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lunedì 18 marzo 2013

Il parco di Selous.



Parco Selous - Kudu maggiore.

Cicogna dal becco a sella.
L'alba sorge piena nella boscaglia del Sable Mountain Lodge. Ho ancora nelle orecchie i fruscii della notte, il grattare curioso di ciò che si muoveva tra i cespugli bassi sotto le palafitte del bungalow isolato, gli stridori chiocci tra i rami più alti. Mentre nell'oscurità indovinavi il baluginare di occhi gialli nascosti tra le frasche, adesso che la luce penetra e rischiara l'aria gradualmente, tutto sembra addormentato e silenzioso come in un eden dopo la cacciata. Bisognerebbe fermarsi, almeno un po' a meditare, a riflettere, ripensare a Rilke quando diceva: "Ascolta, ascolta l'ininterrotto messaggio che dal silenzio si crea. Ecco fruscia qualcosa e viene a te". Davvero una stretta al cuore, lasciare la collina e il bosco. La pista malandata taglia in due il parco di Selous, il più grande dell'Africa, una immensa superficie solcata da torrenti ed enormi stagni stagionali in cui si insinuano i meandri marroni del fiume Rufiji. Si attraversa anche una vasta area in cui viene praticata la caccia. E' davvero incredibile la differenza del comportamento degli animali che ci vivono rispetto a quelli che popolano gli altri parchi. Intanto, se ne stanno tutti ben lontani dalla strada, in gruppi sparsi, zebre, gnu, antilopi e gazzelle. Quando l'auto corre lungo la pista, gli animali che i vari branchi lasciano di vedetta, la seguono con la coda dell'occhio, le giraffe tra i rami alti e spinosi delle acacie ed i bufali con le zampe ben piantate nel fango, ma appena rallenti o ti fermi per scattare una foto, ecco che, come percorsi da una scossa elettrica, ogni branco, anche quello più lontano si butta in una fuga precipitosa e impaurita, le gazzelle saltando sugli arbusti più bassi, gli animali più corpulenti al galoppo tra i tronchi caduti, lasciandosi alle spalle solo una nuvola di polvere rossa.

Quando sono così lontani da diventare puntini confusi all'orizzonte, finalmente si fermano girando i musi ancora dubbiosi se quella sia la distanza di sicurezza per metterli al sicuro dal colpo fatale. I comportamenti ritornano normali, non appena superi i confini del parco vero e proprio, quasi che un cartello scritto come una sorta di salvacondotto ben chiaro, sia esposto a dirimere le aree e che ogni animale ne sia a conoscenza. Ecco infatti che dopo pochi chilometri anche i kudu, le più timide tra le antilopi, rimangono ferme ad osservarti a pochi metri, il maschio dalla gigantesche corna a torciglione, col capo eretto ed orgoglioso a guardarti fisso negli occhi. Le femmine con i piccoli brucano senza paura pochi metri più in là, mentre una famigliola di facoceri, indaffaratissima, coi codini dritti al cielo come misirizzi, attraversano la strada di corsa. Dove il verde è un po' più fitto gruppi di elefanti devastano i tronchi con la consueta noncuranza o sguazzano nelle pozze di fango scacciando i bufali. Ma lo spettacolo più bello di Selous, dove puoi vedere un'avifauna ricchissima e diversificata, va in scena nei grandi stagni al di là della pista. E' un ecosistema mutevolissimo, a seconda dell'intensità delle piogge e delle stagioni, che crea un' area umida continuamente diversa, che ti costringe ogni volta a ricercare nuovi punti di osservazione. Riesci ad arrivare fino a pochi metri dall'acqua e a distinguere chiaramente gli occhi sporgenti dei tanti coccodrilli in attesa di qualche animale più ingenuo all'abbeverata, mentre più al centro dove l'acqua è appena un po' più profonda i dorsi violacei degli ippopotami sono così fitti da non riuscire a contarli. 

