mercoledì 6 aprile 2022

Una domenica a Kharkhov

Kharkhov - gennaio 1992

Era gennaio, ma stranamente non c'era quasi più neve per terra, solo qualche mucchio ai lati della strada, sotto gli alti alberi senza foglie ed un sottile straterello ghiacciato sui prati dei giardini. Certo faceva freddino, ma l'aria secca e quel solicello quasi malaticcio, quel pallino giallo lontano con un poco di alone intorno, tipico dell'inverno russo, sembrava riscaldare l'aria e poi avevo una dublionka spessa e la shapka di volpe gialla che mi ero comprato a Mosca nell'Arbat che mi scaldavano le ossa. Insomma era un piacere passeggiare. La strada scendeva curva sotto la collinetta sulla quale trionfava la chiesa di San Pantaleone, così almeno credo si chiamasse. Dietro al sagrato vecchi tank russi della guerra mondiale, un cupo presentimento?  Kharkhov, così si diceva allora, era una città così tranquilla da apparire completamente addormentata nonostante la recentissima indipendenza dichiarata neppure sei mesi addietro. Poca gente per la strada in quella domenica, che pure chiamava a passeggiare nei parchi; la messa era terminata e le babuske se ne erano già andate a casa, forse, tranne quelle in fila che stazionavano davanti all'ingresso dal grande portale in attesa che qualche ritardatario lasciasse loro qualcosa. Alexiej, quando passava davanti a loro, tirava fuori con silenziosa puntigliosità, un vecchio portafoglio sdrucito e prendeva un mazzetto di cuponi che evidentemente aveva preparato e ne distribuiva un foglietto a ciascuna, da 10 o da 5 se li aveva finiti. In silenzio, così come lo ricevevano quelle vecchine infagottate in pesanti sciarponi neri, messi a più giri attorno al collo per resistere per ore al gelo invernale. Loro facevano solo un piccolo gesto con la testa come fossero imbalsamate e mettevano subito in tasca il frutto della loro attesa. 

Non parlava quasi mai Alexiej, alto, allampanato, di una magrezza preoccupante, le guance incavate come un personaggio di Dostojevsky. Le poche volte esibiva una voce cupa e profonda per pronunciare unicamente le parole essenziali. Mi sembra di non averlo mai visto ridere. Così dopo aver disceso la scalinata dietro alla chiesa, percorrevamo il viale che andava verso il centro dove si dispiegava una specie di piccolo mercato delle pulci. Qualche donna teneva le cose in mano per esporle alla vendita, calze di lana fatte in casa, camicette bianche ricamate coi i sottili disegni geometrici rossi della tradizione, ciabatte, qualche shapka di coniglio. Altri un po' più organizzati esponevano poche cose su un asse disposto sopra un paio di cassette di legno coperte da uno straccio colorato. Spillette commemorative di un URSS in disfacimento, tesserini del KGB, macchine fotografiche, francobolli, vecchie monete. Un banchetto più strutturato aveva dei bellissimi oggetti di cristallo, un servizio con una splendida bottiglia tutta sfaccettata con un tappo a sfera ed il fondo a spigolo anziché piatto che la faceva sembrare in bilico tutta piegata da un lato, con sei deliziosi bicchierini uguali. Alla fine comprai una cartamoneta da 100 carbovanzy, così li chiamava Alexiej, di epoca zarista grande quanto un foglio di giornale, davvero bella ed elegante con tante volute azzurre attorno alla data di emissione, 1910. Il vecchietto con la barbetta bianca, la tirò fuori con cura dal cellophane in cui era esposta e me la mise tra due fogli bianchi, incassando i biglietti del Monopoli, credo un migliaio di cuponi, che gli diedi in cambio. 

Un viso segnato dal tempo, incurante di quella ennesima rivoluzione che stava accadendo sotto i suoi occhi, che di certo avevano visto ben altro nel passato. Spero che li abbia trasformati subito in cibo vero, visto che in pochi mesi sarebbero diventati carta straccia. Sembrava molto vecchio e per sua fortuna non sarebbe campato fino ad oggi. Camminammo ancora a lungo tra i banchetti, guardando le scodelle di legno dipinto, lo sfondo nero e dorato con i frutti rossi dipinti con rapide e perfette pennellate, le foglioline verde chiaro, volute e viticci a completare l'ornato coprendo l'intera superficie. C'erano anche dei venditori di icone, di non eccelsa fattura, ma sempre di grande effetto. Ma sapendo che invariabilmente venivano sequestrate all'aeroporto, le guardavo e basta. L'aria era fine e addirittura tersa, il bel freddo secco ti pungeva la gola solo se scostavi la sciarpa e respiravi profondamente. Solo qualche Zhigulì passava raramente scoppiettando benzina mal combusta. Erano quasi tutte senza tergicristalli, tolti alla sera per paura che fossero rubati, c'era sempre un problema di defizit, allora, quasi su tutto, figuriamoci per i ricambi auto. Però c'era anche un sacco di speranza negli occhi della gente, nei passanti frettolosi, nelle ragazze dalle lunghe gambe fasciate da alti stivali neri, nelle signore con le borse della spesa sempre vuote, ma con i grandi colli di pelliccia. Nei grandi viali del parco e poi per le strade di Kharkov si respirava fiducia nel cambiamento, credo che nessuno si aspettasse anni durissimi di miseria e patimenti e poi appena messa la testa fuori dal guano, ecco l'arrivo di questo orrore indicibile, puro e disastroso, le case divorate dagli incendi e dalle bombe, quelle case davanti alle quali camminavo lentamente, le facciate devastate dalle pallottole, le finestre, come occhi anneriti dal fumo e squarciate dalle devastazioni, i morti per le strade. I cambiamenti, come diceva la nonna del mio amico Zhenja, sono sempre in peggio.



