mercoledì 25 marzo 2009

Camminare sulle acque (terza giornata).


Di fronte al mare di Galilea, il monte delle beatitudini si adagia verde, coperto di macchie di ibisco, punture rosse a ravvivare la memoria. Da qui è partito un messaggio deflagrante, talmente nuovo e dirompente da sconvolgere il pensiero filosofico che lo aveva preceduto, da condizionare ogni pensiero futuro. Il concetto di dare spazio a chi è ultimo nella vita e fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto a te, avrebbe dovuto fare strame di ogni pensiero precedente; il solo seguirne il profumo avrebbe dovuto risolvere per sempre il problema della convivenza umana. Il bello è che quasi tutta l'umanità che ha vissuto dopo quel momento, si ispira a questi due concetti, li ha fatti suoi e li ritiene fondanti per il consesso delle genti. Dozzine di pulmann carichi di pellegrini, si fermano qui ogni giorno per rafforzare questo concetto, per parteciparvi, per sentirsene parte viva; poi se ne torneranno a casa, tutti coi santini e le pietre del lago in valigia, qualcuno magari ad organizzare qualche ronda, qualcun altro a dire che non è certo razzista, ma che certa gente, per cultura e religione inferiore, è portata a violentare le donne e dovrebbero tutti andarsene a casa propria. Ma sul lago di Tiberiade la barca di Pietro scivola lenta, magari con tanto di alzabandiera e inno di Mameli, poi , Un Italiano Vero e musica locale a base di Shalom; con il ragazzo che suona la tabla e la mamma che distribuisce il certificato di traversata del lago sulla copia autentica della barca di cui sopra. Bisogna pur vivere. Al ristorante, i pesci, miracolosamente moltiplicati, sanno un po' di fango, come tutti i pesci di lago, ma non si riesce a rimanere esenti dal fascino del luogo. Un gruppo di soldatesse in libera uscita sciamano festose, allegre lungo il pontile. Mi raccomando, non fotografare. Come immaginare queste ragazzine scherzose, che correndo si tirano i capelli, domani, con un mitra in mano, a perquisire un'auto ad un posto di blocco. Eppure quante ne vedremo nei prossimi giorni. Poi giù lungo il Giordano, un rivolo di acqua fangosa, aspirata, contesa, rubata e spartita tra i campi assetati di Giordania e Israele, attraverso la Samaria sempre più secca ad ogni kilometro, dove compare, ad arricchire i cespugli spinosi del deserto, il filo spinato dell'odio e della prevaricazione. Un veloce bagno medicamentoso, nel fango del mar Morto, panacea benefica per la mia discopatia e per le mie rughe di espressione; poca cosa, ma che bello vedere, alto sulla riva opposta, il nitido biancore del santuario del monte Nebo, dall'alto del quale avevo guardato in basso trentacinque anni fa. Poi fermi nel deserto di Giuda, tra i calanchi ocra nelle sfumature del tramonto, a compiangere Jerico, la città più antica del mondo, dove da dodicimila anni vivono persone, circondata, offesa, violata, imprigionata da posti di blocco e filo spinato. Ancora un balzo per salire dalla più profonda depressione fisica del mondo, per arrivare a Gerusalemme, la Santa, forse a sentire un'altra depressione.
"Ed ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme! "
(Salmo 121 )

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