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venerdì 10 febbraio 2023

Terre tormentate

 

Diyarbakir - agosto 1981


Continuano a scorrere immagini terribili, di mura sbriciolate e vite spezzate e dei molti, molti di più naturalmente. che oltre a piangere i loro morti, avranno davanti a sé anni di disgraziato sopravvivere, sempre che ce la facciano. O se saranno costretti, i più in forze almeno, a percorrere la via dell'esilio in cerca di fortuna, quella che la loro terra gli nega. Aiuti di certo ne avranno ben pochi, sono in aree dove i loro governi opprimono più che aiutare, con scuse varie, giudicati spesso nemici dalla loro stessa gente, destinati già prima alla sofferenza di chi non si piega, figuriamoci quando basta un tweet sbagliato o di lamentela per richiamare l'attenzione sui problemi da risolvere, per essere messo in galera come "disfattista". Già qui al mattino se qualcuno bussa alla tua porta, più che la mezzaluna rossa che ti porta un pasto caldo, più probabilmente è la polizia politica che ti viene a carcerare. Gli aiuti internazionali, arriveranno certo, ma con il contagocce e intercettati da mani avide ed adunche, che ne faranno altro destino. ed i morti rimarranno lì sotto a lungo, quelli non schiacciati dalle mura crollate, uccisi con calma dalla morsa del gelo. Questa è terra di terremoti, inutile negarlo, da sempre devastanti ed implacabili. Qui vicino, le cime del Nemrut Dagi, dove la tomba di Antioco Commagene è una intera montagna, con le sue statue colossali e i suoi altari giganti, sono state tutte via via devastate nei secoli da terremoti così tremendi da far rotolare teste di due metri di diametro giù per i fianchi del monte come fossero birilli, testimonianza inequivocabile di quello che succede qui ogni tanto e che dovrebbe essere di monito a chi voglia costruire case e palazzi, soprattutto se li fa con la sabbia e poco cemento. Ma quelli sono luoghi dove è già molto avercela una casa, prima di discuterne la qualità. Quella delle foto era Diyarbakir nel 1981, con l'acquaiolo in cerca di clienti nel mercato pieno di gente a fare compere. Nessuna donna in giro, già allora era Anatolia profonda, carica di antichi modi di vita, lontana come oggi dall'Europa. Il confine vicino ma teorico, questa era in fondo terra kurda, come si affrettavano a dirti quando avevi un contatto qualunque. Anche per questo dall'una parte e dall'altra, oggi, l'interesse ad intervenire attivamente è tiepido, molto tiepido, mentre i morti si accatastano e per i vivi non ci sono neppure le tende. Un qualche dio se ne ricorderà prima o poi. 


Diyarbakir - il mercato

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martedì 7 febbraio 2023

Le mura di Diyarbakir

Mura a Diyarbakir


 Mio Dio che orrore! Dallo schermo emergono immagini raccapriccianti. Senti pronunciare nomi lontani che gli stessi speakers pronunciano con difficoltà e che arrivano corrotti, riemergendo dal nulla e ti si confondono nella testa mescolandosi a ricordi ormai lontani nel tempo. Gaziantep, Adana, Urfa, Malatya, Diyarbakir, città perdute in quel Kurdistan turco che percorrevamo in quella caldissima estate del 1981, dopo aver lasciato le acque blu del lago Van e le case termitaio di Harran lungo il confine siriano. Una terra torrida e assolata eppur popolosa e povera che ha edificato nei millenni queste città, che allora vivevano una specie di pausa senza tempo, in attesa di rimesse di emigranti in terra di Germania, dove tutti andavano in cerca di fortuna. Non c'era tempo allora per conflitti etnici o peggio religiosi e tutto evidentemente rimaneva lì, a covare sotto la polvere calcinata dal sole, a marcire e a putrefarsi in attesa di tempi migliori per potere finalmente deflagrare. Stavamo davanti alle nere mura di basalto di Diyarbakir, ciclopiche e colossali, con i cilindri enormi delle torri di guardia che si levavano contro il cielo a distanze regolari come a scandire i millenni. Nera terra vulcanica, di fosco presagio, per luoghi che questa storia avevano già evidentemente vissuto molte e molte volte prima. All'interno della città vecchia, strette strade con molti locali poco popolati, solo di vecchi che sorbivano caffè dai pentolini di rame ed erano intenti a interminabili partite di tavli, il backgammon turco oppure ad una specie di dama dalle regole differenti dalla nostra. 

