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lunedì 17 agosto 2015

Bhutan - Gli ultimi fuochi

Il Chomolhari (7314 m)



Un affresco del Kyichu
C'è ancora tanto da vedere nella valle di Paro e invece per me questo è l'ultimo giorno. Arriva tutte le volte, da un lato il dispiacere, per il viaggio terminato, la consapevolezza di tutte le cose che hai lasciato da vedere e che quasi certamente non vedrai mai più, il lasciare le persone appena conosciute, a cui ti sei legato pur per un breve rapporto, dall'altro il fatto che oramai sei con un piede di là, sulla scaletta dell'aereo che ti riporta a casa, così quel misto di sentimenti, turba un poco le ultime cose da fare, che cerchi in ogni modo di affrettare per comprenderle tutte, per non lasciare niente indietro. Quasi un po' di affanno insomma. Eppure la pace tranquilla del tempio di Kyichu, riesce comunque a sorprenderti. La parte vecchia accanto a quella nuova, una delle tante continue ricostruzioni. All'interno una serie straordinaria di statue e dipinti antichi, tra cui un magnifico Avalokiteshvara, il Buddha dalla mille braccia che spicca tra le altre. Un piccolo cortile, quasi spoglio al confronto della magnificenza di tanti altri, ma forse era questa la modestia che avvolgeva i siti più antichi, che ancor più contribuisce a completare questa atmosfera di pace immobile nel tempo.


Kyichu Lhakhang
Vicino, una tenda accanto alla quale avvengono le cerimonie funebri con un piccolo palco per le cremazioni, ma tutto il giardino intorno è un tripudio di fiori, il viola chiaro dei glicini, il bianco dei ciliegi e dei peri, l'arancio delle bouganvillee, le fiammate purpuree delle magnolie.  Dappertutto si avverte il respiro leggero e prolungato della meditazione. Niente rumori, niente folla, sono tutti al festival, solo silenzio e preghiera muta di quei pochi che hanno scelto di isolarsi proprio in questo giorno di festa. Un solo monaco è accosciato su una coperta rigonfia, in un corridoio laterale. La testa reclinata in avanti verso l'angolo del muro, il torso immobile come una statua, da cui indovini solo i minuscoli movimenti della mano destra, nascosta davanti, nel grembo, forse a compitare meccanicamente i grani del rosario. Mi avvicino, cercando di non turbare quella concentrazione con qualche scatto inopinato dell'otturatore, osservo meglio, aguzzando l'occhio nella penombra, anche il pollice della sinistra si muove compulsivamente. Fa un sospiro profondo, poi si appresta ad affrontare sul livello successivo di Candy Crash sul suo smartphone. Bisogna fare ancora qualche chilometro però, prima di arrivare alla fine della strada asfaltata in fondo alla valle. 

La zona funebre
Qui il cielo, che non ci è stato particolarmente amico per tutto questo mese, quasi volesse nasconderci le meraviglie di quelle cime bianchissime e lontane, come se gli spiriti delle vette di quei monti volessero mettere alla prova la nostra pazienza, le nostre vere motivazioni, improvvisamente ed inaspettatamente si apre. Le nubi grige di umidità, assieme a quelle bianche di panna montata, si squarciano davanti a noi come le cortine di un sipario colossale che mostrano, sovrapposte al fondale blu indaco del cielo, il triangolo bianco splendente del Chomolhari, con i suoi 7314 metri, una delle più alte montagne del Bhutan. Non rimane molto alla vista, concedendosi per pochi minuti, quasi non volesse farci lasciare il paese senza mostrarsi, forse un segno di merito o forse un ultimo sberleffo ai turisti pretenziosi, che danno un prezzo ad ogni cosa. Anche Tashi non crede ai suoi occhi, ci aveva portati fin quassù quasi per onor di firma e invece la montagna magica, la moglie del Kanchengjunga è proprio lì davanti a noi splendida e irraggiungibile. Scatta un bel po' di foto, poi contatta un amico che da quattro giorni è al campo base della montagna, immerso nella nebbia e ancora non è riuscito a mostrarla ai suoi clienti inviperiti. 

