giovedì 30 luglio 2026

Pam 32 - Il lago Karakul

Verso il passo Hushang - Pamir - giugno 2026

 

Il cimitero kirghiso
Mi sono svegliato molto presto questa mattina e sono subito fuori intorno alla nostra casa con la macchina fotografica al collo. La mattina presto è una delle ore magiche per gli scatti, questo lo sanno tutti ed in effetti l'aria è tersa e la vista si spinge fino alle montagne più lontane. Purtroppo nella direzione ad est verso la Cina, ci sono un po' di nubi sparse che impediscono la vista di due dei più alti picchi del Tien Shan. Chiedo alle ragazze che girano intorno per preparare le colazioni e sono tutte indaffarate, ma evidentemente non riesco a farmi capire. Grandi sorrisi e inviti a rientrare che stanno per arrivare le uova fritte. Tanto per cambiare facciamo il pieno. Ci ritroviamo di nuovo con il gruppo di viaggiatori che abbiamo conosciuto ieri. I ciclisti che stanno preparando i muscoli, gli altri che la prendono calma, tanto il tempo c'è e non bisogna affannarsi troppo. Alla fine si parte. La strada appena fuori della case diventa subito una traccia sassosa e sale verso l'alto seppure lentamente in una cornice di bellissime montagne brune. Dopo pochi chilometri arriviamo ad uno dei cimiteri kirghisi di Murghab. Lo spazio è circondato da un muracciolo che racchiude una serie di tombe sparse alla rinfusa, la maggior parte identificate da una sola scheggia di roccia piantata del terreno; quelle invece che racchiudono probabilmente le tombe delle famiglie più importanti, sono delle vere e proprie costruzioni di mattoni crudi che formano una sorta di casetta dalle pareti forate attraverso le quali si intravedono piccoli cenotafi interni. 

Sconfinamenti
Ne incontreremo diversi da qui in poi, di differenti dimensioni, alcuni con costruzioni ancora più imponenti, cosa per la verità curiosa, rispetto alla povertà ed alla struttura semplicissima delle normali case di abitazione. Infine dopo una trentina di chilometri, dove continuiamo a guadagnare quota, raggiungiamo il confine cinese, segnato da un reticolato fitto che si stende a perdita d'occhio. Deve essere di posa recente perché sia il filo spinato che la palificazione appaiono come nuovi di zecca e non ci sono tracce di ruggine. I fili, ben robusti, sono disposti molto vicini tra di loro, e non è che si possa scavalcare con facilità, qui ci vorrebbero eventualmente robuste pinze tagliaferro, ma non è questa la nostra intenzione, eh, che si sappia chiaramente, anche perché passati di là sembra ci sia una sorta di  terra di nessuno di alcune decine di chilometri dove se ti beccano, non è che ti chiedono da dove vieni e cosa stai facendo lì. Comunque mi sembra che per tranquillità ci sia un certo numero di telecamere disposte di tanto in tanto, solo per controllare ben si intenda. Io tanto per fare una cosa sicuramente illegale sporgo un braccio al di là del reticolato, così, tecnicamente sono stato, almeno con una parte del corpo, al di là del confine e pure senza documenti, ma spero non sia cosa così grave. Intanto qui intorno è pieno di marmotte sibilanti che corrono al di qua e al di là del confine senza mostrare documenti di sorta a nessuna guardia  di frontiera, dunque chiuderanno un occhio anche con me, almeno spero. 

Tiziana al passo
Alla nostra sinistra invece scorre una catena laterale del massiccio del Pamir che si chiama Muzkol range della quale si notano le vette più alte che ci sono vicine solo pochi chilometri. Il Pik Dvukhglavny è il più prossimo, ma i suoi 6148 m. non fanno neppure troppa impressione visto che noi siamo molto vicini ai 4500, che volete che siano 1600 metri di dislivello, praticamente ci si potrebbe andare in giornata, eheheheh, prova, direte voi. Appena dietro, forse non si riesce neppure a scorgere, ma consultando la mappa è a meno di 5 km in linea d'aria dal primo, troneggia il Sovetskikh Ofizerov di 6233 m. Intanto diamo un'occhiata all'altimetro che segnala il superamento dei 4500 e dopo pochissimo mentre la strada sale ancora, compare il conturbante cartello che segnala che siamo arrivati al famosissimo Hushang pass (o Ak Baytal pass) di ben 4655 m. secondo alcuni il secondo passo carrabile del mondo. Il cartello è quasi completamente ricoperto di adesivi lasciati dai viaggiatori di passaggio che amano sottolineare in qualche modo la propria impresa. Per la verità ricordo in Tibet un passaggio ad oltre 5000 m. Ma giustamente ognuno cerca di magnificare quello che si trova in casa. Il paesaggio è spettacolare e la quota si avverte anche nell'ambiente circostante, dove sempre più spesso compaiono chiazze di neve che non riescono a sciogliersi. 

