sabato 3 gennaio 2026

Uzb 10 - Il minareto

La piazza Poi Kalyan di Bukhara - Uzbekistan - ottobre 2025 (foto T. Sofi)


Al ristorante LAbi Hovuz

Usciamo che è ormai buio e fa pure freschino, bisogna coprirsi, questo rimane comunque un clima fortemente continentale. Qui siamo lontanissimi dal mare e le variazioni di temperatura sono sempre piuttosto forti. Per fortuna siamo vicinissimi al centro, che a Bukhara è decisamente raccolto e quindi si può visitare tutto a piedi senza problemi, si tratta solo di una comoda passeggiata. Pochi passi e si arriva subito sulla grande piazza del Lyabi Hauz, il grande specchio d'acqua circondato da locali, ristoranti, hotel, edifici religiosi. Se un colpo d'occhio è notevole, ti rimane impresso nella mente in maniera definitiva e puoi accantonarla, ma non riesci più a cancellarlo definitivamente. Sono passati 25 anni dall'ultima volta che sono stato su questa piazza ed in effetti eccomi qua, il ricordo è ancora vivido. Forse solo un poco più scintillante, le luci più cariche, i colori più ricchi e smaglianti, un centro cittadino davvero vivace e degno di una grande città. Non ci sono dubbi il primo impatto con questo luogo, devi averlo di sera quando questa atmosfera di città fiabesca segnata da architetture di un passato lontano, scandiscono gli sfondi e la colorano delle tinte d'Oriente. Poi, non si può negare che il lavoro non sia ben fatto. Ogni angolo è sottolineato nella giusta maniera, ogni arco segna con le sue ombre, i suoi chiaro scuri, le facciate circostanti, mentre il rumore degli zampilli delle fontanelle chiama a giardini di palazzi di ricchi sovrani orientali.

Sulla piazza

Ci fermiamo per la cena ad un angolo del laghetto centrale, ci sono stato attirato quasi per istino, forse è lo stesso di tanti anni fa. Certo sono sempre i soliti spiedini, ma è l'ambiente che racconta e ti illumina la notte. Tutto appare come meraviglioso, lucente, profumato. Una serata magnifica nella quale non avverti neppure il freddo pungente. Le facciate delle madrase sul fondo della piazza cambiano continuamente colore, una sapiente regia comprende bene le necessità delle luci per inventare una atmosfera particolare. Anche suoni e rumori sono ovattati e per nulla fastidiosi, anche se in effetti in giro c'è moltissima gente e non potrebbe essere altrimenti visto il luogo dove siamo. Calmato lo stomaco, continuiamo a passeggiare attorno. C'è una specie di itinerario obbligato che si allunga nei meandri di questo centro perfetto e fatto di spazi larghi, piazze e piazzette che si dipanano tra i monumenti e le costruzioni antiche, che di notte appaiono tutte come dipinte di oro. I grandi piani di mattoni a vista, le cui sporgenze, da sole disegnano greche ed infiniti ghirigori che son l'ornamento perfetto per ogni palazzo, per ogni casa. Certo ormai la più parte sono costituite da negozi per i turisti, ma le cascate di tappeti che sembrano esplodere fuori delle porte, con loro disegni straordinari.

Un bazar

Qui siamo nel centro dell'Asia, dove esplode il commercio del tappeto, questa opera d'arte senza limiti, che arriva qui anche da molto lontano, ma che ne costituisce il centro commerciale per eccellenza, e da cui prende addirittura il nome e tappezza pareti e pavimenti dappertutto. Pensate che il disegno del tappeto per eccellenza, appunto il Bukhara, fatto di una serie di rossi carichi, con sfumature che vanno dal mattone al carminio, al viola intenso, con la campo interno ricoperto dai famosi ottagoni, chiamati gul, che simulano la corolla aperta dei fiori, non viene neppure annodato qui, ma negli spazi circostanti. Ricordo una grande fabbrica che vidi ad Asghabad, nel vicino Turkmenistan, con più di duemila donne al lavoro, che ripetevano all'infinito sempre lo stesso disegno, eppure che dava alla fine una variabilità tale che nessun pezzo era uguale all'altro, se non quel disegno di fondo riconoscibilissimo che caratterizza proprio questa provenienza. Ma ne parleremo più diffusamente domani quando andremo a vedere un laboratorio di produzione e di vendita. Qui passeggiamo solamente con gli occhi spalancati a bearci di tutto quanto ci circonda e ci abbaglia tra le oscurità della notte. Passiamo tra gli archi dei cosiddetti bazar, ognuno dei quali ha un nome che deriva dalle merci che per tradizione venivano offerte.

Le volte

Ecco banconi ricoperti di cappelli pelosi e di pellicce preziose, dai visoni agli zibellini, alle più prosaiche volpi e rat musqué, che qui viene detta ondatra, per finire con i riccioluti astrakan neri e grigi o i modesti conigli. E poco più in là ecco i negozi delle miniature, stupendi lavori eseguiti con piccole lenti fissate sotto l'occhio per manovrare con perizia un pennellino minuscolo e delicato, e mentre la sua produzione fa bella mostra di sé appesa alle pareti o disposta sul banco, l'autore continua ad eseguire con cura e mano fermissima, seduto in fondo su di no sgabello malfermo. La mano sembra quasi immobile, ma se osservi con cura, più da vicino, le dita hanno un leggero movimento che sposta solo di pochi millimetri il pennello fino a creare un contorno di un viso, la forma di una piccola mano o a coprire di blu lapislazzulo, il bordo di una veste svolazzante. Provate a dire che non è arte questa. E pure i prezzi, che un tempo mi erano sembrati così ridicolmente bassi, se rapportati alla rilevanza del lavoro, adesso sono di tutto rispetto, insomma, il lavoro va pagato, basta che ci sia un mercato che sostiene la richiesta, direbbe il nostro amico Marco, che in realtà di qui non passò affatto, come fecero invece padre e zio che in questa città si fermarono addirittura tre anni, spinti a rimanere dalla guerra in corso tra re Barca che qui regnava ed il suo vicino, cosa che rendeva insicure le strade e proprio qui ebbero l'incontro che cambiò le loro vite. A volte, quel che si dice l'occasione colta al volo. Ogni epoca insomma ha avuto le sue sliding doors. 

