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domenica 3 settembre 2017

Ritiro spirituale

Campana tibetana per ritiri meditativi

Cari amici è venuto di nuovo il momento, se non mi sentirete per qualche giorno non vi preoccupate, ma ogni tanto bisogna prendere delle decisioni, che poi speso sono obbligate. Mi occorre un breve attimo di ritiro fisico e mentale, lasciare questo mondo frenetico per ritirarmi a meditare sulle cose importanti della vita e a contatto con maestri consumati, lasciare che penetrino nelle profondità del mio corpo e della mia mente per depurarmi di tutto quello che è inutile, quando non spesso anche dannoso. Tornerò, spero presto, se non ci sarà troppo da investigare, più leggero senza dubbio, più pronto ad affrontare le durezze della vita, meglio corazzato all'aggressività del mondo moderno. Potrò così, se il ritiro funzionerà a dovere, liberarmi con maggiore facilità di tutte le impurezze che la vita ogni giorno tenterà di sovraccaricare sulle mie membra anziane e stanche. Insomma ci sentiamo.

lunedì 1 giugno 2015

India: La Tiger hill ed i meriti spirituali

Il Kangchenjunga (m. 8586) dalla Tiger Hill

Darjeeling
Cari amici, come promesso eccomi di ritorno dal giro umbro di cui vi relazionerò più avanti, con gli occhi ebbri di bellezza e lo stomaco appesantito alquanto, ma pronto a riprendere e a cercare di portare a termine, anche se siamo solo a metà, le mie storie himalayane. Dunque vi avevo lasciati alle falde delle alte colline di Darjeeling, proprio sulla balconata che da un lato si apre sulla rovente piana indiana e dall'altro apre piccole vie di risalita verso montagne selvatiche che contengono le più alte vette della terra. Una terra ballerina, come abbiamo avuto modo di sentire in questi giorni terribili, essendo proprio questo il punto dove la zolla indiana si infila sotto quella sinotibetana, sollevandola senza troppi complimenti. Certo questo luogo era un punto privilegiato, non così lontano da non poter essere raggiunto con relativa facilità dalle città coloniali, per sfuggire alla calura insopportabile della stagione estiva e del monsone e godere di una temperatura tutto sommato accettabile. Così era nata questa cittadina, progettata dagli inglesi per gli inglesi, con piccole case coloniali e servizi che prevedevano al massimo qualche decina di migliaia di abitanti nei momenti di punta, tra giardini montani, valli a precipizio e ripe scoscese ricoperte dall'ordinato cespuglio delle piantagioni di thè. 

Mercato dei legumi a Darjeeling
Come sempre poi, la storia prende un'altra strada. C'è stata l'immigrazione incontrollata, guarda un po', dei nepalesi in seguito alle guerre coi Gurkha e poi, negli anni '50, quella dei profughi in fuga dal Tibet dopo la riannessione cinese. Aggiungiamoci infine la crescita malthusiana incontrollata ed incontrollabile degli indiani ed eccoci alla situazione attuale, nella quale la città conta quasi 150.000 abitanti in continuo aumento, che può disporre di servizi si e no per un quarto di essi, soprattutto acqua, viabilità, fognature e possibilità di smaltimento di rifiuti che la vita moderna ha via via moltiplicato. Insomma un vero formicaio abbarbicato su colli ripidi, con vicoli esageratamente affollati, dove un traffico costantemente ingorgato si precipita in discese vertiginose e risalite malconce, il tutto con l'aggiunta dei turisti che qui arrivano richiamati da una fama tramandata nel tempo. La stagione, marzo, è ancora fredda, più che fresca e se esci alle quattro di mattina, quando ancora il buio della notte avvolge le montagne di un velo nero a coprire i tanti demoni sepolti sotto le mura protettive dei templi, fa freddo e devi stare coperto. C'è un picco a qualche chilometro dalla città, un tempo avvolto dalla foresta, oggi punteggiato da case e baracche che non hanno pietà per la sacralità dei boschi, intente come sono a prendersi un loro disperato spazio vitale. 

