lunedì 13 aprile 2009

Salerno - Reggio Calabria


Eravamo stati promossi! La temibile maturità, scoglio epocale di ogni studente era superata. In un luglio bollente in cui studiavo con i pieni immersi nell’acqua fresca del bagno, me la ero tolta abbastanza bene, tra lo stupore della prof di lettere che non mi aveva in grande stima. Comunque, usciti i risultati, prendemmo la grande decisione. Andrea aveva avuto l’idea, Barni, non solo aveva già la patente, ma il padre avrebbe messo a disposizione la mitica 600 beige. Sì, partire, tour della Sicilia, simbologia epifanica della scoperta del mondo! Arrivare a Salerno, fu facile. Ma da lì in poi si apriva un mondo nuovo. Cristo era arrivato un po’ più in giù di Eboli, ma mica tanto. Ci volevano un paio di giorni per arrivare da Salerno fino allo stretto e la stradina per superare la parte montuosa tra Campania e Calabria era tortuosa e obbligava a lunghi giri per superare le valli infossate, dove ogni tanto comparivano gli spuntoni dei viadotti in costruzione della A3, la famosa Salerno-Reggio Calabria. Che invidia, di lì a pochissimo, un anno o due al massimo, in poche ore si sarebbe potuto percorrere quel tratto così tormentato e difficile. Nel 65 vedevamo dinnanzi a noi un futuro di rapido sviluppo. Strade, case, cemento, ci sembrava un naturale ed augurabile radioso futuro. Però, che meraviglia il lento arrancare del nostro mezzo, su per quelle lunghe salite tutte curve per risalire ed attraversare tutto il Cilento. I profumi di Mediterraneo erano forti, le cicale frinivano fino a stordirci mentre il sole del mezzogiorno scioglieva l’asfalto delle strade deserte. Poche auto giravano allora ed anche i paesi, grandi e bianchi di quel sud sconosciuto erano lontani dalla strada, accoccolati su colline più lontane. Solamente, di tanto in tanto, ai lati della strada, quando un piccolo slargo lo permetteva, sotto un piccolo telo di frasche, la plastica era ancora semisconosciuta a quel tempo, dei ragazzini, con un cestello intrecciato tra i piedi. Quando vedevano arrivare, da lontano, la macchina, avevano tutto il tempo di alzarsi, prendere uno o due cestini, arrivare sul bordo della strada e sporgere, mostrandolo, l’oggetto del loro commercio. Mentre la macchina si avvicinava, mostravano il cestino, la macchina sfilava di fianco lentamente, data la salita, e loro invariabilmente gridavano:-Fichi, fichi, fichi- scoprendo il loro piccolo tesoro. Dopo una decina di quegli incontri in pochi kilometri, cominciammo un lungo rettilineo ascendente che portava fino alla cima di un colle, prima di iniziare la tortuosa discesa per giungere a Ponza. Dall'alto già si intravedeva l'azzurro forte del golfo di Policastro. In fondo alla strada, avvistammo una delle capannucce di frasche col bimbo, che al rumore del motore, già si era alzato e si apprestava a sporgere il cestino. Senza neanche metterci d’accordo, ci sporgemmo tutti e tre dai finestrini aperti e mentre gli passavamo di fianco, urlammo ad una voce. –Fichi, fichi , fichi.- Ci guardò con aria stupita, lo avevamo certamente sorpreso, battendolo sul tempo, ma, mentre lo stavamo superando, sentimmo l’eco della vocina non doma che ci gridava : - Pire, pire, pire!- Comprammo le pere, poi scendemmo verso l’afa della pianura. La diversificazione dell’offerta cominciava ad essere il segreto dello sviluppo economico.

1 commento:

barni ha detto...

Bellissimo il commento finale. E noi, stupidi come si è a 19 anni, invece di capire, gridavamo dai finestrini...

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