle non si cancellano in pochi secoli di oblio. Centinaia di templi giganteschi popolano le colline qui intorno, severi, scuri, massicci. Le mura, così spesse da farli credere fortezze, invece fatte proprio per resistere ali forti venti dell'ovest, alle piogge torrenziali, ai tanti terremoti che perseguitano questa terra, alla spietata opera del tempo. 

Templi della zona nord
Immersi in una natura che il monsone fa così rigogliosa da essere essa stessa una nemica aggressiva, che tutto vuole avvolgere, normalizzare, assimilare a sé, cancellando la regolarità degli spigoli, l'ardire delle guglie, la perfezione delle ampie corti che hanno visto processioni infinite di fedeli. La grande differenza tra l'area archeologica di Mrauk U e quella certamente più nota di Bagan, sta proprio nell'essere testimone della grandezza di un passato a fronte della povertà del presente, oltre al fatto che qui non troverete praticamente, ma di certo ancora per poco, nessun turista a disputarvi inquadrature isolate. Anche in piena stagione, durante le piogge il sito non è neppure raggiungibile, vi ritroverete sempre soli dentro le grandi costruzioni, con l'unica compagnia di qualche mucca o greggi di caprette miti. I bufali rimarranno a mollo negli stagni guardandovi passare lungo i sentieri tortuosi tra i cespugli. Nessun pullman air conditioned, ma solo gruppi di donne colorate dalle guance ricoperte di giallo, con i grandi recipienti cilindrici di alluminio che vanno a cercare acqua, la consueta maledizione della condizione femminile di tante parti del mondo. Il verde della boscaglia è così fitto che quasi si confonde con la pietra nera degli zedi. Noti d'impulso solo quelli più recenti, dipinti d'oro vivo, che completano le punte delle colline più alte, graffi di orgoglio che non cede. La poca terra libera dalla vegetazione è rosso vivo e bastano poche gocce d'umidità per farne fanghiglia scivolosa, poi il rigoglio di erba, alberi e arbusti costellato di fioriture dai colori violenti, prende il sopravvento, in un gigantismo consueto solo ai tropici. 

Mrauk U - Nel bosco
Segui un gruppo di monaci che in fila percorrono il sentiero e arrivi subito alla Shittaung Paya e al suo vicino monastero. Mescolati ai fedeli numerosi che ancora popolano questo tempio, il più grande della zona, sali la lunga scalinata che porta all'ingresso e perditi nei corridoi infiniti e labirintici, stretti passaggi scuri, popolati di statue. Oltre 80.000 reiterazioni continue dello stesso sguardo sereno, dello stesso mudra di mani appoggiate in grembo, per farti avvertire il senso della pietra umida, dell'oppressione dei sensi nei passaggi oscuri che conducono alla liberazione dalla passione. Cercherai invano di interpretare le scritte in sanscrito dell'antico pilastro all'ingresso, ti perderai scorrendo gli infiniti bassorilievi che corrono lungo i corridoi delle viscere del tempio, teorie di elefanti, processioni di animali, file interminabili di danzatrici e suonatori che accompagnano i fedeli nel giro attorno alla sala centrale scorrendo le centinaia di jataka, gli episodi tratti dalle oltre cinquecento vite precedenti del Buddha. Poco lontane la Andaw Paya e la Dukkanthein Paya, più piccole, ma sempre impressionanti per la loro massiccia presenza. Queste sono deserte anche di fedeli. Trovi solo qualche monaco isolato che medita o dorme. Dappertutto cani che ti scrutano da lontano, rimanendo immobili, guardie mute al fortino abbandonato. All'apparenza sono tozzi e massicci i templi di Mrauk U, caratteristica accentuata anche dal loro colore cupo reso quasi completamente nero dall'umidità impietosa, dalla loro solitudine assoluta. 

