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mercoledì 1 luglio 2026
Recensione: F. Jovi - Marco Polo , la vita è viaggio
lunedì 29 giugno 2026
Pam 10 - Verso Istaravshan
| Natrix tassellata - Tajikistan - giugno 2026 |
| LA fortezza Mug Teppe |
| Moschea Kok Gumbaz |
| Il custode |
| I nipoti |
domenica 28 giugno 2026
Pam 9 - Le altre attrattive di Khjand
| Kasri Qala - Cittadella - Khujand - Tajikistan - maggio 2026 |
| Pavimenti di legno |
| Ismoil Somoni |
| Lenin |
| Al lago |
Percorriamo il lungo ponte che sfila lungo la sommità della diga, facciamola foto di rito davanti alla scritta I love Tajikistan, e poi giriamo un po' nei boschi circostanti che in effetti hanno formato un polmone verde che per un paese arido e fatto soprattutto di montagne scabre e solitarie, appare come un'oasi che raccoglie sempre maggiormente gli interessi di svago della popolazione. Sulle rive del bacino infatti sono sorti una serie di Sanatorj, le classiche istituzioni sovietiche di vacanza che sorgevano principalmente in aree di ferie, dove avevano diritto di andare in particolare i lavoratori meritevoli a trascorrere meritati periodi di riposo. Ricordo l'amico Eugenio che ripensava con particolare nostalgia ai momenti n cui era potuto andare a Kislovodsk, lo stabilimento termale degli zar, a "passare" le acque, nel Caucaso. I Russi hanno sempre avuto una particolare predilezione per le cure termali e "riposare" (la parola russa usata per fare le ferie) in questi luoghi era considerato il massimo e come è giusto avevano passato questa predilezione anche agli abitanti degli stati satelliti. Sta di fatto che anche qui ci sono i famosi Sanatorj, oggi trasformati in alberghi di semilusso, vicino al bacino dove si sono sviluppate una sorta di stazioni balneari con giochi d'acqua, piscine, zone di pesca e localini di ogni genere in cui mangiare trote e altra fauna ittica pescata nel lago.
| La cupola del Kasri Qala |
| Una porta lignea |
venerdì 26 giugno 2026
Pam 7 - Un giro a Khujand
| Il monumento alla guerra patriottica |
| Il registan |
| Il minareto |
| Frutta secca |
| Non |
| Panettiere |
| Lamponi |
| La moschea |
SURVIVAL KIT
| I mosaici di Alessandro |
| Il cavallo |
giovedì 25 giugno 2026
Pam 6 - La valle di Fergana
| Plov center - Kujand - Tajikistan - Maggio 2026 |
Passata la frontiera, la prima stranezza che ti si para davanti agli occhi è la fila di bisarche cariche di auto orientali, coreane, giapponesi, con la carrozzeria segnata da piccoli o medi incidenti che procedono ordinatamente verso il Tajikistan. Sembra che quaggiù, sia consueta l'importazione a prezzi stracciati di auto che necessitano di riparazioni evidentemente ritenute non giustificate dal punto di vista economico, che qui, terra di artigiani disponibili e capaci, ritrovano nuova vita. Pare che la stessa cosa avvenga anche per auto di annata provenienti dalla Germania e dintorni, forse di dubbia fonte, come accadeva una volta in Russia, organizzate da parte di appositi gruppi poco raccomandabili. Fatto sta che questo paese assieme al vicino Kirghizistan, che non ha fabbriche di produzione automobilistica, sia in fase di incremento del suo parco macchine in ogni modo possibile. Intanto noi procediamo lungo la bella strada che scende verso sud e procede sul terreno ondulato della grande valle di Fergana, il territorio semipianeggiante, unico o quasi del paese, dove è possibile praticare l'agricoltura, essendo tutto il resto occupato da infinite catene di montagne altissime. La scarsità di terreno a disposizione, solo il 10% del territorio è coltivabile, il resto è tutto estremamente montuoso, unito al fatto che il clima continentale dell'Asia Centrale, fatto di estremi considerevoli, con temperature invernali molto basse ed estive torride, accoppiate ad una forte aridità, rende il paese fortemente deficitario di derrate alimentari e quindi importatore netto dai paesi vicini, Cina in particolare che alla fin fine, qui esporta praticamente tutto, come vedremo via via proseguendo.