Solo di tanto in tanto qualcuno si agita per trovare uno spazio migliore, alza la testa, spalanca l'enorme bocca per mostrare i canini assassini, poi ricade con un tonfo sotto la superficie e tutto ritorna alla calma. La superficie grigia torna uno specchio che riflette solo i tronchi contorti delle piante che affogano nell'acqua. Sui bordi estremi invece, è tutto un brulicare di ali, di zampe che affondano nella mota, di becchi che scavano il fango della riva alla ricerca affannata di cibo. Gruppi di cicogne bianche, nere, qualcuna isolata dal becco a sella, altre dagli strani becchi ritorti, se ne stanno un po' più al largo con l'acqua fino al ginocchio; più vicini alla riva, aironi bianchi, grigi, egrette candide, zampettano facendosi largo tra le spatole che dragano il fondo  con i becchi a cucchiaio, tra i flamingos che invece lo strusciano lungo una linea verticale o tra i cavalieri d'Italia sulle sproporzionate zampe arancio, tese a compasso per coprire maggiore spazio. Grandi pellicani beccheggiano come idrovolanti alla fonda e neri cormorani infilano il lungo collo sott'acqua per riemergerlo rivolto al cielo in goffi scuotimenti, tesi ad ingollare di fretta il pesce appena inghiottito. Proprio sulla riva un minuscolo airone nero, ha invece un suo modo particolare di nutrirsi. Fa qualche passettino in diverse direzioni, zampetta qua e là come un ubriaco che ha perso la strada di casa, poi si acquatta d'improvviso e allarga le ali come a formare una campana attorno al capo. Così nascosto si ciba dei pesciolini che, improvvisamente al buio non riescono più a scorgere la minaccia incombente. Puoi rimanere a guardare per ore, rapito da uno spettacolo sempre nuovo e diverso, dietro di te un gruppo di impala tra i cespugli, si ripara dal calore che ormai diventa sempre più intenso e penoso.

Parco Selous - Airone nero.


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In volo.

lunedì 25 febbraio 2013

A caccia con gli Hadzabe.



Tribù Hadzabe.


 
Sono le quattro del mattino. E' notte fonda a Karatu. Una manciata di stelle spunta tra le nubi, l'Orsa maggiore è al contrario e bassa sull'orizzonte, la Croce del sud è quasi nascosta dalla collina. Non c'è luna stanotte e con la mia pila cinese, faccio fatica a trovare il sentiero per arrivare alla Toyota che aspetta col motore già acceso. Venite con me, stamane e non rimarrete delusi. Ernest sa che la strada di oggi è difficile e non vuole perdere troppo tempo. Si è avvolto nel mantello rosso, c'è ancora umidità e fresco nell'aria notturna e il giorno è ancora lontano. La pista si inerpica subito verso nord attraverso un bosco sempre più fitto. I fari illuminano appena i bordi dove qualche coniglio selvatico rimane fermo come istupidito da quella luce improvvisa. Dietro una curva una genetta si ritira tra i cespugli mostrando solo per un attimo il suo mantello maculato che la luce diretta fa apparire ancora più gialla. La pista diventa più difficile e tribolata, guadi secchi da superare, avvallamenti di terra e carrarecce lasciate da qualche camion nel fango delle ultime piogge. Due ore interminabili prima di arrivare ad un gruppo di case di fango, apparentemente deserto. Sono quasi le sei e rimaniamo fermi poco lontano a motore spento. Nel cielo appena un chiarore diffuso, ma attorno a te distingui solo quinte scure non catalogabili. Ad un tratto una grande ombra nera si materializza dietro l'auto. E' Julius, un omone gigantesco che fatica ad entrare e a sedersi di fianco a Ernest. Gli fa qualche cenno, poi ripartiamo per un sentiero nel bosco fitto. Ancora una mezz'ora, poi, mentre le ombre cominciano a mostrare colore, si arriva ad una grande radura ai piedi di una collinetta. Tra gli alberi, un cerchio di basse capanne di rami e foglie. 

