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mercoledì 30 gennaio 2013

Taste of Laos 20.

Lunag Prabang - Cascata.

Verde smeraldo,
Acquamarina azzurra.
Gorgoglia l'acqua.

mercoledì 7 marzo 2012

Lettere dal Laos 19: La cascata.


Le sciarpe Hmong.
 

Il villaggio della carta.
Il Laos è paese di montagne e di fiumi. E' un paesaggio magnifico che appaga la vista e l'obiettivo delle macchine fotografiche. In un piccolo villaggio Kamu che incontri lungo la strada, si produce carta a mano, con metodi antichi. Si raccoglie la pasta di cellulosa sciolta nell'acqua su telai rettangolari e poi con lento movimento la si fa depositare secondo lo spessore voluto, mentre l'acqua cola via. E' difficile ottenere i fogli di spessore regolare, un po' ruvidi al tatto, che ti danno un piacere fisico ad essere sfogliati, quando raccolti e rilegati, formano quaderni, diari, album di sapore antico, magari impreziositi dall'inclusione di petali colorati o di piccole foglie a seconda della stagione.

Bambina Hmong.
Piccolo artigianato che guardi con interesse anche se è rivolto al turista in quanto tale. Anche il successivo villaggio Hmong è un susseguirsi di banchetti ricoperti di sciarpe multicolori e i costumi tradizionali indossati sono una chiara concessione al favoreggiamento dell'acquisto, ma che delizia quella bimba che mostra il gonnellino colorato con movenza di piccola modella, quella vecchia che offre il suo cappello ricoperto di ornamenti alla tua curiosità e le mitragliate delle reflex che ascolti, sono in fondo portatrici di un reddito benedetto, un aiuto a vivere un pochino meglio. Sotto ogni sole, in fondo, pecunia non olet, e questo è ancora un modo decente ed onesto. 

La cascata Tat Kuang Si.
Così di buon umore puoi arrivare al parco forestale di Tat Kuang Si, per goderti la giornata in un ambiente davvero piacevole. Certo c'è un po' di gente, ma non vi pare logico che se un posto è bellissimo, la gente voglia andarci? Però se lo desideri, puoi anche perderti per ore lungo, solo  i  sentieri nel bosco che sale lungo i fianchi della collina, tra alberi giganteschi, felci preistoriche, piante d'appartamento alte come palazzi, sotto le quali fermarsi ad ascoltare il respiro della foresta. Non ti puoi smarrire, guidato come sei sempre dal mormorio dell'acqua che scende. Così seguendo il torrente arrivi alla cascata. Ne vedi tantissime cascate in questo paese di acqua e di monti, ma forse questa è la più bella. Nascosta tra gli alberi, con tante balze successive, un susseguirsi di piccole piscine in cui puoi fare il bagno seguendo i mille rivoli che formano spazi isolati e protetti tra gli alberi. 

Il salto grande.
Il salto principale  poi, di oltre 25 metri, si offre da un palcoscenico naturale davanti al quale puoi fermarti almeno un poco a goderne il movimento, i colori, il suono. Una giornata davvero rilassante che puoi completare con una sosta al centro dove vengono raccolti i piccoli orsi neri indocinesi, salvati dai bracconieri o strappati alle varie fattorie della bile, dove questi poveri animali, catturati nella foresta vengono immobilizzati in gabbie minuscole per essere prelevati tramite una piccola sonda inserita nella cistifellea, del liquido ambito dalla medicina orientale, che certo ha interessanti approcci di sapienza antica, sfuggiti alla nostra visione moderna, ma anche tantissima fuffa basata sulla credulità popolare. Puoi stare ore a vedere questi simpatici animali giocare in una vasta area attrezzata, poi ti compri la maglietta "Salviamo gli orsi" e te ne torni in città contento, a farti una bella grigliata al night market. Questa sarà l'ultima sera a Luang Prabang e il piattone di frutta che la signora della guest house ti porta sorridendo, ti sembra meno dolce. Il sino- finlandese arrivato fin qui con la sua grande motocicletta, sta riempiendo le sacche laterali e si allaccia gli stivaletti. E' ora di partire.