I campi sono principalmente coltivati a cereali vernini, ma vedi subito una forte presenza di frutteti, che sono la vera ricchezza del paese e questa è la stagione delle albicocche e delle ciliegie, che costeggiano quasi fossero viali, molte strade. Sui bordi della carreggiata, di tanto in tanto ecco i ragazzini che offrono cestelli ricolmi dei deliziosi frutticini rossi e non solo. Un'altra presenza che si dimostrerà costante anche nei prossimi giorni, è quella degli alberi di gelso, indispensabili per l'allevamento dei bachi da seta, una delle produzioni di punta del paese. Ma accoppiata a questa deriva anche una ricchissima produzione di more bianche dolcissime e nere leggermente acidule, ma più saporite, che ritroveremo a volontà per le strade e nei mercati, fresche od essiccate, vere e proprie minizollette di zucchero. In pratica questa può essere definita la pacchia del diabetico! La valle è larghissima e verdeggiante, una vera e propria oasi sul bordo di un paese tutto sommato arido, mentre le prime alture si notano solo in lontananza, ai bordi lontani che sfumano all'orizzonte, confondendosi con il blu del cielo, mentre si insinua tra le catene non ancora visibili dell'Hindukush a destra e del Pamir a sinistra. In fondo è proprio tra queste montagne che si ritrovano le ricchezze minerarie di cui campa questo paese. Non puoi far a meno di notare che ogni traliccio abbia in cima un enorme nido su cui emergono i lunghi becchi di una famiglia di cicogne, intente ad alimentare i loro piccoli. Ma per capire come funziona l'economia del Tajikistan, bisogna ripercorrere per un momento la sua storia recente.
Infatti come tutto il resto dell'Asia Centrale, questo territorio fu parte del cosiddetto Grande Gioco che ha contrapposto per tutto l'800 la Russia zarista alla Gran Bretagna ed i suoi interessi nel subcontinente Indiano. Entrato poi definitivamente nell'orbita sovietica dopo il 1929, il paese si trovò in una condizione di deciso straniamento alla sua dissoluzione nel 1991 e la costituzione del nascente Partito della Rinascita Islamica, ebbe una decisa influenza negli immediati sviluppi successivi, col tentativo di portare il paese nell'orbita del pensiero estremista afgano. Tutto questo portò a sette anni di una sanguinosa guerra civile che segnò soprattutto economicamente il paese, che ne uscì con le ossa rotte, pur essendo riuscito ad allontanare la minaccia del massimalismo religioso. In effetti l'Islam tajiko, in maggioranza sunnita, presenta anche una forte componente ismailita, decisamente meno severa e accomodante, nonché storicamente permeata dalla filosofia sufi, tollerante ed incline allo sviluppo dell'arte e della cultura. Tuttavia questo intermezzo bellico, ha segnato molto negativamente lo sviluppo del paese che è rimasto decisamente indietro rispetto ai suoi vicini, in particolare a Uzbekistan e Kazakistan che dispongono anche di risorse ben maggiori. In ogni caso la sensazione generale è che il paese sia in decisa crescita, sempre considerando che rimane profondamente nell'orbita russa e soprattutto della occhiuta influenza cinese, che investe a piene mani, in cerca della possibilità di espandere e rafforzare la Nuova Via della Seta che ritiene essenziale per le sue future visioni di sviluppo e che quindi, proprio per questo considera queste terre decisive zone di espansione della propria economia.