Un piccolo gruppo di ombre è seduto sotto una grande acacia. Julius li aveva cercati nei giorni precedenti avvisandoli del nostro arrivo. Un'ombra si alza e viene verso di noi, parlotta un po' con Julius, poi si volta e mi tende la mano. Slakwa è molto piccolo e ha una età indefinita, pur essendo evidentemente un anziano. Porta solo un paio di pantaloncini sdruciti e qualche collanina di perline colorate. Mi porta vicino al gruppo degli uomini seduti. Uno di loro sta accendendo il fuoco. Sfregando le mani vorticosamente, gira un lungo bastoncino sottile su un legnetto incavato che dopo un attimo comincia a fumare, un po' di erba secca ed è subito una fiammella viva a rischiarare il cerchio che osserva. Sono sei uomini, tutti giovani a parte Slakwa e mi invitano a sedere con loro. Sono Hadzabe , uno dei pochi gruppi rimasti al mondo di cacciatori raccoglitori. Non più di trecento, vivono una esistenza nomade in una dozzina di piccoli agglomerati di capanne e si spostano continuamente a seconda delle stagioni,  in un'area remota della Rift Valley, attorno al lago Eyase, loro territorio di caccia, da almeno 10.000 anni, tempo in cui sono arrivati migrando dal'Africa del sud. Riconosci subito la piccola statura e la pelle più chiara tipica dei Boscimani, anche se non sentissi i continui click della loro parlata piena di schiocchi, come solo hanno gli idiomi dei gruppi San. Non hanno riti o particolari credenze religiose, salvo un timore/rispetto per il cielo, visto come una sorta di protettore universale. I morti vengono lasciati nel bosco agli animali. Raccolgono miele e bacche nel bush e cacciano animali di ogni taglia, scambiano carne e pelli quando incontrano gli altri popoli stanziali della valle, con farina di mais, sale e attrezzi di metallo come coltelli, punte di frecce, recipienti. 

Le donne con i bambini sono accoccolate dietro le altre capanne tra gli alberi e ci osservano da lontano commentando tra di loro. Slakwa vuol dire Nato tra i cespugli; sua madre lo partorì mentre il gruppo si trasferiva verso nord durante le piccole piogge, ma non sa dire quanti anni fa. Non c'è concetto di anni o di mesi presso gli Hadzabe. Nella loro lingua non ci sono altri numeri dopo il tre, poi viene il concetto di "molti". Comincia ad albeggiare, la luce si fa strada tra gli alberi e tre giovani si riscuotono dal torpore. E' l'ora di andare a caccia. Ognuno di loro prende il proprio arco e qualche freccia; lasciano però al villaggio quelle con la punta di metallo grande coperta di veleno ricavato da una grande pianta grassa che essuda un latice denso, che serve solo per gli animali di grossa taglia, grandi antilopi o bufali. Oggi sarà una caccia breve di due o tre ore e non si prevede di incontrarne. Se vi va possiamo andare con loro, ma cercate di non rimanere indietro, nel bosco non c'è sentiero e dopo qualche passo perdi ogni riferimento. Seguo i tre ragazzi che si sono preparati e un bambino di non più di dieci anni. Ha lo sguardo duro e compreso del suo compito e regge in mano un piccolo arco ornato di striscioline di pelle di impala e un paio di frecce. Bordesha (Nato in un albero) è decisamente il capo. Ha una corta tunica di pelle di gazzella bordata di perline bianche attraverso le spalle e un fascio di collanine intrecciate arancio attorno al collo. Si incammina deciso e fa la strada tra gli alberi con decisione. La luce è ancora fioca e fatichi a vedere dove metti i piedi, mentre cerchi di evitare i rami spinosi che cercano di strapparti i vestiti al passaggio. 
I quattro marciano decisi, guardandosi continuamente attorno, Bordesha sembra fiutare l'aria sottovento prima di decidere la direzione, gli altri si accodano. Ogni tanto, per fortuna, rallentano la marcia; siamo nel fitto del bosco, attorno solo alberi bassi e colline lontane. Non senti rumore, i passi procedono nell'erba, solo un leggero fruscio, nessun ramo spezzato, nessun richiamo, solo sguardi di intesa. D'improvviso Bagatha, quello con la fascia colorata attorno alla fronte si ferma e guarda tra i rami di un albero. Gli scivoliamo  attorno silenziosi, tutti guardano in su, poi di scatto Bordesha tende l'arco e scocca. Un fruscio di fronde e un tonfo tra i cespugli. Il bambino sposta i rami spinosi e si china; ecco la freccia recuperata che ha trapassato la massa grigia di un colombaccio che ancora scuote le ali. Lo prende tra le mani, lo porta alla bocca e con un morso gli stacca il collo. Poi lo consegna al cacciatore che se lo appende alla cintura. Il sole ormai si è alzato e i rami disegnano ombre al fianco degli spazi aperti. Si marcia spediti quasi di corsa, sempre senza una parola, un rumore. Eccoci attorno ad una serie di cespugli spinati e apparentemente impenetrabili. Di certo c'è qualche cosa che si nasconde là sotto. I ragazzi si spostano adagio, curvi in avanti, gli archi tesi, pronti a scoccare. Poi, dopo un tempo interminabile, una, due, tre frecce. Un grande topo dalla pelliccia grigia si dibatte, colpito inesorabilmente. Anche lui finisce appeso alla cintura. Di tanto in tanto, tra gli altri, un albero diverso, ricoperto di piccole bacche gialle, numerosissime. I ragazzi si fermano attorno, archi e frecce stretti tra le gambe incrociate e le mani veloci che staccano le più grandi e morbide, mangiandosele velocemente. La sosta ti dà tempo di rifiatare, ma è subito tempo di andare. 