Il passo
La strada è diventata piuttosto fangosa, come se si trattasse di permafrost che via via cerca una sua diversa densità col calore del giorno che aumenta ed ai bordi si sono formate due alte trincee di qualche metro di altezza in cui affiorano tracce bianche, probabilmente calcaree. Fa freddo e poi, dopo le foto di rito, visto che c'è addirittura qualcuno che ha preparato una specie di grande cuore col fil di ferro che guarda la valle, dove chi vuole, scende dalla macchina e se ce la fa a respirare, va a farsi un selfie, scendiamo pian piano godendoci lo scenario delle cime bianche alla nostra sinistra e di quelle un po' più basse a destra dove la neve cerca disperatamente di resistere allo scioglimento, rimanendo ancora in piccoli mucchietti che punteggiano le estremità delle cime come si si trattasse di un particolare tappeto a pois bianchi, inventato da un moderno designer. Ancora qualche chilometro, durante i quali la macchina sembra arrancare non poco, forse per la mancanza di ossigeno, forse per le obbiettive difficoltà di procedere su questo terreno morbido ma sassoso, e poco più avanti a 7/8 km dalla pista, sempre sulla sinistra ecco quello che dovrebbe essere il Severnyi Muzkol di 6128 m. Pensate che noi intanto siamo saliti così in alto che questo spunta dalla valle solamente per un migliaio di metri o poco più! Sembra davvero impossibile ma è così.

Neve
Attorno lo spettacole appare come veramente estremo, forse il più emozionante che abbiamo visto fino ad oggi nel Pamir, ma accidenti, ogni giorno mi accordo di dire la stessa cosa, quindi evidentemente o sono io che non riesco a controllare la mia capacità di giudizio, oppure la scarsità di ossigeno della quota crea difficoltà di concentrazione alle mie già flebili capacità cognitive. Di qui in poi la strada scende decisamente lungo una valle larghissima e grigia, con la sua parte più infossata percorsa da un reticolo di piccoli corsi di acqua che la trasformano in una sorta di pantano dove qualche yak isolato pascola con le zampe piantate nel fango. Da questa parte del passo evidentemente le precipitazioni sono più abbondanti perché si scorgono sempre più frequentemente piccoli specchi d'acqua paludosa che riflettono le cime circostanti. Poi finalmente, lontano in quella che sembra una vera e propria pianura a 4000 m. ecco apparire la sottile lama blu indaco del lago Karakul. Una gemma di zaffiro incastonata nella piana verde e smeraldina. Questa pietra preziosa è in assoluto una delle visioni più magiche di questo itinerario. Quando appare questo bagliore blu, lontano sotto la corona di montagne bianche dello sfondo, non capisci subito di cosa si tratta, potrebbe, in sintonia con questo deserto di altura, essere un semplice miraggio che si manifesta agli occhi stanchi e feriti dal sole forte della quota, come l'acqua desiderata a cui abbeverare il proprio destriero; una morgana ingannatrice propria dei paesaggi estremi di una natura che non si rassegna ad essere vinta da estranei che traversandola, ne violentano la sacralità.

Neve
Come può essere possibile che a quattromila metri, ci sia una enorme superficie di acqua immobile che aspetta il viaggiatore stanco ed forse in cerca di un punto dove sostare? Eppure, man mano che la strada perfettamente rettilinea si avvicina, ecco che quella lamina sottile si allarga a poco a poco, diventa una distesa amplissima, della quale non riesci neppure a scorgere il limite lontano, mentre in profondità si allarga fino a nasconderti quella che è la sua riva opposta, intanto che il suo colore, che a tutta prima vorresti dire innaturale, si appropria del tuo sguardo in maniera ipnotica e pervasiva. Un blu perfetto, quello che i gemmologi chiamano a manto di Madonna, ricordando le invenzioni di Antonello da Messina e dei suoi successori. Un colore pieno e perfetto che non sai neppure definire, solo rimanere muto ad ammirarne l'intensità uniforme. La superficie è assolutamente immobile; tutto sembra quasi una finzione scenica, anche perché le sue rive sono assolutamente deserte e non riesci a scorgervi tracce di vita. Poi man mano che ti avvicini, le sue dimensioni sono talmente grandi, da questa parte la riva corre per oltre trenta chilometri, scopri che vicino alla riva, dove l'acqua rimane presumibilmente meno profonda, il colore si muta gradualmente con una scalarità che attraversa tutto il pantone conosciuto e che da quel blu profondi si trasforma, nei pressi della riva, in un verde smeraldo che hai già visto solo in certe acque cristalline dei tropici. Che spettacolo straordinario! Le montagne che fanno da corona completano il quadro. 

