giovedì 2 luglio 2009

My friend Moby Dick.

Da qualche giorno sul blog di Bressanini impazza la polemica sulla balena e sugli Islandesi risaliti sul Pequod. Nel 1979 ero sull’isola, che a mio parere non ha eguali in Europa come concentrato di situazioni naturali estreme. Una dozzina di cascate, tutte diverse (a canne d’organo, a velo di sposa, a salti successivi, rombanti come il Niagara, ecc.), vulcani fumanti e campi di lava, il più grande ghiacciaio d’Europa che finisce in mare e tu puoi girare tra i piccoli iceberg che si staccano tra le foche che fanno onk, onk, geyser, fumarole e altri fenomeni vulcanici, fiordi profondi, deserti di sabbia e chi più ne ha più ne metta. Se avrete anche un’estate col sole sarà la fine del mondo altrimenti vi ammuffiranno gli scarponi oltre a prosciugarvi il portafoglio, perché la vita è carissima. Non ci hanno mai saputo fare con l’economia da quelle parti così sono passati da una svalutazione all’altra e adesso è anche saltato il banco. Così si sono rimessi a cacciare le balene come allora, anche se pare che in Giappone i magazzini siano pieni di carne invenduta perché non va più di moda per il sushi. Comunque c’è un posto dove arrivano le baleniere, non molto distante da Reykiavik e mentre arrivi sei ancora inseguito dalla puzza di uova marce del riscaldamento geotermico, con cui l’isola va avanti. E’ il fiordo delle balene, Hvalfiordur, incassato tra due rive basse e circondato da costruzioni in legno malandate. La nave era arrivata poche ore prima, aveva mollato il cetaceo su un grande scivolo di cemento su cui era stato trainato a terra e se ne era andata a rinnovare la caccia. Quando siamo arrivati, il grosso del lavoro iniziale era già compiuto. Rimaneva visibile solo la grossa testa del cetaceo ancora da attaccare, mentre il resto del corpaccio era gia stato quasi completamente sezionato; il grasso tagliato a grandi cubi bianchi da una parte, la carne ben divisa dalle ossa dall’altra, qua e là frattaglie varie. Scarti non ce ne sono, perché pare che anche qui sia come la storia del maiale, non si butta niente. Oh quante sono già ‘ste cose che non si butta via niente! Un gruppo di rudi lavoratori si affaccendavano attorno alle montagne rosse con lunghi arnesi che sembravano mazze da hokey , dove al posto della parte ricurva stava un largo coltellaccio, con il quale squartavano, tagliavano, spartivano, squadravano. Attraverso piccoli altoparlanti veniva diffusa, non si capisce per quale ragione, una musichetta bavarese, allegra come quella delle riunioni delle SA nella birreria di Monaco. C’era nell’aria un odore di morte, di sangue, di pesantezza. Al fianco, i rivoli di fluidi tornavano adagio adagio al mare lungo lo scivolo. Ce ne andammo alla chetichella, dopo aver fatto qualche foto, guardati male dai tizi con le lame. Ci fermammo solo dopo molti kilometri su di una scogliera mozzafiato a fotografare delle colonie di pulcinella di mare vicini ai nidi. C’era una chiesetta di legno vicino, sulle pareti un dipinto, pescatori che acchiappavano i pulcinella con una specie di rete per farfalle e dietro la chiesa, su un muretto a secco, una foca scuoiata. L’uomo è predatore. Dopo qualche tempo chiusero la pesca, ma la scena mi rimase un po’ storta e quando anni dopo mi mangiai un a fetta di balena a Tokio, faticai un po’ a mandare giù il bolo. Per questo non andrò mai a visitare un macello suino.

1 commento:

zoomx ha detto...

Sono stato sull'isola nel 1996 per 5 settimane ma non ho avuto occasione di vedere il mattatoio che descrivi. Anche io sono stato sulla stessa scogliera, l'unico posto dove ho potuto fotografare dei pulcinella di mare con il 24mm!! Ho potuto vedere le balene da una barca, addirittura una è venuta sottobordo ad osservarci.

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