Il Drukgyel dzong
Non ci credono, occorre inviare alcune foto dimostrative a titolo di prova e di ulteriore beffa. Ridacchia Tashi, sotto i baffi, allora è proprio vero, gli dei della montagna ci vogliono davvero bene. Poco vicino, le rovine cupe e corrose dal fuoco del Drukgyel Dzong, una fortezza severa, sorta proprio nel punto della battaglia fatale che nel XVII secolo, aveva dato la vittoria finale contro gli invasori Tibetani, fermati qui, dal valore dei soldati dell'esercito reale. Mai più sarebbero passati scendendo da questa valle scoscesa, mai uomini avrebbero potuto vincere questo castello. Solo il fuoco nel 1950 ne ebbe ragione. Oggi solo muri cadenti e travi annerite a mostrarne l'antica potenza. Una numerosa famiglia di Kalkata in visita, si aggira assieme a noi tra le rovine. Le ragazze fanno fatica in mezzo al cortile ricoperto di erba spessa, con le scarpette coi tacchi, il capo famiglia, testa calva e spessi occhiali di tartaruga, sicuramente un professore, le guida sicuro fin sul bastione sud, spiegando la storia del sito, mentre le donne stanno attente soprattutto a non inciampare nei sari colorati e a non precipitare giù dalle mura. Scoperto con stupore che parliamo inglese, le ragazze perdono ogni interesse alla storia del monumento e cominciamo una bella chiacchierata sugli argomenti più vari. 

Vestizione di un anziano bhutanese
Ci separiamo solo davanti al negozietto di souvenir alla base delle mura, che il padre prudente aggira a monte, dopo aver osservato per tempo, con orrore, l'esibizione giganteschi falli affrescati sulle pareti della casa. Meglio evitare. Torniamo verso Paro, tra risaie a terrazze digradanti dolcemente verso il centro della valle. Dietro a noi il sipario sui monti bianchissimi, si chiude definitivamente. Lo spettacolo è finito. La montagna si è ritirata nelle sue stanze della sera. Poco più avanti c'è una antica fattoria che fa da guest house ed allo stesso tempo si propone per mostrare il vecchio stile di vita delle campagne bhutanesi. Insomma una specie di agriturismo, in cui la signora, padrona di casa, ha capito che c'è un sacco di gente interessata a vedere e provare (ma per un'ora soltanto naturalmente) come era bello vivere ai tempi di una volta, con la vecchia stalla con le vacche sdraiate, l'orto pieno di verdure biologicissime, la sauna orientale, con le pietre sotto le quali si accende un fuoco per arroventarle prima di fare il vapore bollente nel quale sudare. Le camere della casa sono ancora tali e quali a quelle dei nonni, con la cucina spartana, i ripostigli con le vecchie cose e gli strumenti di un tempo, la carne secca appesa ad essiccare ed il fieno profumato nel fienile sul tetto, il piccolo tempietto interno che ogni casa aveva ed onorava, le camere da letto con le stuoie ed i guardaroba, con i vestiti classici tradizionali, i quali, ogni buon turista non può sottrarsi dal provare, con tronfia goffaggine. 

La floralie di Paro
In pratica ci cascano tutti, con squittii di piacere, come la torma di giapponesi che si stanno facendo i selfies in cortile o i più compassati europei che mostrano i polpacci nudi, tra i risolini della padrona di casa che cinge loro la cintura. Non resta che bere una tazza di arak, una grappa di riso locale, nella migliore tradizione, d'altra parte se hai già dato con la grolla della Valle d'Aosta, perché rifiutare, sarebbe offensivo, inoltre è compreso nel pacchetto. In città invece, si è appena aperta, con l'inaugurazione della regina madre e del corteo reale, l'esposizione nazionale floreale. Tutti i produttori di piante verdi e vivai sono qui a presentare la loro produzione. Giardini di orchidee, glicini, rose, astri, rododendri, gerbere d'ogni colore e altri fiori, molti dei quali a noi sconosciuti, ricoprono completamente aiuole e barocche rappresentazioni di arte topiaria. Un sacco di gente che gira, i balli del festival sono appena finiti e la folla sta sciamando verso questa attrazione. Ragazze che si fanno fotografare tra le rose e poi subito postano su facebook. La tradizione è bella e sana, ma il mondo occidentale è alle porte e spinge, c'è poco da fare, il regno della Felicità Interna Lorda forse è anche lui al capolinea.