Il Sancta sanctorum del tempio  Htukkan 
Tuttavia la linea delle pagode, che non ha lo slancio iperbolico dello stile bamar, nascondono nelle viscere dei loro corpi tondeggianti  e apparentemente pesanti, infiniti passaggi di terra battuta, scivolosi e misterici, corridoi popolati di statue appena illuminate da aperture strette in cui la luce esterna penetra violenta dipingendo profili e riverberando su curve di pietra che appaiono morbide come carne viva. Senti solo l'eco dei tuoi passi fino a che non riemergi dalla stretta apertura frontale sulla spianata, facendo volgere verso di te il muso di una mucca che bruca l'erba grassa, mentre arrivi fino al bordo a gettare lo sguardo oltre la cinta dei piccoli stupa appuntiti, perdendolo nella boscaglia che ti circonda. Davvero un luogo magico, antico, solitario, dove perdersi tra i sentieri, rimanere incantati ad osservare la pietra senza preoccuparsi di cercare sulla guida nomi o storie, limitandosi ad assorbire la sensazione di un passato splendore, di un'orgoglio non spento, muto testimone di qualche cosa di grande. Passa una ragazza con un recipiente sulla testa che sfavilla al sole. Cammina senza sforzo, in un equilibrio perfetto che la fa apparire leggera e regale nel suo incedere, come se i venti litri d'acqua fossero immateriali e senza peso, come se anche le grandi pietre nere del tempio fossero arrivate fin qui trasportate da una forza divina e senza tempo.

Un corridoio della pagoda degli 80.000 Buddha - Shittaung Paya


SURVIVAL KIT

L'interno della Andaw Paya
Area archeologica di Mrauk U - Ingresso 10000K che vengono richiesti o all'arrivo del traghetto o all'ingresso del tempio Shittaung. Centinaia di costruzioni sparse su un territorio di una decina di chilometri quadrati raggiungibili attraverso sentieri e stradine sterra, Si può girare in bicicletta, 1000K al giorno, (un po' faticoso, per le tante salite e discese),  col calesse, ma ne ho visti solo un paio al mercato, oppure in macchina, che permette di fare un giro anche ai templi più lontani (15.000K tutto il giorno). Il sito è forse il più bello della Birmania, completamente privo di turisti e assolutamente imperdibile.

Shittaung Paya - Fa parte del gruppo dei templi nord, raggiungibili anche a piedi e raggruppati appena fuori dal paese. E' il più grande e ancora attivo con parecchi fedeli. Sculture e bassorilievi tra i più belli. Portatevi dietro le scarpe, perché se non non potete entrare da una parte e uscire dall'altra per passare alla Andaw Paya vicina.

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Andaw paya



lunedì 15 dicembre 2014

Il traghetto per Mrauk U

Purtroppo il traghetto non era questo!



Alle sei di mattino è ancora buio a Sittwe. L'alba tarda ed il sole sembra pigro ad uscire dietro gli strati alti di nuvole oltre la fila di palme, tra questa infilata di isole formate da un delta immenso, in cui non riconosci più il fiume dal mare. Terra di acqua e di barche dove la strada è un ripiego, un'ultima opzione, dove la via regina è il fiume. L'aria è ancora quasi frizzante nonostante tutto e occorre ripararsi sul cassone del trickshò che ti porta tra buche e polvere fino al traghetto. Lo chiamano la barca del governo, i locali, anche con una certa aria di sufficienza, sottintendendo che tutto quanto è pubblico è malandato, cadente, in ritardo, da usare solo in mancanza di un'offerta privata, costosa, ma efficace. E' un po' l'illusione di tutti i regimi che escono a poco a poco dallo statalismo pieno e vedono il libero mercato assoluto, come l'eldorado che li libererà da fame e miseria, ancora troppo ingenui per capire che tutto si paga e che è proprio a loro che verrà fatto pagare il prezzo più alto. Comunque eccoci qui, quando ancora il cielo è scuro ad un braccio interno di acqua, che funge da porto fluviale. Qua, barconi di ogni forma e dimensioni stanno accalcati lungo una banchina fatta di legni marci e instabili. Il barcone di linea è affiancato in terza fila dopo due navi da carico in disarmo. E' un grande traghetto di lamiera contorta a due ponti, ricoperta di ruggine, per essere marcio, lo è decisamente. Sotto, già da un po', magri facchini stanno ammassando derrate, sacchi di riso, balle di cotone, casse ed altre masserizie. 