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martedì 5 aprile 2022

Haiku foraggero

Sestriere - aprile 2022


nato da poco
brucando un'erba tenera -
freme la coda




lunedì 4 aprile 2022

La guerra è il Tao dell'inganno

A Mosca oggi nevica

 Per quanti anni non sarà più come prima? Me lo chiedevo ieri sera leggendo un messaggio di saluto di un amico lontano che mi parlava di vacanze estive da passare sul fiume, da Mosca a Tvijer. Cerco di interpretare, se lo dice senza sapere bene quello che sta succedendo, credendo alle notizie distorte che raccontano di propaganda occidentale o se invece segue la classica tecnica del mimetismo sovietico in cui la cosa principale era "non farsi notare", non dire cose che potevano essere interpretate male, con uno sguardo intorno verso l'alto come per far capire che forse c'erano microfoni in giro. Gli anziani hanno tanta esperienza, quelli russi ancor di più, conoscono quei sistemi a menadito e non si sono lasciati intortare da nuovi corsi. I giovani si comprendono, non li hanno mai conosciuti i sistemi vecchi. Gianni, che abitava là, in un condominio per stranieri, aveva cercato di aggiustare un pezzo di tappezzeria che si era staccato e nel tentativo, aveva anche staccato degli strani fili che si infilavano nell'angolo del soffitto. Dopo meno di un'ora sono arrivati degli "operai" che stavano controllando l'efficienza della rete elettrica del caseggiato e hanno riparato tutto in un attimo. Una mia amica aveva studiato lì e durante una telefonata a casa in cui aveva cominciato a parlare in dialetto astigiano, si è introdotta una voce che ha minacciato:" Se continuate a parlare in questa lingua, stacco subito la comunicazione". 

Altri tempi? Diceva l'amico Piero: Saranno pure cambiati, ci sarà certo glasnost e perestrojka, ma vedi la stella rossa sulla torre Spaskaja è sempre lì che dall'alto del Kremlino controlla tutto". Quindi il mio amico forse vedrà anche lui le foto di Bucha, perché anche là chi vuole riesce a vedere tutto, e forse è proprio perché fa due più due, capisce benissimo quello che sta succedendo e mi parla di partite a scacchi al parco o di vacanze estive che stanno per arrivare. Quando sente di foto taroccate e di propaganda occidentale, si ricorderà di certo quando passeggiavamo verso il Dietzky mir e arrivati davanti alla Lubianka mi diceva: Passiamo dall'altro marciapiedi, per favore. Così senza spiegazioni tanto si capiva lo stesso da quel senso di tetra oppressività che quel palazzo squadrato incuteva. Forse se lo intervistano, si guarderà attorno anche lui come tanti e dirà che è d'accordo con lo zar. I sudditi non hanno mai molta scelta. poi quando stai da una parte, hai comunque una posizione da difendere, sei in una squadra, volente o nolente. Quanto al teatro vicino al nostro ufficio gli Spetnaz intervenuti con la mano leggera, avevano ammazzato col gas quasi duecento poveri ostaggi tenuti prigionieri in platea da un gruppo di Ceceni, i Moscoviti non hanno fatto una piega, molti dicevano: "e che si doveva fare?",  anzi organizzavano ronde di notte nei condomini di periferia dove si diceva che i culi neri di Grozny organizzavano attentati, che sono stati poi la scusa per intervenire e spianare al suolo quella città tra le montagne del Caucaso. 

Quelle atrocità che fanno impallidire quelle odierne, in Ukraina, ma che forse ne anticipano di future, perché quello è lo stile, basta leggersi Il secondo volume di Educazione siberiana, forse avranno pensato che se le sono meritate. Demonizzare il nemico per giustificare tutto, questa è la strada corretta, come dice Sun Tzu: la guerra è il tao dell'inganno. Ma la Cecenia era un piccolo fazzoletto di terra sperso tra i monti, la Siria poi una landa lontana, popolata di selvaggi oltretutto di una religione nemica, crepino pure allegramente, chi se ne frega. Qui, dovrebbe essere diverso, sono fratelli e vicini di casa, magari te ne sei sposato una o tua mamma vive lì, anche lei quando ti telefona disperata che sta morendo sotto le bombe o murata in una cantina tra i suoi rifiuti, ti conta delle bugie? Sono biondi come te, non negri da lasciare affogare tranquillamente nel Mediterraneo, qualcuno ha anche il becco di dire che questi sono migranti veri e quindi vanno aiutati, non come quelli finti da mitragliare sulla battigia o da ammazzare sull'autostrada. Certo basta cambiare angolo di visuale e tutto sembra così diverso, ogni  punto di vista, se prima ti sembrava sbagliato adesso appare giusto, non riesci più a distinguere il vero dal falso, la rinuncia giusta da approvare senza infingimento e l'egoistico ragionamento, della razionalità più concreta e pragmatica. No, quando l'incendio ti arriva così vicino e brucia tutto, niente può essere di nuovo come prima, indipendentemente da cosa succederà. Bisognerà ripensare un po' tutto, perché se il tuo vicino ti ha appena ammazzato la mamma, difficilmente domani lo potrai abbracciare con sincerità, anche se ti dirà che è stato obbligato a farlo e che non voleva mica. 