Il lago ad oriente
A sinistra si possono vedere i 7000 del Picco Lenin e del Picco Avicenna, mentre a destra, se non ci sono nuvole si riescono a scorgere i 6600 m. del Gora Kurumdy, proprio sull'incrocio delle tre frontiere di Tajikistan, Kirghizistan e Cina. Il lago Karakuk, che nella sua lingua di origini turcomanne, significa Lago Nero, nome che da solo ne accentua il mistero che la sola vista solitaria racconta, perché probabilmente nelle condizioni di luce più estreme della sera, le acque assumono una tinta talmente profonda da apparire come tale. Tra le sue caratteristiche molto particolari, si annovera il fatto che sia stato formato dalla caduta di un meteorite, circa 5 milioni di anni fa, inoltre ha una fortissima salinità che lo rende praticamente privo di fauna ittica ed inoltre non ha emissari ed è alimentato da tre fiumi e da sorgenti sotterranee, visto che qui la piovosità è scarsissima. E' diviso in due parti, quella orientale, formata dall'impatto, arriva ad oltre 200 metri di profondità, mentre quella occidentale che è divisa da  una penisola ed un'isolotto, non arriva a venti. D'inverno la temperatura è talmente estrema da formare una calotta di ghiaccio di un metro di spessore. Si può dire che l'impatto visivo, dovuto anche all'ambiente circostante è assolutamente unico e basta fermarsi in punto punto qualsiasi della strada e girare l'occhio all'intorno per rimanere colpiti da un paesaggio così primordiale e assoluto, si può dire da creazione del mondo. Mentre siamo fermi, quasi senza parole, due oche  siberiane si levano in volo e si dirigono verso l'altra sponda del lago. Noi rimaniamo a guardarle, vinti da un senso di grandezza incompiuta ma incomparabile. 

Lago Karakul


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Reticolati





mercoledì 29 luglio 2026

Pam 31 - Viaggiatori del mondo

Murghab - Pamir - giugno 2024

 

Ci sono luoghi nel mondo che sembrano avere una caratteristica nascosta capace di attirare a sé un certo tipo di persone. Tutto questo accade quasi automaticamente senza che ci siano notifiche particolari e passaparola che creino il meccanismo di aggregazione. Tutto avviene come per una sorta di magia inespressa, come per quei punti del pianeta dove passano linee di forza che per chi ci crede sono capaci di suscitare particolari atmosfere. La guesthouse Ergali di Murghab è uno di questi luoghi. Pare che in qualunque giorno voi arriviate qui, mentre i due anziano proprietari si fanno in quattro per farvi scaricare le valigie e per consegnarvi una stanza, facendovi strada in un ambiente ancora decisamente sovietico, da Asia centrale, vi accorgerete immediatamente che la pensione è popolata da un una tipologia di persone che hanno caratteri decisamente in comune tra di loro, benché siano persone che arrivano da tutte le parti del mondo. Quando siamo arrivati noi italiani, c'erano, americani, cinesi, portoghesi, tedeschi e altri naturalmente sparpagliati nei vari ambienti, oltre naturalmente alle etnie locali, accompagnatori e autisti, gente apparentemente molto diversa tra di loro per età, nazionalità e anche per altre cose certamente, ma con una caratteristica assolutamente comune e subito visibile. 

Erano tutti veri viaggiatori, persone con le quali se vi sentite come noi dei semplici turisti, anche se di categoria diciamo pure, avanzata, cosa che mi picco indegnamente di essere, ti puoi sentire anche a disagio. Tutta gente per intenderci, che viaggia senza il biglietto di ritorno in tasca, che questo a mio parere è il marchio reale dell'autentico viaggiatore, intendo quello che ha in mente un itinerario di massima e parte senza sapere bene dove e quando arriverà, in quanto il suo sentire è il viaggio in sé non la meta finale o il tempo che ci vorrà per raggiungerla. E' la strada che si percorre la vera essenza del viaggio e gli incontri che ti accadono lungo la via, quello che arricchisce veramente la tua esperienza finale. Certo ci sono anche cose meravigliose da ammirare al passaggio, per carità, chi può negare che ti possa dare emozioni intense il fermarti ad ammirare il Colosseo, il ghiacciaio Perito Moreno, le fortezze della Sogdiana, tuttavia penso di non dire cose peregrine affermando che non c'è nulla come lo scambio di esperienze, l'assorbire le sensazioni delle genti che incontri, l'emozione del pensiero di chi ti ha preceduto e le sue motivazioni, lungo questo cammino, che possano dare un senso di ineguagliabile completezza al mazzo di cose che ti porterai a casa dentro di te e non nella valigia o nella scheda elettronica della tua macchina fotografica.  

