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lunedì 18 maggio 2015

Nagaland. L'angh di Hong Phoi

Nel morong di Hong Phoi

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Ancora di villaggio in villaggio attraverso queste colline arrabbiate che conquisti con il faticoso borbottare del motore che ansima ad ogni curva. Tang Nyu è più nascosto tra il verde, con capanne basse e deserte, gli adulti nella foresta ed i bambini che corrono incontro alla novità della giornata. Poi il cammino ti riporta a Mon, questo agglomerato incongruo allo spirito di queste terre, fatte e predisposte ad una vita di lotta alternata tra uomo e foresta. Qui la crescita inarrestabile della specie ha costituito un formicaio di baracche che hanno azzannato il monte corrodendone i fianchi e le vallette circostanti, popolandole completamente di strade contorte, di case, di muri e di folla bramosa di vivere. Una esigenza di vita simile a quella che ormai si conosce, giacché le telenovele di Bolliwood portano anche negli angoli più nascosti e reconditi, vestiti leggeri che svolazzano e auto lussuose, case con bagni immacolati e banchetti di gente felice che balla e viaggia per il mondo, in paesi così lontani da non poter neppure essere immaginati e allora tutto questo si deve applicare anche a luride stamberghe di assi sbrecciate, ricolme di merci povere che scimmiottano quell'abbondanza sognata, un mercato che vive dello scambio di quei prodotti che comunque riescono ad essere a disposizione. 

Donne al lavoro
Gli angoli liberi si riempiono di motorette che sparacchiano fumi puzzolenti schizzando liquame di colature che escono da casupole cresciute senza merito. Le immondizie del mondo moderno non sono come quelle dei nonni. Anche i residui delle teste tagliate scomparivano velocemente al sole del tropico e l'acqua del monsone lavava facilmente sangue e bucce di banana che tornando alla terra si consumavano. Oggi lattine, sacchetti, cartoni e ogni altra invenzione che ha mosso il mondo, si accumulano negli angoli a a poco a poco invadono con la loro presenza molesta tutti gli spazi, poiché non si era in grado di prevederne la vita e la necessità, di come queste cose utilissime ed indispensabili, necessitino di un progetto che vada oltre il semplice uso, di una visione completa che conduca dalla nascita fino al loro smaltimento. Così Mon, mostro assetato ed alla perenne ricerca di materiale che lo alimenti, di energia che lo mantenga in vita e che arriva comunque a singhiozzo, quasi a mantenere una sorta di stato agonizzante e precario, continua a crescere come una ciste molle in un corpo un tempo sano anche se anoressico. Giovani inurbati dalle zazzere moderne, popolano gli angoli delle strade e gli anfratti del mercato. Hanno sguardi che la conoscenza dei fatti rende avidi ed al contempo spenti per la frustrazione, mentre attorno a loro le scorie di un mondo estraneo si ammucchiano. 

Anziani konyak
Anziani konyak
Frotte di ragazzini nella divisa delle diverse scuole, forse concorrenti tra di loro, stanno tornando a casa dopo la fine delle lezioni, lanciandosi i lazzi tipici dell'età. Tra i diversi collegi ci deve essere rivalità, quasi senti aleggiare lo spirito bellicoso dei nonni. Eppure queste ordinate gonnelline plissettate tutte uguali, le camicette bianche, i pantaloncini e le cravatte incongrue al luogo con lo stemma della scuola, raccontano di un marchio inglese ormai indelebilmente impresso in tutta l'India che unifica questa terra dai mille popoli anche al di là della loro stessa volontà e di certo molto più profondamente di quanto loro stessi credano. Mon non è una città piacevole da vivere, ma ci leggi la volontà inarrestabile di sopravvivere. C'è un altro paese perso nel bosco a una quindicina di chilometri verso nord, nel fitto della jungla, Hong Phoi, che bisogna vedere assolutamente. Poche case raggruppate attorno a tre morong, antichi, dalle travi scolpite con figure inquietanti, che raccontano di sacrifici di animali e di battaglie tra uomini. Qui forse c'è la più alta concentrazione di anziani, che rappresentano un passato che sta per scomparire definitivamente. Se ne stanno radunati nel morong principale, quello in cui quando erano ragazzi avrà visto i loro raduni prima delle incursioni ai villaggi nemici e le feste barbare al ritorno di quelli che, ancora vivi potevano esibire il suo macabro bottino a testimoniare il loro valore. 