Bisogna salire a bordo, anche se non è facile percorrere i tre metri di passerella di legno larga un palmo che si piega sotto il mio peso, anomalo per la Birmania, gravato anche da zaino e valigia. La melma fangosa che ristagna tre metri più sotto tra molo e fiancate, non invita a perdere l'equilibrio, d'altronde in un altro caso come questo ho già dato e non mi sembra il caso di ripetere l'esperienza. Un vecchio marinaio che vede le mie titubanze esistenziali, mi allunga una mano sorridendo, ma come sono sempre gentili questi birmani! Anche Tiziana ce la fa. Riusciamo a salire sul ponte passeggeri del traghetto. Arrivati tra i primi è facile anche impadronirsi di due sdraio di misura orientale, su cui trascorrere le sei ore necessarie ad arrivare a Mrauk U, il capolinea del viaggio. E' questa una delle esperienze più belle questo giro. Qui incontri la vera realtà del paese senza mediazioni e fraintendimenti. Col passare dei minuti, la gente comincia ad affluire e ad occupare tutti gli spazi liberi con le loro masserizie. Dai un'occhiata distratta al mucchio di giubbotti ammassati a poppa, sono all'incirca un decimo del numero dei passeggeri, ma non bisogna subito drammatizzare. Ci sono ragazzi e studenti che tornano a casa, capelli sparati, ciuffi biondi e cuffiette nelle orecchie; gruppetti di ragazze con stretti loungjee colorati e le guance coperte da  spessi strati gialli di tanakha, ne parleremo magari più specificamente; buttano occhiate curiose a queste presenze incongrue e parlottano ridacchiando tra di loro. 

Vecchie rugose coi nipotini al seguito, occupano spazi ridottissimi accucciandosi con le ginocchia in bocca, senza sprecare ulteriori soldi per l'affitto del sedile. Poi arriva un gruppo di militari, con un fare un po' smargiasso che posano i kakashnikov distrattamente tra le balle di cotone. I monaci invece si raggruppano assieme, in disparte, silenziosi, anche se non appaiono fruire di trattamenti preferenziali. Qualche uomo d'affari dai tratti somatici indiani mantiene un'aria occupata e telefona in continuazione. I visibilmente mussulmani, pochi, si isolano nella zona più sacrificata. Attorno ai passeggeri, un bailamme di venditrici di colazioni, arachidi tostate, samosa, dolciumi fritti, semi di loto e altri sacchetti di cianfrusaglie di conforto; sono le uniche a esibire un tono di voce leggermente più alto per mostrare la loro mercanzia. Per il resto, nonostante la confusione, i rumori di fondo sono sorprendentemente bassi. Qualche suora in rosa, si accoccola lungo la murata arrugginita, senza timore di sporcare il saio sul pavimento di aspetto provato e scivoloso. Puntualissimo alle 7 e 15, alla faccia della gestione statale, il barcone si stacca lentamente dagli ormeggi e risale il porto canale, prima di entrare nel braccio principale del fiume. Il tumtumtum regolare dei motori culla il movimento, la lamiera corrosa del tetto ripara dal sole che si sta alzando, mentre le rive scorrono lente al tuo fianco. Risaie infinite con contadini al lavoro. Ampie camere dove le piantine sono a diversi stadi di crescita. 

In quelli più avanzati già vedi le file dei mietitori che ammucchiano i covoni. Dove l'acqua è più invasiva, ampie zone umide riempiono gli anfratti, in piccoli stagni protetti da canneti, ricoperti dall'invadenza del giacinto d'acqua. Gruppi di egrette punteggiano di ciuffi bianchi le rive ricoperte d'erba, mentre piccoli cormorani neri isolati emergono dalla superficie più al largo per inghiottire le prede e continuare il lavoro immergendosi subito. Sulle rive minuscole barche di legno legate ai cespugli aspettano di prendere il largo. Le montagne dell'est, dietro le quali si è alzato il sole, sembrano così lontane, come avvolte da un nebbia azzurrina. Non ci sono strade, non vedi mezzi meccanici all'orizzonte. Una atmosfera d'antan, da colonia inglese d'ottocento, non fosse per i soffusi ritmi rap che arrivano dagli ipod di quattro ragazzi con le creste bionde ed arancioni affondati nelle loro sdraio con gli occhi semichiusi. Ogni tanto, gruppi di capanne di frasche sulla riva. Quando si fanno più numerose e si intravede l'apparenza di un molo provvisorio fatto di assi piantate nel fango, il traghetto si avvicina a terra, viene gettata una passerella ancora più precaria di quella iniziale e qualcuno scende, qualcuno sale, A riva, si è raggruppata un sacco di gente a seguire l'avvenimento della giornata. Scendono alcuni monaci, su una collinetta dietro il villaggio si intravede uno zedi dorato che interroga il cielo. Il più anziano deve essere aiutato, cammina a fatica e due monaci più giovani lo tengono, uno davanti, l'altro dietro in precario equilibrio sull'asse, finché arriva a terra. 