Non una donna alla vista. Neppure giovani in verità, forse lontani a cercar fortuna. Pure ci fermammo in uno di questi locali tra la cordiale approvazione degli avventori, seduti in cerca di ombra. Le strade erano polverose e tutto sembrava talmente calmo e immobile, così letargicamente addormentato, da non poterne prevedere risveglio. Ce ne andammo in cerca di quell'ovest che aveva allora una promessa di novità e di progresso non troppo lontano. Eppure qualche decennio dopo proprio lì e appena al di là del confine artificioso fissato un tempo da uomini vincitori a tavolino, si sono scatenati i cavalieri della morte. Per la verità maggiormente al di là di quel tenue confine, di quella linea diritta disegnata su una carta, dove ogni cosa, ogni casa, è stata con metodo rasa al suolo, lasciando scheletri smozzicati di mura sfondate, dalle bombe, dai missili, dai gas e grandi cimiteri da un lato e nuove città fatte di tende sdrucite e altrettanto polverose dall'altro lato a macinar sofferenze inaudite, mentre si inneggiava a questo o a quell'altro Dio, o meglio allo stesso, ma con seguaci diversi, magari parenti mai così serpenti come in questo caso. Così quando ieri notte quest'altro cavaliere della morte perverso ed ingiusto ha battuto con zoccoli pesanti e nuovamente, tutto questo mondo, sganciando dal sotto della terra le sue bombe più potenti ancora di quelle di prima, ecco che la distruzione si è presa anche quelle case e quelle mura che erano rimaste in piedi o quelle che l'uomo fiducioso aveva nel frattempo rimesso in ordine, rialzandole ancora, perché questa è la natura dell'uomo, ricostruire sempre e comunque, anche quando la realtà ti mette di fronte a cose che fiaccherebbero qualunque volontà. 

Ho visto grandi palazzi di quella Diyarbakir afflosciarsi come castelli di carta nella notte, mentre alte colonne di fumo si innalzavano verso il cielo, come animali bruciati sulle pire dei sacrifici, mentre intorno la gente rimaneva muta, senza neppure la forza di urlare il loro dolore o la loro furia contro il destino che li ha costretti a nascere lì, oppure in attesa di sentire i gemiti dei moribondi e dei sepolti vivi, che chiedo un disperato aiuto. Adesso ci penserà il gelo atroce a completare l'opera, seppellendo magari tutto con un sudario di neve, perché naturalmente dove in estate sei ucciso dal caldo insopportabile, d'inverno ti aspetta un gelo altrettanto innaturale e spietato. Sempre lì accade, perché sembra che ci siano posti del mondo segnati dal destino con una matita nera che ne disegna la sorte per sempre. Guerre, carestie, terremoti, pestilenze, accadono sempre negli stessi luoghi, come fossero naturalmente predestinati. In altri mai, come se ci fosse uno speciale talismano che li proteggesse e li rendesse immuni da questo insulto, destinato a genti colpevoli soprattutto di essere poveri. Intanto le mura nere di Diyarbakir, sono sempre lì, troppo ciclopiche per essere toccate, mute testimoni della storia che intanto si ripeterà all'infinito. Di certo per chi crede nella reincarnazione, queste genti devono essere stati davvero molto malvagi, nelle loro esistenze precedenti per meritarsi tutto questo. Attorno intanto, altre tendopoli cresceranno coperte dalla brina, in attesa di casse di aiuti, medicine che arriveranno lente e diminuite dalle razzie lungo e prima di incominciare il viaggio, melting pot per i nuovi odi, le nuove guerre, di cui il demone umano si deve nutrire.


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sabato 17 aprile 2021

Dittature e democrazie

 

da Europa.today 

Ho riflettuto qualche giorno sulla polemica seguita alla definizione data dal nostro Draghi al sultano turco, che sono meritevoli di attenzioni anche se, secondo me, di non facile lettura. Come prima cosa stento a credere che il nostro primo ministro, dato lo spessore del personaggio, che non è certo uno sprovveduto grillino qualsiasi o uno con l'elmo cornuto in testale, le abbia pronunciate senza averle attentamente valutate e che gli siano così sfuggite improvvidamente come una classica gaffe di inesperienza. Sarei più propenso a ritenere che le abbia dette con un fine preciso che tuttavia in questo momento mi sfugge. Certo gli sarà stato chiaro che ogni cosa detta a quel livello va ben al di là del discorso tra amici nel quale si può dire qualunque cosa e di certo ben di peggio. In questo caso, invece, le frasi pronunciate vengono attentamente valutate e centellinate con la lente di ingrandimento e comunque provocano reazioni le cui conseguenze a questi livelli, devono essere valutate prima. Personalmente, per quanto riguarda le relazioni internazionali, io sono molto pragmatico e dato che la maggior parte dei paesi del mondo è al momento in mano a regimi poco o molto autoritari, sono pregiudizialmente contrario alle dichiarazioni ufficiali pesanti, fatte per amor di firma, per soddisfazione personale o peggio per acquisire consenso interno, in quanto vanno generalmente a condizionare se non a danneggiare gli affari futuri che per il benessere del tuo paese devono avere più valore della semplice dimostrazione di orgoglio fine a se stessa utile solo a creare problemi. 