La madrasa

- ...Quando ebbono passato in ponente overo il diserto, vennero a una città ch'à nome Baccara, la più grande e la più nobile del paese; e eravi per signore uno  ch'avea nome Barac. Quando i due fratelli vennero a questa città, non poterono passare più oltre e dimoronvi tre anni. Addivenne a quel tempo che 'l signore del Levante, mandò imbasciatori al Grande Kane e quando vidono in questa città i due frategli, fecionsi grande meraviglia perché non avevano veduto niuno latino; e fecino gran festa e dissono loro, s'eglino voleano venire con loro al Grande Signore, e egli li porrebbe in grande istato, perché il Gran Kane non avea mai veduto nessun latino. Li dui fratelli risposono: "Volontieri". - (il Milione , cap. 4)

E in questa risposta sta scritto il tutto destino futuro della famiglia Polo. Una patola a segnare un destino, come quando la Monaca di Monza da sventurata quale era, rispose. Pensate a due mercanti capitati casualmente in questa grandissima e famosa città caposaldo delle carovane di tutta questa parte di mondo, ultimo avamposto dell'emisfero occidentale, che neppure ne conosceva bene l'essenza e la circostanza, che decidono di andare avanti, cominciando una nuova avventura verso un mondo totalmente sconosciuto e misterioso. Certo la voglia di guadagni, direte voi mal pensanti, ma anche tanta curiosità di scoprire il mondo gettando il cuore oltre l'ostacolo, direi, questo è quello che i affascinerà sempre e che deve essere alla base della mentalità del mercante per segnare la sua fortuna. Proseguiamo su questi passi, su un impiantito di lastre di pietra che mi illudo siano le stesse calpestate proprio dai due fratelli, fino a che dietro l'ennesimo angolo svoltato, dopo un'altra uscita dal buio, con gli occhi colpiti dalla luce improvvisa di un grande spazio vuoto, ecco apparire i palazzi della favola, siamo arrivati a quel Registan, che rappresenta il culmine dell'itinerario, il disvelamento finale della meraviglia, che proprio nella notte disvela il suo ineguagliabile antico splendore. 

L'ampia piazza è circondata da tre lati da tre grandi palazzi, due madrase e una moschea, meravigliose, di cui vi parlerò ancora, visto che qui torneremo di giorno per vederle all'interno, ma che trascurerò adesso, visto anche che furono completate come le vediamo ora, dopo la morte di Tamerlano, troppo tardi per esser viste anche dai nostri amici Polo, ma vi parlerò solamente del pezzo di tale straordinaria potenza che rappresenta sicuramente una delle cose più belle che io abbia mai visto: il minareto Kalyan, un'opera assolutamente unica ed ineguagliabile che si staglia per i suoi 45 metri, nella notte, un dito d'oro che leva perfetto nella sua forma affusolata fino a toccare il cielo di velluto nero, col disco della luna quasi piena che ne disegna la silhouette. L'opera straordinaria, crollata durante l'ambiziosa costruzione, ma subito con pervicacia ripresa dall'architetto Bano e completata nel 1127, era quindi in piedi già da un secolo quando i due fratelli gli arrivarono davanti, ammirandone le forme ardite col naso all'in su come sto facendo io. Apparentemente semplice, non è ricoperto da maioliche azzurre come si usò poi nei secoli successivi, rivela la sua perfetta bellezza nel decoro straordinario formato dal rilievo della disposizione dei mattoni crudi, messi di costa, con le loro rientranze ed emersioni che creano una fantasiosa, geometrica sequenza di straordinari disegni, con una alternanza di vuoti e di pieni, un susseguirsi di leuci ed ombre che le luci della illuminazione della notte e del chiarore fioco della luna, creano, dando al tutto un aspetto assolutamente magico. 

La linea che sale poi, si rastrema leggermente nella sua ascesa continua dandogli l'aspetto di ineguagliabile eleganza che culmina allargandosi sulla cima in una rotonda luminosa di sedici archi che ne alleggeriscono il peso della decorazione finale disegnata dal cappello di leggerissime stalattiti. Da lontano un dipinto perfetto di una miniatura delicata. Da vicino, una trina insospettabile da toccare, una parete divina su cui fare scorrere le dita con leggerezza per non rovinarne la superficie rugosa, ma sentendone il calore sottostante quasi fosse materia viva e pulsante. Vi assicuro, mai vista cosa così bella. Non voglio vedere altro per questa notte, questo e anche solo questo, mi basterebbe portare con me, immagine indelebile da non sporcare con altro, che alla fine il suo ricordo non sia turbato da nulla che possa intaccare la sua bellezza. Mi allontano finalmente, solo il rumore dei miei passi sulla pietra nuda, solo il frusciare dei miei pensieri a cui fanno eco le ombre della sagoma che il Minar disegna sulla piazza deserta. Il tempo qui non scorre, possono passare i regni e le dinastie, il rumore delle buccine degli eserciti ed il brontolio degli zoccoli dei cavalli, ma nulla può essere in grado di intaccare la bellezza pura, fine a se stessa.   

La cupola

 

SURVIVAL KIT

Ristorante Labi Hovuz - Methar Ambar St. Bukhara - Sulla piazza principale del centro ad un angolo sul laghetto, elegante locale di speccialità uzbeke, dove è molto piacevole cenare. Piatti tipici locali, molto buono il plof ed i vari tipi di spiedini e grande varietà di insalate. Prezzi medi, assolutamente congrui alla posizione ed alla tipologia del locale. Noi abbiamo speso 600,000 Sum in 6 con  un bicchiere di gradevole vino rosso. Menu con fotografie. Personale  molto gentile.




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giovedì 1 gennaio 2026

Buoni propositi

 

Il primo giorno dell'anno possiamo solo fare buoni propositi, salvo poi avere tutto il resto dell'anno per disdirli, quindi non mi voglio esimere da questa pratica comune, benché velleitaria. Purtroppo stiamo vivendo in un epoca che non pensavo avrei dovuto vivere nelle mia vita, certo impensabile fino a qualche anno fa. Certo è che abbiamo vissuto una vita talmente felice e fortunata da essere anche giusto aspettarsi il fatto che prima o poi le cose prendessero una piega di nuovo brutta. Tuttavia dopo gli orrori che il mondo ha visto nella prima metà del secolo scorso pareva che tutti avessero capito e che la maggior parte di queste cose non avessero più la possibilità di accadere. Invece eccoli qui, dopo neppure un secolo, i verminai che sembravano morti e sepolti, ma che per la carità, sempre albergano nel più profondo dell'animo umano, hanno cominciato a fermentare, a crescere, dapprima poco, poi sempre più rapidamente per sbocciare come fiori del male rigogliosi e pronti a spargere il loro profumo velenoso dappertutto  per il mondo. Nella maggior parte dei paesi va al potere o sta per andarci, un nuovo rigurgito di nazismo e di mostruosità, quale pensavo impossibile si potesse ripetere l'esistenza. Eppure sta lì, cresce rigoglioso, tra la completa indifferenza ed la compiaciuta adesione. Incredibile ma vero, ma sta montando un carico di odio, assolutamente insospettabile e di cui non è possibile valutare fino alla fine le conseguenza; tutti odiano tutti, senza quartiere, inspiegabilmente. Addirittura cause che si pensavano morte negli spurghi della storia passata, religioni, ideologie mostruose, riprendono vita, si autoalimentano e vengono guardate da più parti con simpatia e giustificazione. La violenza, la prepotenza, l'odio assoluto e la fine della civile convivenza sembrano ormai una cosa del tutto normale e che farà il suo devastante corso, secondo natura. 