Poi riparandosi dal sole le pelate scoperte col ventaglio di ordinanza, si incamminano lentamente lungo il sentiero che conduce al tempio. In un paesino più grande salgono diverse venditrici di spiedini fritti, ognuno dei quali impala un grosso pesce dorato e sacchetti di lumachine d'acqua dolce, da cui le vecchiette, con l'aiuto di uno stecchino estraggono il mollusco e lo passano amorevolmente ai nipotini. Gli altri si staccano con le dita, grossi pezzi dal pesce sullo stecco, mangiandoselo di gusto. Tutto poi finisce nel fiume. La corrente lava lentamente tutto verso l'oceano misericordioso. Altre vendono uova sode e sale. Una con la bocca vermiglia di betel, ride soddisfatta, ha venduto il sacchetto intero di pesci, forse erano i più belli o chissà, i più convenienti, o forse lei è la ragazza più carina e di certo lo sa da come muove l'anca, con l'ondeggiamento elegante della camminata a piedi nudi. Scendono alla fermata successiva. Se te ne stai in disparte seminascosto tra i gruppetti di ragazzi, le valige sepolte tra i pacchi, nessuno ti nota e puoi rimanere a lungo ad goderti questo spaccato di vita della Birmania rurale, così reale, così tranquilla. Solo qualche ragazza, se ti sorprende distratto, ti fa una foto con l'iphone. Sei tu l'anomalia, l'inatteso. Questo viaggio è da fare assolutamente, se vuoi misurarti senza affanni, con la realtà del paese. Quando infine tutti cominciano a muoversi raccogliendo le loro cose, significa che il capolinea è vicino. Tutti si accalcano verso le scalette malferme. Una ragazza ti rassicura che la barca non va più in là di così. Tra la folla l'incaricato dell'albergo ti aspetta e sale addirittura ad aiutarti con le valige, per evitarti di finire a bagno. Si vede che è già successo. Sulle colline vicine il verde scuro dei boschi lussureggianti, fanno comparire solo le cime nere dei templi di pietra di Mrauk U.



SURVIVAL KIT

Da Sittwe a Mrauk U - L'unico modo di arrivare a Mruak U è via fiume. Il traghetto di linea, è assolutamente consigliato. Parte alle 7:00 di mattina e in 5 o 6 ore arriva. Biglietto 8000K, ci pensa l'albergo a comprarlo. Sdraio sul ponte 500K. Assolutamente da preferire alle barche private, più veloci, ma più costose e secondo me anche molto più pericolose, essendo chiuse come bare di ferro. Comunque esperienza bellissima e molto fotogenica.




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domenica 14 dicembre 2014

Food post natalizio



Da quando questo mio blogghetto ha cambiato un po' pelle mutandosi come i pitoni birmani in un quasi travel blog, i miei lettori sono andati via via dileguandosi, in netta opposizione a quanto si legge e cioè che i blog generalisti incontrano meno dei blog specifici. Comunque tanto per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, oggi voglio sterzare un po' dalla road to Mandalay e relazionarvi di una nostra tradizione annuale, il ritrovo natalizio con gli amici più cari e soprattutto relativo menu.

Insomma passiamo decisamente al cibo, pur senza avere la presunzione di diventare un food blogger.

Allora cominciamo dagli aperitivi, daiquiri per i più arditi, pina colada per i nostalgici dell'estate e aperitivo della casa alla frutta per i morigerati, magnum di champagne per i puristi. 

Il tutto ad accompagnare: Rondelle al caprino condito con mela verde e salmone; Canapé dorati alla griglia di formaggio fresco con pera Abate e noci; Bruschette con pesto di pomodori secchi, basilico, olio e origano; Tartine al burro con radicchio e gamberi; Bicchierini di robiola condita e panna con gambo di sedano.

Antipasti caldi: Ciambella al prosciutto, scamorza affumicata e cipolla di tropea appassita; Torta salata alle melanzane; Flan di zucca alla fonduta.