Orsi neri.

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giovedì 2 luglio 2009

My friend Moby Dick.

Da qualche giorno sul blog di Bressanini impazza la polemica sulla balena e sugli Islandesi risaliti sul Pequod. Nel 1979 ero sull’isola, che a mio parere non ha eguali in Europa come concentrato di situazioni naturali estreme. Una dozzina di cascate, tutte diverse (a canne d’organo, a velo di sposa, a salti successivi, rombanti come il Niagara, ecc.), vulcani fumanti e campi di lava, il più grande ghiacciaio d’Europa che finisce in mare e tu puoi girare tra i piccoli iceberg che si staccano tra le foche che fanno onk, onk, geyser, fumarole e altri fenomeni vulcanici, fiordi profondi, deserti di sabbia e chi più ne ha più ne metta. Se avrete anche un’estate col sole sarà la fine del mondo altrimenti vi ammuffiranno gli scarponi oltre a prosciugarvi il portafoglio, perché la vita è carissima. Non ci hanno mai saputo fare con l’economia da quelle parti così sono passati da una svalutazione all’altra e adesso è anche saltato il banco. Così si sono rimessi a cacciare le balene come allora, anche se pare che in Giappone i magazzini siano pieni di carne invenduta perché non va più di moda per il sushi. Comunque c’è un posto dove arrivano le baleniere, non molto distante da Reykiavik e mentre arrivi sei ancora inseguito dalla puzza di uova marce del riscaldamento geotermico, con cui l’isola va avanti. E’ il fiordo delle balene, Hvalfiordur, incassato tra due rive basse e circondato da costruzioni in legno malandate. La nave era arrivata poche ore prima, aveva mollato il cetaceo su un grande scivolo di cemento su cui era stato trainato a terra e se ne era andata a rinnovare la caccia. Quando siamo arrivati, il grosso del lavoro iniziale era già compiuto. Rimaneva visibile solo la grossa testa del cetaceo ancora da attaccare, mentre il resto del corpaccio era gia stato quasi completamente sezionato; il grasso tagliato a grandi cubi bianchi da una parte, la carne ben divisa dalle ossa dall’altra, qua e là frattaglie varie. Scarti non ce ne sono, perché pare che anche qui sia come la storia del maiale, non si butta niente. Oh quante sono già ‘ste cose che non si butta via niente! Un gruppo di rudi lavoratori si affaccendavano attorno alle montagne rosse con lunghi arnesi che sembravano mazze da hokey , dove al posto della parte ricurva stava un largo coltellaccio, con il quale squartavano, tagliavano, spartivano, squadravano. Attraverso piccoli altoparlanti veniva diffusa, non si capisce per quale ragione, una musichetta bavarese, allegra come quella delle riunioni delle SA nella birreria di Monaco. C’era nell’aria un odore di morte, di sangue, di pesantezza. Al fianco, i rivoli di fluidi tornavano adagio adagio al mare lungo lo scivolo. Ce ne andammo alla chetichella, dopo aver fatto qualche foto, guardati male dai tizi con le lame. Ci fermammo solo dopo molti kilometri su di una scogliera mozzafiato a fotografare delle colonie di pulcinella di mare vicini ai nidi. C’era una chiesetta di legno vicino, sulle pareti un dipinto, pescatori che acchiappavano i pulcinella con una specie di rete per farfalle e dietro la chiesa, su un muretto a secco, una foca scuoiata. L’uomo è predatore. Dopo qualche tempo chiusero la pesca, ma la scena mi rimase un po’ storta e quando anni dopo mi mangiai un a fetta di balena a Tokio, faticai un po’ a mandare giù il bolo. Per questo non andrò mai a visitare un macello suino.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!