Questa sì, forse è proprio questa, la tabe genetica della nostra specie, destinata ad emergere di tanto in tanto e che ne consente la resistenza a qualunque difficoltà naturale o indotta. Non sembra impaurire nessuno, però e tutti stanno lì assolutamente non inorriditi a guardare quello che succede, valutando appena più in là del proprio particulare e senza dare un'occhiata più in là. Certo ad ognuno sembra di avere già tanti di quei problemi in proprio che occuparsi del resto pare assolutamente inappropriato. Comunque sia, dobbiamo abituarci al fatto che sia la prepotenza pura a prendere le decisioni nel prossimo futuro e che questo sia considerato assolutamente corretto ed auspicabile. Certo, di norma la storia insegna che tutto questo finisce sempre allo stesso modo, un gran bagno di sangue purificatore, che esorcizzerà tutto e poi farà cominciare un nuovo ciclo, in cui i rimasti, per un po', inorriditi da quanto accaduto, ne rimarranno fuori per un altro po' di decenni. Tranquilli, la specie sopravviverà sempre, troppo tignosa e maligna per soccombere. Io spero, sinceramente di non vederla e che questo amaro calice, se dovrà proprio essere bevuto, avvenga quando me ne sarà già andato. Credo che per quest'anno, che segnerà il mio ottantesimo, bella cifra eh, ne saremo ancora fuori, forse, quindi mi riprometto di passarlo, se la salute lo consentirà, a chiudere un po' di conti, di viaggiare il più possibile, rendendomi conto del fatto che sono davvero le ultime botte, naturalmente lo dico sempre per scaramanzia e poi si vedrà, intanto io, ho avuto l'immensa fortuna di nascere nel posto giusto e nel momento giusto, quindi per tanto che succeda potrei sopravvivere anche a strade lastricate di cadaveri, cadendo tra gli ultimi. Certo sarebbe triste, ma sono certo che tanti che amano e apprezzano questo tipo di mondo, soccomberanno a frotte prima di me. Vedo nero? ma no, sono solo un po' realista, poi facciamo qualche gesto apotropaico e andiamo avanti che altro non possiamo fare. Buon anno a tutti dunque e cercate di passarvela bene.  


mercoledì 31 dicembre 2025

Bilanci

 

E' arrivato anche l'ultimo giorno dell'anno, tempo di bilanci. Per il mio povero blogghetto, che sopravvive con costanza dal 2008, non c'è molto da dire. Finiti da tempo i sogni di gloria, il blog, ormai a tutti gli effetti un travel blog, che parla solo più dei miei viaggi, anticipandovi a capitoli quello che saranno poi i miei libri, che quelli sì, le mie false guide di viaggio, continuano a uscire implacabili, ha continuato a mettere in rete i miei resoconti, che in fondo pochi seguono, anche se siamo arrivati ormai a 4769 post, il prox anno arriveremo ai fatidici, 5000 eh, se saremo ancora vivi e non dico altro! Siamo ad un passo dalle 1.900.000 visualizzazioni, con oltre 150.000 visitatori unici, almeno 50 da 40 paesi diversi, la maggior parte ovviamente dall'Italia, il 67% e poi Stati Uniti col 16% e di seguito Germania, Francia, Olanda, Singapore, Uk, Spagna, Russia e via di seguito con visite da oltre 160 paesi diversi. Al momento sto tenendo una media di 20.000 pagine viste al mese, cosa che mi fa prevedere di arrivare ai 2 mln il prossimo anno. Di media rimanete sul mio post all'incirca due minuti, cosa che data la lunghezza spesso esagerata degli stessi, mi fa pensare che si tratti di una lettura piuttosto affrettata, ma vi perdono, già se arrivate alla fine è opera meritoria. Il punto dolente come sempre sono i commenti, praticamente inesistenti, cosa che non mi dà modo di capire se le cose che scrivo siano, come vorrei, in qualche modo utili, a chi le legge o quantomeno che siano di piacevole passatempo, ma va bene lo stesso. In fondo, dato che il fine non è monetizzare, alla fin fine va tutto bene. Comunque tranquilli, per il momento proseguiremo su questa falsariga, per lo meno fino a quando troverò la forza di muovermi in giro per il  mondo con la conseguente voglia di mettervi a parte delle mie esperienze nella speranza che vi siano utili in qualche modo. E vi assicuro che è sempre più difficile e faticoso, ma vedremo. Per adesso buon anno nuovo.

martedì 30 dicembre 2025

Uzb 9 - Sull'Amu Darya

Le mura di Khiva -  Uzbekistan  - ottobre 2025 - (foto T. Sofi)













Complesso Islam Khoja -
Le ombre della sera sono ormai scese sulla città, le bancarelle sono entrate in una sorta di stand by, visto che la massa dei turisti si è rifugiata negli alberghi, visto che il tramonto non è stato della stessa smagliante luminosità di quello della sera precedente. Verso le 19, rientriamo dentro le mura per cenare. Eldor ci ha consigliato un ristorante di cui si dice un gran bene, vicino al complesso Islam Khoja, ma ahimè, è tutto pieno, segno che forse è effettivamente valido come si dice, così ci dirottiamo sullo stesso di ieri sera, anche questo molto frequentato, ma dove un bel piatto di shashlik non te lo negano mai e alla fine è sempre un bel mangiare. In effetti se siete amanti della carne, lo spiedino, piatto che puoi trovare dai Balcani al Caucaso e a tutta l'Asia centrale, non delude mai. L'impero russo ha contribuito a farlo diventare piatto comune a tutta questa vastissima area e credo che a questa popolarità abbia contribuito anche quella che è senza dubbio la sua facilità di preparazione e la stessa accezione del nome declinato dovunque in russo, ha finito per sostituire tutte le altre denominazioni locali. In questa area, il piatto ha assunto la classica forma di almeno tre spiedi formati da bei bocconi di carne, teneri e succosi, sempre cotti in maniera corretta, non troppo, né troppo poco, con una giusta miscela di grasso che la rendono sempre gustosa e saporita e che vanno davvero giù volentieri, accompagnati generalmente da verdure grigliate, insalate o patate. 

