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| La piazza Poi Kalyan di Bukhara - Uzbekistan - ottobre 2025 (foto T. Sofi) |
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| Al ristorante LAbi Hovuz |
Usciamo che è ormai buio e fa pure freschino, bisogna coprirsi, questo rimane comunque un clima fortemente continentale. Qui siamo lontanissimi dal mare e le variazioni di temperatura sono sempre piuttosto forti. Per fortuna siamo vicinissimi al centro, che a Bukhara è decisamente raccolto e quindi si può visitare tutto a piedi senza problemi, si tratta solo di una comoda passeggiata. Pochi passi e si arriva subito sulla grande piazza del Lyabi Hauz, il grande specchio d'acqua circondato da locali, ristoranti, hotel, edifici religiosi. Se un colpo d'occhio è notevole, ti rimane impresso nella mente in maniera definitiva e puoi accantonarla, ma non riesci più a cancellarlo definitivamente. Sono passati 25 anni dall'ultima volta che sono stato su questa piazza ed in effetti eccomi qua, il ricordo è ancora vivido. Forse solo un poco più scintillante, le luci più cariche, i colori più ricchi e smaglianti, un centro cittadino davvero vivace e degno di una grande città. Non ci sono dubbi il primo impatto con questo luogo, devi averlo di sera quando questa atmosfera di città fiabesca segnata da architetture di un passato lontano, scandiscono gli sfondi e la colorano delle tinte d'Oriente. Poi, non si può negare che il lavoro non sia ben fatto. Ogni angolo è sottolineato nella giusta maniera, ogni arco segna con le sue ombre, i suoi chiaro scuri, le facciate circostanti, mentre il rumore degli zampilli delle fontanelle chiama a giardini di palazzi di ricchi sovrani orientali.
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| Sulla piazza |
Ci fermiamo per la cena ad un angolo del laghetto centrale, ci sono stato attirato quasi per istino, forse è lo stesso di tanti anni fa. Certo sono sempre i soliti spiedini, ma è l'ambiente che racconta e ti illumina la notte. Tutto appare come meraviglioso, lucente, profumato. Una serata magnifica nella quale non avverti neppure il freddo pungente. Le facciate delle madrase sul fondo della piazza cambiano continuamente colore, una sapiente regia comprende bene le necessità delle luci per inventare una atmosfera particolare. Anche suoni e rumori sono ovattati e per nulla fastidiosi, anche se in effetti in giro c'è moltissima gente e non potrebbe essere altrimenti visto il luogo dove siamo. Calmato lo stomaco, continuiamo a passeggiare attorno. C'è una specie di itinerario obbligato che si allunga nei meandri di questo centro perfetto e fatto di spazi larghi, piazze e piazzette che si dipanano tra i monumenti e le costruzioni antiche, che di notte appaiono tutte come dipinte di oro. I grandi piani di mattoni a vista, le cui sporgenze, da sole disegnano greche ed infiniti ghirigori che son l'ornamento perfetto per ogni palazzo, per ogni casa. Certo ormai la più parte sono costituite da negozi per i turisti, ma le cascate di tappeti che sembrano esplodere fuori delle porte, con loro disegni straordinari.
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| Un bazar |
Qui siamo nel centro dell'Asia, dove esplode il commercio del tappeto, questa opera d'arte senza limiti, che arriva qui anche da molto lontano, ma che ne costituisce il centro commerciale per eccellenza, e da cui prende addirittura il nome e tappezza pareti e pavimenti dappertutto. Pensate che il disegno del tappeto per eccellenza, appunto il Bukhara, fatto di una serie di rossi carichi, con sfumature che vanno dal mattone al carminio, al viola intenso, con la campo interno ricoperto dai famosi ottagoni, chiamati gul, che simulano la corolla aperta dei fiori, non viene neppure annodato qui, ma negli spazi circostanti. Ricordo una grande fabbrica che vidi ad Asghabad, nel vicino Turkmenistan, con più di duemila donne al lavoro, che ripetevano all'infinito sempre lo stesso disegno, eppure che dava alla fine una variabilità tale che nessun pezzo era uguale all'altro, se non quel disegno di fondo riconoscibilissimo che caratterizza proprio questa provenienza. Ma ne parleremo più diffusamente domani quando andremo a vedere un laboratorio di produzione e di vendita. Qui passeggiamo solamente con gli occhi spalancati a bearci di tutto quanto ci circonda e ci abbaglia tra le oscurità della notte. Passiamo tra gli archi dei cosiddetti bazar, ognuno dei quali ha un nome che deriva dalle merci che per tradizione venivano offerte.