Ancora si rallenta il passo, il tempo di lasciar partire un altro colpo verso un albero alto, lontano una ventina di metri. La freccia rimane tra i rami, sembra perduta. Subito si prendono da terra rami secchi e pesanti smozzicati e si cominciano a lanciare tra le fronde dell'albero. Dopo qualche tentativo a vuoto, ecco che qualcosa viene giù. E' la freccia perduta che ha trafitto però un piccolo uccellino giallo. Un tiro davvero eccezionale a quella distanza. Sul volto di Bordesha spunta l'ombra di un sorriso. Non è il capo per caso. Forse pensa a quando andrà a scegliersi una donna da qualche gruppo vicino, ma in questo caso dovrà portare in dono una preda davvero importante, un bufalo o un grande kudu dalle corna ritorte, per convincere la famiglia. Si arriva ad un avvallamento. Sono le rive di un torrente quasi in secca. Scendiamo lungo la balza che le acque hanno scavato nel periodo della grandi piogge, quando il corso d'acqua doveva essere davvero impetuoso e largo; adesso è solo un rivolo contorto che ancora scava nella terra rossa. Dopo l'ansa, una pozza fangosa di acqua marrone. Sul bordo i ragazzi, posati gli archi, si inginocchiano e bevono come gazzelle. Hai perso ormai la dimensione temporale. Come centomila anni fa, ti stai muovendo nella foresta in cerca di cibo, pensando solo a quanto potrai fare nella giornata. Il resto non conta nulla, non esiste, solo la speranza che questa sia una buona giornata di caccia, niente altro. Il sole adesso è già alto e la temperatura comincia a riscaldarsi. Anche il passo veloce a poco a poco rallenta. Ancora soste, agguati, frecce lanciate ed altri piccoli trofei da appendere alla cintura. La sete comincia a farsi sentire. Un altro piccolo corso d'acqua in cui il rivolo scorre scarso e contorto nella sabbia. Bagatha si inginocchia e scava una buca a lato. Dopo un poco l'acqua filtra sul fondo. Uno dopo l'altro i ragazzi si chinano e coi palmi a conca ne raccolgono un poco, bevendola in fretta prima che se scorra via tra le dita magre. 

Risaliamo l'arginello e siamo di nuovo tra i cespugli. Ormai hai il respiro corto e ansimi in continuazione, cercando di tener dietro al gruppo che fila veloce sull'erba bassa. Il bosco è sempre uguale e sempre diverso, non ce la faremo più a trovare la strada, le capanne dovevano essere a sud, dietro quella collina ormai lontanissima, irraggiungibile certo. Adesso bisogna deviare tenendosi lontani da quel gruppo alto di rocce bianche. Di solito lì ci stanno i leopardi ed è meglio cercare di mantenere lo status di cacciatore piuttosto che quello di preda. Io credo che ci siamo perduti. Ancora qualche passo, oltrepassiamo una serie di siepi spinose e di cespugli fitti, poi laggiù, del tutto inaspettate, le capanne con al centro il fuoco acceso che scoppietta. Gli uomini si fanno incontro, i ragazzi mostrano il risultato della caccia, sei o sette tra uccelli e topi di diverse taglie, che vengono subito aperti e gettati sul fuoco ad abbrustolirsi. Mi siedo stanco sotto un albero dove sono appese pelli di dikdik e di altri piccoli animali, sotto si scorge quella maculata di una genetta o di un gatto selvatico. La carne cuoce in fretta,  mi offrono il topo più grasso, ma rifiuto con cortesia, non ho molta fame in verità e forse la stessa offerta è solo un atto di obbligo verso l'ospite. Ai ragazzi viene subito preparata una pipa da fumare. E' una ganja che cresce sulle pendici dei crateri. Per gli uomini la giornata è finita. Il bambino che evidentemente, a pieno titolo fa parte del gruppo dei cacciatori, ripone il suo arco con cura. Vado a fare un giro tra le capanne, sono alte al massimo un metro e venti, tondeggianti, la base formata da cespi di piante verdi che proseguono in alto con rami curvi ricoperti di foglie secche e null'altro. All'interno ci si sta a fatica raggomitolati in una o due persone. 