Lavori artigianali
Adesso pare il salone di un nostro circolo della boccia, con una decina di vecchi attorno al fuoco al centro che parlano del passato; forse l'unica differenza è che qui non possono lamentarsi delle pensioni che non hanno. L'angh del villaggio se ne sta al centro, muto, come chiuso nei suoi pensieri, col cappellino di pelliccia coronato da zanne di cinghiale, le pesanti collane coi teschi di ottone stilizzati e attorno ai polpacci i bracciali di turchesi, segno del comando. Gli altri che lo circondano, di certo vecchi compagni di battaglia, sono decisamente più loquaci e accolgono gli ospiti con evidente piacere, forse già pensando al dono di prammatica che i visitatori devono portare al re per omaggiarne l'importanza. Tutti stanno intrecciando cesti, con gesti attenti che seguono consuetudini antiche. Tutto appare quasi una di quelle sale di casa di riposo dove i vecchi devono fare attività diverse che li tengano occupati socializzando tra di loro e finendo inevitabilmente per litigare. Qui probabilmente no, anche grazie alla presenza dei lunghi ed affilati coltellacci che ognuno brandisce per svolgere il suo compito. I più gioviali ci vogliono comunque offrire un thé, che sta ribollendo sul fuoco ed altri generi di ristoro. Qualcuno esibisce pesanti bracciali di avorio, altri hanno le orecchie trapassate da nere corna di ungulati stanati e uccisi un tempo nel fitto della foresta. 

Il re (angh) di Hong Phoi
Uno, forse il più vecchio ha i lobi sformati da due grossi oggetti di plastica rotondi, un'aggressione del nuovo che avanza piegandosi all'antico. Le domande vengono spontanee. Cosa ne pensa questa gente del mondo nuovo che avanza, di tutto quello hanno visto stravolto come mai avrebbero potuto credere, unica generazione ad aver avuto questo privilegio e questa maledizione. I volti completamente tatuati di nero, si fanno immobili e pensosi, sculture di ebano scavate da sgorbie decise che ne hanno segnato incavature profonde, disegni barocchi nella carne viva. L'angh pensa a lungo prima di parlare, forse passano nei suoi pensieri, ricordi lontani, battaglie sanguinose, vendette di generazioni, canti di vittoria attorno al falò dei sacrifici, quando le notti erano illuminate dai fuochi delle torce e le ragazze ballavano tenendosi per mano lanciando occhiate ai guerrieri appena tornati ancora carichi di adrenalina e di violenza ancora inappagata che forse avrebbe trovato pace nell'abbraccio notturno. Poi sembra scrollare un po' la testa quasi per allontanare ricordi che possono generare solo rimpianti. "No, adesso in fondo si sta meglio di un tempo". La voce vuole mostrare la saggezza che lo ha portato a diventare re, ma nel fondo degli occhi scuri, circondati dai segni neri che il tempo a poco a poco ha sbiadito, leggi una scintilla, un moto di orgoglio non sopito di chi ha vissuto una storia diversa. Il sole, rosso antico, intanto, scende tra gli alberi in attesa della prossima notte
 
Alla corte dell'Angh (al centro) di Hong Phoi


SURVIVAL KIT

Guerriero konyak in pensione
Villaggio di Hong Phoi. A una quindicina di km da Mon, questo villaggio è di particolare interesse per la presenza di molti anziani che vestono ancora secondo la tradizione. Alcuni chiedono soldi per le fotografie,  il consiglio è quello di evitare di alimentare questo mercato, mentre è d'uso fare un'offerta per il villaggio, un centinaio di rupie è sufficiente. In questo caso non ci sono problemi per le foto, anzi tutti si prestano con una certa dose di esibizionismo per mostrare le acconciature ed i cimeli più importanti. Non lontano vedere anche il villaggio di Tang Nyu. Bellissimi tramonti al ritorno con le piste nella foresta popolate di ragazze con le gerle cariche di legna che tornano dal bosco.