Il treno per il Kazakistan
Li trovi di manzo, pollo o montone, una carne che da queste parti ha una sua decisa 'prevalenza e che vi consiglierei comunque di assaggiare, perché qui è in assoluto una delle migliori del mondo. Alla fine la carne è sempre un cibo ben digeribile e che non appesantisce più di tanto. Per noi rimane un'ultima passeggiata nelle strade illuminate che ci lascerà il ricordo di una città dal fascino antico, passaggio centrale della più importante via del passato e che forse tende a voler ricalcare questa preminenza anche nel presente. In realtà percorriamo i vicoli che ci separano dal nostro albergo, intabarrati nelle nostre scarse protezioni, visto che la temperatura è scesa attorno ai 10°C ed il vento che arriva dal deserto è sempre piuttosto tagliente e fastidioso e riuscire a rifugiarci nelle nostre camere diventa alla fine molto piacevole. Al mattino invece il sole fa di nuovo capolino e l'ambiente riscalda subito e verso le 9 saliamo sul nostro mezzo per le almeno sei orette che ci saranno necessarie a percorrere gli oltre 400 km che ci separano da Bukara. Mentre il pulmino lascia l'albergo, le straordinarie mura di Khiva sfilano alla nostra sinistra, quasi facessero fatica a lasciarci andare, come se ancora per un poco volessero rimanere a farci compagnia a ricordarci questa terra, oggi in fondo così poco conosciuta e valutata e che invece, oltre ad essere stata così importante nella geopolitica del mondo allora conosciuto per almeno mille anni, è stata terra di elezione e di nascita di sapienti straordinari.

Ponte sull'Amu Darya
Sono proprio quelli, da noi praticamente misconosciuti, che proprio durante i periodi più bui del nostro Occidente, quelli nei quali il sapere del nostro passato glorioso, stava per cadere in un baratro culturale senza precedenti, che avrebbero potuto far regredire la nostra civiltà, fino a farla forse ricominciare da capo (non è quindi solamente da oggi che l'Europa entra in una fase di decadenza), hanno saputo conservare, mantenere e soprattutto portare avanti quei saperi fondamentali per la nostra civiltà che. arrivati poi di ritorno fino a noi, sono stati la base per la prosecuzione della nostra civiltà. Difficilmente si ricorda oppure addirittura si conosce, che questa terra ha dato i natali e la formazione ad molti studiosi di straordinaria importanza. Vorrei solamente ricordare, tra i moltissimi, Al - Khwarizmi, nato a Khiva nel 780, che ha dato il nome alla parola Algoritmo, tanto per dirne una, coi suoi testi di algebra (con le indicazioni per la soluzione delle equazioni lineari e di secondo grado), astronomia, matematica e cartografia (misurò la circonferenza della terra!), per non parlare di Avicenna, famoso nella medicina, filosofo e scienziato, Al - Biruni, scienziato ed astronomo e Al - Ferghani, autore di trattati enciclopedici, solo per citarne alcuni, tutti nati ai bordi di questi deserti, dove le grandi scuole presenti sono riuscite a mantenere vivo il sapere umano durante quel secoli. 

L'Amu Darya
Per non parlare naturalmente dei giganti della poesia come Firuz, Alisher Navoi, padre della letteratura uzbeka, Babur e del gigante Ommar Khayyam, figura iconica talmente iconizzata per le sue immortali quartine, da essere considerata da alcuni studiosi addirittura mai esistito. Ma magari di costoro parleremo ancora, mentre ormai fuori città percorriamo questo corridoio di terra parzialmente fertile al confine col vicino Turkmenistan, resa irrigua e quindi molto utilizzata a fini agricoli, grazie alle acque deviate dell'Amu Darya, evento che come ho già detto è stato alla base delle tragedia ecologica della scomparsa del lago di Aral. Qui tuttavia l'agricoltura sembra adesso piuttosto fiorente, con enormi campi di cotone sul punto della raccolta e contemporaneamente campi di cereali, ma anche risaie e frutteti senza fine. La strada continua a correre lungo il confine e dalle colline che percorriamo, abbiamo una vista magnifica della grande valle dell'Amu Darya, che corre in questa zona proprio segnando questo confine naturale dell'Asia. E' un nastro sottile, ma che la distanza ed i raggi del sole cambia a seconda del riflesso, da blu acceso ad un percorso d'argento quasi immobile. Rimaniamo fermi a lungo a quello che risulta essere un passaggio a livello fondamentale della ferrovia transfrontaliera che congiunge il Turkmenistan al Kazakistan, attraversando per lo stretto l'intero Uzbekistan e congiungersi poi a quella Transiberiana storica che un tempo fungeva da spina dorsale fondamentale dell'ex impero russo. 

La bandiera uzbeka
Attualmente di certo più praticamente è diventata parte del colossale progetto ferroviario, ideato dalla Cina per perseguire il suo piano di Nuova Via della Seta, che di certo rivoluzionerebbe la facilità degli scambi Asia-Europa. Infine arriva il treno, un merci lunghissimo con qualche vagone passeggeri, di cui perdo subito il conto dei vagoni che non esiterei a conteggiare a centinaia. Il passaggio di questo mezzo con il suo sferragliare veloce ed implacabile, ha un che di emblematico, una dimostrazione di forte presenza, di dichiarazione della importanza che questi paesi cominciano ad avere nello scacchiere geopolitico di questa parte di mondo, che per qualcuno poco informato, appartengono ancora a quel gruppo di paesotti da terzo mondo dai nomi quasi uguali, sempre confusi uno con l'altro, a causa di una loro supposta poco importanza. Quanta sottovalutazione oserei dire. Quando invece riprendiamo la strada, si scende a poco a poco dalla zona collinare, un lungo ponte di ferro scavalca l'Amu, che qui, uno dei suoi punti più stretti ha ancora un corrente rilevabile, per poi perdersi in grandi bacini tra le sabbie e poi lasciamo il fiume che scompare all'orizzonte lontano, mentre il verde della valle, lascia il posto ad un nuovo deserto quello delle Terre rosse. La terra diventa sempre più sabbiosa e pianeggiante, mentre la superficie rossastra mostra tutta una serie di piccoli monticelli, formati dalla spinta dei venti costanti che ammucchiano i granelli di sabbia attorno a piccoli arbusti aridofili, che resistono impavidi a distanze costanti, fino a formare un paesaggio uniforme e privo di speranze. 

