martedì 12 maggio 2020

Oasi perdute 10: Douz e il Chot el Djerid

Sahara - Tunisia - gennaio 1978

L'oasi di Douz non è poi così piccola, ma è un vero e proprio avamposto di fronte all'immensità delle dune sahariane che da qui cominciano il loro allineamento verso sud. Il vento, quando c'è, spira quasi sempre da quella direzione, portando l'alito caldo di quella solitudine infinita, con le dune che sembrano onde continue di un mare che viene a frangersi contro la battigia delle palme. Un assaggio di quello che ti troverai davanti d'ora in poi. Ma Douz è anche il punto di partenza per il Chot el Djerid il grande lago salato al di là del quale ti aspetta l'Algeria con i suoi misteri profondi. Bisogna però traversarlo questo immenso lago dalle bianche visioni oniriche, statue di sale che puoi immaginare come viaggiatori freezzati da una divinità malefica, un Jin uscito dalle acque basse per scagliarti la sua maledizione. Dunque prosegui per qualche chilometro a nord fino a Kebili, dove comincia la pista e trovi qualche ragazzo seduto a terra davanti alle ultime palme prima della grande distesa bianco azzurrognola. Anche allora dunque, Yussuf stava lì in quel piccolo avamposto tra la sabbia ad aspettare qualche raro turista che avesse voglia di traversare in macchina il Chot-el-Jerid, al margine del deserto vero, l'ondulazione infinita di dune che vanno verso sud, quando anche le palme più misere e asfittiche non ce la fanno più, semplicemente rinunciano ad esistere e lasciano spazio alla sabbia e al nulla. Stava lì senza affanni, sicuro che tanto tu non ti saresti avventurato da solo in quell'infinito bianco di sale coperto da poche dita di acqua, ma saranno state poi sempre poche dita? 

L'inizio del Chot
Anche se una serie di balises ad un centinaio di metri le une dalle altre, segnalavano una sorta di via tra le acque, lui sapeva che lo avresti preso a bordo volentieri, non foss'altro che per avere la tranquillità di seguire la strada giusta e 80 chilometri sono tanto in mezzo a un lago senza vedere le sponde, altro che passerella di Christo! Ogni tanto, quando le ali di acqua si alzavano un poco  di più ,nonostante la velocità rimanesse sempre uguale e piuttosto bassa, chiedevi come per una sorta di scaramanzia - Andiamo bene Yussuf, siamo tranquilli? - Lui ridacchiava sotto il caffettano scuro e pesante con cui si proteggeva dal freddo pungente della notte e faceva di sì con la testa. A gennaio la notte è gelata nel deserto e nessuno pensa al riscaldamento. Viveva in una tenda berbera ai margini dell'oasi, un gruppo di palme misere e rinsecchite. Forse la famiglia governava un piccolo gregge di capre, ma lui si era inventato quel lavoro, un po' strano, il traghettatore di macchine a piedi. Saliva con te, ti rassicurava sulla direzione da prendere quando dirigevi con una certa titubanza il muso dell'auto verso la superficie bianca e piatta del lago e poi ti indicava la via, una sorta di terrapieno nascosto da pochi centimetri di liquido e tuttavia sufficientemente solido da sorreggere la vettura e permettere la traversata. La macchina avanzava come la prora di una nave, fendendo l'acqua bassa e sollevando una sorta di onda che si alzava dai due lati, lasciandoti l'impressione di galleggiare. 

Kebili, il Chot sullo sfondo
Certo dopo pochi chilometri l'essere lì da soli in mezzo a tutto quel sale che si raggruma in formazioni complesse, mentre l'acqua stagnante ti circonda in ogni direzione, dà un certo senso di precarietà. Sarà sempre solido il fondo o all'improvviso si aprirà una buca in cui sprofondare o il terreno sotto diventerà molle e limaccioso impedendoti di proseguire? Così la presenza di Yussuf ti rassicura e quando arrivi alla fine del cammino, superate le ultime concrezioni bianche, sculture immobili a guardia della impenetrabilità del resto del territorio, salta giù senza fretta, si prende il compenso pattuito e ti saluta con la mano mentre va a sedersi sotto ad un'altra palma, l'omologa della sua compagna dall'altra parte, ad aspettare che arrivi qualcun altro da traghettare in senso opposto. Chissà come avrà preso la sua primavera araba, Yussuf? Chissà se la rivoluzione dei gelsomini è arrivata tra le dune davanti al Chot o magari suo figlio avrà tentato con un altro tipo di traghetto la traversata a cercare una vita diversa da quella di suo padre traghettatore? Nel 1978 era troppo presto per immaginare un futuro di questo genere. Allora il deserto sembrava ancora una casa vivibile, bevendo thé alla menta e masticando datteri dolci davanti ad una tenda nera. Eppure il Chot el Djerid e l'oasi di Douz hanno anche un'altra storia nell'ambito della mia famiglia. Quaggiù infatti nel '43 l'aria era molto diversa. Gli alleati erano sbarcati in Marocco ed i fronti erano diventati due. Durante tutto l'inverno fu un susseguirsi di battaglie sanguinosissime e la Tunisia fu il teatro predominante, mentre la tenaglia degli alleati si stringeva sempre di più. 

L'oasi di Douz
A marzo anche Rommel abbandonò l'Africa mentre le poche decimante truppe rimaste si ritiravano quasi al confine algerino. Mio suocero Giuseppino, allora giovane tenente ventiseienne, che aveva scelto l'Africa invece della Russia perché soffriva il freddo, si trovò in quel maggio terribile con il suo gruppo a ripiegare dietro proprio il Chot el Djerid. Sembrava una postazione sicura, le guide locali avevano assicurato che il lago non si poteva attraversare. Una barriera larga quasi ottanta chilometri. C'era di che stare tranquilli per qualche giorno. La mattina dopo invece, i carri armati alleati erano lì davanti che cannoneggiavano. Anche in quella stagione infatti l'acqua del lago è alta pochi centimetri e la pista sicura che lo attraversa tutto è lì, basta saperlo. Dopo un ultimo furioso combattimento attorno a Mazzel si arresero l'11 maggio. Il 13, il comando alleato si arrese senza condizioni dopo la sconfitta di Enfidaville. I prigionieri furono avviati in Marocco per la loro definitiva dislocazione. Per Giuseppino e gli altri superstiti, la guerra era finita. Tanti anni dopo, dunque ripercorrendo consapevole i suoi sentieri, l'ho attraversato anch'io il Chot, con quella piccola utilitaria al posto del carro armato, un paio d'ore a fendere le acque che si aprono davanti a te come fosse la prua di un motoscafo. In fondo, lontano, nel tremolio del calore che rende l'orizzonte difficile da interpretare, dopo l'infinito specchio bianco di sale, qualche bassa altura, forse proprio quelle dove Giuseppino e i suoi stavano tranquilli ad aspettare i carri che non sarebbero mai dovuti arrivare.



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1 commento:

Diego ha detto...

molto magro...

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 111 (a seconda dei calcoli) su 250!