Le donne ti guardano in silenzio come a misurare con gli occhi la tua immensa pancia. Due, più anziane, sono in piedi, devono essere appena arrivate dal bosco, forse a raccogliere erbe medicinali, in una piccola sacca di pelle, ce n'è anche una specifica che abbassa la febbre della malaria. Anche i pochi bambini stanno muti, quasi senza muoversi, seri e imbronciati a valutare, forse con paura, la tua estraneità a questo luogo, quel tuo essere diverso non soltanto fisicamente, ma nella tua espressione mentale. Bagatha e Bordesha, hanno fumato, sembrano più di buon umore e con l'occhio liquido, vogliono insegnarmi i segreti dell'arco. E' durissimo da tendere e le braccia tremano prima che la freccia scocchi via. Grandi feste quando dopo un buon numero di tentativi riesco finalmente a colpire il tronco bersaglio a una ventina di metri. Anche se la caccia non è stata eccezionale, dopo un po', tutto il gruppo comincia a ballare in circolo seguendo il ritmo segnato dalla voce della donna più anziana. Quando ce ne andiamo tutti gli uomini vogliono salutarti stringendoti la mano. Questo rimane l'unico punto di contatto con un mondo così antico e lontano da sembrare appartenente ad un altra specie; hai vissuto qualche cosa di completamente alieno eppure, non dimenticare, da qui siamo venuti. Qui si vive in questo modo da sempre, anche se non c'è memoria del passato, anche se c'è conoscenza di un altro vivere, in fondo non lontano, ma rifiutato e forse temuto. Julius mi racconta che a questi gruppi era stata offerta la possibilità di stanziarsi in un'area vicina ai territori di caccia in piccole case di mattoni stabili. Gli anziani si sono riuniti, hanno discusso, poi hanno rifiutato. I nostri bambini - ha detto uno di loro al rappresentante dell'amministrazione - vogliono dormire sotto le stelle, altrimenti muoiono. Bisogna rielaborare questa esperienza con calma, d'altra parte la strada verso sud è ancora molto lunga. Vi assicuro però, che difficilmente riuscirete a dimenticare questa giornata. 



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domenica 9 ottobre 2011

Una bella giornata.

Colline del Monferrato

La chiesa cimiteriale di Bagnasco di Montafia.
Che giornate magnifiche ci regala questo autunno finalmente conclamato. Il vento che ha pulito l'aria, il sole ancora splendente, l'aria finalmente frizzante ed i colori così belli del ciclo della natura che vuole finalmente riposare. Un'occasione per godere di qualche chicca che ognuno di noi ha a due passi da casa e di cui rimanda sempre la vista, perché tanto è lì a portata di mano. Se poi tutto si accompagna ad un paesaggio così accattivante come quello del Monferrato, tutto è ancora più pieno e soddisfacente. Le auto sfilano adagio sull'ottovolante che corre tra i crinali delle colline ed i fondovalle dove sui prati ancora verdi è rimasta la prima brina ad impreziosirli. Così seminascosto dalle curve e ancora coperto dalla sagoma degli avvallamenti, il piccolissimo cimitero di Bagnasco fa da quinta alla chiesetta cimiteriale, un gioiellino del decimo secolo, assolutamente ignorato, minuscola, ma inconfondibile nella sua facciata romanica seminascosta tra le lapidi.