Preferisco dichiarazioni sfumate che lascino comunque comprendere il mio punto di vista, ma che non creino scoppi d'ira con conseguenti dannose ritorsioni economiche per una semplice ed alla fine inutile soddisfazione di orgoglio. Secondo me le professioni di idee per proclamare la difesa del proprio onore sono utili solo ai tromboni, molto meglio un bel sorriso come fanno i cinesi e poi ti fanno un bel pacco col fiocco, come predicato anche da Sun Tzu e la sua arte della guerra. In questo caso penso che il nostro leader avesse comunque in mente una qualche strategia laterale, chissà, magari esternare un precisa scelta di campo per aumentare la credibilità del paese in seno all'Unione, cosa di cui abbiamo sempre tanto bisogno dopo tante dichiarazioni di imbecilli negli anni scorsi. O chissà cosa altro, ad esempio nelle relazioni con gli USA. Nei fatti è vero che il sultano ottomano non è propriamente un "dittatore", essendo stato tecnicamente eletto almeno tre volte dal popolo (qui si capisce bene quali siano i problemi della democrazia, anche se probabilmente non è stato ancora trovato sistema migliore). Dittatore lo diventerà a tutti gli effetti quando avrà perso le elezioni e non mollerà il potere imponendolo con la forza dell'esercito; correttamente è stata definita come democratura questa soluzione autocratica comune in molti paesi. Qualche esempio, Venezuela, Ungheria, Bielorussia e Russia stessa assieme ad una infinità di altri paesi dove i capi dello stato sono stati eletti più o meno regolarmente. Proprio su questo ha fatto forza l'offesa risposta ufficiale turca. Esaminiamo invece i danni collaterali: ci sono quelli immediati del contratto di 70 milioni perso e soprattutto della messa in mora o quantomeno delle difficoltà delle imprese italiane che operano laggiù e dei 10 miliardi ci esportazioni che abbiamo verso quel paese. E' sperabile però che queste fiammate si spengano presto e non abbiano conseguenze esagerate anche perché con le difficoltà che già ci sono, non sarebbero davvero auspicabili. 

Personalmente almeno, sarebbe esiziale la mancata consegna delle nocciole che costituiscono almeno la metà della produzione di Nutella, cosa per me non del tutto trascurabile. Ma al di là della battuta, un danno a mio parere molto più importante deriverebbe dal fattore politico che ne può venire e sul quale è evidentissimo che il buon Erdogan cerca di fare leva. E' noto che, da un lato il leader turco aspiri ad una leadership del Mediterraneo orientale e ad aumentare l'influenza turca nei paesi dell'area (da Cipro ai Balcani, per non parlar della Libia, dove noi abbiamo forti interessi) e cosa ancor più importante abbia disperato bisogno di rafforzare la propria posizione interna, con il consenso in precipitoso calo a causa degli insuccessi economici recenti col crollo della lira turca svalutata di oltre il 20% negli ultimi mesi e si sa che la gente è molto più sensibile alla pancia che ai principi. E' infatti assolutamente in bilico la vittoria alle prossime e vicine elezioni, che in caso di sconfitta (cosa già avvenuta nelle tre principali città) lo metterebbe di fronte alla necessità di instaurare davvero una dittatura di forza, manu militari. Quindi per lui, arriva benedetto l'insulto che stimola la reazione, subito avvenuta e sottolineata, dell'orgoglio nazionalista, molto forte in Turchia, di stringersi attorno alla bandiera, che pare gli abbia fatto riguadagnare parecchi punti nel consenso popolare, sempre pronto ad apprezzare gli idioti che battono i pugni sul tavolo e a disprezzare chi con sapiente lavorio diplomatico ottiene invece i risultati. Dunque questo a mio parere sarà il danno più rilevante della dichiarazione, che comunque potrebbe anche essere destinata a perdersi tra le mille chiacchiere delle storie da telenovela, adesso quelle turche pare siano molto in voga, e ad essere superate dalla valanghe di successivi gossip, con buona pace di tutti.


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Nebbia bassa

domenica 21 giugno 2020

Luoghi del cuore 20: Le statue mute del Nemrut Dagi

Nemrut Dagi - Turchia  orientale - agosto 1981

Il sentiero che sale
Partimmo che era notte piena, tra le tre e le quattro, accompagnati da un ragazzo, che come da accordi presi il giorno prima, ci venne a svegliare verso le tre, stupendosi di trovarci già pronti di tutto punto. Quando bisogna andare si va, poche chiacchiere. Arrancando su una pista ciottolosa e torta, sostenuti da quella 127 indistruttibile con alle spalle 110.000 km, arrivammo fino ai piedi della montagna o per lo meno del grande cono che saliva ancora per almeno tre o quattrocento metri. Lasciammo l'auto e prendemmo il sentiero che montava sul fianco alla luce delle pile. Avevo trentacinque anni, ma ho sempre fatto fatica a camminare in salita, non ci ho proprio l'attitudine, né mentale né fisica e tutte queste performances, necessarie, per carità, fatte per raggiungere certi luoghi a cui è impossibile arrivare diversamente, incidono pesantemente nel mio umore, condendole di litanie di mantra poco urbani, direbbe qualcuno e che durano per tutto il tempo della onerosa salita. Fatto sta che mentre il cammino proseguiva erto e faticoso, eravamo comunque a più di 2000 metri, con gli occhi sempre a terra per evitare di inciampare in qualche pietra sporgente o di scivolare sull'acciottolato mobile, piano piano ci avvicinavamo alla cima. Dopo un'ultima curva, il terreno si spianò un poco e in fondo all'ultimo orizzonte, completamente aperto, dato che il Nemrut Dagi è l'altura più rilevante della zona, stava comparendo il lucore rosso scuro che preannuncia i primo barbaglìo dell'alba. 