Business is business

SURVIVAL KIT

Negozio di souvenir
Vista sul Chomolhari - A una quindicina di km verso il fondo della valle a ovest, dove finisce l'asfalto da un punto sopraelevato, se avrete fortuna si può vedere questa cima bhutanese al confine col Tibet. Si ricorda che dal 1999 c'è divieto di alpinismo e scalata su tutte le cime del paese, alcune delle quali come la più alta il Gangkhar Puesum, 7570 metri, rimangono quindi inviolate.

Kyichu Lhakhang - Uno dei monasteri più antichi del paese, visitato anche da Padmasambava nel suo viaggio verso il Tibet, a qualche chilometro da Paro. Appartiene alle setta dei Nyingma Pa

Drukgyel Dzong - Fortezza in rovina anch'essa verso la fine della strada asfaltata, molto suggestiva, proprio per il suo stato attuale, Al momento sembra non ci siano intenzioni di restauro.


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Il trono di pietra

giovedì 13 agosto 2015

Bhutan - Il festival di Paro



I fallofori matti

Donne del Lunana
E' di nuovo mattina presto; le vie della città ed i sentieri che portano allo dzong sono piene di gente che alla spicciolata salgono la collina, dopo aver attraversato il ponte coperto che attraversa il torrente. Prima della salita finale, diverse ragazze della tribù Laya del Lunana, esibiscono ridendo il loro buffo cappellino acchiappa spiriti, sedute dove comincia l'ultima scalinata, le vesti nere e le pesanti collane di corallo, speranzose di rifilare a qualche turista collanine e altri gingilli abituali. Salgono famigliole coi bambini bardati come principini, gruppi di giovani seri con le loro tuniche nuove nuove, le calze al ginocchio e la sciarpa bianca della festa di traverso sulla spalla, qualcuno però, ha un taglio a cresta od un ciuffo ribelle colorato, meno in sintonia col regno della tradizione, ma tuttavia sempre compiti e con le scarpe nere lucide. Le ragazze ridono di più, sfoggiando anch'esse il vestito nuovo, una kira lucida con la blusa damascata a disegni di fiori delicati o con riporti a rilievo dorati di draghi e animali di fantasia. Le lunghe gonne cadono perfette, mentre i passi corti ed aggraziati aprono la piega quel tanto che basta a mostrare le scarpine decorate della festa. 

Gita sociale
Più decisi ed un poco tronfi, grassi funzionari vanno con passo deciso consci della loro importanza, a prendere il loro posto di riguardo. Percorri un po' ansante un lungo prato di traverso al muro dello dzong e poi ti si apre la grande scalinata che introduce al cortile centrale. Oggi nessuno viene a visitare il castello, tutti stanno affrettandosi per trovare un buon posto dove sedersi per assistere allo spettacolo del giorno più importante del Festival, nel grande cortile antistante al Tempio. Così ti puoi ritrovare tra gli imponenti edifici della fortezza, quasi solo e lo spettacolo è ancora più mistico. Socchiudi gli occhi e se hai avuto l'accortezza di riguardarti Il piccolo Buddha prima di partire, riconosci la magia dei luoghi in cui il film è stato girato, dietro ogni angolo aspetti che salti fuori il gruppo di ragazzini che giocano od il vecchio monaco in cerca della reincarnazione. La grande balconata sulla valle poi ti lascia a lungo a guardare. Si capisce bene come in luoghi come questo la mente può rimanere anche per molto tempo in stand by, senza pensare a niente in particolare, come immobile, ferma in assenza di desiderio che non sia l'osservazione senza passione di quanto ti circonda, un senso di constatazione di cosa possa essere il sublime, restandone lì all'interno. 