Foto di piccoli profughi tibetani all'apertura del campo nel '54
La stradina che ci arriva, si arrampica con rampe feroci e curve e controcurve continue, in cui le ruote stridono come soffrissero loro, al posto del motore che ansima cercando di mangiarsi quel poco ossigeno che c'è oltre i 2400 metri. Quando ci arrivi, sono da poco passate le cinque e solo un leggero chiarore da oriente fa capire da quale parte, tra un po', nascerà il nuovo giorno. Visto il luogo e l'ora, forse pensavi di essere solo a poter meditare sulle grandi domande della vita, così in alto, di fronte ad una natura severa e maestosa. Invece, tra le ombre del buio, tanto si muove nella notte; anzi una vera e propria folla di qualche migliaio di persone occupa spazi e postazioni, senza troppo rumoreggiare però, quasi che l'ora, la presunta sacralità del luogo o forse più prosaicamente, la mente assonnata di chi si è svegliato troppo presto, suggeriscano un atteggiamento discreto, un mutare le parole in bisbiglio, che tuttavia, dato il numero, rappresenta comunque una sorta di disturbo di fondo anomalo ed incongruo per quelle montagne. In realtà la cosiddetta Tiger Hill è uno dei belvederi più famosi del mondo, circondato com'è dalla corona di monti tra i quali spicca il Kangchenjunga, la terza vetta del mondo che costituisce il confine tra il Sikkim ed il vicino Nepal. 

Turisti alla Tiger hill
Quindi in pratica ogni mattina tutta la frotta dei turisti che traccheggiano nella zona, convergono qui per vedere l'alba, il momento in cui i raggi d'oriente del nuovo sole che sarà alle spalle, vestiranno di rosa la montagna di fronte, illuminandola gradualmente come un reostato gigante nelle mani di un tecnico delle luci che gestisce questo spettacolo che va in scena ogni giorno. La luce che scopre prima la punta in un rosa e arancio mischiati con perizia e quindi scende lenta lungo i fianchi della, montagna isolata, mostrando poi le cime vicine più basse, i settemila e poi le misere asperità di seimila metri, quasi fossero colline senza nome, mentre tutta l'aria intorno si rischiara  percorrendo le tonalità dell'iride, dal rosso fino all'azzurro pieno del momento in cui il sole sarà alto nel cielo. L'attesa è dunque forte ed il programma ghiotto, ragione per cui tutto viene preparato con cura e la grande costruzione a più piani che accoglie una parte dei turisti in attesa, si riempie rapidamente, anzi i piani più alti, riparati e coperti, che qui siamo a pochi gradi sopra lo zero, vanno prenotati per tempo se non si vuole scendere di livello o addirittura finire nella massa indistinta che alla fine, ritardatari o psicologicamente contrari a pagare per quanto la natura dovrebbe offrire a tutti senza distinzione di casta, si affolla sulla balconata esterna che anch'essa in poco tempo si affolla di gente di tutto il mondo con la faccia rivolta ad occidente in attesa che lo spettacolo vada in scena. 

La venditrice di caffè
La maggioranza è costituita comunque da indiani che hanno eletto ormai come propria abitudine e tradizione tutto quanto gli inglesi avevano imposto come obbligo di dominatore. In mezzo alla folla semiaddormentata intanto, un'altra folla si aggira, come una massa di tante formichine operose. Sono venditori di ogni genere, piccoli souvenir locali, oggettistica religiosa che ricordi comunque la sacralità del luogo, cartoline e vedute varie che magnificano le vette  in questione e naturalmente, generi di conforto che, data la temperatura, sono costituiti soprattutto da thè e caffè bollenti distribuiti da grandi thermos, che le venditrici mantengono in ceste approntate alla bisogna. Non mancano naturalmente dolcini indiani, laddoo, o ciambelline fritte e samosa piccanti, accanto alle confezioni di patatine e biscotteria varia, che si accoppiano orgiasticamente alle bevande in lattina del più prosaico occidente. Intanto, mentre altra gente continua ad affluire fino a che ogni spazio non sia completamente occupato, in India hai sempre questa sensazione della impossibilità di mantenere gli spazi vuoti, quasi fosse uno spreco di opportunità, l'aria intorno comincia a rischiarare contrastando la tenebra e tutta la folla, prima piuttosto immobile pare risvegliarsi dal torpore della notte. La luce si fa largo spingendo il buio di fronte a te verso la catena di montagne. Il cielo rischiara a poco a poco, anche se qualche cosa comincia a non girare nel verso giusto. 