Come primo abbiamo avuto Crespelle ripiene di speck e porri appassiti, ricoperte di crema di crescenza e parmigiano.

Secondo tradizionale: Bocconcini di cervo al civet con polenta gratinata e cipolline al wisky.

Infine i dolci: Torta di mandorle; Semifreddo al torrone con ganache di cioccolato amaro; Pesche ripiene al cacao e nocciole; Cioccolatini maison; Macedonia tropical.

Tuttavia il piatto forte è stato come sempre l'amicizia più che cinquantennale. Arrivederci al prossimo anno.




venerdì 12 dicembre 2014

Tramonti a Sittwe


Sittwe - Lokananda Paya


Sittwe - Uccelli
Ci sono due enormi alberi proprio verso la fine della polverosa Main road di Sittwe. Le loro cime superano quasi di poco la terrazza al quinto piano dello Shwe Thanzin Hotel, un albergo cinese piastrellato dalla testa ai piedi da cui puoi vedere di scorcio tutta la strada. Certo, anche se la balaustra di colonnine lucide è tutta cosparsa di cacche, rimane un punto di osservazione privilegiato, quando scende la sera e la palla dorata del sole scende proprio dietro la Lokananda paya, incendiando il cielo di rosso mentre lo zedi della pagoda lontana lancia barbagli dorati tutto attorno. Forse questo basterebbe come motivo sufficiente per salire fin quassù quando cala la sera, ma lo scopo vero è un altro. Anche se è ormai quasi buio, basta aguzzare un poco la vista e subito scorgi tra il fogliame lussureggiante di quegli alberi che hai proprio di fronte delle strane cose nere appese ai rami, a grappoli, come frutti abnormi di una flora da paesaggio infernale, quasi una fantasia di qualche affrescatore medioevale di chiese, intento a descrivere paesaggi di un mondo di pene e di macabri riferimenti a meritate punizioni per i reprobi. Guardando meglio, sembrano proprio galline appese per i piedi a testa in giù, nere come la pece, frutti affumicati di un negozio di materiali esotici. Intanto, si addensano tutto attorno svolazzando a stormi, migliaia di uccelli neri, corvi o taccole gigantesche, superdotate che svolazzano posandosi sui rami degli alberi vicini, ricoprendo di penne nere le grandi palme che stanno tutto intorno e che invaderebbero senz'altro anche la terrazza, come denunciano chiaramente le loro tracce escrementizie dei giorni appena trascorsi, se non fossero disturbati dalla nostra presenza. 

I pipistrelli di Sittwe
Almeno così sembra, perché man mano che cala il buio, i loro voli radenti e le loro strida assordanti si fanno sempre più vicini alla testa; non puoi non pensare agli Uccelli di Hitchcock. Quando il buio è quasi completo, gli scarni lampioni e le misere luci dei negozietti che si affacciano sulla strada emanano un debole chiarore giallo che a malapena consente di vedere i marciapiedi sconnessi; i corvi si fanno ancora più aggressivi e cominciano ad invadere i rami alti dei due grandi alberi. Allora i simulacri neri appesi a quei rami cominciano a muoversi dapprima lentamente, allargando prima una larga membrana scura, poi l'altra, infine contorcendosi come chi si stiri pigramente prima del risveglio completo, poi d'un tratto e quasi tutti contemporaneamente, queste gigantesche galline nere, lasciano la loro presa sul ramo e si lasciano cadere nel vuoto prendendo un volo strano e a balzelloni, incongruo per animali apparentemente così pesanti e sgraziati. Sono giganteschi pipistrelli frugiferi, che assicurano docili e assolutamente inoffensivi ancorché impressionanti, che vivono solo qui, su questi due alberi e quando cala la notte se ne vanno in cerca di frutti maturi da succhiare. Ad ali larghe arrivano quasi a un metro, è una bella impressione. Quando poi, scendi la ripida scaletta per riguadagnare la strada, è quasi cessato anche lo stridore dei gracchi, tocca a loro adesso dormire in questo strano condominio in cui gli abitanti si dividono le camere ad ore. 

