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sabato 27 marzo 2021

Luoghi del cuore 114: I templi neri di Mrauk-U

I templi di Mrauk-U - Rakhine - novembre 2014


Ancora un ricordo della martoriata terra del Myanmar e di una sua regione remota e poco conosciuta, lo stato periferico del Rakhine, noto per una tragedia nella tragedia quella del popolo Rohinga, sottoposto dai buoni buddisti birmani, tutti ben solidali tra di loro, ad una spietata pulizia etnica. Questa regione nasconde tra le sue foreste le preziose gemme dei templi di basalto nero di Mruak -U, certamente una suggestione indimenticabile. Qualche giorno da queste parti rappresenta una esperienza che non può lasciare indifferenti e mi riporto volentieri a quel momento, di un'alba gravida di umidità, dalla quale emergono soltanto le cime degli alberi della foresta. La collina è una tra le tante dietro il paese, ma un po' discosta, la più alta e solitaria. La vegetazione è fitta, alberelli di foglie larghe e spesse, erba alta, arbusti e canne. Mya Than è avanti e, dopo aver lasciato la stradina che porta ad un gruppo di capanne isolate, prende un piccolo sentiero che sale deciso verso l'alto. Mi ha promesso un posto unico, di quelli da non dimenticare. Non piove più, ma il verde è ancora coperto di goccioline che scivolano a terra quando sfiori i rami più bassi. Bisogna farsi largo anche con le braccia, Dopo poco non vedi più niente intorno, tutto è sovrastato dal rigoglio della natura. Soprattutto stai attento a non prendere qualche spina e a non scivolare, mentre la salita diventa sempre più faticosa e la luce a poco a poco si affievolisce. La via però non è così lunga come sembrava, dopo una mezz'oretta di zig zag nel bosco, la guglia dorata di una piccola pagoda spunta già tra le frasche, ancora un piccolo sforzo poi, solo gradini antichi e sbrecciati, mattoni rossi corrosi dall'acqua e dal tempo su cui devi appoggiare il piede con cura per non smuoverli troppo. L'ultima parte della scalinata è più larga, ti fa intravedere come doveva essere stata pensata dal suo costruttore. Forse un tempo tutta la parte terminale del rilievo era ricoperta di mattoni e di scalinate per accedervi. Due grandi parapetti a foggia di serpente ne seguono ancora  l'ultima rampa, poi un largo spiazzo orizzontale che taglia di netto la cima della collina. Al centro lo zedi della pagoda, alto una decina di metri, presenza aliena nel bosco, con la sua liscia superficie dorata e il h'ti terminale, l'ombrello di metallo da cui pendono decine di campanelle. 


Templi di Mrauk U
Il luogo è deserto, nessuno arriva più quassù; attorno, tra i piccoli stupa che fanno corona alla costruzione centrale, non c'è più traccia di offerte, di incensi e dei piccoli lumi lasciati da fedeli premurosi. Le statue non sono avvolte da mantelli di stoffa, che mani osservanti pongono di solito a protezione della divinità  durante la stagione più fresca. Tutto appare abbandonato eppure ancor vivo, mentre giri attorno alla costruzione, poggiando i piedi nudi sulle piastrelle sconnesse. Il punto domina la vallata e ti puoi mettere tranquillo lungo la balaustra ad osservare lo spettacolo che sotto e di fronte a te si sta preparando. Una foresta verde scuro, fitta di alberi bassi, resa quasi lucida dalla pioggia recente, copre tutta la valle, punteggiata qua e là, su ogni piccolo rilievo o minima sporgenza, delle cupole nere di decine e decine templi, alcuni grandi e isolati, altri raccolti a gruppi come a farsi forza l'un l'altro, come piccole campane di pietra messe a segnare un territorio, a dimostrare presenza e fede. Qualcuno è circondato di bassa erba verde su cui indovini gruppetti di animali al pascolo, altri sono sul bordo di piccoli specchi d'acqua che gli avvallamenti del terreno hanno raccolto nel tempo, altri ancora rimangono avvolti dal verde, ne vedi spuntare solo le punte orgogliose, che pretendono attenzione. Le capanne di Mrauk U sono sepolte nel bosco e non vedi quasi traccia, tranne quelle affiancate alla strada principale, il centro ed il mercato sono fuori dalla vista, dietro una collina più alta. Indovini la presenza umana solo dai fumi che cominciano ad alzarsi tra le cime degli alberi. Sono i fuochi delle cucine che le donne, appena ritornate dai pozzi con i grandi contenitori di alluminio pieni di preziosa acqua pulita, hanno acceso in attesa di preparare la cena. 