Tra le teste
Eravamo su una specie di terrazza naturale rivolta ad est ed in quella penombra che precede il comparir del giorno comparvero una serie di ombre nere alte tre o quattro metri, immobili giganti, muti spettatori che ad ogni ripresentarsi del giorno, stavano evidentemente lì in silenziosa attesa. Fu uno degli spettacoli che più segnarono la mia memoria in quegli anni. Avevo ancora il fiato mozzo per la salita, ma seduto sul quel masso, mentre il cielo si ammantava di rosa carico, quelli che parevano massi informi caduti dal cielo con casualità capricciosa, rivelarono la loro natura, opere dell'uomo rivolte in eterno ad ammirare lo spettacolo del sorgere del sole, tenendo compagnia al viandante che non a caso era salito fin lì in cerca di emozioni forti. Erano intorno a me una serie di teste colossali, di uomini, di animali, di aquile, che sembravano posizionate a caso da una regia di titani scesi dal cielo a sacralizzare una montagna incantata. La cima della stessa era ancora qualche metro più in su dove, riuscivi ormai a scorgere nitidamente, mentre la luce cresceva nel cielo, una piattaforma di pietra, un altare mistico, un cenotafio di statue sedute, dai torsi megalitici, tutte ormai prive della testa e di altre parti, che qualche demone dispettoso, evidentemente invidioso di tanta grandezza, aveva spezzato, rotto, schiantato con violenza malvagia, facendole capitombolare sul terrazzo sottostante dove rimanevano così mute testimoni di tanta violenza. 

L'altare principale
Vi assicuro che questo luogo è assolutamente indimenticabile. Questa è la più incredibile tomba che qualcuno abbia mai potuto progettare ed immaginare, per protrarre nel tempo il proprio ricordo terreno, vuoi per la posizione lontana dal sentire terreno, vuoi per la solitaria bellezza, vuoi per le dimensioni ciclopiche dell'opera che tuttavia si confonde talmente con la montagna stessa da mostrarsene parte come quelle figure che credi di immaginare in quei luoghi naturali, dalle sembianze antropomorfiche e che invece sono soltanto opere della natura che l'uomo, incredulo di fronte a tanta bellezza vuole, ingannando ancora se stesso, credere opera di suoi simili, per quanto straordinari e non del casuale lavorio degli elementi naturali. Nel primo secolo avanti Cristo, Antioco I Commagene, re di questo minuscolo territorio sopravvissuto alla spartizione dei generali di Alessandro alla frantumazione del suo impero, volle misurarsi con l'eternità e si fece costruire in cima a questa montagna sperduta nella Tauride orientale, lontana da ogni centro abitato, un ulteriore tumulo, innalzandola ancora di una cinquantina di metri, sopra il quale sorse questo santuario popolato di statue colossali che raffigurano lui stesso circondato di dei, ai quali evidentemente si sentiva di appartenere, semidei ed altri animali fatati. Ma forse gli dei si sono considerati offesi da tanta superbia e hanno percosso questo luogo perduto nel tempo e nello spazio con una serie infinita di terremoti rovinosi che hanno fiaccato anche la dura resistenza della pietra. 
La terrazza est
Ne hanno quindi abbattuto parte delle statue, facendone rovinare al suolo, sulle tre terrazze che circondano la cima, le teste orgogliose, lasciano solo i torsi decapitati o quel che ne è rimasto a mantenere la posizione sulla vetta. Se arrivi lassù, specialmente nel cuore della notte o prima del tramonto, non riesci a distaccarti da queste pietre mentre la luce del sole che nasce, le accarezza colorandole, via via di rosa, poi di ocra pallido che diventa sempre di più giallo vivo, fino a splendere come oro, mentre guardano con orgoglio sulla valle quando il giorno di dispiega in tutta la sua potenza, in quell'aria fina, circondato da un silenzio assoluto, rotto solo dallo scalpiccio fastidioso dei tuoi passi in cerca di altre prospettive, ansiosi di scoprire altri volti immobili, protetti dai becchi adunchi delle aquile e dalle fauci dei leoni. Un volto apollineo alto almeno due metri leva un cappello frigio volgendo lo sguardo sulle creste  lontane alla terrazza sud; altri volti, dallo sguardo sereno, ma dall'epidermide corrugata, rosa dalle intemperie, dal gelo della notte e dal sole rovente del giorno, che crepa anche la roccia più dura, rendendole un poco simili a mummie incartapecorite e appena private delle loro bende protettive, forse generali o semidei al servizio del re, consci di essere rimasti cristallizzati nel tempo. Antioco forse non ha trovato l'eternità bramata, con questa sua opera colossale, ma di certo qualche cosa è riuscito ad ottenerla. Nessuno, né i leggendari ladri di tesori, profanatori di tombe fin dall'antichità, fino ai più moderni archeologi, una spedizione di una fondazione italiana, arrivò qui munita dei più moderni strumenti elettronici e scanner magnetici, è riuscita a scoprire il corridoio di accesso alla tomba, ammesso che ci sia, che è rimasta tuttora inviolata. Ora questo territorio è nel cuore di problemi politici più grandi e non so neppure se sia concesso arrivarci. Le grandi teste misteriose, sono rimaste lì, mute per altri secoli a conservare il loro millenario segreto.