Sittwe - Per chi ama le trippe di maiale
Certo arrivare a Sittwe non è facile, bisogna averne voglia, pure è l'unico punto di partenza per poter viaggiare nel Rakhine, lo stato più occidentale della Birmania, così isolato e diviso dal resto del paese da una catena verticale di monti. Lussureggiante e piovosissimo, più Bengala che Birmania, nella sua geografia e nei suoi abitanti che comprende anche una folta rappresentanza mussulmana, per nulla gradita ai pacifici buddhisti che per questo la emarginano decisamente, in particolare i Rohingya, poverissima e dannata minoranza della minoranza, arrivati al tempo degli inglesi e considerati clandestini e pesantemente discriminati e privati di ogni diritto (almeno così dichiarano loro) anche se sono lì da due secoli. Ma si sa, c'è sempre qualcuno più a sud nel mondo. Il Rakhine è rimasto così isolato, dalla assoluta mancanza di strade e dalle barriere naturali, tanto che in pratica ancora adesso ci arrivi solo in aereo, un bimotore della Air Mandalay che ti fa pagare per il biglietto un prezzo di assoluta affezione. L'aereo fa uno scalo a Ngapali dove qualche vacanziero approfitta della spiaggia e poi con un ultimo balzo sopra risaie, canali e bracci di fiume che dividono tra di loro mille e mille isolette, arriva a Sittwe, più paese che città, eppure capoluogo dell'intero stato. 

Sittwe - Alla spiaggia
La padrona dell'albergo, messa sull'avviso, viene addirittura a prenderci direttamente nello stanzone dell'aeroporto dove arrivano anche i bagagli. Da qui tutti cercano di scappare al più presto e invece la pigra cittadina che ancora non si misura con le orde di turisti che stanno invadendo il resto del paese, è piena di punti di interesse. Basta camminare un po' lungo la Main road, dove neppure i ciclorikshò ti importunano. Più o meno a metà, lo scheletro della vecchia torre dell'orologio, punto di riferimento che gli inglesi ponevano per identificare il centro, seguita poco dopo da quella nuova, costruita di recente in omaggio alla tradizione. Poco più in là, vicino al povero e polveroso, ma frequentatissimo dai ragazzi locali, museo, la grande Moschea, un edificio imponente e barocco, anche se scrostato e ricoperto dalla muffa del monsone. Non vi si può accedere; dopo i disordini di un paio di anni fa, l'edificio è stato preso in consegna dai militari che attualmente la occupano. Il soldato di guardia all'ingresso tra due cavalli di frisia, fa un cenno di diniego con la mano, anche se senza tanta convinzione, senza alzarsi dalla sedia, come fosse stanco di stare di guardia al bidone. Nella zona buddhista invece c'è un festival. 

Sittwe - Innamorati al View point
Di fronte allo Shwezedi Kyaung e al vicino monastero, un grande spiazzo di terra battuta è occupato dalle bancherelle della festa e dalle giostre per i ragazzini, tutte rigorosamente a mano. Frutta, fritti, griglie e quanto di solito è presente alle fiere di paese, ragazze che girano a gruppetti pavoneggiandosi nei vestiti nuovi, ragazzi che le occhieggiano sui motorini poco lontano mandandosi messaggini sullo smartphone. Bisogna però spingersi un po' più in là, sulla grande spiaggia per vedere tutta la gioventù della città radunata, coi piedi nell'acqua a giocare, a rincorrersi, a scherzare. La marea risale a poco a poco e guadagna centinaia di metri della lunghissima spiaggia piatta in poco tempo. I piccoli bar stanno al limite della battigia. In tanti ti salutano o vogliono farsi una foto con te da postare subito su FB. Omologazione ragazzi, il mondo sta diventando sempre più piccolo e se vai al faro al view point, anche qui il sole incendia le nuvole sopra il mare che da qui appare persino azzurro e sul molo le coppie di innamorati sono sagome nere identiche a quelle dei loro coetanei di tutto il mondo.


Offerte al tempio
SURVIVAL KIT

Uno scatto sulla spiaggia di Sittwe
Nella stagione delle piogge il Rakhine è inagibile, spiagge comprese. In alta stagione un paio di compagnie fanno il volo da Yangon (340$!!!!) spesso con tappa a Thandwe (una baracca su una strip di asfalto) per la spiaggia di Ngapali. Baracchino per il centro dall'aeroporto 1000K, ma se avete prenotato è facile che vi vengano a prendere e vi riportino all'aeroporto, incluso nel prezzo.