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domenica 3 aprile 2022

Sognando un parco

Izmaylovo - gennaio 1998


 E anche oggi non ho voglia di uscire, eppure c'è un bel solicello primaverile, l'aria frizzantina che dovrebbe invogliare anche i cadaveri come me a mettere il becco fuori dall'uscio, ma che ci devo fare se non ne ho voglia, non mi si alza la palpebra. Eppure se mi si accendesse il cervello, dovrei concordare sul fatto che sarebbe assolutamente piacevole camminare lungo il fiume quasi secco, arrivare fino al ponte, fare un passo fino alla Cittadella che immagino piena di gente sgambettante che corre sui sentieri dietro ai bastioni, bramosa di fitness e di salutare respirazione all'aria aperta, accompagnata da cagnolini festanti che scodinzolano tutto il loro amore, desiderio di compagnia e attenzione umana. Ma se non ne ho voglia, che ci posso fare? Preferisco star qui ad ubriacarmi di belinate e talk guerrafondai, a scrivere altrettante belinate, perché non ho neppure voglia di concentrarmi su un argomento più serio su cui valga la pena di dibattere, tanto nessuno ha voglia neanche di dibattere con me, quindi che parlo o scrivo a fare. Insomma proprio quella che noi alessandrini chiamiamo voja d'lasmi stè. E ciò detto la pianto davvero lì perché se no mi viene la sbronza triste ed è anche peggio. Perlomeno ieri i Grigi son riusciti a pareggiare, una notizia buona ogni tanto insomma, basta sapersi accontentare. Oppure apro la stura dei ricordi, come da anziano di ordinanza. Dormire, sognare. Un mio amico da Mosca mi scrive solo più di qualità del caffè e di controllare spesso il cuore che è una cosa importante. Non approfondiamo più i discorsi su altri argomenti, io cerco di essere molto cauto a riguardo, non si sa mai, non vorrei creare problemi. 

Ogni tanto mi manda qualche foto dei parchi russi dove va a passeggiare con qualche anziano che gioca a scacchi sulle panchine di pietra, dopo aver spostato la neve dai tavolini. Così mi riporta alla mente i tempi in cui alla domenica prendevo la metro fino a Izmailovsky park. Ricordo ancora tutte le stazioni. Salivo generalmente alla Tvierskaya, vicino al mio albergo e poi cambiavo alla Ckalovskaja, e poi via, la Kliskaja, la Baymanskaja, la Elektrozavodskaja con le sue statue inneggianti al trionfo dell'elettricità, Semionovskaja, Partizanskaja e infine Izmaylovskaja, mi sembra ancora di sentire la voce della annunciatrice che recita i nomi delle stazioni. Ed ecco la piccola uscita che ti immetteva direttamente in quell'enorme spazio aperto di alberi radi e secchi, quando tutto era coperto di neve e tu buttavi lo sguardo indietro e vedevi subito la montagnola, coi palazzi sovietici più lontani a contorno, come quelli che vedi oggi devastati dalle bombe o anneriti dalle fiamme di Mariupol, Kharkiv o di una qualunque delle tante città di quel mondo dalle periferie indistinguibili che era l'URSS. Un vialetto diritto portava alle sue scale che portavano fino in cima da dove buttavi uno sguardo tutto attorno, tra i tanti spazi circondati di bancarelle di cose vecchie, di quadri di artisti della domenica che portavano i loro lavori lì per venderli ai passanti. C'erano poi i venditori di memorabilia dell'URSS, spille e medaglie, orologi Kommandirsky, ne ho una collezione, robe militari, le stupende macchine fotografiche Kiev 88 o le Zorky. Poi i classici souvenir slavi, i legni dipinti, le ceramiche di Djèl', le scatolette miniate di Paleck, matrioske come se piovesse di ogni dimensione, ambre baltiche, colbacchi dal più infimo coniglio al visone di qualità a 100 $, per lo zibellino invece, bisognava andare all'Arbat da qualche negozio specializzato o parlare con qualche "amico" che te lo portava direttamente in albergo in cambio di tre biglietti da 100. 