Mon - Cittadina capoluogo del distretto popolato dalle tribù Konyak, i tagliatori di teste, a circa 1000 m di altitudine e con circa 20.000 abitanti in crescita tumultuosa. Le case ricoprono una serie di colline scoscese. Mercato centrale poverissimo. Sede del posto di polizia a cui ci si deve obbligatoriamente registrare e comunicare il giorno di partenza. Unico posto dove trovare alloggio, a meno che di non cercare qualche soluzione homestay in qualche villaggio.

Da Mon al villaggio konyak di Hong Phoi

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Cesti di bambù


giovedì 14 maggio 2015

Nagalang: Dal re di Long Wa

Tessitura al villaggio di Lang Wa


Sculture all'interno di un morong
Il villaggio di Long Wa è appoggiato sul crinale ripido di una collina scoscesa. Un centinaio di capanne sparse, abbarbicate ai piccoli spazi rubati alla jungla, circondate di verde, macchiato dai mille fiori che la stagione fa esplodere come fuochi d'artificio improvvisi, bianchi frangipane profumati e magnolie, azzurre jacarande ed i mille colori delle bouganville che ricoprono i recinti tra i cortili. Sulla cima della collina dove c'è un grande spazio scoperto di terra rossa, una sorta di piazza, sorge il morong, la grande capanna dove si radunano gli uomini prima della battaglia. L'edificio in legno e stuoie, essendo questo il villaggio principale della zona, funge anche da palazzo reale. Il confine passa proprio in mezzo alla costruzione eretta su grandi pali scolpiti con scene di battaglie e animali sacrificati. Pochi passi per la pista che scende dall'altra parte e sei già in Birmania. Nessun segno o controllo, questa è terra selvatica di proprietà dei Konyak che non riconoscono divisioni, quindi nessun segno di separazione, varchi, sbarre. Volendo con una moto, si potrebbe scendere tranquillamente nella regione Sagaing o nel Kachin, zone assolutamente chiuse del Myanmar. Eppure qui sembra tutta la stessa terra. Gole selvagge ricoperte di jungla in cui si infilano piste e sentieri rossi a raggiungere capanne e villaggi isolati. 

Il villaggio di Lang Wa
L'attuale re Tonyei
Nei piccoli spazi aperti col taglia e brucia, minuscoli campetti, dove donne curve zappano zolle secche in attesa della pioggia. Il morong è pieno di gente seduta attorno al fuoco. Alle pareti teschi di ogni tipo di animale, catturato nella foresta o sacrificato agli dei. Al centro il grosso pilastro che tiene in piedi il tetto di paglia è l'antico tronco di un albero imponente, scolpito a figure grandi e naif. Su un sedile ricoperto da stoffe, il giovane re Tonyeiin giacca moderna sembra ingessato nella sua funzione ufficiale. E' re soltanto da due mesi, dopo la morte del padre, un angh famoso nella zona che regnava su una quarantina di villaggi, dieci qui intorno e il resto dalla parte birmana, noto forse anche per le sue sessanta mogli. Appena fuori c'è la sua tomba ricoperta dei fiori delle cerimonie e circondata dai teschi dei bufali e dei mythun che sono stati sacrificati nell'occasione. E' stato un grande re ed il giovane successore sembra sostenere con fatica il fardello di aspettative che gli grava sulle spalle. Sotto la giacca blu ha un paio di jeans consunti, ma al collo porta la grande collana gialla con una fila di monete d'argento ereditata dal padre, il segno del potere. Attorno a lui, un gruppo di dignitari rimangono in silenzio in attesa delle sue decisioni. 