Turisti indiani
Sopra ed intorno è sì tutto rosato e le piante che circondano il fabbricato cominciano a svelare un fogliame verde, non più quinte informe e nere, ma l'orizzonte non mostra segni di dettaglio, anzi tutto pare avvolto come da una nebbia lattiginosa e aranciata, una foschia che non si disperde ma che assume il sembiante di  un tutt'uno uniforme ed indistinto che ricopre il mondo come un velo di Maya ingannevole, quasi a dirti che dietro c'è molto, molto di più, ma che tu non sei ancora degno di vederlo. La luce aumenta e finalmente arriva il giorno pieno, ma la situazione non muta, anzi sembra addirittura peggiorare. Siamo su questo alto colle come su un'isola perduta in un mare sconosciuto, sapendo che al di là di quanto possiamo scorgere, c'è qualche cosa, la meraviglia delle meraviglie, che però oggi, forse per nostri peccati commessi anche nelle vite precedenti, non ci è dato vedere, ma solo immaginare. La folla rumoreggia delusione, ma poi a poco a poco si muove sulla via del ritorno con la confusione logica, imposta dagli spazi ristretti e dalla incongruità col posto dei mezzi meccanici a disposizione. Pare che nella maggior parte dei casi sia così. Solo pochi sono i giorni fortunati in cui gli dei del monte e la tigre che vi albergava o per lo meno la sua anima, consentono una visione pulita e nitida della montagna. I puri soltanto forse possono vederla con il terzo occhio dello spirito. Per tutti gli altri rimangono solo le cartoline che i venditori si affannano ad offrire, l'ultimo business della giornata, la montagna rosata ed immensa che avevi immaginato da riportare a casa. In fondo per loro è andata bene così. Karma ride e per consolazione, mostra la foto del panorama sul suo telefonino.

Il sole sorge  alla Tiger hill

SURVIVAL KIT

Il campo profughi tibetano di Darjeeling
Tiger Hill - A una decina di chilometri da Darjeeling, a 2400 metri, raggiungibile in auto o con una miriade di mezzi, taxi, apecar e anche bus. Bisogna arrivarci verso le 5:30 massimo al buio, per trovare posto all'ultimo piano della costruzione sulla cima (un centinaio di posti, 40 R.). Nescafè caldo o thé 10 R. Sotto posti seduti più scomodi fino a 10 R e all'aperto. Ricordatevi che fa piuttosto freddo e tira una bella arietta. necessaria una giacca a vento. Nelle giornate  limpide, visione fino a 100 km di distanza. oltre al Kangchenjunga si possono vedere anche il Makalu e in fondo l'Everest e il Lotse. E' una escursione in un certo senso obbligatoria, quindi non rimanete delusi se nella maggior parte dei casi non vedrete nulla. Non è possibile neppure prevedere le condizioni di visibilità, in quanto a volte la nebbia si squarcia e quando meno ce lo si aspetta compare la corona himalayana al completo. Dipenderà dai vostri meriti spirituali. 


mercoledì 1 aprile 2009

O chi predica alle scope?

Cari amici, chi mi conosce da molti anni avrà notato in questi ultimi tempi un cambiamento
piuttosto profondo nel mio modo di agire e di pensare. Avrà visto che sono più distaccato dalle cose del mondo e la mia tendenza ad isolarmi si è fatta più severa. Forse il momento fatale, in cui qualcosa ha fornito la spinta definitiva è stato in questo viaggio, a Tabgha, nella chiesa della moltiplicazione dei pani, di fronte a questo mosaico, vicino al luogo dove Pietro fu trasformato da pescatore di Tiberiade in pescatore di anime. "Per primo, apri le porte al messaggio" Luca (1.04).Adesso, molto più di prima, amo la solitudine, amo cogliere una pesca dall'albero, amo ascoltare il vento che spira tra le canne della palude. In India (chiedo conferma a Tutto qua) quando un uomo ha compiuto i suoi doveri verso la famiglia e la società si ritira per dedicarsi alla cura della sua anima, a cercare la sua interiorità. Quanti ne ho visti al tempio di Menaksi, ispirarsi al manto argenteo della dea per capire l'essenza della vita e anche il senso di questo post. Mi ritirerò quindi in un piccolo monastero che ho visto molti anni fa, vicino a Pescasseroli, con la silenziosa compagnia di altri monaci portando con me solo i libri che amo di più: L'ermeneutica della mente di Fisher, Les pensées di P. Oisson ed il curioso ma affascinante El estudio sobre la mosca di P. E. Scadò (Skacchina che è una esperta, approverà senz'altro le mie scelte). Non cercatemi, vi prego, lasciatemi alla vita contemplativa che ho scelto, come negli stupendi versi della lirica del grande poeta russo Ribov che amo più di tutti:
Sul lago ghiacciato.
Sul grande piano bianco
l'inverno gela i pensieri.
Davanti a un buco nella neve,
solo,
per ore in attesa,
anche il pensiero si ferma.
Allora a tutti un ultimo saluto consueto delle liriche Tang che tante volte vi ho propinato:
Sì Yuè Yú ( 四月鱼 )