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| Le volte |
Ecco banconi ricoperti di cappelli pelosi e di pellicce preziose, dai visoni agli zibellini, alle più prosaiche volpi e rat musqué, che qui viene detta ondatra, per finire con i riccioluti astrakan neri e grigi o i modesti conigli. E poco più in là ecco i negozi delle miniature, stupendi lavori eseguiti con piccole lenti fissate sotto l'occhio per manovrare con perizia un pennellino minuscolo e delicato, e mentre la sua produzione fa bella mostra di sé appesa alle pareti o disposta sul banco, l'autore continua ad eseguire con cura e mano fermissima, seduto in fondo su di no sgabello malfermo. La mano sembra quasi immobile, ma se osservi con cura, più da vicino, le dita hanno un leggero movimento che sposta solo di pochi millimetri il pennello fino a creare un contorno di un viso, la forma di una piccola mano o a coprire di blu lapislazzulo, il bordo di una veste svolazzante. Provate a dire che non è arte questa. E pure i prezzi, che un tempo mi erano sembrati così ridicolmente bassi, se rapportati alla rilevanza del lavoro, adesso sono di tutto rispetto, insomma, il lavoro va pagato, basta che ci sia un mercato che sostiene la richiesta, direbbe il nostro amico Marco, che in realtà di qui non passò affatto, come fecero invece padre e zio che in questa città si fermarono addirittura tre anni, spinti a rimanere dalla guerra in corso tra re Barca che qui regnava ed il suo vicino, cosa che rendeva insicure le strade e proprio qui ebbero l'incontro che cambiò le loro vite. A volte, quel che si dice l'occasione colta al volo. Ogni epoca insomma ha avuto le sue sliding doors.
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| La madrasa |
- ...Quando ebbono passato in ponente overo il diserto, vennero a una città ch'à nome Baccara, la più grande e la più nobile del paese; e eravi per signore uno ch'avea nome Barac. Quando i due fratelli vennero a questa città, non poterono passare più oltre e dimoronvi tre anni. Addivenne a quel tempo che 'l signore del Levante, mandò imbasciatori al Grande Kane e quando vidono in questa città i due frategli, fecionsi grande meraviglia perché non avevano veduto niuno latino; e fecino gran festa e dissono loro, s'eglino voleano venire con loro al Grande Signore, e egli li porrebbe in grande istato, perché il Gran Kane non avea mai veduto nessun latino. Li dui fratelli risposono: "Volontieri". - (il Milione , cap. 4)
E in questa risposta sta scritto il tutto destino futuro della famiglia Polo. Una patola a segnare un destino, come quando la Monaca di Monza da sventurata quale era, rispose. Pensate a due mercanti capitati casualmente in questa grandissima e famosa città caposaldo delle carovane di tutta questa parte di mondo, ultimo avamposto dell'emisfero occidentale, che neppure ne conosceva bene l'essenza e la circostanza, che decidono di andare avanti, cominciando una nuova avventura verso un mondo totalmente sconosciuto e misterioso. Certo la voglia di guadagni, direte voi mal pensanti, ma anche tanta curiosità di scoprire il mondo gettando il cuore oltre l'ostacolo, direi, questo è quello che i affascinerà sempre e che deve essere alla base della mentalità del mercante per segnare la sua fortuna. Proseguiamo su questi passi, su un impiantito di lastre di pietra che mi illudo siano le stesse calpestate proprio dai due fratelli, fino a che dietro l'ennesimo angolo svoltato, dopo un'altra uscita dal buio, con gli occhi colpiti dalla luce improvvisa di un grande spazio vuoto, ecco apparire i palazzi della favola, siamo arrivati a quel Registan, che rappresenta il culmine dell'itinerario, il disvelamento finale della meraviglia, che proprio nella notte disvela il suo ineguagliabile antico splendore.