L' angh birmano
Al suo fianco un personaggio che pare uscito da un racconto di esploratori di altri tempi. E' un capo villaggio birmano giunto qui per risolvere una disputa territoriale, il possesso di alcuni campi, tra il suo ed un altro villaggio vicino. Qualche decennio fa il problema si sarebbe risolto con una bella guerra diretta e un bel po' di teste mozzate, per poi finire probabilmente nello stesso modo, una decisione indiscussa del re. Oggi si passa subito a questa fase di trattativa diplomatica. Alla fine, quella che conterà sarà sempre la decisione dell'angh, riconosciuta da entrambi le parti in lite. Il vecchio ha un viso scolpito nella pietra, immobile e scavato da rughe profonde e cicatrici. I tatuaggi neri, se pur un poco sbiaditi nel tempo, lo ricoprono completamente, lasciando chiari solo gli spazi attorno alle orbite e la fronte. Un caschetto di pelliccia di orso nero gli copre la testa; in cima spiccano le lunghe remiganti del bucero con l'estremità bianca; i lobi degli orecchi sono trapassati da due lunghe zanne di cinghiale, al collo una collana di denti di tigre o di qualche altro felino, alternata a pietre bianche e turchesi. La sua posizione sociale è segnata da due bracciali turchesi che gli circondano i polpacci, il segno che contraddistingue gli angh

Preparazione dell'oppio
Deve aver già parlato esponendo le sue ragioni al re, perché se ne sta completamente immobile, seduto di fronte al fuoco ad aspettare il verdetto. Non muove muscolo, potrebbe essere una statua di uno dei legni preziosi che regala la foresta. Un inserviente vicino al fuoco prepara una pipa di oppio che probabilmente sancirà l'accordo. Il re si guarda attorno, non sembra ancora completamente padrone della situazione, ma tutti i presenti non sembrano mostrare dubbi sulla sua autorità. La nostra presenza può apparire come un disturbo e cerchiamo di rimanere di lato, semplici spettatori, ma forse fa gioco al re che coglie l'occasione per invitarci a partecipare, con i saluti di rito dopo i quali ci si riaccomoda attorno al fuoco. Sembra che la cosa proceda in canali regolari e senza intoppi. La pipa gira. Declino l'offerta e dopo aver ammirato gli oggetti del potere sparsi nella capanna buia e piena di fumo, esco con gli occhi che mi bruciano un po'. Dentro le udienze proseguono. Un dignitario mi fa presente che è costume lasciare un dono quando si fa visita ad un re. Non sia mai e mi lascio alleggerire di 100 Rupie. 

Un anziano guerriero Konyak
Cesto con vecchio teschio
Mentre mi allontano arriva un ragazzo svizzero un po' rasta  accompagnato da due ragazzotte dai tratti orientali. Vista la pipa che gira, si accoccolano subito davanti al fuoco, forse per non perdere il turno. Giro un po' tra le capanne, ci sono meno animali in giro che presso le altre etnie, i maiali ad esempio, qui vengono chiusi in stretti recinti di bambù, dietro la casa, da cui senti un grufolare sordo e continuo. Rendo un ultimo omaggio alla tomba del vecchio re e a quella di suo fratello su una sporgenza che guarda la valle birmana. I fiori sono ancora freschi. Un vecchio dalla faccia nera ed i capelli bianchi è seduto lì accanto con lo sguardo perduto nella valle, forse si riposa soltanto, forse rimpiange un tempo passato, quando lui stesso saliva da quei sentieri, gonfio di orgoglio, con la lunga lama sanguinante riposta nel fodero di legno ed una testa mozzata da mostrare alla sua regina, prima di esporla , trofeo massimo e indubitato del suo coraggio e del suo valore in battaglia, nel cerchio di pali davanti al morong e fare festa alla sera con l'alcool di riso che correva a fiumi ed i segni dei nuovi tatuaggi che la regina gli aveva imposto sulle gote imberbi e sul mento. 