Dovunque vedi cantieri, macchinari e ambienti, ricoperti di scritte cinesi ed ogni opera pubblica di una certa dimensione è ormai targata con la tecnologia ed i soldi dell'Regno di Mezzo. Il Gran Khan ha ormai ripreso il dominio effettivo su questo mondo al di là della formale indipendenza. Così procediamo nella campagna tra campi di grano e di cotone, punteggiati in lontananza da fornaci di mattoni (cinesi), da cementifici (cinesi) e strade in costruzione dove operano enormi mezzi movimento terra (cinesi), fino ad arrivare a Kujand dopo aver attraversato il Syr Daria, lo Jaxartes di Alessandro Magno che segnava il confine nord del suo impero. La città è davvero ricca di storia. Qui sorgeva infatti la famosa Ciropoli, caposaldo del nord dell'impero Persiano, che Alessandro rase al suolo per fondare sulle sue ceneri Alessandria Escharte, l'Ultima Alessandria, dalle mura di oltre 6 chilometri erette in soli 20 giorni, come avamposto contro i nomadi Sciti, i barbari nemici che infestavano i territori al di là dei confini. In seguito la città cambiò pelle più volte, passando attraverso la nuova dominazione persiana e la successiva distruzione da parte degli Arabi durante l'espansione dell'VIII secolo, ma resistette ai mongoli cinque secoli dopo, per fare successivamente parte dell'Impero Timuride. Addirittura nella fase sovietica, fu denominata Leninabad, per tornare successivamente al nome attuale, anche se ricordiamo che è uno dei pochi luoghi dell'ex-URSS a conservare la statua di Lenin, addirittura la più alta dell'Asia Centrale, 24 metri, che tuttavia dopo la dissoluzione è stata smontata e riassemblata ricollocandola nel Parco della Vittoria, certo in maniera più defilata, alla periferia della città.
Intanto siamo arrivati in centro vicino alla Grande Moschea, proprio durante l'ora della preghiera, cosa che ci imbottiglia in un traffico piuttosto convulso, nel vicino parcheggio, dove la maggior parte dei mezzi vengono lasciati in maniera abbastanza creativa. Ma la nostra meta in realtà è un poco più prosaica, si tratta infatti del National Plov Center Restaurant, la cui caratteristica è quella di santificare quello che è in assoluto, il piatto principe dell'Asia centrale, appunto il Plov (o Plof). Questo piatto di cui ho già parlato in altre occasioni, rappresenta il cuore di questa cucina e lo si incontra continuamente, sia nei ristoranti che nello street food nei mercati di tutto il paese, in particolare a pranzo. Per tradizione dovrebbe essere preparato solo dagli uomini in un pentolone nero di grosse dimensioni, in mezzo al cortile all'interno delle case ed è in pratica un riso che viene rimescolato nel suddetto contenitore, con l'aggiunta continua di brodo di carne e di una serie infinita di ingredienti (ogni famiglia ha la sua personale ricetta) che vanno da ogni tipo di verdura, in particolare le carote, ma anche uvetta sultanina e altra frutta secca e carne, bovina o di capra. Il piatto è assolutamente vicino al nostro gusto, non essendo particolarmente speziato e risulta generalmente molto gradevole. Tuttavia considerate che per tradizione il pentolone non dovrebbe mai essere lavato, quindi era fonte di parecchie problematiche successive, io stesso ne ebbi di particolarmente importanti in occasione di una mia prima visita in queste zone circa 25 anni fa.