Esterno di S. Secondo a Cortazzone.
 All'interno le tre piccole navate oscure e gelide ti conducono fino alla piccola abside a scoprire le evanescenze degli antichi affreschi, illuminati dalle lame di luce che il sole, appena uscito tra i colli, fa penetrare dalle strette monofore. Un senso di antico e di silente in questo luogo così appartato. E subito dopo, scavallando pochi crinali, tra le vigne curate ed i boschi di nocciolo, su una piccola altura, ecco, isolata, la sagoma bassa di S. Secondo a Cortazzone. Sulle sue pareti segnali misteriosi da leggere con cura e da interpretare, che parlano di una religiosità, quella attorno all'anno mille, in fondo poco conosciuta e ricca di simboli strani, che richiamano alla natura, alla procreazione, alla commistione forte e sincretica, in quella cultura così periferica e popolaresca, da mescolare i segni della fede a quelli della vita di ogni giorno, così bene rappresentati, forse dal sentire dell'epoca, forse dalla fantasia e chi sa, dallo sberleffo dei mastri artigiani incaricati della costruzione. 

SS. Nazario e Celso.
Dunque ecco nei posti più nascosti ed impensati, far capolino animali di fantasia, seni femminili o altri riferimenti ad una sessualità più specifica, non tanto a magnificare l'istinto, ma forse a sottolineare il suo posto naturale nello svolgersi della vita; e ancora  fiori e tratti geometrici di grande eleganza, impensati in questo teatro così periferico dell' arte italiana. Ogni particolare da osservare con cura, da interpretare per quanto possibile, da scoprire con attenzione come il delizioso saltimbanco senza mutande nascosto in un archetto absidale. Anche l'interno severo è una continua sorpresa nella ricchezza fantasiosa dei suoi capitelli così ricchi di figure. Un inno continuo alla irregolarità ed alla asimmetria voluta e significante. Una chiesa che piacerebbe di certo a Dan Brown e su cui si potrebbe ricamare parecchio. Ancora pochi chilometri e, isolata sulla cima di un poggio a dominare un panorama emozionante, ecco SS. Nazario e Celso. Par fatto apposta questo altro gioiello romanico col suo campanile sproporzionatamente grande e le campiture bianche e rosse, in arenaria e laterizio, così in sintonia con l'ordine dei campi arati e perfettamente pettinati a righe precise che lo circondano.  

Il graffito del prevosto a Casorzo.
L'eleganza delle scansioni, seminascoste tra le fitte piante che la avvolgono in un abbraccio protettivo, splendono comunque sotto le carezze della luce ormai forte e la sfilata dei piccoli paesi che dominano ogni colle che avvolgono questo belvedere privilegiato, sono davvero un piacere della vista e ti invogliano ad avvicinarne qualcuno per penetrarlo nei segreti più intimi del suoi agglomerati di case addossate. Il piccolo centro storico di Moncalvo è l'occasione dunque per una passeggiata, dopo aver potuto apprezzare la collezione dei numerosi dipinti del Caccia detto appunto il Moncalvo all'interno della Cattedrale. Ma, mentre la luce del tardo pomeriggio comincia a colorare le vigne che dipingono il paesaggio tra Vignale, Montemagno e Rosignano, ecco un'ultima chicca preparata sulle pareti esterne della Madonna delle Grazie a Casorzo, un vero e proprio archivio di graffiti, curiosi ma ufficiali che evidenziano gli avvenimenti più importanti degli ultimi tre secoli. Evidentemente era abitudine segnalare in questo modo, una epidemia del bestiame, una nevicata epocale e fuori stagione, l'assedio di Torino oppure semplicemente il fatto che il prevosto fosse scappato senza lasciare traccia nell'agosto del 1899. 

Funghi trifolati.
Naturalmente tutto questo piacere è anche fatica e le fatiche vanno in qualche modo ritemprate per poterle sopportare, così vi segnalerei, come assolutamente da non perdere La Locanda dell'Angelo, a Scandeluzza di Montiglio, dove in un ambiente elegante ho potuto gustare: una insalatina al manzo affumicato, sfogliatine calde al radicchio e provola, flan al profumo di bagna cauda, risotto alle ortiche con crema di champagne, tagliatelle al ragù, filetto di maiale al forno, gran brasato al cioccolato fondente (qui vi suggerirei di misurare la quantità della salsa, al fine di non farla prevalere sulla sapidità della carne) per finire con i più classici bunet e panna cotta. I 25 euro del conto vi parranno piuttosto sottovalutativi del bagordo effettuato, soprattutto se avrete come me un tantino ecceduto nella eccellente barbera d'Asti di Braida. La foto a lato riguarda la cappella di porcino ricoperta di funghetto a cui ha dovuto sottostare l'amico al mio fianco. Siamo nati per soffrire. Se poi la giornata è condita dal piacere della compagnia degli amici e dalla competenza di una accompagnatrice puntuale e rigorosa nell'illustrazione di ogni particolare (date un'occhiata al suo sito se avete bisogno), davvero potrete dire che ne valeva la pena.