La porta di uscita dei danzatori
Far parte della bellezza, senza possederla, essere dentro la bellezza, a questo punto, forse, essere la bellezza stessa. Poi però ci si confonde, meglio lasciar stare, tornare nella fiumana della gente che sale al cortile, anche perché se no i posti migliori se li fregano tutti. Davanti alla scalinata, però, non puoi esimerti dal fare una foto ad un gruppo di monaci in visita, con il loro iPhone, che la meditazione è essenziale, ma anche una foto ricordo davanti davanti al Vaticano, non la puoi certo negare a nessuno. Il grande spazio quadrato è proprio davanti alla facciata del tempio, alta quattro piani. Dal tetto, l'ultima notte, con la luna piena, sarà srotolata l'immensa tangkha, che coprirà per qualche ora il tempio intero, prima di essere riavvolta e riposta con cura e rispetto per tutto il resto dell'anno. A destra una costruzione dove su una balconata è disposta una grande orchestra di cembali, tamburi e trombe; intorno in piccoli palchi, monaci anziani e personalità di evidente importanza che osservano dall'alto. A sinistra un'alta scalinata, dove la gente ha preso posto fin dalle prime ore. E' forse il punto di vista privilegiato perché c'è molta ressa e tutti occupano gli scalini serrandosi gli uni agli altri e prendendo velocemente le posizioni di coloro che per qualche motivo si allontanano. 

Danza di villaggio
Davanti alla corte la maggioranza degli spettatori stanno seduti a terra, chi in gruppo, chi isolato, mentre qualcuno ha allargato una tovaglia e comincia a disporre thermos cinesi e pentolini di cibarie, per togliersi la fame senza rinunciare a nessuna parte dello spettacolo. Dal portale principale del tempio, coperto da una grande tenda gialla, che funge da quinta teatrale, due monaci osservano quanto succede nella corte e danno i tempi per lo svolgersi delle danze. Hanno cominciato i gruppi di contorno, forse arrivano dai paesi vicini, sono gruppi di ragazze o ragazzi che eseguono le danze proprie della propria tribù, cantando canzoni, che la gente conosce bene, perché li vedi seguire, accompagnando i ritornelli a mezza bocca. Intanto le figure tradizionali dei matti disturbatori, qui sono addirittura quattro, con costumi alla pulcinella o alla alrlecchino, ma rossi, così come rosso fuoco sono le loro maschere dai nasoni grotteschi, mentre dalle teste pelate pendono enormi falli anch'essi rossi che ciondolano salacemente sulle loro fronti mostrando spruzzi di fili bianchi dai rosei glandi esibiti. Quando termina una danza, coprono i tempi morti, mimando scenette goliardiche tra di loro o motteggiando le ragazze tra il pubblico e minacciando qualcuno degli astanti con altri enormi falli che brandiscono in mano, tra l'ilarità generale. 

Danza dei guerrieri
E' evidente che tutti si divertono come matti, anche se forse le gags sono sempre le stesse ripetute ogni anno, magari con qualche novità inserita così, tanto per stare ai tempi. Poi tutti si voltano verso il giardino. Attraverso un arco fiorito, lungo un percorso segnato da una passatoia di stoffa ornata di altri fiori, arriva un corteo. Davanti, aprono la strada due file di giovani con in testa un serto di rami verdi, la sciarpa a strisce grige e rosse e ampi risvolti bianchi; poi è la volta di figuranti in vesti e cappelli verdi che suonano una sorta di lunghi clarinetti di ottone. Infine un gruppo di monaci dall'aria importante ed una serie di dignitari grassi e tronfi, con vestiti lussuosi e le lunghe calze nere che lasciano appena scoperte le ginocchia. E' il corteo che precede ed accompagna la regina madre e che assisterà a tutta la festa. Il corteo si dispone nella balconata chiusa prospiciente la corte, mentre le danze si interrompono e tutta la folla si gira a guardare adorante. La regina fa alcuni cenni di benedizione e di saluto poi si richiude nella loggia con gli ospiti VIP. la sicurezza fa sgombrare la gente disposta disordinatamente davanti per consentire una buona vista e tutti, tranne i pochi turisti poco inclini al rispetto della regalità, lo fanno con buona voglia. 