Già io da un lato aspirerei appartenere a questa tipologia in generale, ma nella pratica non mi è mai stato quasi mai possibile percorrere i cammini del mondo con questa specifica filosofia. Obblighi vari, necessità di tempo e di budget, mi hanno sempre costretto a programmare, programmare sempre con una precisione il più possibile vicina all'effettivo, per far coincidere la fine dell'esperienza al momento in cui la scaletta si avvicina al portellone dell'aereo che ti riporta a casa. Peccato vero? Così i grandi raid di mesi, lungo le strade del mondo, sono rimasti da sempre solo per me, esercizi di fantasia e il mio stupore ed il mio entusiasmo diventa grande, quando mi capita di avvicinarmi a persone che invece fanno di queste cose la loro normalità di vita. Vi ho già parlato del ciclista Sikh e dei motociclisti italiani incontrati nel Wakhan, ma ecco che anche qui, nella grande sala dove aspettiamo che ci venga servita la cena, piano piano si radunano gli ospiti della nostra guesthouse e si comincia a chiacchierare in libertà a scambiare idee ed esperienze. A me non rimane che ascoltare, spesso quasi a bocca spalancata, al limite fare domande per avere spiegazioni e informazioni, che mi possano, non si sa mai, divenire utili prima o poi, tanto data l'età che fa premio, mi ascoltano tutti con un certo rispetto anche se dico banalità. E, se vogliamo essere sinceri, forse è davvero questa la vera anima di questa città fuori del mondo. Per lunghi secoli questo è stato uno dei luoghi di incontro per i mercanti della Via della seta, per pellegrini, esploratori e viaggiatori provenienti da tutte le parti del mondo allora conosciuto. Oggi i cammelli non trasportano più le merci da un mercato all'altro e hanno lasciato spazio a biciclette, moto, fuoristrada e grandi camion sbuffanti e polverosi, ma non è cambiato lo spirito del viaggio. Cambiano i mezzi, cambiano gli anni, ma non cambiano le persone che continuano a cercare lungo queste montagne estreme, qualcosa che va molto al di là della meta finale. Intorno a questa strada si continua dopo secoli a cercare l'incontro, la scoperta e il senso assoluto del viaggio.

Subito ho notato una signora sui 50, dal fisico piuttosto strutturato, gambe muscolosissime e respiro lento, che è arrivata con noi alla struttura, in bicicletta, affardellata anche con un certo carico. E' una portoghese che ama muoversi per il mondo pedalando e senza porsi troppi limiti di tempo. Si è fatta, tanto per farvi degli esempi, in otto mesi, l'America latina dal Perù fino alla lontanissima Ushuaia, nella Terra del fuoco e l'anno prima dal Marocco a Città del Capo, senza negarsi una esperienza dall'Etiopia al Botswana. Percorsi non troppo semplici mi sembra, tanto che nella mia ingenuità, le chiedo se non abbia avuto problemi per la sicurezza, viaggiando in luoghi remoti come quelli, e per di più come donna e da sola. Rimane stupita della mia domanda e mi dice che non ha mai avuto alcuna sensazione di insicurezza, anzi è sempre stata circondata da una grande simpatia e da offerte di aiuto da parte di tutti quelli che ha incontrato in ogni parte del mondo. Per la verità solo a casa sua in Portogallo si è trovata una volta a mal partito, ma poi è finita bene. E' abituata a lavorare saltuariamente nei ristoranti, poi raggranellato quanto necessario, parte per un nuovo itinerario in giro per il mondo. Qui sta facendo tutto il giro dell'Asia centrale e conta di stare in giro ancora un paio di mesi, anche se mi dice che sta trovando la strada del Pamir un po' faticosa. Prima di salutarmi mi lascia con una considerazione che mi è rimasta impressa. Sorridendo mi dice: - Il mondo non è mai cattivo, anzi è molto meglio di quanto non si racconti nei notiziari televisivi. Bisogna scoprirlo coi propri occhi e questo si può fare solo viaggiando. Qui la gente non è certo ricca e vive una vita difficile, ma possiede cose più preziose del denaro: umiltà, gentilezza e una straordinaria ospitalità -. E' proprio così, più giri il mondo e io un poco posso dire di averlo fatto, e più ti accorgi che, nella maggior parte dei casi, la diffidenza nasce solo dalla distanza e dalla ignoranza, mentre la sola conoscenza reciproca genera rispetto, amicizia, fiducia. Questo è il dono che il mondo fa al viaggiatore (anche se è solo un turista, magari se si ferma un attimo a pensare), non soltanto ti dà conoscenza, ma cancella quei muri invisibili che distanza e pregiudizi costruiscono tra le persone. 