E in cima alla collinetta una grande spazio dedicato ai tappeti, le meraviglie caucasiche e dell'Asia centrale, alcuni molto usati e consunti, altri splendidi nei loro colori e geometrie, ravvivate dal contatto con la neve su cui venivano stesi. Una meraviglia contrattare con i personaggi del sud che stavano appollaiati dietro i banchetti, facce del Caucaso, i cosiddetti culi neri, non molto apprezzati dai Moscoviti, utilizzando con fatica il mio russo stentato, speso per non farmi confondere con un comune turista e poter trattare da una base più conveniente. Ne ho comprati diversi e adesso me li guardo con la gioia che ti dà l'oggetto che porta con sé non solo la sua bellezza intrinseca, ma la sua storia, quella che si trascina dietro ogni cosa che è più vecchia di te. Quello che arriva da Baku con le sue sfumature verdi e quel Khazak con le sue stelle dalle punte bianche, un poco mangiato da un angolo che stava in una casa di campagna georgiana; mancata la nonna, i figli hanno venduto tutto prima di andarsene a Tbilisi in cerca di migliori possibilità. E quella sacca da cammello Yazd che arrivava dal Turkmenistan, che aveva di certo attraversato lande desolate per arrivare fino a Samarcanda come il soldato della canzone o lo Shirwan i cui colori il tempo ha illanguidito trasformandoli in sfumature deliziose, mentre le sue lane consumate conservano ancora tutta la delicata morbidezza, la carezza dei capelli lunghi e neri della ragazza che con pazienza infinita lo ha annodato più di cento anni fa. Che meraviglia la mia Mosca perduta. Venivo via quando ormai stava facendo scuro, la luce è breve, d'inverno, lassù, a volte col mio pacco sotto il braccio, altre con solo un cartoccetto in tasca, una spilla o un bicchierino di cristallo per gustare un sorso di Stalichnaja. Na sdarovje, caro Zhenja!


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sabato 2 aprile 2022

Adrenaline

Antonino Pio da Wikipedia


 Ma sì anche il primo di aprile è passato, ho visto qualche simpatico scherzo sul web, ma mi è sembrato che non ci fosse la stessa voglia di ridere degli anni passati. Anche l'attenzione al mio tentativo di leggerezza politica è passato sotto silenzio quasi totale, ma va bene lo stesso, si vede che la gente è sempre più preoccupata, disillusa, disattenta, in pratica tutti hanno i cabbasisi sfranti da due anni e mezzo di difficoltà sempre più serie e fastidiose che non sembrano arrivare ad una soluzione. C'è in tutti una voglia di leggerezza che però non riesce a concretizzarsi perché su tutto incombe sempre una nuvolaglia grigia che ti mette di cattivo umore anche se avresti voglia di sorridere. Va bene, intanto il mondo va avanti e andrà avanti lo stesso e questi fatti, per noi esiziali, verranno presto dimenticati, una paginetta nel libro di storia, forse neppure o una totale cancellazione se capiterà a seguire qualche altro fatto ancora più terribile e funesto.  Chi sa se nel periodo di Antonino Pio, imperatore dimenticato che qualcuno confonde anche col più famoso Pulcino, oltre alla epidemia che aveva colpito Roma e dintorni ci fossero state vitali discussioni nel Senato sulla necessità di dotare l'esercito di nuovi stock di gladi rinforzati e di misura più lunga o se si fosse discusso se era il caso di spostare i legionari sulla frontiera invalicata delle tribù germaniche sempre più selvatiche e arroganti o magari sulla possibilità di affrontare le immense pianure sarmate dove Avari e altri barbari poco conosciuti si affacciavano minacciosi? 

Non ci fu neppure il tempo di ricevere una delegazione di Sini arrivata con doni e proposte commerciali e diplomatiche dal lontanissimo regno del Catai, di cui nessuno conosceva l'esistenza se non per i preziosissimi drappi di seta che da quella direzione arrivavano e che gli astuti mercanti dell'Arabia Felix, arrivando dalle terre dell'incenso, dichiaravano come di produzione propria. Dopo un paio di mesi di inutile anticamera, in una Roma cupa e immusonita dalla peste, che sicuramente arrivava pure da Oriente, tanto per cambiare, se ne tornarono nel Catai con le pive nel sacco e nessuno pensò di registrare quel passaggio di cui si sarebbe appunto persa ogni traccia se non ci avessero pensato loro, nei puntigliosi registri annali degli imperi cinesi a scrivere di questa visita infruttuosa, relazionata puntualmente ad un imperatore, scocciato certo, ma poi preso da altri e più importanti affari. Se l'imperatore An Tun di Rom, così venne registrato Antonino Pio, non era interessato a commerciare con la Cina, che si fottesse, loro avevano da pensare già allora all'isola di Taiwan che non voleva cedere all'essere assimilata nel rame di Mangi e pagare regolari tributi. E' così, noi pensiamo che ogni cosa che ci accade sia di importanza enorme per il mondo e invece la maggior parte degli eventi, non parliamo neppure di quelli personali, vengono sepolti nell'angolo della spazzatutra del tempo, con tutte le loro brutture e i loro distinguo di importanza eccezionale. 