Pane uzbeko
Più in là intravedi le barriere delle prime dune vere e proprie. Vero è che lungo i bordi della strada, puoi osservare tutta una serie di materiali, frammenti di foglie e cortecce di palma che rappresentano una volontà di creare barrire frangidune, nel tentativo, comune alle zone aride di molte parti del mondo, di arginare l'avanzata del deserto. Ci si ferma di tanto in tanto in locali che fungono da sorta di autogrill lungo quella che a tutti gli effetti rappresenta l'autostrada per Bukara. Si può sgranocchiare, come richiamo alla già abbondante colazione fatta alla partenza, una abbondante scelta di samsa, una specie di involtini di pane ripiene di carni e verdure, una via di mezzo tra i samosa indiani e le empanadas sudamericane, ma dal sapore asiatico e poi pane croccante ricoperto da semini di sesamo e sottaceti, melanzane e peperoni. Faccio anche un giro nello shop dove vedo una bottiglia di cognac uzbeko, visto che sono sempre curioso di assaggiare queste realtà locali che arrivano da tradizioni lontane e che hanno un loro perché. Cercheremo di fasciarla ben bene prima di metterla in valigia e non rischiare il bagno alcoolico sul nastro della restituzione dei bagagli. Poi la strada prosegue, con queste continue soste premiate, però il tempo passa e a circa 50 km dalla città il deserto termina improvvisamente per lasciare di nuovo spazio alle colture di cotone e frutteti e quando la periferia di Bukara ci accoglie è ormai quasi arrivata la sera. L'hotel è molto carino e ci diamo una passatina, prima di uscire a dare la prima occhiata alla città di notte.  



SURVIVAL KIT

Ristorante Tapas - Palvan Kori St. - Khiva - Bel ristorante al centro della città murata, molto frequentato e giudicato di prezzo medio alto. Menù tradizionale dai plof agli spiedini. Calcolate comunque che un piatto di spiedini (3 grossi) che sarà sufficiente a saziarvi, va sui 100.000 S. Locale piacevole, camerieri, gentili e veloci, abituati ad una clientela esclusivamente composta di turisti internazionali. Ricordate che in genere i ristoranti chiudono verso le 22. Meglio prenotare perché sempre affollato.

Hotel Iman - Ul. Bakhauddina Nakhsbandi 75 - Bukara - Ottimo hotel, rinnovato, in struttura tradizionale. Posizione eccellente a circa 500 m dal centro storico raggiungibile a piedi. Camere di buona metratura, letti king, Grande TV, AC, riscaldamento, free Wifi, Cassaforte, buone dotazioni in bagno, phon, accappatoio. Prezzi tra i 50 e 70 € a seconda dei periodi colazioni ottime incluse. Bollitore e caffè in camera. Personale molto gentile, consigliatissimo.

Hotel Imam

Mausoleo Pahlavan
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lunedì 29 dicembre 2025

Uzb 8 - Tra mura di terra e pezze di seta

Mausoleo di Pahlavan Mahmud - Khiva - Uzbekistan - ottobre 2025 (foto T. Sofi)
 

Mausoleo

Il pomeriggio a Khiva sembra decisamente più tranquillo, forse il motivo principale è che i monumenti più importanti sono già stati visti alla mattina, diciamo che la furia dell'entusiasmo è già sfogata e probabilmente i gruppi di gitanti rientrano per la maggior parte in albergo a riposare le stanche membra, dando il più per fatto e da spuntare dall'elenco. Invece queste ore del pomeriggio, sembrano davvero le più belle per passeggiare nella parte meno stipata della città. Giri tra le case basse, sfiorando solo al passaggio, le piccole moschee, come quella Bianca (la moschea Ak) minuta e costruita in uno stile quasi ascetico, in cui spiccano soprattutto le finestre e le porte intagliate. O ancora le tante piccole madrase minori, che hanno ospitato gli studi di importanti sapienti, come la Arab Muhammad Khan o la Shergazi Khan con il suo bel laghetto nel cortile centrale ed infine palazzi uno  più bello dell'altro, come il Nurullabay. Diciamo pure che quasi ad ogni angolo di strada ne incontri una, grande o piccola che sia, più o meno importante, ma che in ogni caso chiariscono bene quale fosse per secoli l'importanza culturale di questa città. Così, passo dopo passo arriviamo fino alla porta nord, dove le mura sono un po' meno imponenti e poi percorriamo tutto il quarto di città che la separa dalla porta Ovest, più povera di case antiche, dove si sta sviluppando una architettura di restauro di vecchie case in rovina, trasformate nella maggior parte in B&B di vario livello di cui evidentemente, sta salendo esponenzialmente la richiesta, visto che quest'anno le presenze turistiche supereranno ampiamente gli otto milioni, ormai uno dei cespiti su cui il paese comincia a fare conto. 

Madrasa
La porta d'occidente è quasi deserta. Ci giriamo un po' attorno per capire se c'è un accesso, visto che sembra un varco principalmente stradale attraverso il quale passa qualche rara auto, mentre intorno il bastione ciclopico si allontana ai due orizzonti. Finalmente trovo un ufficietto, dove due o tre addette si sono nascoste il meglio possibile per evitare di essere disturbate, una sorta di resipiscenza di ricordi sovietici in cui l'utenza era soprattutto un fastidio. In fondo non sarebbe un problema, basterebbe lasciare il passo libero come era fino a qualche tempo fa, e le signore potrebbero tranquillamente riposare e continuare la loro chiacchiera, ma in fondo adesso corre il grano, la nuova linfa vitale che muove il mondo e i 30.000 S di accesso sono comunque bene accetti ed alla fine, scucito il valsente, ci viene aperta una porticina con sbarre di ferro, che dà accesso ad una scalinata ripidissima scavata nel muro, che conduce fino allo spalto superiore. Devo dire che salirci è piuttosto impegnativo, ma alla fine la forte fibra ha la meglio e riusciamo a raggiungere alla meglio la parte superiore della cinta che corre attorno alla città ad una altezza di oltre dieci metri. Il camminamento è larghissimo e occupa tutta la larghezza del muro, per diversi metri e la sua superficie è tutto sommato abbastanza regolare salvo qualche sconnessione dovute allo scorrere del tempo. Adesso siamo in quasi totale solitudine, lontani come si dice dalla pazza folla e l'atmosfera è diventata davvero coinvolgente. Si è alzato un vento gelido, che penetra tra i merli di terra e taglia le guance. I muraglioni, da vicino, non sono così lisci e perfetti come appaiono invece da lontano e dalla strada. 