La pista oltre il confine birmano


SURVIVAL KIT

La tomba del re di Lang Wa e quella del fratello
Long Wa - Uno dei villaggi Konyak principali del distretto di Mon a circa 35 km. Calcolate un paio d'ore di auto. Obbligatorio l'accompagnamento da parte di una guida Konyak (circa 15 $ al giorno). Per vedere il villaggio si paga una tassa governativa di 200R a testa che viene estorta con ricevuta lungo la strada. Lungo la strada che attraversa la jungla potrete vedere molti altri piccoli villaggi e incontrare contadine che vanno e tornano dai capi o uomini col fucile che vanno a caccia nel bosco. Il villaggio sorge a cavallo del confine birmano. Si può procedere a piedi o in moto lungo questi sentieri, correndo tuttavia il rischio di essere arrestati perché qui non è concesso di attraversare il confine agli stranieri, anche se disponete di visto birmano, in quanto la zona è chiusa. Possibili trekking in tutta l'area. Alcuni villaggi propongono l'homestay presso gli abitanti. Di teste non ne tagliano più, comunque.

La pista da Mon a Long Wa e il confine Birmano

Un Konyak fan della nazionale italiana
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mercoledì 13 maggio 2015

Nagaland: nella terra dei Konyak


Bufali sacrificati a testimonianza della ricchezza di una famiglia Konyak

Mercato di Mon
Davanti a te c'è una vasta distesa di colline che a poco a poco salgono verso l'alto, mentre i boschi che le ricoprono e che avevano preso il posto delle ordinate piantagioni di thé, si infittiscono. La strada, da diritta che era, comincia a diventare tortuosa e stortagnola. Dopo una curva, un gruppo di baracche e una sbarra che impedisce il passaggio. Qualche cartello arrugginito segnala che questo è il confine del Nagaland. Pare una postazione abbandonata nella jungla, un avamposto inglese lasciato alla furia della natura quando ce ne si è dovuti andare. Le uniche insegne nuove, di un rosso smagliante, sono i cartelli della Vodafone. Di qui transita solo qualche camioncino di masserizie varie e di alimentari poveri che va ai mercatini dei paesi che sono lungo la strada. Così, il paio di militari di guardia se ne stanno dentro l'ufficetto cadente con la luce che trapela attraverso le assi sconnesse delle pareti. Bisogna registrarsi e lasciare una copia dei permessi per entrare in questa zona di confine, tribolata dalla povertà e dall'abbandono da parte del governo centrale, a cui probabilmente da un lato fa comodo non investire una rupia in un territorio così periferico e dall'altro forse mostrando un volto punitivo verso le varie pulsioni separatiste che agitano i suoi bellicosi, almeno un tempo, abitanti. Secondo le malelingue invece i pochi soldi che comunque il governo invia quaggiù vengono divorati completamente dalla corruzione locale. Vai a sapere.

Un Konyak
Così la cinquantina di chilometri che dal confine portano a Mon, il capoluogo, necessitano di quasi quattro ore di guida pesante, fatta di sballottamenti continui tra buche colossali e cipria di polvere o schizzi fango a seconda delle stagioni. La strada sale fino ad oltre mille metri e gli strapiombi diventano sempre più scoscesi anche se nascosti dalla vegetazione sempre più fitta e rigogliosa. Anche le capanne sparse nel folto sono poco visibili pur se vicine alla strada. Quando arrivi a Mon, un agglomerato di casupole e baracche sparse su diverse colline adiacenti, con stradine tortuose, ripide discese e risalite altrettanto ardite, è quasi sera. C'è stato solo il tempo per fermarsi ad una sorta di casa museo di legno all'inizio della cittadina, che contiene molti oggetti della cultura konyak, quella prevalente tra queste montagne. I Konyak sono un popolo appartato, che vive a cavallo tra il Nagaland e la vicina Birmania, spostandosi liberamente in questa area senza riconoscere i moderni limiti territoriali. Sono divisi in molte tribù diverse, ognuna delle quali è composta da qualche decina di villaggi vicini, magari proprio a cavallo del confine, un tempo in perenne lotta tra di loro, per continue dispute territoriali o per faide familiari a causa di sgarbi veri o presunti, rapimenti di ragazze e problemi vari che duravano decenni anche quando ormai nessuno ne ricordava l'origine. 