Oggi ad esempio, si è fatta quasi 70 chilometri a 4000 metri per arrivare fin qui dove sapeva ci fosse un buon punto di sosta, perché di norma non ne fa più di una quarantina e poi dorme in tenda e oggi voleva riposarsi un po'. Stupiti? Ma ecco vicino a noi i quattro tedeschi che abbiamo incontrato alla moschea. Sono due coppie di settantenni di Amburgo che girano su una vecchia Volkswagen che ha visto di certo tempi migliori e sono in giro da circa tre mesi e vorrebbero andare in Vietnam, tanto per dire, con calma però, tanto a casa non c'è nessuno che li aspetta. Una ragazza cinese invece, è da sola anche lei (ma quante ragazze sole che girano per il mondo senza paura) e sembra un po' stranita e da quanto dice non è che sa bene dove vuole andare. E' partita da Pechino e viaggia verso ovest, poi si vedrà. Una ragazza americana invece, viene dall'Alaska e lavora all'Ambasciata a Dushambé e approfitta del tempo libero per girare per il paese. Ne approfittiamo per sentire il suo punto di vista da un angolo privilegiato e particolare, ma dal quale si possono capire molte più cose di quanto non possa fare un semplice turista di passaggio. Anche sul suo paese si lascia un po' andare, ma visto che dove lavora, sembra che sia meglio a stare attenti come si parla. Alla fine esce con le amiche e va alla vicina banja, il bagno turco in stile russo, per ristorarsi un po'. 

Lo scambio di informazioni è intenso e io cerco di carpire il possibile, tutto quanto possa anche lontanamente servirmi per i miei tanti progetti futuri. Certo la maggior parte di questi, per ovvi motivi rimarranno chiusi nel cassetto dei sogni, ma sognare in fondo non è peccato, non vi pare? Certo incontrare tante persone diverse e così interessanti che arrivano da queste parti è una fortuna e al tempo stesso un privilegio, ma non è tutto, ci vuole sempre anche qualcos'altro. Bisogna avere anche la fortuna di trovare la persona giusta che ti accompagna in questa scoperta. Perché una buona guida locale non si limita ad indicarti le direzioni, trovare sistemazioni e ristoranti e neppure a raccontare solamente qualche fatterello storico, ma diventa lui stesso un ponte tra te che percorri il suo paese e quanto ti circonda. Attraverso le persone che conosce lungo la strada e la fiducia che sa ispirare, ogni villaggio cessa di essere soltanto un nome che presto dimenticherai, ma te lo farà diventare un luogo vivo e presente nella tua memoria. Al termine del tuo viaggio non avrai così conosciuto solamente una nazione perché ne hai attraversato le montagne per una via impervia, ma rimarrà dentro di te soprattutto grazie agli uomini e alle donne che ci vivono e con i quali sei venuto in contatto.  Intanto che medito su queste cose, ci servono la cena, assai ricca rispetto al solito. Insalate varie, una minestra, riso, purea e se non son buone le patate qui a quattromila metri ... E poi ancora samosa ripieni all'indiana, ma niente affatto piccanti, e un sacco di dolcini e frutta secca, che alla fine non finisci mai di piluccare. Diamo un'occhiata fuori, magari per fare un passeggiata notturna, ma fa piuttosto frescolino, direi che la temperatura attesa per questo altopiano spazzato dal vento gelido durante la notte è un po' quello che ci si doveva aspettare. C'è parecchia gente comunque qui intorno anche alla sera. Si parla un po' di tutto ma la sensazione è che la gente qui goda di una certa indipendente extraterritorialità. Certo qui siamo in Tajikistan, ma queste sono terre remote dove i confini sono cambiati mille volte nei secoli passati e qui, al limite ci si sente Pamiri, con caratteristiche comuni anche se di etnie limitrofe. Qui, diciamo pure la verità, contano solamente le catene di montagne senza nome che ci circondano, i pascoli e le strade che li attraversano. I regimi, le politiche, regnanti e imperatori, vanno e vengono, arrivano, piantano bandiere e emettono proclami, ma poi alla fine se ne vanno, se ne tornano in pianura, perché qui resistono solamente gli uomini veri dell'altopiano, sempre gli stessi, qualunque sia il governante del momento. 