Forno
L'intonaco di paglia e fango, la finitura in crudo tipica di questo mondo, in larghi tratti si sfalda, a volte cade lasciando a vista l'affastellarsi dei mattoni che sono alla base di questa imponente costruzione. Solo da qui ne puoi apprezzare la massiccia potenza, data certo dalle dimensioni e lo sviluppo dell'altezza e dello spessore, ma soprattutto dalle decine di torri di guardia che si alternano ad intervalli regolari di qualche decina di metri, fuoriuscendo dal muro stesso con enormi e rigonfie protrusioni che si affacciano all'esterno e che appaiono all'esterno come vere e proprie dimostrazioni di grassa forza, costruite ed esibite apposta per mostrare invincibilità a qualunque nemico che arrivasse davanti a loro. Arriviamo fino all'angolo dove le mura piegano ad est e da qui la vista dell'interno della città, con i minareti lontani che si alzano come dita verso il cielo, è vista davvero di impatto. Arriviamo fino alla porta est, quella da cui eravamo entrati in città questa mattina e qui cominci a vedere un po' di gente che rientra forse per godersi le ore della sera ed i colori dorati della città di mattoni crudi che il sole farà splendere come rame vivo, invece che come povera terra. Per uscire, bisogna ripercorrere tutti i bastioni ritornando a quella porticina di accesso a cui vi ho fatto cenno prima, il tempo insomma per goderti di nuovo quelle viste nelle parti più nascoste tra le vie ed i vicoli della città, che ti erano sfuggiti all'andata. 

Le mura
Ritorniamo verso la parte centrale, attraverso arterie secondarie, approfittando al passare di un piccolo museo, bene indicato dai cartelli. Ce ne sono diversi qui in città, ma questo Silk Museum, appare come un aspetto non trascurabile e caratteristico proprio di questo percorso che attraversa l'Asia Centrale e a cui facciamo continuo riferimento. Infatti, in questo scenario cittadino dal fascino millenario, tra moschee, madrase e minareti decorati da splendide piastrelle blu e turchesi, si nasconde questo piccolo tesoro da scoprire: il Museo della Seta di Khiva, o Muzey Sholkovodstva Khorezma. Un luogo intimo, gestito da privati, ospitato in una casa tradizionale con cortile, dove la storia dell’antica arte serica rivive tra profumi, colori e gesti tramandati di generazione in generazione. La visita al museo inizia con un gesto di autentica ospitalità uzbeka: due giovani ragazze accolgono i visitatori offrendo una tazza di tè fumante, simbolo di benvenuto e amicizia. Seduti nel piccolo cortile interno, il visitatore viene lentamente introdotto all’atmosfera raccolta del luogo, dove ogni oggetto, ogni strumento, ogni bozzolo racconta una storia di pazienza, arte e dedizione. Intanto, il museo è organizzato come un viaggio nel tempo: dalle origini della lavorazione della seta, fino alle tecniche artigianali ancora oggi praticate nella regione del Khorezm. Nelle prime vetrine si possono ammirare curiosi reperti, come antiche monete dell’800, fatte di seta, usate un tempo come forma di pagamento preziosa e raffinata. È un dettaglio che ricorda come questo materiale, tanto delicato quanto resistente, fosse considerato non solo un tessuto, ma una vera e propria moneta di scambio lungo le rotte carovaniere della Via della Seta.

Dalle mura
Proseguiamo lungo il percorso espositivo, scoprendo la magia nascosta dietro la creazione di un singolo filo di seta. Nelle vetrine centrali sono esposti bozzoli di bachi da seta, testimoni silenziosi di un processo che, nella sua apparente semplicità, racchiude secoli di sapienza artigianale. Per ottenere un solo filo continuo, servono circa cinquanta bozzoli: un lavoro minuzioso, che richiede attenzione, precisione e rispetto per la materia viva da cui tutto ha origine. Poco più avanti, si trovano antichi telai in legno, ancora perfettamente funzionanti, e contenitori colmi di sostanze naturali utilizzate per la preparazione dei colori. Ogni tinta, ogni sfumatura è ottenuta da elementi vegetali del territorio: lo zafferano dona un giallo caldo e luminoso, il melograno regala sfumature di rosso intenso, mentre altre piante e radici vengono impiegate per creare verdi, blu e toni madreperlacei che conferiscono lucentezza ai filati. Il museo, in questo senso, non è solo un’esposizione statica, ma un laboratorio vivente dove si percepisce il legame profondo tra natura, cultura e arte. La sezione successiva del museo espone una splendida collezione di abiti, cinture e scialli realizzati interamente in seta. I colori vivaci e le trame complesse raccontano non solo la raffinatezza delle tecniche di tessitura, ma anche la simbologia delle forme e delle tonalità, spesso legate a tradizioni, cerimonie e credenze popolari. Ogni indumento rappresenta una pagina della storia del popolo uzbeko: i ricami geometrici riflettono l’influenza islamica, mentre i motivi floreali e i tessuti cangianti richiamano il gusto delle corti persiane e centroasiatiche. Il Museo della Seta diventa così un piccolo scrigno identitario, dove l’arte tessile si trasforma davvero in linguaggio culturale e in testimonianza della continuità tra passato e presente. 

Filatura
Una delle parti più affascinanti della visita è quella che si svolge nel cortile esterno. Qui, le stesse ragazze che accolgono i visitatori si trasformano in maestre d’arte, mostrando con gesti esperti come si estrae il filo dai bozzoli, come si tesse un motivo su un piccolo telaio e come si annodano i fili per creare tappeti di seta. Forse è proprio questo il maggiore interesse del museo, al di là della presentazione dei reperti e degli oggetti, quello di offrire delle esperienze pratiche e manuali, che fanno meglio comprendere i vari processi anche a coloro che non hanno dimestichezza con l'argomento. È un momento di partecipazione e scoperta, dove il turista non è più semplice spettatore, ma diventa parte attiva del processo creativo. Vedere nascere un tessuto tra le proprie mani è un’esperienza che unisce mente e tatto, rievocando il ritmo lento e meditativo di un tempo in cui la manualità era il cuore della produzione. Accanto ai telai, si trova anche una sezione dedicata alla tintura dei filati, dove vengono esposti tutti i colori pronti per l’uso. L’odore delle erbe, delle radici e delle spezie si diffonde nell’aria, creando un’atmosfera unica e suggestiva. I visitatori possono anche cimentarsi, prima nel processo di annodatura di un tappeto, questa è la terra di alcune tra le più famose produzioni di questa arte ed infine nella colorazione di sciarpe di seta secondo il metodo dell’Ikat e portare con sé il frutto del proprio lavoro, un souvenir autentico e personalizzato che racchiude l’essenza del viaggio. Il tessuto in seta, si avvoltola su se stesso con una metodologia antica, racchiudendolo di tanto in tanto, con elastici che ne rendono alcune parti irraggiungibili dai bagni di colore. 