Ma qui siamo in uno dei più bei ristoranti della città e quindi ci lasciamo andare senza timori. La sala è molto elegante e le ornamentazioni, piastrelle e decori sono ricchissimi e ricercati, in particolare le ceramiche sfoggiano tutta la raffinatezza dei disegni di derivazione persiana a cui il Tajikistan è particolarmente debitore. La sala è popolata solamente da uomini, visto che tradizionalmente questo locale è frequentatissimo prima della preghiera nella vicina moschea. Ci vengono serviti due tipi di plov, con condimenti leggermente diversi, uno più deciso, l'altro un poco più dolce e poi alla fine un gran vassoio di frutta con ciliegie, fragole, melone e cocomero. Per la verità le quantità sono esagerate, ma per la conoscenza di questo piatto non potete esimervi dal visitare questo che sembra essere il locale ambasciatore assoluto del Plov. Quando usciamo, la macchina è ancora completamente bloccata e in attesa che la folla, finita la preghiera, smaltisca, ci fermiamo a chiacchierare con un gruppetto di militari della Stradale che ufficialmente dovrebbero regolare il movimento del traffico, ma che preferiscono, visto anche che fa un caldo torrido e che vista la situazione, sarebbe assolutamente inutile, raggrupparsi all'ombra di un grande albero all'incrocio delle strade principali.
Nell'attesa, ci avviciniamo e vedo subito che anche le mie scarne conoscenze di russo sono tuttavia ancora sufficienti ad un caldo contatto che ci fa subito capire quale sarà l'accoglienza della gente che incontreremo dovunque nei prossimi giorni. Un movimento di naturale simpatia che sfocia in grandi dimostrazioni di benvenuto e larghi sorrisi di piacere verso chi dimostra di apprezzare un paese lontano e poco conosciuto, venendolo a visitare Ci vengono subito chieste informazioni sul nostro itinerario e naturalmente sulle nostre impressioni, poi la discussione tra uomini scivola subito sul calcio, visto che l'Italia, in questo campo ha (anzi aveva) una certa fama. Naturalmente faccio subito la mia magra figura chiedendo notizie di Cannavaro, che invece è diventato il CT del vicino Uzbekistan e qui non sanno neanche chi sia e poi probabilmente non spira neppure una eccessiva simpatia, un po' come se dei turisti cinesi ci chiedessero notizie sull'allenatore dalla vicina Francia, capirà!. Poi tutti assieme si canta l'Italiano di Toto Cotugno, che nei paesi dell'est è ormai il nostro inno nazionale e di cui tutti conoscono le parole e le cantano anche senza comprenderne il significato. Vedremo presto come questa diventerà la colonna sonora di accompagnamento di tutto il nostro viaggio. Insomma la prima accoglienza non potrebbe essere delle migliori. Infine il traffico smaltisce, salutiamo i militi con grandi pacche sulle spalle e arriviamo fino al nostro albergo per posare le valigie e darci una rassettata, visto che abbiamo saltato la notte.
| Centro plov |
SURVIVAL KIT
Hotel Firuz - Lenina street 223 - Kujand - 3/4 stelle, molto bello, nuovo. Posizione centrale Bagno nuovo, pulito e ben fornito. TV, AC, frigo, kit tè, caffè. Acqua. Free wifi.Personale molto gentile. Doppia letto king a circa 30 € con colazione abbondante con crepes e uova. Consigliato.
mercoledì 24 giugno 2026
Pam 5 - Arrivati
| In volo |
Non ci sono dubbi, a casa sono tornato e mentre riposo le stanche e anziane membra al bel sole di Mentone, posso solamente rallegrarmi del fatto che nonostante tutto, lanciando se si può dire, il cuore oltre l'ostacolo, non mi lascio fermare dalle supposte difficoltà, che in questo caso gli amici a cui avevo raccontato il progetto mi mettevano avanti a tutto, il resto ed in particolare i problemi della quota a cui ci saremo dovuto sottoporre e che trattandosi come già detto del tetto del mondo, non era, sulla carta, poca cosa. Vero è che a queste quote ci sono già stato e più volte, senza problemi. Inoltre all'ultimo appuntamento cardiologico, il buon dottore, se pure amico, mi aveva detto che non voleva rubarmi soldi con accertamenti più approfonditi, visto che pur con tutte le magagne che accuso e le manciate di pillole che trito giornalmente, il cuore è l'unico, toccando ferro che, per il momento, non dà problemi. E continuo a dirlo soprattutto per scaramanzia. Comunque sia, diciamo pure che sono partito tranquillo, rassicurato anche dal fatto che il mio accompagnatore aveva preparato un itinerario molto graduale e quindi in ogni caso il fisico si sarebbe dovuto abituare alla gradualità della salita. Così eccoci lì a percorrere la solita strada verso la Malpensa, tra risaie da poco seminate, mentre il grato odore di diserbante si diffonde nell'aria e penetra nei finestrini pizzicandomi il naso.