Una divinità terrifica
Intanto nella piazza i danzatori si scatenano, forse ringalluzziti dall'arrivo dell'ospite reale. Prima gli uomini dei boschi con i serti di foglie d'alloro, poi un gruppo di antichi guerrieri con gli elmi dorati e i paragote di stoffe a disegni ricamati, che si scatenano in una danza marziale brandendo le spade ed i neri scudi in memoria delle guerre infinite contro i biechi tibetani, nemicigiurati di sempre. Intanto che i matti fallofori li sbeffeggiano, un altro gruppo di soldati dalle vesti, se possibile ancora più smaglianti entrano di corsa e cominciano un'altra sarabanda concitata. Lo spettacolo prosegue senza soste, mentre il pubblico, spettacolo nello spettacolo, con le vesti ancor più colorate e regali dei figuranti,  applaude, discute e si diverte; l'orchestra suona senza sosta. Quando la truppa si ritira, tre suonatori di tromba iniziano un giro della piazza intonando una melodia monodica ritmata, i loro cappelli dorati ed i lunghi cappelli neri, quasi nascondono i volti. Dalla porta del tempio si alza adagio la cortina gialla e ad uno ad uno escono roteando i monaci che vestono i panni delle divinità terrifiche. 

Danza degli spiriti
E' una danza lunga ed acrobatica, fatta di salti e giravolte in cui gli spiriti aleggiano sulla folla ammutolita, Anche quelli che mangiano sull'erba, si girano a guardare i mascheroni blu, gialli, rossi, verdi che si volgono al cielo, poi, mentre i corpi roteano all'unisono, guardano fisso qualche spettatore più vicino, che si ritrae impaurito. Passano ancora altri gruppi, mentre scorrono le ore in un rutilare di colori e suoni. Infine ancora la danza dei morti, con le maschere teschio, durante la quale, anche i matti hanno un momento di sosta al loro berciare. Intanto si avvicina la sera; la tribuna riservata si apre ed il corteo reale se ne va, seguito dal plauso della folla, che subito dopo comincia a disperdersi. Chi ha riunito le sue cose in un fagotto, chi a gruppetti, prende la via del ponticello, commentando la giornata, la bravura dei ballerini, la bellezza delle ragazze, forse qualcuna maligna sulla qualità dei vestiti nuovi di qualche conoscente. Due ragazze ridacchiano tra loro, forse hanno messo gli occhi su qualche giovanotto più intraprendente. Domani si replica; sono le nostre tradizioni, dice Tashi con soddisfazione. Di fianco sulla strada, nella sconnessione del marciapiede, occhieggia un cespo di marjuana.



SURVIVAL KIT

Suonatori
Il festival - Ogni anno a Paro nell'apposito cortile di fronte al tempio di fianco allo dzong, si svolge per quattro giorni verso la fine di marzo, a seconda della fase lunare, il festival più importante del paese. In un seguito di danze vengono interpretate tutti i fatti storici e leggendari oltre che religiosi della storia bhutanese. E' un'occasione davvero unica per vedere i costumi più belli esibiti dai ballerini, ma anche dagli spettatori che in questi giorni mostrano tutti i loro abiti festivi più belli. Davvero uno spettacolo unico. L'ultima notte viene distesa sulla facciata del tempio la tangkha sacra custodita all'interno durante l'anno. Uno spettacolo da non perdere. Naturalmente è tutto incluso nel pacchetto programmato. A questo link avete tutte le date dei festival in Bhutan nel 2015 e 16. e qui le descrizioni.

Silver Pine Hotel - Più o meno dello stesso livello dei precedenti, un po' fuori città però, un difetto compensato dalla bella vista sulla valle. Camere spaziose con dotazione dei bagni un po' datati ma funzionali. La tappezzeria sembra dipinta a mano! Acqua calda, TV, free Wifi anche in camera. Personale  come sempre molto gentile. Cena a buffet, qualità solita. Spesso alla sera, se c'è qualche gruppo numeroso, vengono organizzati danze e spettacolini.