Sic transeat gloria mundi e poi, fu vera gloria? mah, pensiamo piuttosto al fatto che per la seconda volta siamo fuori dai mondiali, vah, questo sì che conta, per l'orgoglio nazionale e anche per il portafoglio sempre quello nazionale anche se molti, schifati da questi argomenti banali, non ci pensano, ma sono beu milioncini che non arrivano, sponsorizzazioni, premi, merchandising e tutto il resto che ci va dietro. E' tutto PIL che se ne va, che sparisce dai conti e il rapporto deficit/PIL cresce e non ce n'è più per le pensioni, ragazzo, questa è la globalizzazione. Intanto, contando anche i due in cui abbiamo fatto una figura da ciculatè come si dice qui e i due in cui siamo assenti, la prossima volta, sempre che riusciremo a qualificarci, perché qui ormai è una abitudine, saranno venti anni che non ci si vede ai vertici delle competizioni mondiali. Altroché i tempi in cui arrivando in India o nelle zone selvatiche dell'Africa, i ragazzini ti correvano dietro gridandoti Baggio, Baggio oppure Paolo Rossi. Bei tempi, adesso abbiamo avuto praticamente una generazione senza un'Italia di punta ai mondiali. Perdersi l'esperienza di essere in piazza quando dallo schermo gigante arrivava quello straordinario e triplice: Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo! Cosa vuoi che sia l'adrenalina scatenata dalla paura di beccarsi un missile con testata nucleare sulla testa! Sono altre emozioni. Va bene oggi ho già allungato troppo il brodo. Eventualmente ci si becca domani.


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venerdì 1 aprile 2022

Finalmente una proposta seria

La proposta del P. ESCE

Come vi ho detto vorrei smetterla di parlare sempre di guerra. Dopo un po' è sempre la stessa storia, ma anche alle notizie più tremende ci si abitua e alla fine ci passano accanto e le leggiamo o commentiamo solo più con un sottile senso di fastidio. E' l'abitudine all'orrore ed è ciò che ci dovrebbe e fare più orrore ancora, ma così gira il mondo e tutti abbiamo voglia di cambiare argomento come Barbara D'Urso. Così farò anche io e oggi vorrei porre l'attenzione su uno dei punti di cui si parla di più in città, e cioè le prossime elezioni per il nuovo sindaco alessandrino e la nuova giunta che governerà la città per i prossimi cinque anni. La battaglia è in pieno svolgimento ed i faccioni sono già comparsi sui manifesti che addobbano le grigie vie cittadine. Ognuno ovviamente è il migliore, ma ognuno con consapevolezza fa le proprie proposte e le famose promesse elettorali. Questa volta c'è una novità. Intanto è nato un nuovo partito, il Partito ESCE (P. Ente della Salute Comune Europea) che tra le sue varie proposte, tutte apprezzabili ed interessanti, ne ha  fatto una riguardante un luogo molto caro agli Alessandrini e che ha subito conquistato anche gli altri Partiti in lizza, tanto che, visto il successo della proposta, si sono subito affrettati ad inserirla nei loro programmi elettorali, come capita a quelle che risultano punti vincenti delle campagne. Si tratta del ben noto Laghetto dei giardini della stazione, uno dei punti cardine su cui molte amministrazioni si sono giocate l'elezione e la rielezione in alcuni casi. Dunque pare che, dopo accurate indagini demoscopiche affidate ad una agenzia specializzata l'inglese F. Isher, tanto per non peccare di esterofilia, ma di certo avendo più credibilità, data l'autorevolezza degli addetti, sia emerso che gli abitanti della nostra città, sarebbero molto favorevoli ad un ampliamento del famoso laghetto, nonché ad un cambio di destinazione. 

Così è nata la proposta del neonato partito in oggetto, ma anche degli altri aspiranti sindaci che l'hanno fatta propria, così grande è stato il richiamo del consenso popolare. Così se andrà in porto il progetto, in tempi brevissimi, il laghetto dei cigni dietro alla montagnola sarà ampliato fino ad arrivare davanti alla stazione inglobando anche Viale della Repubblica (così verrebbe risolto anche l'annoso problema degli spacciatori e degli sfaccendati che vi albergano specialmente la sera togliendo i posti panchina ai pensionati, categoria importantissima nell'elettorato alessandrino, che raggiunge quasi l'83% degli aventi diritto al voto), fino al monumento davanti a Via Gramsci. Dal lago, ormai si dovrebbe chiamarlo in questo modo, verranno definitivamente eliminati i cigni e le varie papere e paperotti, che erano spesso oggetto di razzie mangerecce, mentre ci sarà un congruo e continuo ripopolamento di 'lisandrén cipji, stric' e quajastrer (cavedani - Leuciscus cephalus). La parte vincente della proposta su cui a differenza degli altri si concentra questo nuovo manifesto elettorale, sarà consentito a tutti i cittadini, naturalmente quelli in regola col permesso di soggiorno, di pescare dal bordo lago (con un massimo di dieci pesci al giorno però, per disincentivare i pescatori professionisti). Questo progetto sembra sia stato particolarmente apprezzato da tutti, vista anche la situazione di incombente crisi economica ed aumento siderale delle bollette. Faccio volentieri quindi un endorsement a tutti miei amici alessandrini a votare e a far votare come nuovo sindaco il Dottor Döbel, capo del nuovo partito e che da anni vive nella nostra città e la ama come Fischemburg, sua città di origine e gemellata da decenni con la nostra Alessandria.