Terrazza ovest

Una testa
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Terrazza est
















sabato 6 giugno 2020

Luoghi del cuore 9: I minareti di Istanbul


Sul Corno d'oro - Istanbul - Turchia - agosto 1980


Nel Topkapi

Una vera sgroppata attraverso i Balcani. Arrivare in macchina ad Istanbul era relativamente semplice, ma basandoci sull'esperienza di chi quel viaggio lo aveva già fatto, anche allora come potrete capire c'era il passaparola tra i viaggiatori e qualcuno tra le mie conoscenze era addirittura arrivato (e tornato) in India con una 1300 scassata, bisognava avere alcune accortezze. Nel 1980, la strada che attraversava dall'alto in basso la Yugoslavia, era ancora messa male e l'autostrada ancora in costruzione, inoltre questo itinerario aveva un pesante intoppo. Soprattutto nel mese di agosto, il tratto da Lubiana e il confine bulgaro, era sovraccarico per il traffico di alcuni milioni di turchi, lavoratori in Germania che tornavano in patria per le ferie, ragion per cui i circa mille chilometri tra Lubiana ed il bivio per Skopjie, era costituita da una unica coda di macchine bloccate che richiedevano un tempo infinito di percorrenza. Invece l'esperienza dei viaggiatori di lungo corso, suggeriva di compiere la tratta di notte, a ragion del fatto che, di massima, al calar del sole i guidatori turchi preferiscono accostare l'auto sul bordo e fermarsi a dormire lungo la strada. Calcoli fatti con accuratezza, la mia rombante Fiat 127 già gravata di circa 100.000 km, mi aspettava sotto casa col motore acceso, la mia gentile signora seduta dietro e un amico terzo trasportato al sedile del navigatore, col bagagliaio ricolmo.

La moschea del Solimano
Io, che avevo lavorato proficuamente fino all'1:30 di venerdì, per sfruttare al meglio le ferie, ci arrivavo con passo deciso e, espletate le basiche funzioni fisiologiche, mi mettevo al volante, masticando un panino preparato da mani amorevoli e innestavo la prima in modo da giungere in frontiera all'imbrunire e superare l'incrocio con la strada che arrivava da Monaco, prima di Zagabria verso le dieci, ora in cui la fila delle auto posteggiate a bordo strada, diventava infinita e le famigliole, dopo un fiero pasto-picnic, russavano sulle coperte stese nel prato a fianco. Percorremmo i quasi 800 chilometri incriminati, da Zagabria al bivio di Nis, dove la strada girava a sud per il tratto Macedone e Greco, preferito da molti, anche se un po' più lungo, girando verso la Bulgaria mentre sorgeva il sole. La fila infinita degli emigranti di ritorno a casa, non si era ancora messa in moto, anzi era ormai alle nostre spalle. Un'altra dozzina di ore  sulle spalle per gli ottocento chilometri finali, con due confini impegnativi da superare e una multa per eccesso? di velocità nei pressi di Sofia e, verso le sette, una trentina di ore dopo la partenza e 2100 chilometri percorsi, vedevamo il sole che scendeva tra i minareti di Istanbul, il punto da cui partiva la nostra prima esplorazione turca. Era confermato che quello era l'unico modo per utilizzare al meglio il tempo che, diversamente, il viaggio avrebbe potuto anche richiedere quasi quattro giorni. 

Moschee di Istanbul
Forse fu anche grazie questa soddisfazione, quella di aver compiuto la tratta nei tempi previsti che la città ci apparve subito come una gemma preziosa e ricca di interessi infiniti che non finivi mai discoprire ed apprezzare. Una città dove i millenni di storia pesavano ad ogni angolo, ad ogni pietra. I panorami entusiasmanti sugli stretti; il ponte che collegava due continenti; la colata di case che ammantava il corno d'oro, dalla torre di Galata. Un seguito continuo di sorprese e di conferme. Camminare lentamente lungo i passaggi stretti del bazar delle spezie quasi stordito dagli effluvi che salivano dai banchi, dove erano esposte cascate di polveri colorate, allineate in coni ordinati e profumatissimi. Aggirarsi col naso all'aria sotto le immense cupole della moschea blu, di Santa Sofia o della più severa moschea del Solimano. Guardare con occhi sgranati le gemme e gli oggetti preziosi del Topkapi, rimanendo a lungo davanti al famoso pugnale immortalato nel film che lo aveva consegnato alla notorietà. Camminare nel quartiere vecchio che risaliva sulle alture circostanti tra antiche case dai bovindi in legno. Superare il ponte per sentirsi finalmente in Asia. Che mondo incantato. Era il 3 agosto e facevamo colazione nel dehors di un bar del centro, quando scorgemmo sui giornali un titolo a tutta pagina che parlava dell'Italia. Il proprietario ce lo mostrò, con viso grave e contrito, una bomba era scoppiata alla stazione di Bologna provocando oltre ottanta morti. Tutti intorno commentavano attoniti, ragionando su come potessero accadere questa cose in un paese civile, oltretutto in pieno ramadan!