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Chapatti, piadine, gofri.

giovedì 2 luglio 2009

My friend Moby Dick.

Da qualche giorno sul blog di Bressanini impazza la polemica sulla balena e sugli Islandesi risaliti sul Pequod. Nel 1979 ero sull’isola, che a mio parere non ha eguali in Europa come concentrato di situazioni naturali estreme. Una dozzina di cascate, tutte diverse (a canne d’organo, a velo di sposa, a salti successivi, rombanti come il Niagara, ecc.), vulcani fumanti e campi di lava, il più grande ghiacciaio d’Europa che finisce in mare e tu puoi girare tra i piccoli iceberg che si staccano tra le foche che fanno onk, onk, geyser, fumarole e altri fenomeni vulcanici, fiordi profondi, deserti di sabbia e chi più ne ha più ne metta. Se avrete anche un’estate col sole sarà la fine del mondo altrimenti vi ammuffiranno gli scarponi oltre a prosciugarvi il portafoglio, perché la vita è carissima. Non ci hanno mai saputo fare con l’economia da quelle parti così sono passati da una svalutazione all’altra e adesso è anche saltato il banco. Così si sono rimessi a cacciare le balene come allora, anche se pare che in Giappone i magazzini siano pieni di carne invenduta perché non va più di moda per il sushi. Comunque c’è un posto dove arrivano le baleniere, non molto distante da Reykiavik e mentre arrivi sei ancora inseguito dalla puzza di uova marce del riscaldamento geotermico, con cui l’isola va avanti. E’ il fiordo delle balene, Hvalfiordur, incassato tra due rive basse e circondato da costruzioni in legno malandate. La nave era arrivata poche ore prima, aveva mollato il cetaceo su un grande scivolo di cemento su cui era stato trainato a terra e se ne era andata a rinnovare la caccia. Quando siamo arrivati, il grosso del lavoro iniziale era già compiuto. Rimaneva visibile solo la grossa testa del cetaceo ancora da attaccare, mentre il resto del corpaccio era gia stato quasi completamente sezionato; il grasso tagliato a grandi cubi bianchi da una parte, la carne ben divisa dalle ossa dall’altra, qua e là frattaglie varie. Scarti non ce ne sono, perché pare che anche qui sia come la storia del maiale, non si butta niente. Oh quante sono già ‘ste cose che non si butta via niente! Un gruppo di rudi lavoratori si affaccendavano attorno alle montagne rosse con lunghi arnesi che sembravano mazze da hokey , dove al posto della parte ricurva stava un largo coltellaccio, con il quale squartavano, tagliavano, spartivano, squadravano. Attraverso piccoli altoparlanti veniva diffusa, non si capisce per quale ragione, una musichetta bavarese, allegra come quella delle riunioni delle SA nella birreria di Monaco. C’era nell’aria un odore di morte, di sangue, di pesantezza. Al fianco, i rivoli di fluidi tornavano adagio adagio al mare lungo lo scivolo. Ce ne andammo alla chetichella, dopo aver fatto qualche foto, guardati male dai tizi con le lame. Ci fermammo solo dopo molti kilometri su di una scogliera mozzafiato a fotografare delle colonie di pulcinella di mare vicini ai nidi. C’era una chiesetta di legno vicino, sulle pareti un dipinto, pescatori che acchiappavano i pulcinella con una specie di rete per farfalle e dietro la chiesa, su un muretto a secco, una foca scuoiata. L’uomo è predatore. Dopo qualche tempo chiusero la pesca, ma la scena mi rimase un po’ storta e quando anni dopo mi mangiai un a fetta di balena a Tokio, faticai un po’ a mandare giù il bolo. Per questo non andrò mai a visitare un macello suino.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!