sabato 2 maggio 2020

Oasi perdute: Una rosa ad Ouarglà

Ouargla - Algeria - gennaio 1978
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Centinaia di chilometri verso sud lungo la pista per Tamanrasset, una delle tre direttrici che traversano il Sahara algerino, la strada era ancora un malandato e stretto nastro di asfalto che di tanto in tanto era seppellito dalla sabbia portata dal vento. Poi arrivavi a Ouarglà, una grande oasi che ancora non mostrava di sentirsi avvolta dal mare di sabbia e di pietre del grande nulla, che forse ha questo senso di vuoto soltanto per noi, uomini di altre terre, dove la vita è ancora rigogliosa e verde. Per chi abita qui, il deserto è soltanto modo di vivere, tranquillamente e senza angosce, forse soltanto un poco più lento e pigro a causa della temperatura. Uno spazio da traversare, dove la vita scorre come in ogni altro luogo tra scambi e commerci, datteri, sale o in altri tempi uomini, carne umana. In inverno poi, tutto questo non è più un problema e la vita prosegue normalmente, tra mercati, commerci, spostamenti. Ouarglà ha un passato curioso, al centro di un antico regno berbero sul quale aveva dominato una regina ricca e potente, mi pare si chiamasse Karanà.  Ma la cosa interessante è che la leggenda racconta una storia di questa regina, in tutto simile a quella dell'Alessandrino Gagliaudo che beffò l'invasore tedesco, l'imperatore Barbarossa. 

Infatti si dice che quando la città fu stretta d'assedio ed era ormai alla fame, la regina decise di utilizzare l'ultimo sacco di orzo rimasto per alimentare una capra fino a farla quasi scoppiare e quindi di mandarla con un ragazzino verso l'accampamento dei nemici, anch'essi a corto di viveri che subito la sgozzarono per mangiarsela, rimanendo tuttavia stupefatti alla vista del suo stomaco gonfio di pregiato orzo. Interrogato a tale proposito, l'ammaestrato ragazzino raccontò che in città c'erano ancora tante scorte da poter alimentare di orzo anche il bestiame. A questo punto i soldati, delusi, abbandonarono l'assedio per sempre. Strano topos ripetuto a così grande distanza, anche culturale. Comunque al di là dei fasti della regina Karanà, io ero invece rimasto colpito da un'altra delle ricchezze dell'oasi. Infatti nelle sabbie che circondano la città, c'è la più cospicua quantità  del mondo di strane formazioni cristalline che si formano attraverso l'erosione dei movimenti della sabbia, le rose del deserto, le più piccole delle quali affiorano addirittura tra le dune, come avevamo avuto modo di vedere arrivando da nord, fermandoci a camminare sulla superficie ondulata e rosea, raccogliendo i piccoli pezzi di pietra che quasi si sfarinava con le dita in forme di lamelle che si incrociano tra di loro a foggia di petalo. 

Ma bisognava scavare più in fondo anche due tre metri, per trovare le vere meraviglie. Infatti nella grande piazza centrale di Ouarglà, c'era il mercato di questi prodigi naturali. Banchi che ne esponevano a centinaia, dalle piccole pezzature a rosellina, ai grandi blocchi alti più di un metro, vere e proprie sculture prodotte dall'opera instancabile del vento. Comprai la più grande possibile, calcolando la necessità di doverla poi trasportare nel volo aereo di ritorno. Era di una bellezza e di una delicatezza straordinaria, una forma vagamente tetraedrica che si espandeva ai vertici con volute leggere che si attorcigliavano nelle tre dimensioni. La avvolgemmo con cura con una paio di rotoli di carta igienica, formando una specie di palla difesa dagli urti accidentali e la deponemmo con cautela in una grande borsa a mano che avrebbe provveduto a proteggerla nel viaggio di ritorno. Quando oggi ne accarezzo le forme ardite e spigolose, sento ancora di essere laggiù, con quel vecchietto avvolto in un grande e spesso mantello bianco, lo cheche che quasi gli copriva gli occhi e che non voleva mollare gli ultimi dieci diram per lasciarmi portare via il profumo asciutto del deserto.

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