Chiesa battista e luogo dove venivano esposte le teste mozzate 
Erano vere e proprie guerre, piuttosto sanguinose, nelle quali il re mandava le sue truppe a tendere agguati ai villaggi nemici, che si risolvevano ogni volta con qualche morto ed il ritorno al villaggio dei guerrieri festanti che dimostravano il loro valore e coraggio riportando al cospetto della regina, le teste mozzate dei nemici uccisi. Queste venivano poste per i festeggiamenti in una sorta di altare su picche di pietra, davanti al morong, la casa in cui si riunivano i guerrieri ed i prodi tagliatori di teste, erano gratificati dalla regina in persona con un particolare tatuaggio nero sul viso, un segno inequivocabile della forza e dell'esperienza fatta dal guerriero stesso, onore visibile, medaglia al valore ed al contempo monito per i futuri nemici. Tutto questo è durato fino alla fine degli anni sessanta e poco oltre, periodo in cui i missionari battisti sono arrivati in zona, costruendo edifici religiosi e convertendo i guerrieri a più miti consigli. Da allora le guerre e le teste mozzate hanno cominciato a scemare ed oggi sono solo un ricordo per gli anziani che ancora si aggirano con occhio mansueto, ma con i visi che testimoniano di un passato alquanto cruento. La cittadina di qualche migliaio di abitanti ha attirato molta gente dai villaggi della regione e si è trasformata in un agglomerato confuso e lurido le cui scorie, troppo abbondanti, non riescono ad essere assorbite dal potere tampone della foresta, che riesce a stento a mantenersi in equilibrio con la pressione demografica di villaggi di poche case, che svolgono una agricoltura primordiale. 
Il re Wangkao , hang del villaggio Chi , morto nel 2006

Così la sensazione di un sovrabbondare di popolazione che a poco a poco erode un territorio selvatico e fragile, ti assale davanti ai mucchi di immondizie, alle scorie inevitabili di una umanità aliena che avanza pretendendo di imporsi con regole che un mondo antico, abituato a decimare i suoi invasori con la penuria e le malattie, non riesce più ad arginare. Traversi il mercato, ancor più confuso e povero del solito e risali stradine circondati da baracche con banchi e merci misere, percorri i muri sbrecciati e sudici, facendo slalom tra le buche, fino alla sommità di una collina. Qui, circondato da un muro giallo sormontato da filo spinato, c'è la stazione di polizia, in realtà un apparato militare di controllo dell'area. Bisogna andare a registrare la propria presenza per ottenere il permesso di muoversi nella zona, anche se accompagnato obbligatoriamente da una guida konyak. Nahmey, ha poco più di vent'anni e parla un discreto inglese, jeans e maglietta hanno sostituito da tempo il gonnellino tradizionale e gli altri segni di appartenenza alla tribù, è evidente che non gli appartengono più anche se è figlio di un capovillaggio a cui andremo domani. Sembra molto a suo agio, spigliato e ci tiene subito a comunicare la sua email dallo smartphone nuovo. Andiamo con lui nel posto di polizia, che è ormai buio. Appena entrato nel cortile occupato da macchine e altri mezzi militari, cambia subito atteggiamento, diventando, da ridanciano e spigliato, molto serio e d ossequioso, non appena viene a contatto con gli uomini di guardia che lo squadrano dall'alto al basso. 