L'appuntamento al bancone della Lot, anche questa volta è con la mia cara cuginetta che anche questa volta si è addossata la briga di farmi da badante in una delle mie forse ultime scorribande asiatiche ed ha già provveduto a fornirmi la indispensabile assistenza digitale che ormai è assolutamente indispensabile nei viaggi fai da te, tra pagamenti digitali, eSim e che il diavolo se li porti via, anche se devo dire una volta messi a punto e saputi usare nella giusta maniera sono davvero un aiuto fondamentale per i viaggiatori. Per fortuna è stata sedata anche l'ansia che mi attanagliava da mesi, visto che i biglietti, saggiamente per quanto riguarda il costo, acquistati molti mesi fa, quando ancora non spiravano i venti di guerra, che invece li hanno fatti lievitare come pani di Altamura, in questo ultimo mese, erano sì in saccoccia, ma temevo una cancellazione dell'ultimo minuto, proprio per poter correggere appunto quei prezzi concorrenziali di allora. Invece le linee aeree polacche si sono dimostrate assai serie e hanno anche spaccato il minuto e pur avendo solo un'oretta per il cambio aereo a Varsavia, tutto è proceduto a pennello, nonostante, per la legge di Murphy, il nostro gate di partenza è sempre il più lontano in assoluto da quello di arrivo e mentre i bagagli, scorrevano sul nastro dei ritiri dell'aeroporto di Taskent, ho capito che le cose si stavano avviando per il verso giusto.
Per la verità tutto ciò accade sempre, ma questo, dell'attesa dell'agognata valigia all'arrivo, la cui mancata comparsa potrebbe pregiudicare l'andamento di tutto il viaggio successivo, specialmente quando si tratta di viaggi itineranti, è un momento di timore che non abbandona mai noi apprensivi e quando vedi il tuo collo, reso ben riconoscibile appositamente anche da lontano da una cinturina con le fragole rosa, comparire dal vomitorio in cima al nastro, benedici la tecnologia e corri a tirarla giù con eccesso di entusiasmo rendendo grazie al dio dei viaggiatori. Ma lo sapevate che esiste un aggeggino del costo di pochi euro che potete mettere nella valigia e che, collegato al vostro telefonino vi dice che il vostro bagaglio, grazie al GPS, risulta caricato sotto di voi, liberandovi di questa ulteriore e inutile ansia? Comodissimo vero, certo che la tecnologia ne studia una al giorno, bisogna solo sapere stargli dietro. Certo un altro dei problemi è la notte saltata e trascorsa sui comodi sedili della classe bestiame degli aerei, che di certo è pratica che non si confà più alle nostre esigenze, ma i casi sono due o vuoi viaggiare comodo e in fretta, e si può, ma bisogna mettere mano ad un portafoglio di notevole spessore, oppure se hai il braccino corto, per necessità o inclinazione naturale, devi sopportare e sbarcare bello che rincoglionito dopo la notte insonne e cercare di espletare le pratiche di ingresso nel paese di turno sperando di non dover avere necessità di una mente lucida al 100%.