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giovedì 31 marzo 2022

Luoghi del cuore 120 - Peherentians islands

Turtle beach - Peherentians islands - Malesia - 2017

Una lingua di sabbia bianca, a grana grossa, fatta di coralli macinati, spezzati, digeriti da microorganismi e altre creature, animali fantastici di una saga fantasy da immaginare se non li vedi, dove il piede non affonda ma lascia una bella orma segnata dall'umidità dell'onda che lambisce quella mezzaluna di costa ingabbiata in una foresta fitta e alla vista impenetrabile. Un barchino ti ha deposto lì, abbandonato come un naufrago nell'isola dei non famosi e ti verrà a ripescare, tra tre o quattro ore, forse. Ci sono alberi dai rami ritorti che si allungano fin sulla spiaggia come se volessero arrivare fino al mare, per approfittare dell'onda, per farsi portare lontano a conoscere quale mondo sta al di là di quel mare azzurro e verde. Cadono fiori bianchi dai mille pistilli profumati a ornare a festa il sentiero delle orme, come fosse il percorso di una sposa che cammina come una regina col lungo sarong a righe orizzontali e la camicetta dagli splendidi ricami sui margini, semiaperta che appena nasconde gli splendidi seni ambrati. Seduto nella sabbia a sfogliare frammenti di conchiglie consumate, epigono di una vita vissuta, da rigenerare, penso al ritmo della risacca che mi sfiora i piedi leggera, con cadenza ipnotica. Un'isola di granito persa davanti alla costa malese, Pulau Besar, (isola grande), di fronte la più piccolina Kecil, che vuol dire appunto Piccola. potrebbe essere la Mompracem immaginata quando bambino, leggevo le gesta dei Tigrotti e, più grande, dietro a Sandokan quando lo avevo visto in carne ed ossa sui sedili della economici class di Air India che lo portava a Cinecittà. 

Di fronte il golfo del Siam e il Mar Cinese Meridionale, sulla costa di Kecil, lontana, la matita argentata del piccolo minareto di una moschea. Da qui, da questa spiaggetta isolata e irraggiungibile, che ha pure un nome: Turtle beach, visto che ci approdano ogni tanto delle grandi tartarughe verdi, non ti viene neppure in mente che questo mare è disputato dall'incombente mostro cinese che neppure si vede all'orizzonte e non per la sua bellezza, per il suo non descrivibile senso di pace e di selvatico domestico o perché ci stai così bene che non vorresti più andar via (per lo meno per un po' di giorni, poi sai che palle), ma per la sua posizione, la zona di influenza, il corridoio commerciale e chissà quali altre diavolerie geopolitiche che prima o poi porteranno anche qui qualche rombo di cannone, qualche sibilo di missile ipersonico, che poi non farà neanche il sibilo essendo appunto ipersonico, ma ti uccide silenziosamente, come il veleno di una tarantola. Ne ho visto una prima, al limitare del bosco, ma è subito scappata dietro il tronco, tra le liane, come avesse paura di di questa pancia prorompente. Ai bordi della spiaggia, enormi massi di granito bianco, marezzato di vene scure, nere o verdi, che l'erosione delle onde ha arrotondato con la maestria di uno scultore novecentesco, ammassandole poi in apparente casualità, una sorta di performance artistica da esibire in una grande expo. 

Basta fare pochi passi nell'acqua verde e tranquilla e subito accorrono centinaia di piccoli pesci colorati, piccole razze grigie a puntini rossi che volano planando sulle ali triangolari, segnano la traiettoria curva con la lunga codina nera. Come puoi pensare ad un posto più bello, più carico di sensazioni? La foresta alle tue spalle è così fitta da nascondere l'erta che sale verso il centro dell'isola. Non c'è sentiero, d'altra parte a che o a chi servirebbe? Nessuno abita qui, solo quei piccoli e malandati bungalow, dall'altra parte dell'isola, una quindicina di minuti in barca oltre lo Shark cap, chissà perché questo nome, per riposare la notte, per passeggiare sull'altra spiaggia più grande fino alla baracchetta, col banco davanti, carico di pesci appena pescati dal marito, da scegliere e che la moglie cuocerà, chiamandoti a gran voce quando sono pronti, così che tu lasci il tronco su cui sei seduto e segui la bambina che ti accompagna fino al tavolo coi piedi piantati nella rena. La luce di una lampada a petrolio illumina la sera e il profumo di spezia che arriva dalla griglia inumidisce il ciglio, commosso da tanta bellezza. Meno male che il barchino era venuto a riprenderti, la pelle resa vermiglia dal troppo sole, gli  occhi accecati dalla bellezza, lo stomaco vuoto per la fame.  

