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lunedì 29 giugno 2009

Un sorriso prima di andarsene.

Sono montagne poco conosciute i Maramures, eppure così piacevoli e verdi in estate. Le estreme propaggini dei rilievi balcanici prima che la terra si rilassi nel delta danubiano. Una terra poco popolata, fatta di piccoli paesi segreti, chissà se oggi spopolati dall'emigrazione, che nascondonevano piccole perle contadine, villaggi antichi, chiesette in legno con antiche pitture. Gente che all'epoca di Ceaucescu pareva serena, figuriamoci. Avevamo pranzato a casa di una famiglia mista, lui camionista italiano, lei rumena, a cui avevamo chiesto una informazione sulla strada da percorrere. Non ci avevano lasciato andare via; volevano farci assagiare la mamaliga con torcitura, una sorta di polenta e formaggio di montagna appena preparata. Il vino lo avevamo noi e loro, che avevano portato i quattro bambini in vacanza dai nonni, pensavano di essere scortesi a non offrirci ospitalità. "Quando arriva uno straniero, bisogna accoglierlo bene, se no che gente saremmo." ci disse la signora, come per sottolineare una cosa scontata. I bambini ci chiedevano come facevamo a fare i turisti se non sapevamo il rumeno, ma fu facile spiegare loro che con chi ha la buona volontà di capirsi, ci si intende anche se è muto. Erano un po' tristi, perchè da poco era morto lo zio, mentre, di notte cercava di abbattere un albero nel bosco per avere legna per l'inverno, cosa proibita dal regime e c'era rimasto sotto. Quando li lasciammo, uscirono tutti sulla strada per augurarci buon viaggio. Ci avevano segnato la strada per arrivare a Sapinta, un piccolo paese, dove di fianco alla chiesa, come in tanti altri luoghi c'è un cimitero. Ma questo è diverso dagli altri. Il becchino del paese ha lavorato qui per oltre cinquanta anni ed aveva un hobby. Non solo si occupava della sepoltura, ma in un piccolo laboratorio, con il legno dei boschi vicini, preparava per ognuno una croce di legno con una larga superficie che poi dipingeva con colori vivacissimi, su cui, oltre ai dati del defunto, intagliava delle figurine che rappresentavano la causa della morte e una poesia che raccontava qualcosa del defunto, dai suoi meriti ai suoi difetti, incluse anche le maldicenze del paese. Un epigramma mordace, accettato da tutti con affetto; una Spoon River balcanica triste e delicata a tratti, altre volte irrisoria e tagliente. Entrare nel piccolo cimitero dava però un senso di allegria languida. Girare tra l piccole tombe nella terra, non dà senso di tristezza. Deve essere lieve riposare lì, tra quei monti solitari, tra gente gentile che ti sorride quando la saluti.

mercoledì 1 ottobre 2008

Un pane non integralista

Era un'estate caldissima quella dell'80. Con una 127 bianca da 100.000 km percorrevamo le strade, per la maggior parte non asfaltate, del centro della Turchia, boccheggiando per l'afa, storditi dal forte frinire di orde di cicale. In un punto incerto tra Ankara e la Cappadocia, la mancanza di indicazioni stradali ci faceva percorrere un po' a caso una carrareccia bianca e polverosa il cui unico pregio era la direzione sud-est. Era appena passato mezzogiorno, quando su un piccolo rilievo al lato della strada, d'improvviso comparve un gruppetto di case basse, di pietra e fango intonacate di bianco antico. L'informazione è la chiave del viaggio e contraddicendo l'assioma che l'uomo vero non deve chiedere mai, ci dirigemmo verso la prima casa, lasciando dietro di noi un'alta colonna di polvere bianca. Scesi dalla macchina nella corte deserta, anche per sgranchire le gambe che la calura aveva reso molli, guardandomi intorno alla ricerca di qualcuno. Da dietro la casa uscirono due donne con larghe gonne colorate lunghe fino ai piedi. Due visi contadini, larghi e interrogativi. Portavano tra le mani con l'aiuto di un largo telo, alcuni grossi pani di colore scuro, che dalla cautela con cui venivano tenuti, dovevano essere stati appena tolti dal forno che infatti scorsi a lato delle case; un basso tumulo tondeggiante con un pertugio basso da cui si intravedeva il rosso fiammeggiare del fuoco e la pala appoggiata di fianco. Ero alquanto impolverato e male in arnese quando tentai l'approccio, ma la mancanza di linguaggio comune che non fosse quello dei segni, non fu di grosso ostacolo, perchè le donne non si ritrassero come temevo, anzi si vedeva chiaro lo sforzo di capire la necessità dello straniero. Italia, dissi, poi mimando una direzione interrogativa chiesi la strada e questo bastò per aprire il sorriso. Quando intesero Uchisar e Goreme assieme a sehir, una delle poche parole in turco che conoscevo, cominciarono a indicare con grandi segni la direzione, accompagnandola con cenni affermativi del capo. Le ringraziai come potevo mentre risalendo in macchina ci apprestavamo a riprendere la strada, quando una di loro mi si avvicinò e mi prese il braccio per fermarmi. Io mi voltai dubbioso e lei, mentre la compagna ci guardava con uno sguardo affettuoso, mi mise tra le mani uno dei suoi pani; poi, entrambe si allontanarono rapide senza lasciarci il tempo di rispondere, salutandoci con i gesti delle braccia levate in alto. Dalla macchina Tiziana scattò una foto.Tesekkur, grazie, cercai di dire e ce ne andammo senza altre parole, pensando e quando più tardi ci fermammo vicino ad una fontana lo mangiammo con il formaggio che avevamo comprato il giorno prima. Lo ricordo ancora quel sapore, caldo e leggermente amarognolo con la crosta dura e croccante. Alla sera, i camini delle fate di Uchishar erano nella skyline del tramonto. Ci bastò per tre giorni il pane dell'ospitalità.

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