Comunque stavolta tutto marcia senza problemi ed in breve eccoci emergere dall'aeroporto nella splendente mattinata uzbeka delle 8:30, quando già ci sono 32°C e noi cerchiamo di mettere da qualche parte la pesante felpona portata a braccio in previsione delle rigide temperature dell'Hindukush. Sembra una riedizione di Totò, Peppino e la Malafemmina a Milano. Questo, della scelta del guardaroba è stato una delle scelte più discusse, visto che il bagaglio vorresti minimizzarlo il più possibile e la previstone è di una temperatura già torrida per buona parte del viaggio, nell'Asia centrale, le temperature infatti sono sempre esagerate nelle due direzioni; a giugno puoi tranquillamente trovare a bassa quota tra i 30 e i 40°C, mentre quando ti dovrai inerpicare oltre i 4000 metri di notte si arriva tranquillamente sotto lo 0, considerando che può anche nevicare con assoluta serenità. Quindi guardaroba completo da turista fantozziano e via andare che tanto poi carichi tutto in macchina. Tanto per darvi una spiegazione logica di come mai ho scelto di arrivare a Taskent (e può essere nei miei progetti futuri, che non sia neppure l'ultima volta), percorrendo per la terza volta le strade uzbeke, tutto risale come sempre al costo dei biglietti che su questa destinazione offrivano prezzi particolarmente allettanti ed inoltre questo punto di arrivo avrebbe consentito di percorrere tutta la valle di Fergana che avevamo saltato nel nostro viaggio dell'anno scorso ed inoltre di effettuare un percorso più interessante e completo in Tajikistan.
Questa soluzione lungamente meditata, comprende l'area occupata dall'antica Sogdiana, che arrivando direttamente nella capitale Dushambé avremmo dovuto saltare. Insomma una di quelle furbate di recupero che consente di vedere il massimo possibile con un po' meno sforzo. Comunque ecco che appena fuori dai vomitoria aeroportuali, il nostro uomo, un tassista locale inviato direttamente da Jamshed, il mio contatto tajiko, di cui vi parlerò poi a lungo, è lì che esibisce il confortevole cartello con il mio nome a stampatello e che tranquillizza il turista di essere sotto tutela. (un'altra delle tante differenze tra turisti e viaggiatori, che avremo modo di tastare in ogni sfaccettatura, in questo che sarebbe davvero una avventura da viaggiatori e che invece io devo rassegnarmi a svolgere con la maledetta o benedetta targhetta del turista appiccicata alla schiena, come quei pesci d'aprile che i compagni di scuola scemi ti incollavano con una bella manata, quando andavi a scuola). Carichiamo i bagagli e attraversiamo la città mentre il traffico del mattino è ancora accettabile, uscendo quindi verso la campagna, lasciando indietro l'autostrada verso Samarcanda. Certo questa non era ancora in funzione quando Alessandro Magno ha percorso questo tratto di 300 km in tre giorni, ma noi saremo ancora più veloci di lui e della sua cavalleria leggera; inn fondo noi di cavalli nel cofano motore ne abbiamo di certo più di lui, anche se non si vedono, come diceva la ragazza della pubblicità.
Ci vuole all'incirca un'oretta per percorrere i 90 km circa che ci separano dalla frontiera di Oybek e alle 9:30 eccoci lì davanti al varco, accolti dal nostro Jamshed che ci aspettava ansioso, pronti per varcare questa barriera, pratica in effetti apparentemente semplicissima, dato che non sono necessari visti né in Uzbekistan, né in Tajikistan e che i due paesi stanno facendo di tutto per agevolare i turisti nella pratiche di entrata ed uscita, avendo capito che questa è una vacca da mungere decisamente grassa e da sfruttare al massimo. Tuttavia la burocrazia è quello che è e le pratiche istituite sono difficili da smantellare ed alla fine arrivare in territorio tajiko, attraversando questa barriera, necessita di una bella oretta sotto il sole cocente, valige alla mano ed un lunghissimo percorso da fare a piedi attraverso corridoi e gimkane interminabili tra uffici e relative code. Mi immagino il nostro Marco Polo, che parcheggia i cammelli e non si capacita di questo andirivieni tra "saracini disleali e malvagi", domandandosi invano come mai pur esibendo la targa d'oro incisa con il lasciapassare del Gran Khan gli vengano fatti tutti questi controlli, invece di avere un via libera incondizionato, al solo esibirla, pena il suscitare le ire dell'imperatore del Catai, che anche adesso mica è l'ultimo del mondo. I tempi sono cambiati indubbiamente. Comunque le cose stanno così.