sabato 24 gennaio 2009

La città dell'alba

La Ambassador nera che avevamo affittato a Madras procedeva zigzagando tra le buche della strada a tratti coperta dall'acqua che fuoriusciva dai fossati, riempiti dalle abbondanti razioni di pioggia monsonica che le gonfie nuvole scure che riempivano il cielo ci rovesciavano addosso con gusto. Ramsigh guidava con attenzione quel pomeriggio, insolitamente silenzioso. Avevamo mangiato qualche paratha infuocato e una magra coscia di pollo tandoori a Pondicherry e mentre l'arancione della spezia ci cuoceva ancora il palato, avevamo manifestato l'interesse a vedere Auroville, la città dell'alba, la vicina comunità fondata da Aurobindo il celebre mistico indiano morto nel 1950 , dove i seguaci del guru e la Mère, la francese che aveva dato seguito all'eredità spirituale del maestro, avevano creato un' oasi di pace aperta a tutti coloro che credevano nell' amore universale secondo le direttive del santo. Avevamo letto di un piccolo paradiso dove uomini e donne di tutto il mondo vivevano di amore e tolleranza reciproca. Il nostro Ramsigh che, di solito, visto il nostro interesse per la cultura indiana, si profondeva in lunghe spiegazioni cercando di chiarire le nostre curiosità in ogni dettaglio, stranamente non parlò molto, mostrandosi più interessato alla guida. Arrivammo all' ashram verso le tre e colpiti dal senso di pace che pervadeva il luogo, cominciammo a girare liberamente nel villaggio che circondava il grande tempio della pace interreligiosa in costruzione. Una sfera gigantesca creata su uno dei chackra della terra che irradia amore universale e tolleranza verso gli uomini di ogni credo. Biondi europei, vestiti con sobrie tuniche o bianchi salwar kamiz all'indiana, si aggiravano con aria serena mentre bambini giocavano a piedi nudi nella granda piazza antistante al tempio, incuranti degli esasperanti concetti igienici che ci turbano la mente quando percorriamo le strade dell'Oriente. Girammo ancora un po', sempre accolti da sorrisi. Mentre siedevamo nel grande giardino, cercavamo di capire cosa c'è di così profondo che pervade ogni cosa in quei luoghi, che avvolge in un velo sottile la realtà ed i contrasti. E' facile lasciarsi andare, essere coinvolti da un messaggio che spinge con forza chi lo vuole percepire, ma a questo punto diventa difficilissimo strappare il velo di Maya delle apparenze, andare al di là della superficie, considerare quanto il nostro genetico desiderio di trascendente ci oscura o semplicemente minimizza. Guardare oltre, considerare che tra tutti quelli che ci circondavano, quelli biondi, puliti e con sguardo sereno erano tutti occidentali, mentre quelli con il badile in mano che sudavano sotto i 40 °C del luglio indiano erano tutti indigeni, anzi più era grande e pesante il fardello di mattoni che si portavano sulla tela di iuta che copriva loro il capo e più il colore della loro pelle era scuro. Il loro sguardo era un po' meno sereno degli altri, come quello del vecchio con una bimba in braccio, che ci seguì a lungo mentre la nostra Ambassador nera si allontanava, a sera, verso il tramonto di altre illusioni. Ramsigh guidava allegro, sogghignando.

sabato 27 settembre 2008

Spiritualità

Questa bella foto che mi ha mandato Diego, grande fotografo che sa quanto amo l'India, mi ha ispirato il piccolo brano che vi propongo.