Filatura
Si procede così, un bagno dopo l'altro, togliendo di volta in volta gli elastici, liberando spazi di stoffa al contatto con i bagni, fino a che l'intero tessuto non viene tinto nella sua completezza. I vari colori si sovrappongono quindi in alcuni casi, in altri no, creando disegni in parte un po' casuali, in parte calcolati al fine di produrre quello che rimane a tutti gli effetti un pezzo unico nel suo genere.  Direi che uscire tenendo tra le mani una stoffa, un foulard, che avrete colorato voi stessi con questo procedimento antico e affascinante, vale decisamente il prezzo. 
La seta, in Uzbekistan, non è soltanto un materiale pregiato: rappresenta un simbolo di identità, prosperità e armonia con la natura. Khiva, che per secoli è stata un nodo cruciale delle rotte commerciali tra Oriente e Occidente, conserva in questo museo la memoria di un sapere antico che rischiava forse di scomparire con l’avvento della modernità. Il Muzey Sholkovodstva Khorezma non è dunque solo un luogo espositivo, ma un baluardo della memoria collettiva, un centro di trasmissione culturale dove i mestieri tradizionali vengono preservati e valorizzati. Visitare il Museo della Seta significa, in fondo, percorrere un tratto della Via della Seta non con i piedi, ma con gli occhi e con le mani. È un viaggio sensoriale e culturale che racconta l’anima di Khiva: una città che, pur immersa nel deserto e circondata dal silenzio delle mura antiche, continua a tessere la propria storia, filo dopo filo, colore dopo colore e che mi sembra davvero valga la pena di percorrere. Così, tra le pareti di fango ed i cortili assolati di Khiva, la seta continua a brillare come un filo dorato che unisce passato e futuro, Oriente e Occidente, arte e vita quotidiana. 

Ikat

SURVIVAL KIT

Tappeti 

 Museum of Khiva - Museo privato vicino alla piazza centrale, quella coi i forni del pane, bene indicato dai cartelli. 40.000 S di ingresso, accolti dalle ragazze in costumi locali, per la visita e le esperienze pratiche che si svolgono durante la visita, Filatura dei bozzoli, Maneggio dei telai a pedale, annodatura di un tappeto, Possibilità di creare un Ikat, la colorazione tradizionale di un tessuto in seta al costo della dimensione della pezza utilizzata, che poi vi porterete via al termine della visita. Interessante la parte della produzione della moneta di seta dell'inizio del secolo scorso. Calcolate al minimo un'ora per la visita.


Madrassa


Le mura
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domenica 28 dicembre 2025

Uzb 7- La città vecchia di Khiva

Nell'Harem della fortezza - Khiva - Uzbekistan - ottobre 2025 (Foto T. Sofi)
 

Colonna in legno

Rientrare nelle mura della città al mattino è come rivivere una seconda esperienza, rispetto alla visione delle mille e una notte di ieri sera, con gli spazi illuminati da fioche lucerne gialle. Tuttavia non si può negare che questa città vecchia, racchiusa nello spazio di ciclopici bastioni, giganti di terra gialla, abbia davvero un fascino particolare, credo assolutamente unico nel novero di quello che il paese ci mostrerà anche nei prossimi giorni. In fondo questo, se pur rimaneggiato in qualche sua parte, è uno spazio ancora assolutamente vivo e vitale, popolato non solo di turisti, che pure sono moltissimi, ma anche da gente che lo abita normalmente e che assimilano questo luogo a quello che è sempre stato, un punto di sosta nella via per l'Oriente, dove prospera un mercato che traffica e commercia, quello che le genti che passano da queste parti, richiede. Certo oggi non si tratta più di beni da trasportare da una parte all'altra del mondo attraverso un lungo e periglioso viaggio, pietre preziose, spezie, pelli o altro, ma solamente ricordi e souvenir, frutta secca e magari anche campioni di quelle stesse spezie, che forse si ritroverebbero anche al supermercato sotto casa, ma alle quali, quaggiù, aggiungi il fascino esotico della distanza o della esposizione massiva a disposizione con abbondanza e varietà. Insomma ci sono sempre i motivi giusti e oggi la città vive di questo, proprio come nel passato.

Moschiea
In fondo anche se la gente viene scaricata davanti alle porte da grandi pullman e non da carovane di cammelli e nel caravanserraglio interno ci passano solo per ammirare i colori delle vesti offerte dai tanti banchi e non più per venirci a dormire, nelle nicchie die vari corridoi, il senso è quasi lo stesso. Le costruzioni da vedere sono comunque tante e il nostro Eldor, ci trascina dall'una all'altra raccontandocene le storie del passato che ne avevano scandito l'esistenza. Naturalmente gli edifici in migliori condizioni ed anche i più interessanti da visitare sono i più recenti. La grande madrasa Mukhammad Amin Khan è la più grande della città e fa parte di un grande complesso edificato a metà dell'ottocento, quando la città era un centro di studi tra i più importanti dell'Asia centrale,. Nelle sue 125 celle erano ospitati oltre 250 studenti e i suoi cortili interni illustrano bene l'importanza dell'opera. Certamente il fatto che oggi sia stato trasformato in un albergo, ne snatura non poco la funzione, ma diversamente forse non sarebbe così ben mantenuta, di certo però, non mi andrebbe molto di soggiornare in questa pur sontuosa location, invasa in ogni ora del giorno e anche della sera da centinaia di turisti affamati di selfie che si infilano in ogni angolo possibile. Mi sembra che ci si debba sentire un po' osservati e anche pressati. 

Il minareto mozzo
Al suo fianco ecco ergersi quello che è un po' il simbolo di Khiva, il Kalta Minar, il minareto corto o mozzo che dir si voglia, un'opera alta sì 29 metri, ma che dal diametro e dalle dimensioni massicce indovini subito come un progetto molto più ambizioso, troncato a metà, quasi strangolato mentre cercava di ergersi orgogliosamente al di sopra della città. Non è chiaro come mai il lavoro, che doveva raggiungere l'altezza di 90 metri (secondo altri addirittura 110), al fine di farlo diventare la costruzione più alta dell'Asia e che giustificava le misure massicce della sua base iniziale, sia stata stoppata ad un terzo del progetto. Forse finirono i soldi, che è poi sempre una delle motivazioni fondamentali, forse, si pensò che la struttura, viste le conoscenze statiche progettuali dell'epoca, non avrebbe retto l'altezza prevista o forse semplicemente perché il sovrano fu ucciso, fatto sta che il minareto, comunque bellissimo e completamente rivestito di ricchissime maioliche azzurre, con la sua serie di fasce sovrapposte di perfezione geometrica assoluta che si susseguono salendo verso l'alto, rimase così, finito se pur apparentemente incompiuto e manifestamente sproporzionato nelle sue forme, troppo grasse, che lo rendono tuttavia riconoscibilissimo e unico tra tutti. Naturalmente attorno al minareto sono sorte leggende di ogni tipo, tra le quali quella che riporta come nelle fondamenta della torre sia stato sepolto vivo, tale Matyakiub. che si era messo a capo di una rivolta, il primo sciopero della zona, visto che gli stipendi delle maestranze non erano a quanto si dice, troppo ricche.