Il quartiere vecchio

Manifestazione
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venerdì 8 maggio 2020

Oasi perdute 6 : I termitai di Harran



Harran - Turchia al confine siriano - Agosto 1981



Una via del paese
Nel 1981, con una 127 malandata ma non doma, con oltre 100.000 chilometri già fatti sulle spalle, anzi sulle ruote, percorrevamo la lunga strada che costeggia la frontiera tra Siria e Turchia, da Mardin a Gaziantep. Agosto pieno e calura insopportabile tanto per cambiare, ma allora le ferie le avevi solo in quel periodo. Avevamo lasciato da qualche giorno la quota rassicurante, attorno ai mille metri dell'altipiano anatolico dove il sole brucia ma l'aria è tutto sommato sopportabile e le notti fresche danno la necessaria pausa di refrigerio. Più o meno a metà strada tra le due città, una deviazione decisa verso sud portava dritta alla frontiera, scendendo sempre di più verso la piana. Avevamo lasciato l'aridità pietrosa delle balze turche e si apriva davanti a noi una grande valle che probabilmente faceva da raccolta alle acque che filtravano dall'altopiano, dando spazio ad una zona ragionevolmente vivibile, un'oasi che consentiva una primordiale agricoltura cerealicola. Ma la mietitura era ormai terminata ed i campi di stoppie erano ormai scuri anche se di tanto in tanto si innalzavano agli angoli, i mucchi di covoni ancora da battere, secondo lo stile turco che prevedeva il loro spargimento al centro dei villaggi sulle ampie aie ed il successivo passaggio circolare di una sorta di slitta trainata da un cavallo per sminuzzare le spighe ormai secche. Poi, ad una decina di chilometri dal confine, ecco comparire d'improvviso, nella piana, l'agglomerato delle case termitaio di Harran.

Magazzini e case
Già allora erano note per questa forma anomala di ovali di terra, bozzoli tondeggianti che si allineavano in file ordinate ai bordi di viottoli di terra e di sabbia. Case e magazzini al tempo stesso, quasi sempre prive di finestre, queste costruzioni avevano appunto l'aspetto di nidi di termiti, alti alcuni metri, con una piccola porticina alla base. Tra le case, stuoli di bambini e qualche donna che trasportava cesti di granaglie. Pare incredibile che questo piccolo agglomerato di case di fango, abbia avuto una storia antichissima. Abitata già nel periodo Calcolitico nel VI millennio a.C., citata nelle tavolette di argilla di Ebla e nelle lettere reali della città di Mari, era nota come Hellenopolis tra i Greci e poi Carrhae nell'impero romano, come racconta Plinio il Giovane. Di certo ebbe un rilievo fondamentale come città di transito nei commerci medio orientali e certamente era uno dei punti chiave della mezzaluna fertile dove nacque l'agricoltura. Forse proprio da qui è passata una delle scintille da cui è fiorita la complessità della nostra civiltà. Di qui è transitato il corso vorticoso della storia, Hittiti, Assiri e Babilonesi ed ancora in tempi che possiamo dire ormai recenti, qui si svolse la famosa battaglia di Carrhae nel 53 a.C., che oppose i Romani ai Parti, che ottennero una vittoria memorabile sulle legioni, sterminando uno degli eserciti più forti del tempo e bloccando per anni l'espansionismo dell'impero romano verso Oriente. E poi ancora scontri epocali tra Crociati e Saraceni, poi invasa dai Mongoli, infine territorio di influenza Kurda; sembrava impossibile che tutto questo colossale libro di storia fosse ridotto a quel minuscolo gruppo di case di fango dal curioso aspetto di alveare selvatico. 