L'ampia piazza è circondata da tre lati da tre grandi palazzi, due madrase e una moschea, meravigliose, di cui vi parlerò ancora, visto che qui torneremo di giorno per vederle all'interno, ma che trascurerò adesso, visto anche che furono completate come le vediamo ora, dopo la morte di Tamerlano, troppo tardi per esser viste anche dai nostri amici Polo, ma vi parlerò solamente del pezzo di tale straordinaria potenza che rappresenta sicuramente una delle cose più belle che io abbia mai visto: il minareto Kalyan, un'opera assolutamente unica ed ineguagliabile che si staglia per i suoi 45 metri, nella notte, un dito d'oro che leva perfetto nella sua forma affusolata fino a toccare il cielo di velluto nero, col disco della luna quasi piena che ne disegna la silhouette. L'opera straordinaria, crollata durante l'ambiziosa costruzione, ma subito con pervicacia ripresa dall'architetto Bano e completata nel 1127, era quindi in piedi già da un secolo quando i due fratelli gli arrivarono davanti, ammirandone le forme ardite col naso all'in su come sto facendo io. Apparentemente semplice, non è ricoperto da maioliche azzurre come si usò poi nei secoli successivi, rivela la sua perfetta bellezza nel decoro straordinario formato dal rilievo della disposizione dei mattoni crudi, messi di costa, con le loro rientranze ed emersioni che creano una fantasiosa, geometrica sequenza di straordinari disegni, con una alternanza di vuoti e di pieni, un susseguirsi di leuci ed ombre che le luci della illuminazione della notte e del chiarore fioco della luna, creano, dando al tutto un aspetto assolutamente magico.
La linea che sale poi, si rastrema leggermente nella sua ascesa continua dandogli l'aspetto di ineguagliabile eleganza che culmina allargandosi sulla cima in una rotonda luminosa di sedici archi che ne alleggeriscono il peso della decorazione finale disegnata dal cappello di leggerissime stalattiti. Da lontano un dipinto perfetto di una miniatura delicata. Da vicino, una trina insospettabile da toccare, una parete divina su cui fare scorrere le dita con leggerezza per non rovinarne la superficie rugosa, ma sentendone il calore sottostante quasi fosse materia viva e pulsante. Vi assicuro, mai vista cosa così bella. Non voglio vedere altro per questa notte, questo e anche solo questo, mi basterebbe portare con me, immagine indelebile da non sporcare con altro, che alla fine il suo ricordo non sia turbato da nulla che possa intaccare la sua bellezza. Mi allontano finalmente, solo il rumore dei miei passi sulla pietra nuda, solo il frusciare dei miei pensieri a cui fanno eco le ombre della sagoma che il Minar disegna sulla piazza deserta. Il tempo qui non scorre, possono passare i regni e le dinastie, il rumore delle buccine degli eserciti ed il brontolio degli zoccoli dei cavalli, ma nulla può essere in grado di intaccare la bellezza pura, fine a se stessa.
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| La cupola |
SURVIVAL KIT
Ristorante Labi Hovuz - Methar Ambar St. Bukhara - Sulla piazza principale del centro ad un angolo sul laghetto, elegante locale di speccialità uzbeke, dove è molto piacevole cenare. Piatti tipici locali, molto buono il plof ed i vari tipi di spiedini e grande varietà di insalate. Prezzi medi, assolutamente congrui alla posizione ed alla tipologia del locale. Noi abbiamo speso 600,000 Sum in 6 con un bicchiere di gradevole vino rosso. Menu con fotografie. Personale molto gentile.























