domenica 1 marzo 2009

Sindrome di Stendhal

Il corpo umano è una macchina mirabile, ma è sufficiente che poche variazioni, piccoli segnali di malfunzionamento, per lo più dovuti all'ambiente circostante, fisico o anche e soprattutto psicologico, si mettano in moto, che subito ci assale la peoccupazione, i timori più foschi per la salute in pericolo. L'ipocondria è una delle situazioni più comuni, unita al languido spleen di chi ha generalmente poche preoccupazioni e quindi deve farsene sorgere qualcuna, per non rimanere troppo senza problemi. Però questo tenero crogiolarsi nei propri piccoli segnali di malessere, di per sè non troppo dannoso, genera nei vicini e sodali, un generico senso di fastidiosità, di doverosa sopportazione che, come danno collaterale, provoca la sottovalutazione di situazioni più coerenti. Eravamo come sempre in giro per l'Italia con una delegazija di Sovietici per esibire macchinari in funzione in varie aziende italiane e nella inevitabile appendice turistica di contorno, sostavamo a Firenze. Al nostro seguito, anche il nostro amico Cinese che approfittava del tour per completare la sua conoscenza tecnologica. Era ormai noto, tra di noi, per avere mille piccole magagne fisiche, tutte di piccola entità, ma che lo presentavano agli amici come una vera e propria farmacia ambulante, che mescolava compresse di prescrizione occidentale ad altri, più misteriosi medicamenti che si portava al seguito dal lontano oriente, dai componenti iperbolici e di certo costituiti da innominabili parti di animali rarissimi. Anche se un po' sbertucciato dagli astanti, però proseguiva con metodo le sue terapie nella ricerca assoluta dell'equilibrio tra lo yin e lo yang della sua fisicità. Già da un paio di giorni però, era piuttosto taciturno e alla sera rifiutò di toccare cibo, quasi come un corpo estraneo tra i nostri russi che libavano pesantemente in un tripudio di fiorentine al sangue. Al mattino a colazione arrivò in ritardo e piegato in due, accusando forti dolori. Dovevamo partire in fretta per approfittare della strada, facendo dare un colpo d'occhio alle bellezze di Pisa, prima di rientrare. Per tutta l'autostrada rimase raggomitolato in fondo al pulmino senza lamentarsi e arrivati a Pisa non si volle muovere da quella incomoda posizione, mentre il gruppetto sciamava verso i monumenti. Piazza dei Miracoli era un pavé di smeraldo con quattro opali traslucidi incastonati che brillavano al primo sole di primavera. Il Battistero e la Torre, motori immobili di un'emozione che colse i nostri trasportati allo stomaco, mi abbagliarono ancora una volta, poi tornai al pulmino per dare un'occhiata all'amico. Sembrava stare male e rispondeva a grugniti. Decidemmo di passare un attimo dal pronto soccorso per fargli dare un'occhiata. Scese a fatica, coi lineamenti contratti che lo facevano sembrare appunto, giallo come un limone. Scomparve nella struttura, lanciandomi un'occhiata riconoscente dalla lettiga. Dopo un po' , affrontai il medico che uscì per darci notizie, dicendogli: - Ci scusi dottore, ma l'abbiamo portato per scrupolo, perchè si lamentava, ma non dovrebbe avere niente.- Il devoto ad Esculapio mi squadrò e mi rispose:-Guardi che glielo dico io, se non ha niente; intanto è quasi in peritonite.- Lo operarono d'urgenza e se la cavò anche quella volta.

1 commento:

Dominique ha detto...

Giangaetano Bartolomei, Pasticcio francese (Stendhal a Salina), edizioni www.lulu.com , pag. 230, € 13,51. Si acquista on line su www.lulu.com oppure su www.amazon.com oppure su www.deastore.com oppure www.webster.it oppure si ordina nelle librerie.

Nell’isola di Salina, nel pieno dell’estate, viene trovato ucciso nella sua casa un professore di letteratura francese, specialista di Stendhal. Ospite di amici, si trova nell’isola un appassionato di Stendhal (l’io narrante), il quale si sente quasi personalmente coinvolto nella cupa vicenda e chiamato a dare il suo contributo alla ricerca dell’assassino. Egli inizia, così, una sorta di indagine parallela a quella condotta dal maresciallo Isgrò. Per chiarire le cose il nostro detective dilettante fa un viaggio a Grenoble, città natale di Stendhal, ed ha un drammatico confronto con un funzionario della biblioteca locale (dove sono conservati tutti i manoscritti di Stendhal) a proposito della sottrazione di un inedito e prezioso manoscritto di Stendhal, come possibile movente del delitto. Il romanzo si chiude con due colpi di scena finali: uno riguardante l’esecutore del delitto; l’altro il movente.

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