Tra le case
Ricordo che questa cartolina mi colpì moltissimo, per le sue forme inusuali, ma soprattutto per lo straordinario senso di pace e di sicurezza che dava tutta l'area. Un luogo così tranquillo, lontano dalla furiosa e aggressiva vita moderna, certo tagliata fuori dallo sviluppo e dal benessere materiale che porta, ma che spesso ha conseguenze devastanti con i suoi egoismi, la sua ansia di arricchimento e spesso di violenza. In fondo, pensavo, è vero che questa gente forse sta perdendo il treno dello sviluppo (che già si intravedeva nelle altre zone della Turchia, complici le rimesse e le conoscenze delle centinaia di migliaia di emigranti in Germania), ma avrà sempre il vantaggio di vivere la tranquillità senza tempo e senza pericoli che di norma accompagna la povertà comune. Oggi, dopo quaranta anni, quello è diventato uno dei confini più tribolati del medio oriente, nel pieno delle guerre più truci che mai l'umanità abbia visto, tra bombardamenti e lotte intestine tra gruppi terroristici e labili governi in cerca di primazie regionali. Orde di milioni di profughi vi transitano in cerca di salvamento. Fame, malattie e morte, stabili coinquilini in un posto che mi appariva come uno dei luoghi più tranquilli e sereni della terra. Un'oasi di pace, dove i bambini correvano nella polvere per giocare e dove forse oggi, diventati uomini, corrono per salvare le proprie vite. Chissà che ne è oggi delle case termitaio di Harran, in un posto dove le genti fuggono in ogni direzione come formiche impazzite.

I campi attorno ad Harran


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sabato 12 ottobre 2019

Una sera lontana in Kurdistan

Il lago Van (1981)


Un caldo agosto di tanti anni fa. Era il 1981 e le strade dell'Anatolia sudorientale erano secche e malandate. La mia 127 con sulle spalle 100.000 km le percorreva con una certa lentezza, sollevando nuvole di polvere. Un paesaggio arido ed aspro, solitario e spesso privo di punti di riferimento. Avevamo lasciato da un centinaio di chilometri le mura nere di Diyarbakir e le case bianche della rocca di Mardin ad un passo dal confine siriano, dopo aver visto le abitazioni termitaio del villaggio di Harran e stavamo arrivando alla sponda meridionale del lago Van, la perla blu di questo angolo estremo della Turchia. Questo grande specchio d'acqua, che i raggi violenti del sole dipingono di un colore acceso ed aggressivo, incongruo nella scala di ocre e di verdi pallidi che lo circonda, si staglia immobile in un paesaggio quasi innaturale di rive deserte dalla presenza dell'uomo, tali da farti sentire in un pianeta sconosciuto se pur con sembianza terrestre, ma prepotentemente diverso, forse senza vita. Ci fermavamo di tanto in tanto ad ammirarne gli scorci formati dalle quinte di piccole penisole che ne scandivano la riva contorta e totalmente priva di villaggi o anche di case isolate. 

Le case termitaio di Harran (1981)
C'era come un silenzio innaturale in questo deserto non deserto, nel quale non vedevi neppure animali, neppure semplici capre selvatiche, per non parlare delle greggi che spesso si incontrano in questi territori asiatici dai confini teorici. Ci fermammo in un punto particolarmente piacevole con una sorta di spiaggetta a mezzaluna che bordava l'acqua, mossa soltanto dal fremito di un'onda, così piccola da essere impercettibile all'occhio. Si respirava un senso di solitudine e di pace infinita, quello di una terra dove la mancata presenza dell'uomo era di per se stessa ragione di una assenza di contrasto, della turpe condizione di perenne contrapporsi di gruppi, di religioni, di posizioni prevaricatorie, di bramosia di poteri. Tuttavia ascoltando il silenzio, divenne subito avvertibile un qualche movimento, uno sciabordare d'acqua che avveniva dalla parte estrema della spiaggia. Tra le frasche che ne nascondevano l'angolo più a destra dove si allargava una sorta di piscina naturale in cui l'acqua si faceva più verde e trasparente, qualcuno stava nuotando vicino alla riva e notata la nostra presenza, si avvicinò verso di noi che lo stavamo osservando uscendo dall'acqua come una sorta di deità lacustre disturbata dalla nostra innaturale presenza che aveva invaso quell'Eden solitario. 

L'uomo, che poi era un giovane sulla trentina con una gran barba nera ed un bel fisico scolpito venne per un po' verso di noi, le brache sdrucite grondanti acqua, poi si fermò ad una cinquantina di metri su una specie di monticello sopraelevato che ne metteva ancor più in evidenza lo sguardo fiero e la statuaria presenza. Ci osservò per un attimo, certamente identificandoci come estranei al suo mondo, poi rivolse verso di noi un grido forte e probabilmente liberatorio, che ci arrivò chiaro e netto: - Here is Kurdistan, not Turkey! - rimarcando con forza l'ultima parola che scivolò via, rotolando decisa sulla superficie del lago. Poi alzò un braccio, forse un ribadire il concetto, forse in un estremo segno di saluto, si voltò e tornò nell'acqua scomparendo subito tra i cespugli della riva. Non lo vedemmo più. Su un isolotto al largo, le mura giallastre delle rovine di un antico monastero cominciavano a colorarsi di rosso. La cittadina di Van all'estremità orientale del lago era ancora lontana e la sera stava per calare sull'orizzonte cupo e sempre più scuro.