Dogana uzbeka, controllo valige, pratiche passaporto e timbri vari di uscita che pareggino il timbro di entrata apposto solo un'ora fa e poi lunga strada sotto il sole nella terra di nessuno, dove per fortuna viene messo a disposizione, pagando, un apposito carrettino elettrico da golf, per chi non vuole cuocere sull'asfalto, fino al varco tajiko, dove si svolge la nuova ispezione doganale, e quindi la trafila passaportuale fino all'apposizione del fatidico nuovo timbro di entrata, fotografati in ogni passaggio e meno male che adesso ci sono gli aggeggini ai banchi, guardi qui, guardi là, guardi su e giù e via finalmente fuori a ricaricare finalmente tutto il bagaglio sulla macchina che ci sarà compagna per i prossimi venti giorni. E dire che le code sono state ancora, possiamo dire, minime, visto che i turisti che scelgono questa strada sono ancora decisamente pochi. Arrivasse qualche pullman, di certo l'intasamento nei due o tre sportelli farebbe salire l'attesa a parecchie ore. Anzi sembra che ci sia già più gente del normale, visto che questo è il weekend del sacrificio del montone, la festa musulmana più importante dopo la fine del Ramadan e quindi, parecchia gente si sposta al di qua e al di là del confine a trovare parenti. In effetti troviamo solo un gruppetto di turisti americani, nello specifico newyorkesi, piuttosto liberal, che si fanno tutti i 5 -stan in una decina di giorni, guidati da una bionda ragazzona russo-khazaka con i quali abbiamo un contatto durante le attese agli sportelli e che approfittano per vomitarci addosso tutte le maledizioni possibili all'indirizzo del loro amato presidente che evidentemente nel New England non gode di moltissime simpatie, ma poi gli auguri di un buon proseguimento sedano tutto e non ce la prendiamo neppure con le donne locali che con la scusa di torme di figli piccoli, saltano la coda e passano davanti a tutti, anche se pare siano nel loro pieno diritto. Alla fine usciamo a riveder le stelle finalmente, anzi il sole cocente, saltiamo in macchia e aria condizionata a palla, prendiamo finalmente il via. Certo Marco risaliva sul cammello e dava un colpetto di speroni e al massimo si riparava la testa con un bel cappello, adesso qualche comodità in più ce l'abbiamo, d'altra parte lui è rimasto da queste parti quasi un'anno, mentre noi abbiamo meno tempo. Quindi a questo punto possiamo dire che il nostro viaggio è davvero cominciato.
| La famosa valigia fragolata |
SURVIVAL KIT
Parcheggio Malpensa - Abbiamo a malincuore abbandonato il Parcheggio Mariuccia di cui ci servivamo da anni a causa dell'aumento dei prezzi che lo rende decisamente non competitivo specialmente per i viaggi brevi. Abbiamo quindi ripiegato su GPparking - Via al Ticino 10 - Somma Lombardo che ci ha fatto i 20 gg di sosta all'aperto a 80 €. Un po' lunghi i tempi di attesa all'arrivo, ma ci sta.
Voli
Andata con LOT - MPX 19:40 - Varsavia 21:50 LO320 - Varsavia 23:00 Taskent 08:00 +1 - LO191 - 318 € a persona con bagaglio in stiva.
Ritorno con Turkish - BSZ 10:10 - Istanbul 13:10 - TK345 - IST 15:50 - MPX 17:45 - TK1875 438 € a persona con bagaglio in stiva
Da Taskent alla frontiera tajika di Oybek - Taxi a 30 Euro - La frontiera internazionale è aperta 24/7. Per i saccopelisti ci sono taxi collettivi che partono da Kuylyuk Market per la frontiera, quando sono pieni. Dalla frontiera a Khujand ci vuole un'altra ora.