Fuochi della sera
Intanto il sole scende tra le colline più lontane mentre tutto il cielo, variegato di nubi piatte, si incendia. La foresta è muta, senza rumori. Nell'aria, appena spira un refolo del vento della sera, senti il tintinnare del bronzo delle campanelle, l'unico fremito che non ti lascia solo di fronte a questo palcoscenico preparato solamente per te. Guardi il sole che scende dietro l'ultima collina, come ipnotizzato, fino a che l'ultimo barbaglio arancio non manda una residua lancia di luce, un rantolo di vita che sa di poter rinascere domani e quindi lascia questa scena con gioia. La luce scende di colpo, lasciando tinte rosa nel cielo che virano subito all'indaco e al viola. La foresta è già scura. Bisogna tornare in fretta, ripercorrendo i passi già fatti in discesa. Il percorso è breve, lo fai senza affanni, rimane anzi il tempo per fermarsi di tanto in tanto ancora un attimo a godere di quella vista grande, delle ondulazioni ormai nere del fondo, dell'orizzonte spezzato dalle guglie di pietra, dei ruderi abbandonati lungo la via. A metà strada, un antico tempietto in rovina, la cupola è crollata, rimane solo l'oscuro ingresso alla cappella, dove forse intravedi sul fondo il sorriso consapevole di una grande statua di pietra. Che fascino solitario quel cunicolo abbandonato tra le rocce coperte di muschio. Accendi la pila, basta superare la soglia e il piccolo corridoio segreto è lì col suo richiamo irresistibile. Da quanto tempo nessuno entra ad onorare il Buddha? Mya Than mi mette una mano sul braccio: "Meglio non entrare, tra le rocce solitarie fanno la tana i serpenti". Scendiamo in fretta, soprattutto guardando a dove si mettono i piedi.

Le colline di Mrauk U

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venerdì 6 gennaio 2017

Il genocidio dei Rohingya

da La Stampa


Mi dispiace davvero tornare su questo argomento, ma il fatto che anche i giornali italiani ne parlino in questi giorni (anche LaStampa di ieri), mi spinge a dire ancora due parole sull'argomento. In Myanmar continua la pulizia etnica dei Rohingya, di cui vi avevo raccontato a suo tempo, a dimostrazione che non ci sono religioni buone o cattive, ma soltanto consuete prevaricazioni di chi ha in mano il potere contro chi è minoranza che non si può difendere. Due anni fa ero nello stato birmano del Rakhine dove vive questa minoranza di quasi un milione di persone da altre un secolo, un paese bellissimo fatto di fiumi e di foreste. Erano stati deportati lì dal colonialismo inglese bisognoso di mano d'opera, dal vicino Bangla Desh, allora Bengala indiano e lì sono rimasti. Sono quasi un milione e vivono confinati in villaggi lager da cui è loro vietato uscire, non hanno diritti, documenti, nazionalità, né vengono riconosciuti in alcun modo. 

Sono classificati "clandestini" da eliminare in qualunque modo. L'esercito, sulla spinta popolare, li perseguita, brucia i villaggi e possibilmente li uccide. Persino i buoni monaci buddisti fanno cortei per invitare il governo a liberare il paese di quella marmaglia con toni e slogan ancora più violenti, se possibile, dei leghisti salviniani; insomma dicono e scrivono quello che i leghisti nostrani pensano soltanto, per ora. Questo a dimostrazione che non ci sono religioni buone o cattive, ma solo gruppi di prevaricatori e deboli da eliminare. Ed è facilissimo passare da una parte all'altra della barricata. La santa Aung San Suu Kyi, perseguitata da decenni dal regime, premio Nobel per la pace, icona della resistenza al potere tirannico della giunta militare, adesso che è al potere, ignora deliberatamente la situazione e mentre la pulizia etnica continua con centinaia di morti, stizzita non risponde alle domande che le arrivano da ogni parte del mondo, inclusa la petizione che le è stata rivolta da una dozzina di suoi colleghi Nobel o la loro lettera inviata all'ONU. 

Come è facile da torturato diventare torturatore, da perseguitato cambiare vestito e trasformarsi in aguzzino spietato. Nell'ultimo mese oltre 50.000 persone hanno cercato di fuggire attraverso il confine verso il Bangla Desh. Sono stati inseguiti, bombardati, bruciati e moltissimi annegati sui barconi si cui hanno cercato di fuggire. Eppure lì comanda il buddhismo, la religione del sorriso, della bontà, della com-passione, della non violenza a prescindere, quella in cui i buoni monaci sono capaci di immolarsi bruciandosi vivi pur di sostenere la giustizia e la pace. Ma nell'uomo c'è una tara inestinguibile di sopraffazione e di violenza, appena diventi tu il potere, ecco che c'è qualcuno su cui buttare le colpe del mondo per poterlo a tua volta sterminare in qualunque modo possibile, senza nessuna pietà, anzi agitando ottime ragioni per farlo. La foto del bambino annegato, emulo del piccolo siriano morto nell'Egeo qualche mese fa, commuoverà il mondo per qualche giorno, poi appena ci sarà qualche cosa di altro su cui puntare i fari dell'informazione, si penserà ad altro. Tutto passa in questo mondo, poi in nome delle religioni (tutte) si continua a perseguitare e a uccidere.