E' gente speciale, dura e resistente che sa vivere in sintonia con la montagna, in compagnia di yak e di mandrie di pecore, e che è sempre riuscita a farcela, anche quando ci si riscaldava solo con gli escrementi di yak e di elettricità non si sentiva neppure parlare, spostandosi in sella e raggiungendo le valli basse in giorni e giorni di marcia. Quindi tranquilli, genti che arrivate fin quassù, bardati di tutto punto e girate lo sguardo intorno stupiti di tanta bellezza o spaventati per questo spettacolo a voi inusuale, con oggetti misteriosi e tecnologia di avanguardia, con auto robuste e cariche, con quattro ruote motrici, con le quali traballate lungo la strada, alla fine ve ne andrete come siete venuti e noi continueremo a vivere tranquillamente qui come facciamo da migliaia di anni, spostandoci da un pascolo all'altro fino a quando l'erba crescerà ancora e ci saremo ancora, anche quando voi smetterete di venire. Il lupo continuerà ad ululare e le aquile voleranno ancora in questa aria fina. Qui intanto la notte sta scendendo; esco fuori per misurarmi con questo cielo alieno che ti dà la sensazione di poterlo toccare, tanto è vicino. L'aria è diventata pungente e la luce è scesa a poco a poco. La corona di montagne che la posizione un poco elevata ti fa apprezzare in un orizzonte decisamente più vasto, sta uniformando il suo colore di minuto in minuto. Solo un'ora fa potevi vedere i contrafforti delle colline più vicine ancora verdi per i magri pascoli che ingiallivano man mano che si alzavano verso le cime arrotondate, al di là delle quali rocce di ogni tipo scandivano le quinte della valle. 

Il padrone
Bozzi marroni e rosati, fenditure verticali di calanchi grigi, frutto dello scavare della poca acqua che arriva dal cielo, scabri precipizi più scuri, quasi viola e poi sopra ancora le cime che si innalzano di colpo in un cerchio dal bordo seghettato da una miriade di piccole vette senza nome, completamente coperte dalle nevi, compatte, bianche ma sfumate di azzurro, lucidissime e tali da non poter distinguere dove sia ghiaccio vivo e dove neve morbida appena discesa. Ebbene tutto questo caleidoscopio continuamente cangiante, si è spento ormai ed una coltre nera di velluto scuro ha coperto ogni cosa appiattendone l'aspetto e trasformandola in una landa sconosciuta e inquietante. Il cielo è senza stelle e neppure la luna, con la sua presenza complice ed amica, è comparsa. Sono avvolto dall'oscurità piena di questo mondo antico che risuona di storie lontane, di fantasmi e di geni maligni. Vicino a me il vecchio padrone della guesthouse, è seduto e si accarezza la lunga barba nera. Mi sorride, complice, come se comprendesse i miei pensieri, come se volesse dissipare i miei dubbi, le mie paure di anziano al suo pari, forse addirittura più di lui, condividendo una consolazione tra uomini uguali, se pur apparentemente così lontani, ma nella realtà uniti da una stessa appartenenza umana. Non abbiamo detto niente, non abbiamo, credo, un linguaggio comune, ma il contatto è andato al di là delle parole. Tiro su il bavero della giacca a vento, per ripararmi dai soffi velenosi e gelati che arrivano da ovest e rientro nel silenzio ovattato della notte; lascio le scarpe all'ingresso come si usa da queste parti e trovo la strada sugli spessi e caldi tappeti colorati, fino alla mia stanza, in attesa dell'arrivo del nuovo giorno.