Gong sacri e oggetti Konyak
Entriamo nell'edificio attraverso un corto corridoio buio e dall'aria di totale abbandono. Muri scrostati che un tempo mostravano traccia di colore, brande abbandonate e sporcizia varia. L'"ufficio" è adiacente ad un locale dove forse vengono interrogati i fermati, con diverse manette e catene da stringere alle caviglie, appese al muro. Da un lato qualche vecchio fucile. L'ambiente non ispira molta tranquillità o simpatia. Ci sediamo su una panca in attesa che si trovi l'ufficiale di guardia. Arriva dopo un po', abbottonandosi alla meglio la giacca della divisa, poi estrae da un cassetto sfondato il classico registro indiano, enorme e spesso, deponendolo sul tavolo. La nostra guida se ne sta in un angolo, facendosi piccolo piccolo; è evidente che in quel posto si sente a disagio. Prende contatto con l'autorità mantenendo un atteggiamento molto deferente. Cominciamo a riempire una pagina con i nostri dati e le nostre intenzioni per il giorno dopo, itinerari, luoghi da visitare. Ad un certo punto va via la corrente. Siamo immersi nel buio tra le imprecazioni del graduato, mentre tutto attorno si sente lo scalpiccio dei sottoposti che cercano di risolvere la situazione. Dopo un po' compare un tizio con una pila. Il librone viene illuminato e con buona pace di tutti, i dati vengono completati, i timbri apposti, i permessi rilasciati. Ci illuminano l'uscita e ce ne andiamo nella notte lasciando il cortile con un certo sollievo. Bisognerà ritornarci comunque quando lasceremo la città. Per fortuna è buio pesto e gli scarafaggi che escono dagli anfratti dei muri non si vedono.  Le zanzare invece si sentono.

Nel villaggio di Chi

SURVIVAL KIT

India del nord est
Nagaland - Piccolo stato del nordest dell'India a sud dell'Assam e confinante con la Birmania a cui è collegato solo da piste sterrate. 16.000 km2 di territorio selvatico e montuoso, ricoperto di foreste con circa 2 milioni di abitanti divisi in centinaia di tribù. Il distretto di Mon è il principale dell'etnia Konyak, quella dei tagliatori di teste, suddivisa in sottogruppi sottoposte all'autorità di re locali (Angh, 7 nel distretto di Mon). I permessi sono attualmente gratuiti, ma dovete prevedere di averne con voi alcune fotocopie da mostrare nelle varie occasioni in cui verranno richiesti e trattenuti come al posto di frontiera. E' necessario registrarsi alla polizia nel luogo dove si dorme entro 24 h dall'arrivo e andare di persona a comunicare il momento in cui si va via. E' obbligatorio l'accompagnamento di una guida konyak per visitare i loro villaggi. Portate necessariamente con voi un pila, perché manca spessissimo la luce. Abbondante Autan tropicale. 

Hotel Elsa cottage - Mon - Probabilmente in città non c'è di meglio. 1700 R. la doppia. Camera spaziosa. Letti con zanzariere molto utili. Considerando il posto, abbastanza pulito. Tuttavia la nostra camera aveva un bagno piuttosto disastrato, senza neppure il lavandino, solo il rubinetto ed un braccetto doccia quasi inutilizzabile, niente acqua calda. Gabinetto alla turca con una quantità di zanzare maestosa e blatte di considerevoli dimensioni. Controllate la camera prima di accettarla, Forse ce ne sono di migliori. Colazione e cena piuttosto buone ed abbondanti, Ottimo il pollo. Personale come sempre molto gentile. La luce manca continuamente, ma vengono fornite candele. Pila indispensabile. No wifi, no frigo e no TV, no AC ma in generale non serve. In sostanza molto basico.


Donna Konyak 
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