Il posto di frontiera a sud di Mardin (1981)


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lunedì 24 ottobre 2016

Le porte di Hattushas

Hattushas - Turchia - agosto 1980

Sono passati più o meno 4000 anni da quando un esercito passò sotto queste porte, attraverso queste mura ciclopiche per andare a combattere contro gli egiziani, nuova potenza emergente che voleva diventare dominante nell'area della mezzaluna fertile. Forse quelle genti, passandovi attraverso guardavano i leoni giganteschi con occhio orgoglioso. In fondo non era cosa da poco far parte di un popolo in grado di erigere queste barriere, degne di imperi destinati a vivere per millenni, sottomettendo con la forza i deboli contadini che quelle mura circondavano e mantenevano. Eppure tutti i reich millenari sono destinati inevitabilmente a scomparire, vinti dai tempi, le difese invalicabili ad essere sbriciolate e corrose dai secoli e a rimanere in rovina a testimoni muti del passato. Leoni il cui ruggito rimane strozzato nella gola. 

Guerre sanguinose che paiono talmente epocali da essere definitive nella storia dell'uomo, che pochi anni e altre vicende ancor più terribili, spingono nel letamaio dei tanti dimenticatoi della storia umana. Lì fuori, quei contadini, gli stessi di allora, gli stessi di sempre, trapassati dalle lance, dalle frecce e depredati dei raccolti, le loro donne stuprate e rapite e poi via via, fatti schiavi e servi e ancora feriti, poi mitragliati, bombardati e finalmente uccisi e ancora servi rinati per morire un'altra volta appena risorti, sono ancora lì, Sopravvissuti agli eserciti conquistatori, che passano e vengono a loro volta sterminati, mentre loro risorgono sempre, esuli, profughi in fuga dalla morte, a rinascere continuamente e a riprodursi senza sosta, gramigna immarcescibile della terra che resiste ad ogni violenza, ricostituendo le sue forze cone un'araba fenice, la cui forza nasce proprio dalla sua debolezza, dalla sua indifesa ed inerme indispensabilità. 

Perché gli eserciti passano e muoiono e si possono sostiituire con facilità, loro invece, i deboli e gli umili, sono gli unici che serviranno sempre. Forse le più grandi vestigia del passato sono utili proprio solo a questo. Farci considerare che quello che oggi ci sembra epocale è solo una cacca di mosca sui libri della storia di domani. Pensate alla rilevanza che potrà avere tra 1000 anni il risultato di un referendum e andate a prendervi un caffé. Le rovine di Hattushas, orgogliosa capitale ittita, staranno lì anche domani, come 36 anni fa.



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venerdì 19 agosto 2016

Non mi toccate il Bosforo

Ponte sul Bosforo -Turchia - agosto 1980

Sembrava un abbracciarsi tra Europa ed Asia, quell'incredibile campata che con un balzo unico saltava dall'altro lato del Bosforo, in una Istambul che anelava all'occidente e che fiera dell'eredità di Ataturk voleva avvicinare quelle due rive apparentemente prossime, ma ancora così distanti. Eppure sembrava in quel 1980 carico di promesse, che tutto un futuro fosse già tracciato sulla velina della storia che doveva ancora essere scritta, ma che appariva così facile da prevedere. Certo era una terra ancora povera, ma dovunque intravedevi un cammino segnato dalle esperienze che tanti figli di questa terra si guadagnavano in Germania, portandosi a casa, oltre che i soldi per costruire profonde fondamenta in patria, anche solide convinzioni, nuovi orizzonti, certezze conquistate col sudore. Il nuovo ponte sembrava certificare tutto questo. Insomma uno poteva partirsene in macchina, ormai questo mezzo era alla portata di tutti e andarsene che so io, in India, come dire vado in ferie ad Arenzano e tutto appariva fattibile, facile. Il ponte cominciava ad omologare culture e modi di vita di una globalizzazione a venire, indefinita nella sua categorizzazione, ma già nei fatti. 

Ero salito in macchina, già carica di tutto, all'una del pomeriggio di un venerdì, appena lasciato libero dall'ufficio, in una Alessandria esausta dall'afa di un torrido agosto ed all'imbrunire del sabato avevo programmato di vedere lo skyline dei minareti di Istambul. Tutto facile, tutto calcolato. Arrivare prima di sera al confine di una Yugoslavia così tranquilla e senza tracce di confini, tracciabili solo in qualche mente di mentecatto che non aveva diritto di parola, Superare l'incrocio con la direttrice dalla Germania, dalle parti di Zagabria prima di mezzanotte e guidare guidare fino al mattino, mentre i bordi della strada erano ingombri di auto e pulmini turchi, pieni di gente che dormiva, mantre tornava a casa per le ferie, senza ingombrare la strada. Giungere prima dell'alba al bivio verso la Bulgaria e poi ancora tutto il giorno senza fermarsi fino ad Edirne. Poi le sagome nere delle moschee dell'antica Costantinopoli ti regalavano la certezza di essere arrivato alla porta dell'Asia infinita, che quel ponte finalmente ti apriva con la certezza che di lì in poi tutto sarebbe stato più facile, per chi sperava che le barriere sarebbero cadute sempre più in fretta. Come è difficile capire il futuro e l'animo degli uomini che lo condiziona.


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