Hotel Shwe ThanzinNo.250, Main Road, Kyae Bin Gyi Quarter, Email: sittwe@shwethazinhotel.com 50 $ , ovviamente sproporzionati per questa qualità di albergo, ma non c'è altro e quindi ne approfittano. Tuttavia il personale è gentilissimo, come sempre. Questo (dalla terrazza) è comunque il punto migliore per poter assistere allo spettacolo del Bat Tree proprio di fronte. Colazione basica come le camere piccoline e se danno sulla strada piuttosto rumorose. Free Wifi. Da e per l'aeroporto incluso.  Si può andare a piedi in centro. Niente ascensore, scale ripide, attenzione.

Jama Mosque - Attualmente non è visitabile, si può fare il giro da fuori . sulla main road di fianco al Museo.

Rakhaing Cultural Museum - 2.000K - Non molto interessante, polverosissimo, con qualche costume delle minoranze, modellini dei templi di Mrauk U e modelli di acconciature.Se proprio avete un'ora da far passare. Sempre sulla Main road anche le due torri dell'orologio.

View point e vicina spiaggia. Si può andare con un baracchino 1000K. Per vedere il tramonto, abbastanza spettacolare dal faro. Ristorantini e bar vicini.



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giovedì 11 dicembre 2014

La storia di Checco


Yangon - La grande pagoda



Ragazza Birmana
Da quando son tornato, tanto per riappropriarmi di un pezzo di vita sociale, ho ricominciato a frequentare qualche locale. Circondato da facce lugubri convinte che tutte le cose vadano male, che parlano solo di politici corrotti e disonesti e intanto vigliacco se mi fanno uno scontrino. Tutti a lamentarsi degli altri, onesti solo quando non si ha la possibilità di rubare. Il paese è così, bisogna farsene una ragione ed esprime la classe politica che si merita. Io temo che il problema non sia da ricercarsi nella congenita disonestà, questa è una cancrena millenaria che forse, azzardo, è insita nella genetica dell'uomo e non vi illudete c'è da tutte le parti del mondo, ma nello scivolare di un paese verso quell'area dove ci si adagia nella neghittosità accidiosa senza più premiare la capacità e la voglia di fare. Ecco allora che si seguono quelle sirene politiche che sbandierano la propria voglia di onestà assoluta e poi non sono capaci a fare nulla, la realtà è che il disonesto ruba un pezzo di formaggio, mentre l'incapace fa andare a male l'intera forma. Trionfano gli imprenditori che sperano solo sulle svalutazioni competitive o sulle delocalizzazioni per sfruttare momentaneamente un basso costo della manodopera, situazione illusoria e passeggera, invece di farlo per conquistare nuovi mercati, incapaci di innovare e di rischiare, allignano i sindacalisti legati ad un passato fatto di slogan e disinteressati a collaborare alla creazione di condizioni efficaci, gigioneggiano e pontificano gli anziani abbarbicati ai loro privilegi, pronti a criticare tutto, delirando sulle meraviglie di un passato meraviglioso quanto inesistente, bramosi di lavorare fino ad 80 anni mantenendo i loro ragazzi, criticandoli, al bar a giocare alla playstation, molti dei quali, pur molto più preparati della generazione precedente trovano tutto sommato comodo questo stato di cose. 