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Mercato di Murghab






martedì 28 luglio 2026

Pam 30 - A Murghab

La moschea di Murghab - Pamir - giugno 2026

Il macellaio di yak
Di certo questa strana città continua a stupirti man mano che la attraversi. Tutto ha il senso del provvisorio ed è disposto in modo da enfatizzare la sua natura commerciale, mantenuta in piedi esclusivamente dalla volontà di scambio di cose, di merci, di interessi. Lo stesso turismo che ormai ha una parte importante nello sviluppo urbano, contribuisce in maniera determinante a ingrossare la popolazione cittadina, aumentando il numero dei locali e delle guesthouse, con i suoi bisogni e le sue necessità, delle quali nessuna può essere soddisfatta da materiali prodotti in loco, per cui ogni cosa, per mantenere in piedi questa giostra di cui vivono migliaia di persone, deve essere fatta arrivare da lontano, cosa che porta qui continuamente altri mezzi, altra gente, altre derrate. In effetti, nel mercato trovi più o meno tutto, dai succosi cocomeri, alla frutta, banane incluse, pannelli solari assai utili perché qui l'energia è merce preziosa, a tutte le varie carabattole in plastica di provenienza cinese a costi accessibili, assieme a tessili di ogni tipo. Insomma un mercato la cui stranezza è data dai container che le contengono, piuttosto che dalle merci esposte. Gli unici negozi per così dire locali sono le macellerie che espongono grossi tagli di bestie appena macellate. Una grande yurta all'incrocio tra due strade, le chiamo così anche se si tratta solamente di viottoli fangosi, visto che a queste quote l'asfalto è cosa rara e delicata, vende solo carne di yak, con il bancone completamente occupato da un quarto dell'animale, mentre altre frattaglie, testa e zoccoli, sono impilate dall'altra parte, il quinto quarto invece, assieme a diversi tagli già sgrossati sono appesi a ganci che scendono dal soffitto. 

Gelato CCCP
E carne piuttosto scura e dall'apparenza coriacea, anche quando l'ho mangiata mi è sempre sembrata tenerissima, probabilmente è una questione di cottura. Comunque il prezzo oscilla attorno agli 8 € al kg. che considerati gli stipendi che ho sentito, non è pochissimo. Il macellaio, un tajiko impegnato a suddividere pezzi, con grandi colpi menati dall'alto con un coltellaccio a mannaia ben affilato, appare piuttosto burbero e poco disposto a darmi corda, men che meno sembra gradire foto e smancerie varie, per cui mi allontano alla chetichella senza troppo insistere per non urtarne a sensibilità. Mi è sembrato molto vicino, in quanto a rudezza del carattere, al macellaio del mio paese che tuttavia, anche se ha questo difettuccio che certo non serve ad avvicinare i clienti, spaccia carne buonissima ed a ottimo prezzo, per cui, soprassedendo sui difetti, gliela comperiamo lo stesso volentieri. A questo punto, girolando per il  mercato ecco che ad un angolo compare quella che senza dubbio è una gelateria, cioè un negozio che vende gelati confezionati, con i suoi bei tavolini e pure gli ombrelloni, visto che qui il sole brucia. Tra le marche offerte ce n'è subito una per me irresistibile, gelato al pistacchio CCCP, verde come l'aglio che più verde non si può. Comprato immediatamente, si tratta di un classico gelato a stecco un po' storto, si sarà certamente sciolto e ricongelato più volte, ma piuttosto buono e cremoso come da tradizione sovietica. 

Dal gelataio
Ricordo ancora con grande nostalgia quelli che vendevano a Mosca agli angoli delle strade, delle vecchie babuske sorridenti, sedute su seggiolini di legno anche a febbraio con -20°C sotto zero, a fianco dei grossi contenitori che offrivano il Kvas. Bei tempi gli anni '90, per chi arrivava lì dall'estero. Qui, la gelataia, chiamiamola così, è invece un bel donnone sorridente coi denti d'oro come da tradizione, che ci porge i gelati con gran soddisfazione. Ci sediamo vicino e attacchiamo subito bottone, visto che lei chiacchiera con piacere. Chiarisce subito di avere quattro figli già grandi, tutti andati in città, capiamo subito che questo è il destino dei giovani in questo paese di frontiera e di passaggio, uno addirittura ha vinto una borsa di studio e studia all'università di Shanghai e le sta dando evidentemente grandi soddisfazioni, da come ce lo racconta. D'altra parte è un po' il sogno di tutti i ragazzi qui, poter andare all'estero a studiare e poi a lavorare per cercarsi un futuro con più opportunità e la Cina e la Russia (adesso questa un po' meno, perché rischi di finire invischiato in qualche trincea) sono sempre stati i paesi più attraenti. Però alla fine, stimolata su altri argomenti, dice che le cose negli ultimi tempi non stanno andando per niente male, almeno da queste parti, insomma quando gira il soldo, alla fine la gente è contenta e si vede. 