La foresta di Pulau Besar


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mercoledì 30 marzo 2022

Scivolare sull'acqua

Gerrido


 Lasciatemi uno sfogo, un piccolo sfogo da anziano in disarmo. Non ne posso più di questa situazione. Voi mi direte, pensa a quelli sotto le bombe e non rompere gli zebedei. Per carità avete mille ragioni, però io avrei voglia di stare qui a parlare solamente di viaggi o altre cazzate del genere, se volete anche di libri o di mostre d'arte, di cucina e ristoranti, di come si stava bene quando si stava peggio o di qualunque altra cosa sulla quale abbiate voglia di ingaggiarmi e invece, se apro la TV, su tutti i canali vedo solo case sventrate, bombe che esplodono e teste di minchia che fanno dichiarazioni deliranti che inneggiano allo scannamento nei modi più vari. Se apro googles le uniche notizie che mi vengono suggerite sono quelle che riguardano gli avanzamenti dei carri armati e le analisi geopolitiche sulla futura spartizione del pianeta. Se parlo con un amico finisce che ci si guarda in faccia e si concorda in un risolutivo "ce l'abbiamo nell'organo". Insomma siete d'accordo con me che non se ne può più? Ho voglia di primavera, di profumo di iodio scaricato nell'aria dallo sbriciolarsi delle onde sugli scogli, sentore di aghi di pino calpestati nel sotto bosco secco, già perché oltretutto non piove più da tempo immemore, raggi aranciati mentre il sole scende dietro la collina tra due cipressi lontani, raggi verdi di una aurora boreale che sfoglia il cielo in onde sfumate, odore metallico di neve appena caduta, bramir di cervi in amore, cocchi che si spaccano cadendo su pietre di granito bagnate da onde leggere che si perdono nella sabbia, tartarughini che riguadagnano l'acqua, aquile che volano altissime senza muovere le ali. 

Scendevo a valle oggi, di fronte le aspre salite del forte sul fianco della montagna a sinistra, a destra, il dirupo dell'Andour e tra gli alberi lontani neppure uno dei tanti mufloni che solo un paio di decenni fa popolavano a centinaia quella balza solitaria. Tutti morti anche loro, senza la voglia di vedere questo nuovo millennio, carico di promesse. La cheratocongiuntivite se li è portati via tutti, poco alla volta, senza bisogno dei lupi che ancora erano rari e timidi nell'alta valle, carcasse abbandonate ai corvi tra i dirupi più alti, utili a nutrir bestie men belle ma più adattabili, meno lamentose. E' così quando sei anziano, cerchi notizie dei vecchi amici e non ne trovi più, se ne sono andati quasi tutti. Invece tu hai voglia di partire, di andare via, di sederti sotto le piante, al fresco ad ascoltare il vento, ma leggero che se no dà fastidio anche quello. Voglia di una trattoria di paese che ti porta un piatto di agnolotti che fumano e devi aspettare un po' ad assaggiarli per non scottarti la lingua, mentre ne annusi il profumo dolce e speziato. E raccontarsi di quella volta che, ma era con te che eravamo andati a sentire i Lou Delfin e tutti cantavano Se chanto e ballavano la courenta? E in quel parco a Torino quando suonavano i Buena Vista Social Club e i piedi si muovevano da soli e Ruben Gonzales non smetteva più di suonare mentre la gente lo incitava  e Omara Portuondo cantava Veinte anos, mentre Compay Segundo toccava le cinque corde della sua chitarra con quelle ditone incongrue e sembrava impossibile ne potesse cavare un suono così accattivante. 

Scendevano dal palco le note di Chan Chan e ti sembrava di essere su una spiaggia di Cuba con un daiquirì in mano. L'aria profumava di viole e non sembrava neanche che ci fossero zanzare. E invece quando si andava con Lauro in bici a pescare arborelle nel canale e faceva un caldo soffocante e mi ricordo ancora quei ragni d'acqua immobili sulla superficie a specchio con le zampine in equilibrio per la tensione superficiale che scivolavano qua e là come pattinatrici su un lago gelato. O leggere, quasi immobili, tremolanti in equilibrio apparentemente precario come le ballerine di fila nel Lago dei cigni, sulle tavole scure del Bolshoi, in una sera nella mia amata Mosca, prima di uscire e andare a piedi fino alla piazza Rossa, calpestando la neve scesa da poco, ancora bianca e non ancora stuprata da piedi frettolosi. La grande stella rossa della torre Spaskaya, guardava dall'alto delle mura del Kremlino, un ammonimento, un meme, guarda che sono qui, ti sorveglio. Luci fioche di lampioni gialli, odore di benzina mal combusta, due divise lontane davanti al mausoleo di Lenin, ibernate dal gelo. Alla fine l'onda del ricordo mi porta sempre laggiù a quelle terre segnate da un destino perverso, condannate a patire, a non trovare mai pace. Per aiutarmi mentre continuo a battere inutilmente sui tasti, per rallegrarmi l'onda del ricordo, che fa sempre un po' di malinconia, ho messo Mozart, random compilation. Naturalmente mi è capitata la messa da Requiem. Si vede che è destino così.