Per le vie di Yangon
Accidenti che pistolotto! In realtà voleva solo essere una premessa generica al raccontarvi una storia, perché girando qua e là, incontri persone che lo sconfessano completamente questo quadro un po' triste e melanconico. Ho incontrato Checco a Yangon. Sorriso largo e simpatico, comunicativa che ti fa capire subito che la persona si trova a suo agio in ogni situazione. Anche lui era uno dei tanti ragazzi italiani che qualche anno fa si guardava in giro per capire come poteva indirizzare la sua vita. Mezzo napoletano ma cresciuto in Veneto, certo, tanta buona volontà e determinazione, mica star lì a girarsi i pollici, si guardava intorno e intanto faceva tre lavori senza riuscire a mettere insieme uno stipendio decente. Convintosi che bisognava allargare un poco l'orizzonte ha colto la prima occasione che ha intravisto e se ne è andato da un conoscente a Santo Domingo. Ha imparato a fare le pizze, mica a costruire pile nucleari o a trovare la cura per il cancro e ha cominciato a lavorare. Ma forse il suo segreto non sta nell'essere capaci a fare bene le pizze, per quello forse non è necessaria laurea e master bocconiano, ma nel modo in cui si rapporta con quello che fa e con le persone che gli stanno intorno. Perché le cose vengono meglio se ti ci confronti con positività e convinzione, cosa che è contagiosissima e conquista anche chi ti circonda, che in questo modo alla fine ti apprezza e ti aiuta per il meglio. Fatto sta che il nostro Checco in una dozzina di anni ha girato una decina di paesi, Thailandia, Giappone, Dubai, Kuwait, Turchia e via cantando, sempre avviando ristoranti di successo, addestrandone lo staff. Ha collaborato all'apertura di Eataly negli Emirati tanto per dirne una. Già, perché nel frattempo che migliorava la qualità della sua pasta da pizza, forse perché se ci credi tutto si impara, o forse perché è una sua dote naturale, è diventato molto bravo ad organizzare ed addestrare un team di gestione, tratta tutti i suoi collaboratori innanzitutto come persone, li sa motivare, sa come far loro amare quello che fanno e come creare una squadra e dopo un po' guarda caso, tutti vogliono collaborare solo con lui e seguirlo nelle sue decisioni. 

Ecco la pagina del Daily eleven di Yangon
Ha provato a tornarci n Italia, che in fondo casa è sempre casa, ha resistito un mese, poi è scappato. Adesso da quasi un anno ha avuto l'incarico di lanciare un ristorante a Yangon e lui per primo è rimasto affascinato dalle opportunità che questa città, in grande sviluppo è pronta a concedere a chi ha voglia di buttarcisi e diciamola tutta, fa i soldi con la pala. In nove mesi il locale è diventato uno dei più frequentati da tutta una clientela facoltosa di locali e di stranieri stanziali o di passaggio. Un mese fa il quotidiano di Yangon ne ha fatto un lungo articolo citandolo come la miglior pizza del paese, scusate se è poco. Ed è davvero buona, così come le paste che tanti occhi a mandorla ormai ordinano con golosità. E' soddisfatto Checco, lo si vede da come sorride e da come gli fa piacere venire a sedersi vicino a te per chiacchierare un po'. Certo guadagna un sacco di soldi, lo chiamano per consulenze da tutte le parti, per aprire nuovi ristoranti, per addestrare personale. L'altro giorno uno yankee di passaggio, proprietario di una decina di pizzerie nel New Jersey, forse abituato alle mappazze che gli americani chiamano pizza, gli ha chiesto come facesse a fare una pasta "so soft and crispy" e quando lui gli ha detto quanto gli offrono come consulente per risolvere queste situazioni, è quasi svenuto. Adesso i proprietari del Parami Pizza, gli fanno aprire altri due ristoranti a Yangon, siamo proprio in pieno boom. Intanto lo chiamano dagli Emirati, da Istambul, dall'Arabia Saudita, si sa la cucina italiana è molto popolare nel mondo. E lo chiamano continuamente anche qui, i clienti per complimentarsi, dalla cucina, per il tocco finale e tutte le ragazze in sala, che per la verità lo guardano con quell'occhio languido che significa tante cose. Ma il suo sogno è quello di aprire un locale tutto suo, magari proprio qui in questa città così difficile da vivere, ma dalle gigantesche opportunità, oppure in qualunque altra parte del mondo che poi alla fine è così piccolo. Andatelo a trovare Checco se passate da Yangon, una pizza così la mangerete raramente, ma soprattutto conoscerete lui, uno dei tanti ragazzi che ti fanno sentire orgoglioso di essere italiano. Ciao Checco, buona fortuna e facci sognare.

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SURVIVAL KIT

Parami Pizza Restaurant - 11/C, corner Malikha st. - Parami Road- 7th quarter, Mayangone, Yangon- Proprio sul lago Inya. Ristorante di pregio, anche piuttosto costoso secondo i parametri birmani (sui 20 $) Pizze fantastiche, paste e altri piatti italiani con qualche occhieggiamento alle cucine d'oriente, obbligate, data la clientela. Aperto 7 gg dalle 7 a mezzanotte. Se ci andate in taxi da downtown cercate di evitare l'ora di punta, perché la strada da 10 minuti si allunga di almeno un'ora. (taxi 5000K)

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