Il minareto
Infatti nel cortiletto pieno di tavolini, entra un sacco di gente, ragazze giovani vestite in modo assai moderno e spigliato, anche se sono poi molto timide e non ci danno confidenza più di tanto se pure buttano l'occhio e ridacchiano tra di loro. Diverse mamme coi bambini, con passeggini di lusso, che se ne vanno alla fine ognuno col suo gelato, insomma il business corre e tutti sono contenti. Intorno al mercato corrono le strade principali del paese e nel pomeriggio arrivano mandrie di yak a percorrerle, lasciando qua e là il ricordo del loro passaggio, per carità, tutta roba benedetta che raccolta e debitamente essiccata sarà tanto buon combustibile, utile nell'inverno venturo. Lontana, nella piana, più in basso e vicina al fiume, che porta lo stesso nome della città e che forma una serie di meandri complicati, che  finiscono per impantanare la parte più bassa della valle, c'è, isolata dal paese, l'antica moschea, forse uno degli edifici più datati della zona, costruita nello stile pamiro, simile a quella che avevamo già visto ad Alichur. E' una bassa costruzione quadrata che racchiude una grande ma semplice cupola centrale, con due tozzi minareti ai lati. La porticina è chiusa e non ci sono presenze attorno a cui rivolgersi. Guardando meglio la porta si riesce a forzare in qualche modo ed entriamo nel giardinetto interno e poi nella saletta di preghiera con una semplice nicchia bianca rivolta alla Mecca e un Minbar sempre bianco ma più ornato di disegni dorati. 

Lenin
All'esterno i muri di mattoni dipinti di bianco, che con la loro alternanza di vuoti e di pieni contribuiscono a formare i bei disegni comuni nell'Asia centrale, con le costolature ed i rilievi a disegnare decorative cornici, ripassate in un azzurro che le evidenzia maggiormente. Un angolo di raccoglimento davvero piacevole ed intenso, completamente privo di presenze umane, dopo la confusione del mercato. Arrivano anche quattro tedeschi piuttosto anzianotti, che vista la porta chiusa rinuncerebbero al tentativo di visitare il sito, ma noi li spingiamo ad osare, così entrano e poi escono contenti anche loro. Torniamo in città ed ecco all'ingresso, sull'incrocio delle vie che vanno verso Osh, troneggia un monumento particolare che racconta come queste zone abbiano conservato un mood, che in tutte le altre parti dell'impero ex sovietico è stato abbandonato da tempo, anzi direi proprio cancellato. Infatti ecco che sul suo bel piedistallo piastrellato, un tempo si diceva alla palladiana, troneggia orgogliosa una grande statua similmarmorea, più verosimilmente di gesso bianco ad imitare una provenienza carrarina, di Lenin, nella sua posizione standard di arringare alla folla con la mano destra alzata per enfatizzare il momento. 

Kirghizo
Insomma è chiaro che qui come in diverse altre parti dell'Asia Centrale, come del resto abbiamo potuto constatare nei giorni precedenti, non si è mai abbattuta la furia iconoclasta che ha attraversato invece il resto dell'impero, che di queste figure archetipe di ideologie del passato non vuole più sentire parlare. Qui invece mi sembra che un certo rimpianto, anche se non conclamato ufficialmente sia rimasto quantomeno nelle vecchie generazioni, in riferimento a tempi che, tutto sommato, da queste parti sono sembrati più tranquilli e che in molti casi avevano portato ad un miglioramento di condizioni di vita che all'inizio del secolo scorso erano decisamente più severe. A questo punto non ci resta che andare a posare i bagagli nella nostra guesthouse, che ci attende in un punto sopraelevato, una collinetta dalla quale puoi vedere la distesa di case bianche di Murghab ai tuoi piedi. Si vede subito che il livello è superiore a quanto abbiamo visto nei giorni precedenti nelle lande desolate dell'altopiano. Qui siamo sempre in una zona estrema, ma ormai sono abituati al turismo, essendo questo il posto di tappa obbligato per tutti e quindi quelle che all'inizio erano case adattate alla meglio, si sono strutturate decisamente in modo più moderno per accogliere ospiti di tutto il mondo. Gli interni sono ristrutturati, i bagni sono interni nei corridoi e le camere se pur mantengono lo stile locale con profusione di tappeti a terra e alle pareti, sono decisamente confortevoli. Cominciamo a posare le valige, poi faremo un giro intorno anche per socializzare con i molti ospiti della struttura, tutta gente all'apparenza molto interessante. 


Ragazza Kirghiza





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