Per saperne di più






venerdì 12 dicembre 2014

Tramonti a Sittwe


Sittwe - Lokananda Paya


Sittwe - Uccelli
Ci sono due enormi alberi proprio verso la fine della polverosa Main road di Sittwe. Le loro cime superano quasi di poco la terrazza al quinto piano dello Shwe Thanzin Hotel, un albergo cinese piastrellato dalla testa ai piedi da cui puoi vedere di scorcio tutta la strada. Certo, anche se la balaustra di colonnine lucide è tutta cosparsa di cacche, rimane un punto di osservazione privilegiato, quando scende la sera e la palla dorata del sole scende proprio dietro la Lokananda paya, incendiando il cielo di rosso mentre lo zedi della pagoda lontana lancia barbagli dorati tutto attorno. Forse questo basterebbe come motivo sufficiente per salire fin quassù quando cala la sera, ma lo scopo vero è un altro. Anche se è ormai quasi buio, basta aguzzare un poco la vista e subito scorgi tra il fogliame lussureggiante di quegli alberi che hai proprio di fronte delle strane cose nere appese ai rami, a grappoli, come frutti abnormi di una flora da paesaggio infernale, quasi una fantasia di qualche affrescatore medioevale di chiese, intento a descrivere paesaggi di un mondo di pene e di macabri riferimenti a meritate punizioni per i reprobi. Guardando meglio, sembrano proprio galline appese per i piedi a testa in giù, nere come la pece, frutti affumicati di un negozio di materiali esotici. Intanto, si addensano tutto attorno svolazzando a stormi, migliaia di uccelli neri, corvi o taccole gigantesche, superdotate che svolazzano posandosi sui rami degli alberi vicini, ricoprendo di penne nere le grandi palme che stanno tutto intorno e che invaderebbero senz'altro anche la terrazza, come denunciano chiaramente le loro tracce escrementizie dei giorni appena trascorsi, se non fossero disturbati dalla nostra presenza. 

I pipistrelli di Sittwe
Almeno così sembra, perché man mano che cala il buio, i loro voli radenti e le loro strida assordanti si fanno sempre più vicini alla testa; non puoi non pensare agli Uccelli di Hitchcock. Quando il buio è quasi completo, gli scarni lampioni e le misere luci dei negozietti che si affacciano sulla strada emanano un debole chiarore giallo che a malapena consente di vedere i marciapiedi sconnessi; i corvi si fanno ancora più aggressivi e cominciano ad invadere i rami alti dei due grandi alberi. Allora i simulacri neri appesi a quei rami cominciano a muoversi dapprima lentamente, allargando prima una larga membrana scura, poi l'altra, infine contorcendosi come chi si stiri pigramente prima del risveglio completo, poi d'un tratto e quasi tutti contemporaneamente, queste gigantesche galline nere, lasciano la loro presa sul ramo e si lasciano cadere nel vuoto prendendo un volo strano e a balzelloni, incongruo per animali apparentemente così pesanti e sgraziati. Sono giganteschi pipistrelli frugiferi, che assicurano docili e assolutamente inoffensivi ancorché impressionanti, che vivono solo qui, su questi due alberi e quando cala la notte se ne vanno in cerca di frutti maturi da succhiare. Ad ali larghe arrivano quasi a un metro, è una bella impressione. Quando poi, scendi la ripida scaletta per riguadagnare la strada, è quasi cessato anche lo stridore dei gracchi, tocca a loro adesso dormire in questo strano condominio in cui gli abitanti si dividono le camere ad ore. 

Sittwe - Per chi ama le trippe di maiale
Certo arrivare a Sittwe non è facile, bisogna averne voglia, pure è l'unico punto di partenza per poter viaggiare nel Rakhine, lo stato più occidentale della Birmania, così isolato e diviso dal resto del paese da una catena verticale di monti. Lussureggiante e piovosissimo, più Bengala che Birmania, nella sua geografia e nei suoi abitanti che comprende anche una folta rappresentanza mussulmana, per nulla gradita ai pacifici buddhisti che per questo la emarginano decisamente, in particolare i Rohingya, poverissima e dannata minoranza della minoranza, arrivati al tempo degli inglesi e considerati clandestini e pesantemente discriminati e privati di ogni diritto (almeno così dichiarano loro) anche se sono lì da due secoli. Ma si sa, c'è sempre qualcuno più a sud nel mondo. Il Rakhine è rimasto così isolato, dalla assoluta mancanza di strade e dalle barriere naturali, tanto che in pratica ancora adesso ci arrivi solo in aereo, un bimotore della Air Mandalay che ti fa pagare per il biglietto un prezzo di assoluta affezione. L'aereo fa uno scalo a Ngapali dove qualche vacanziero approfitta della spiaggia e poi con un ultimo balzo sopra risaie, canali e bracci di fiume che dividono tra di loro mille e mille isolette, arriva a Sittwe, più paese che città, eppure capoluogo dell'intero stato. 