***

Anche questa mattina, come ogni giorno Abinath Patel Singh si è alzato molto presto, quando l'aria greve del monsone è ancora fresca per la notte e si prepara a caricarsi di umidità. Con cura ha lavato il suo corpo e quindi ha offerto una piccola puja sull'altarino di casa, perchè un corpo impuro non può avvicinarsi a Dio e dopo una piccola preghiera, si è diretto, con la mente sgombra e serena, verso l'ufficio che da quarant'anni lo ha visto puntuale e preciso presentarsi ogni mattina. Il dovere e la responsabilità verso la società è una parte importante dello spirito umano, ma anche questo, e Abinath ne è convinto, deve a poco a poco lasciare spazio alla spiritualità per prepararsi degnamente alla prossima vita. Mancano pochi giorni infatti e poi andrà in pensione e potrà dedicare tutte le sue attenzioni alla cura dell'anima. Già da tempo ha ceduto la gestione dei suoi beni terreni ai tre figli e anche con Shakti, la sua adorata moglie che pure in gioventù lo faceva fremere con un solo batter di cilia dei suoi occhi sorridenti, ha stabilito di cessare ogni contatto fisico per non disturbare la ricerca della purezza dei cuori. Shakti forse non ne è stata felice, ma ha accettato con il suo sguardo mansueto che la rende unica ai suoi occhi. Adesso riesce a guardare il suo corpo ambrato ed ancora armonioso col giusto distacco. La consolle elettronica davanti a lui manda i consueti messaggi che vengono processati ordinatamente mentre le tante luci dei pannelli verticali, si accendono e si spengono come fossero fiammelle nel tempio davanti alla statua di Guru Nanak.
Effettua le consuete operazioni, poi beve qualche sorso di thè caldo che Shakti, gli ha messo in un thermos cinese dai colori vivaci. Che ristoro il thè caldo che scende lungo la gola, poi ha un attimo di rammarico a provare quelle sensazioni; è ancora troppo legato alla fisicità del mondo. Lavora ancora un paio d'ore definendo tutti i controlli che gli vengono richiesti, poi in attesa del messaggio di start, si allunga contro lo schienale della sedia aspettando che il dabbawalla gli porti come ogni giorno il pentolino con il pranzo caldo, un thali profumato di spezia che la moglie gli manda da casa. Che miracolo che milioni di contenitori preparati da solerti consorti, ad ogni pranzo vengano consegnati con precisione da un esercito di straccioni analfabeti che non sbagliano mai un indirizzo. Uno smarrimento ogni 6 milioni di consegne, hanno detto, un fenomeno di efficienza studiato senza capirne il segreto, dalle più grandi ditte di trasporto. Non hanno capito che tutto sta nella forza del sistema delle caste che consente ai dabbawalla di tramandare queste peculiarità di padre in figlio. Tante cose non capisce l'Occidente, ma ad Abinath questo aspetto non sembra più molto importante. Un tempo si appassionava alla politica, ma adesso ha raggiunto una serenità che lo fa guardare molte cose da un punto di vista distaccato. Intanto dal monitor compaiono le istruzioni che hanno innestato la routine. Attende le altre tre conferme protocollari, poi Abinath apre con cura lo starter, infila le chiavi che danno il via alla procedura. Si ritirà nella foresta dove c'è un piccolo tempio; lì potrà terminare i suoi giorni di questa vita nella pace della natura e vicino a Dio. Shakti capirà. Arriva l'ultimo consenso e Abinath Patel Singh preme dolcemente il bottone abbassando la leva rossa poi si lascia andare sulla sedia, mantenendo però la schiena in posizione verticale per fare scorrere liberamente l'energia vitale attraverso i chakhra. I dodici missili escono lentamente dai silos e le testate atomiche si innescano automaticamente. Le lunghe scie rosse nel cielo li spingono con precisione, come i vaijra, i carri volanti che bruciano di rossa fiamma descritti nelle Upanishad, verso Karachi, Islamabad, Lahore ed altre 9 città pakistane. Da un cielo plumbeo il monsone si prepara a scaricare la sua quotidiana razione di pioggia che fertilizzerà la terra.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!