Panettieri

Un'altra delle ragioni addotte per la mancata prosecuzione dei lavori, è data dalla storia che riporta come il sovrano della vicina Bukara, invidioso del progetto avveniristico, corruppe l'architetto progettista, convincendolo a costruirne uno ancora più grande nella sua città. Come giusto, visto che allora non si andava troppo per il sottile, il corrotto fu subito messo a morte, ma purtroppo non si pensò che era anche l'unico capace di portare a termine l'opera, così anche questo ponte sullo stretto, vuoi che fosse per mancanza di soldi, vuoi per incapacità progettuali, rimase incompiuto. Ma certo anche così com'è rimane un monumento di tale bellezza da farti rimanere lì sotto, in estatica ammirazione, cercando di cogliere gli effetti che i raggi del sole producono rifrangendosi sulle superfici vetrose di queste meravigliose maioliche. Intorno è pieno di bancarelle. L'oggetto più caratteristico è il tradizionale copricapo di pelle di agnello, con i lunghissimi boccoli di lana bianca che pendono fino a coprirti completamente gli occhi. Calzati in testa danno un effetto assolutamente straordinario ed in automatico ti trasformano in un turcomanno del passato, pastore che traversa i deserti dell'Asia, ma con la testa ben calda. In pratica la cosa è così fotogenica che i venditori ormai più che venderli, li affittano per i selfie e il business impazza. Intanto scivoliamo nella fortezza interna, Kunya Ark, quella, dove eravamo saliti ieri sera fino alla terrazza. Era a tutti gli effetti la reggia del sultano e conserva ancora gli splendidi ambienti costruiti alla fine del 1600.

La gher

I cortili che coronano gli ingressi delle due moschee interne, sono dei veri e  propri gioiellini di raffinatezza. Le colonne sottilissime del porticato, si levano altissime con la loro forma assolutamente inusuale, scavate alla base, quasi si dovessero sostenere in precario equilibrio e rastremandosi poi verso l'alto fino a configgersi nel soffitto ricoperto dalle complesse decorazioni geometriche moresche. Gli interni sono ancora più splendidi, non ci sono spazi lasciati liberi dalle decorazioni e le diverse sale sono ambienti che hanno visto i punti più alti di un passato che ha segnato la grandezza di questa città. A fianco, gli ambienti dell'harem, circondato dalle tante celle che un tempo ospitavano le spose e le concubine del sultano. Un gruppo di donne, in fondo al cortile, suonano con cembali e tamburelli, musiche di tradizione. Truccate e bistratissime cantano melodie del passato quello che racconta i tempi della grandezza di quel mondo. In un altro cortile ancora la splendida gher dove il sultano accoglieva i suoi ospiti orientali più illustri che venivano a porgere omaggio. Usciamo dalle porte vecchie di trecento anni e oltre, splendidamente istoriate e altrettanto bene conservate. La grandissima piazza antistante brulica di gente, turisti ma anche artigiani e bancarelle di ogni tipo, Al centro un gruppo di grandi forni di terracotta, attorno un gruppetto di donne, impasta, forma e confeziona le grandi ciambelle del pane tradizionale, poi le picchietta con lo strumento che ne disegna la serie di roselline circolari sulla superficie e infine le inforna appiccicandole alle pareti arroventate. E' una tradizione antica che ritroverete un po' dappertutto, il pane è la base del nutrimento, come del resto nella maggior parte del mondo.

La tomba

Continuiamo a passeggiare tra le viuzze ed i vicoli contorti fino alla grande madrasa Islam Khoja, dove al suo fianco si alza il più alto minareto della città, oltre 56 metri, Il suo elegante salire verso l'alto è scandito dai cerchi successivi che ne dividono le partizioni, fino alla corona superiore, che si allarga come una magnifica corolla in fioritura. E ancora il grande caravanserraglio che un tempo accoglieva le carovane riparandole per la notte dagli assalti dei predoni, oggi tramutato in grande mercato coperto, che ospita eleganti negozi che espongo vestiti in stoffe preziose, sete ed ikat nel disegni tipici della città. Ma appena più in là, seminascosto tra le case, evidenziato solamente dalla sua magnifici cupola blu che si staglia nel cielo, c'è uno dei monumenti più iconici della città, il mausoleo di Pahlavan Mahmud, un santo vissuto nella seconda metà del 1200. Personaggio mitico, guerriero e lottatore, poeta, studioso ma soprattutto artigiano, vantò tra i suoi successi quello di aver vinto un grande sovrano indiano, permettendo la liberazione di tutti i suoi concittadini. Veneratissimo, la sua tomba è meta di continui pellegrinaggi e gli interni del mausoleo sono completamente ricoperti di splendide maioliche blu. Vale la pena rimanere a godersele a lungo, ad osservare i complicati intrecci ed i viluppi che appaiono come tralci stilizzati in maniera talmente complicata che ti perdi a seguirne le tracce che corrono negli angoli più nascosti delle nicchie. C'è da perdersi davvero in questo disegno senza fine, forse uno dei tanti modi di stordimento che caratterizzava la ricerca dell'ascesi dei sufi e dei derviches tourneurs

Al ristorante

E' uno dei momenti di massimo affollamento della giornata, siamo circondati da una folla di turisti senza fine, soprattutto europei, senti spagnoli, francesi e tanti italiani, segno che il paese è ormai, dopo le ultime intelligenti aperture (soppressione del visto, aumenti delle strutture a disposizione, assistenza e guide di ogni tipo), sta diventando una delle mete più di moda e pare che l'afflusso turistico dall'estero sia più che raddoppiato soprattutto nell'ultimo anno e la crescita sembra inarrestabile. Sarà anche questo che riduce i margini di contrattazione coi venditori di cianfrusaglie, evidentemente ingolositi dalla platea dei possibili clienti, quindi difficilmente si riesce a scucire più di un 15/20 % di sconto, nonostante io cerchi di mettere in pista tutte le mie tecniche di trattativa più scafata e insistente. Alla fine bisogna pur cedere visto che non cede la tua controparte e fare il tuo dovere di buon turista e lasciare il tuo obolo necessario a far girare la ruota e a portarti a casa l'inutile cosa che comincerà a prendere polvere già dal momento in cui verrà  riposta in valigia. Andiamo a mangiare un boccone nello stesso posto di ieri sera dove in fondo non eravamo stati male, più che altro per riposare i piedi prima della sgambata del pomeriggio. Dunque ci si ferma anche un poco più del necessario bere un tè osservando da una bella posizione sulla balconata, il rutilare della gente che passa di continuo a consumare qualche cosa, un po' ritrovandosi nelle nostre stesse condizioni. Poi toccherà riprendere.

Il minareto più alto della città


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