Sittwe - Alla spiaggia
La padrona dell'albergo, messa sull'avviso, viene addirittura a prenderci direttamente nello stanzone dell'aeroporto dove arrivano anche i bagagli. Da qui tutti cercano di scappare al più presto e invece la pigra cittadina che ancora non si misura con le orde di turisti che stanno invadendo il resto del paese, è piena di punti di interesse. Basta camminare un po' lungo la Main road, dove neppure i ciclorikshò ti importunano. Più o meno a metà, lo scheletro della vecchia torre dell'orologio, punto di riferimento che gli inglesi ponevano per identificare il centro, seguita poco dopo da quella nuova, costruita di recente in omaggio alla tradizione. Poco più in là, vicino al povero e polveroso, ma frequentatissimo dai ragazzi locali, museo, la grande Moschea, un edificio imponente e barocco, anche se scrostato e ricoperto dalla muffa del monsone. Non vi si può accedere; dopo i disordini di un paio di anni fa, l'edificio è stato preso in consegna dai militari che attualmente la occupano. Il soldato di guardia all'ingresso tra due cavalli di frisia, fa un cenno di diniego con la mano, anche se senza tanta convinzione, senza alzarsi dalla sedia, come fosse stanco di stare di guardia al bidone. Nella zona buddhista invece c'è un festival. 

Sittwe - Innamorati al View point
Di fronte allo Shwezedi Kyaung e al vicino monastero, un grande spiazzo di terra battuta è occupato dalle bancherelle della festa e dalle giostre per i ragazzini, tutte rigorosamente a mano. Frutta, fritti, griglie e quanto di solito è presente alle fiere di paese, ragazze che girano a gruppetti pavoneggiandosi nei vestiti nuovi, ragazzi che le occhieggiano sui motorini poco lontano mandandosi messaggini sullo smartphone. Bisogna però spingersi un po' più in là, sulla grande spiaggia per vedere tutta la gioventù della città radunata, coi piedi nell'acqua a giocare, a rincorrersi, a scherzare. La marea risale a poco a poco e guadagna centinaia di metri della lunghissima spiaggia piatta in poco tempo. I piccoli bar stanno al limite della battigia. In tanti ti salutano o vogliono farsi una foto con te da postare subito su FB. Omologazione ragazzi, il mondo sta diventando sempre più piccolo e se vai al faro al view point, anche qui il sole incendia le nuvole sopra il mare che da qui appare persino azzurro e sul molo le coppie di innamorati sono sagome nere identiche a quelle dei loro coetanei di tutto il mondo.


Offerte al tempio
SURVIVAL KIT

Uno scatto sulla spiaggia di Sittwe
Nella stagione delle piogge il Rakhine è inagibile, spiagge comprese. In alta stagione un paio di compagnie fanno il volo da Yangon (340$!!!!) spesso con tappa a Thandwe (una baracca su una strip di asfalto) per la spiaggia di Ngapali. Baracchino per il centro dall'aeroporto 1000K, ma se avete prenotato è facile che vi vengano a prendere e vi riportino all'aeroporto, incluso nel prezzo.

Hotel Shwe Thanzin - No.250, Main Road, Kyae Bin Gyi Quarter, Email: sittwe@shwethazinhotel.com 50 $ , ovviamente sproporzionati per questa qualità di albergo, ma non c'è altro e quindi ne approfittano. Tuttavia il personale è gentilissimo, come sempre. Questo (dalla terrazza) è comunque il punto migliore per poter assistere allo spettacolo del Bat Tree proprio di fronte. Colazione basica come le camere piccoline e se danno sulla strada piuttosto rumorose. Free Wifi. Da e per l'aeroporto incluso.  Si può andare a piedi in centro. Niente ascensore, scale ripide, attenzione.

Jama Mosque - Attualmente non è visitabile, si può fare il giro da fuori . sulla main road di fianco al Museo.

Rakhaing Cultural Museum - 2.000K - Non molto interessante, polverosissimo, con qualche costume delle minoranze, modellini dei templi di Mrauk U e modelli di acconciature.Se proprio avete un'ora da far passare. Sempre sulla Main road anche le due torri dell'orologio.

View point e vicina spiaggia. Si può andare con un baracchino 1000K. Per vedere il tramonto, abbastanza spettacolare dal faro. Ristorantini e bar vicini.



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