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martedì 29 marzo 2022

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lunedì 28 marzo 2022

C'è il gas e ci sono i gas

dal web

Appare molto chiaro dall'ultimo discorso di Varsavia, che Biden ha deciso, non solo di chiamarsi fuori dal ruolo di promotore di trattativa diplomatica per mettere fine al conflitto, anzi, dobbiamo avere il coraggio di dire le cose come stanno, ha un chiarissimo interesse a cronicizzare il conflitto rendendolo il più lungo e distruttivo possibile. Lo ha dichiarato più volte con parole chiare, ammette la possibilità del first nuclear strike da parte americana, chiama alla lotta e al "non avere paura" tipico degli interventisti e ha più volte ricordato che bisogna prepararsi ad un conflitto di lunga durata. L'interesse suo e degli USA è molto chiaro. Grande vantaggio economico, con l'aumento delle materie prime di ogni tipo di cui sono esportatori, vi ricordo che tutti i produttori di shale gas erano sull'orlo del fallimento con il petrolio sotto i 60 $ al barile; una grande spinta all'industria delle armi che da tempo era in carenza di ossigeno, che svuota arsenali e si prepara a riempirli nuovamente, godendo inoltre della possibilità di provare sul campo tutta una serie di nuove armi la cui efficienza si può testare sulla carne viva delle vittime. Inoltre la muscolarità esibita che tanto piace agli americani in generale, contribuirà alla buona riuscita delle elezioni di midterm, così importanti per Biden, cosa che contribuirà ulteriormente al prolungamento del conflitto almeno fino a novembre. Stesse motivazioni conducono ad alzare il tono della voce del loro servo sciocco Johnson, che si trova più o meno nella stessa situazione ed inoltre beffardamente sbraita sull'incremento delle sanzioni ma poi le applica con molta parsimonia, tanto che gli oligarchi stanno spostando yacht e attività mobiliari negli Emirati e in Turchia. 

Inoltre si comporta come un mentecatto nella gestione migranti, ma questo non è una novità. Tuttavia il potere effettivo di questi due è così forte da annullare in pratica la volontà di tutti gli altri che al contrario hanno tutto l'interesse a finirla qui, a spegnere il fuoco invece di buttarvi benzina. Innanzitutto i due contendenti. L'assalitore, che pur essendo uno di quei tiranni a fine carriera, rinchiusi in un solipsismo panofobico, che lo rinchiude nel castello circondato da guardie e assaggiatori, pronto a morire da Sansone con tutti i Filistei che se ne strabatte di sudditi e nemici. Pur essendo chiaramente disposto, se messo alle strette, all'uso di armi atomiche, probabilmente gli rimane un briciolo di intelligenza per capire che si è messo nel più classico dei cul de sac; ne vorrebbe chiaramente uscire e forse cerca soltanto che gli venga proposta una opzione che gli consenta di conclamare di avere vinto e di aver ottenuto quello che si proponeva (Crimea e Donbass). L'invaso ha, sulla carta, con l'aiuto di tonnellate di armi, ottenuto un risultato insperato e imprevisto dallo stesso Putin ed una eccezionale consacrazione internazionale che lo ha ormai dipinto come un camisard sulle barricate che lancia la stampella contro il bieco nemico, pronto a morire per la patria contro un invasore barbaro e feroce. Ha in effetti già vitro e avrebbe tutta la convenienza a farla finita qui, mollando quel poco che ha già perso da otto anni e avendo conquistato una consacrazione internazionale assolutamente insperabile, che cancella tutte le porcherie del passato recente, che pure sono state molte. Bisognerebbe che chi ne ha la possibilità, gli facesse chiaramente capire, invece di vellicarne l'orgoglio e la follia, che tutti i suoi tentativi di allargare il più possibile il conflitto, trascinando i vicini nel gorgo di una guerra mondiale nella speranza del tanto peggio tanto meglio. 

Se gli si facesse capire che davvero questo non avverrà mai, né da parte deli Usa che non ne hanno mai avuto la minima intenzione, né da parte della Nato e tantomeno dell'Europa, forse convincendolo a mettere da parte il gruppetto di falchi che gli sta a fianco, sarebbe più disponibile ad una trattativa definitiva. L'Europa vaso di coccio che è quella che più sta perdendo in questa guerra insensata, sarebbe disposta a qualunque sacrificio pur di far finire tutto, ma non ha né la forza, né la capacità di ottenerlo e continua a pagare il prezzo economico di questa tragedia. La Cina, pur fortemente danneggiata dal punto di vista economico, non ha l'esperienza diplomatica per poter imporre una pace, pur avendone la forza. Forza che manca invece a Turchia e Israele che pure sono i più attivi nel cercare di fermare il conflitto assieme a quel povero Francesco, figura monumentale e purtroppo inascoltata. Insomma una brutta situazione di stallo che promette di proseguire a lungo questo merdaio di carneficina a pur bassa intensità, perché ricordiamocelo che la guerra dura è ancora molto molto peggio. Anzi il pericolo vero a questo punto, visto che si continua ogni giorno a gettare benzina sul fuoco, alzando l'asticella con parole e fatti, è che si cerchi il pretesto per portare definitivamente il livello della guerra ad un livello ancora più alto. Vedremo se nei prossimi giorni, partirà da una parte o dall'altra, e magari non si saprà mai bene chi, con un rimpallo di accuse reciproche, l'opzione orrenda della guerra chimica, eventualità estremamente probabile, già vista nei suoi terribili effetti, che, ricordo tanto per rimarcarne la follia, non usata neppure da Hitler, per aggiungere orrore ad orrore e per stimolare ulteriori interventi sempre più tragici.  



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