La folla degli spettatori

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lunedì 10 agosto 2015

Bhutan - La valle di Paro

Un paese tra Thimphu e Paro



Tachogang bridge
Dopo un paio d'ore di pioggia e superata anche la valle di Thimphu, la strada verso Paro diventa più larga e curata. Se si tiene conto che alla fine degli anni '50 il premier indiano venne in visita al Re del Bhutan in groppa ad un cavallo con tutti i dignitari, per negoziare il trattato di amicizia, perché in tutto il regno non c'erano strade ma solo qualche sentiero di montagna, è proprio il caso di dire che di strada se ne è fatta, anche se alla fine ce n'è solo una che attraversa il paese in tutta la sua larghezza e poi raggiunge il confine con l'India. Una malalingua potrebbe dire che in fondo, dato che il potente vicino, in cambio di questa alleanza anticinese, acquista tutta l'energia in surplus prodotta dalle centrali idroelettriche del paese e pompa aiuti finanziari importanti, oltre ad occuparsi di tutte le relazioni col resto del mondo ed inoltre della costruzione della rete stradale, non ha poi tutto questo interesse a creare una rete importante, che arrivi fino ai confini al nord e comunque fa gioco anche a questo lontano regno himalayano, rimanere con un'aura di Shangri La irraggiungibile, nello spazio e nel tempo, chiuso al mondo in generale, ma aperto a chi se lo può permettere. Pensate che in Bhutan non esistono neanche i semafori, perché non sono attinenti alla tradizione! Certo quando esce un raggio di sole le vallate si illuminano ed il verde assume una tonalità smeraldina che incanta e quindi chi se ne importa dei semafori.

Nella caverna
Al di là dei colli più alti allora, emergono le nevi eterne e le creste delle montagne di 6 e 7000 metri. Al fondo, la valle è sempre tagliata profondamente da un torrente, che rumoreggia più o meno a seconda la forza delle sue acque per scavarsi nuovi spazi e rendere la gola sempre più profonda e scoscesa. E' una terra estrema, in lotta continua con terremoti, frane, diluvi che portano via tutto e temperature severe che rendono difficile un'agricoltura di pura sussistenza. Il benessere del regno rimane dunque legato totalmente a questa sua posizione chiave dal punto di vista geopolitico ed alla capacità di chi lo regna di approfittarne, barcamenandosi in un sottile gioco di equilibri e rapporti politici. Intanto, attraversare questi corsi d'acqua impetuosi rimane il problema continuo per ogni comunicazione nel paese ed i famigerati ponti tibetani sono l'unica soluzione praticabile con una tecnologia vecchia di secoli che rimane a costi accettabili. Il fatto è che io, con questo tipo di attraversamenti, non ho molto feeling, inoltre ho già dato una volta nel corso di questo viaggio e non vorrei ripetermi, visto che le cicatrici materiali e morali non si sono ancora chiuse. Però la torre che occhieggia davanti ad un piccolo tempio e ad una caverna, al di là del torrente, vista da questa riva, esercita un richiamo irresistibile.

Il fondo delponte
Questo ponte, però, sembra ancora più ciondolante del solito, costruito com'è di una larga rete metallica che forma una specie di tubo che dondola sull'acqua gorgogliante, una ventina di metri più in basso. Sui lati, qualche anima pia, con qualche corvé imposta nei villaggi vicini, ha steso una copertura di bambù, che purtroppo non ti evita la sensazione di camminare proprio sul vuoto, ed inoltre ti lascia anche vedere bene lo stato di corrosione del fil di ferro che sostiene il tuo passo incerto. Comunque il dado è tratto e vincendo la nausea dell'oscillazione, avanzo fino alla metà del guado, che la curvatura del ponte, assieme alla ulteriore accentuazione dovuta al mio dolce peso, mi pone al fondo di un'erta da risalire con una certa apprensione tra continui scivolii ed il rumoreggiare dell'acqua spumeggiante, che scorre al di sotto bramosa di cingerti in un gelido abbraccio. Anche la vecchia che sta all'inizio del ponte dall'altra parte esita a cominciare la sua traversata. Aspetta che io compia il mio tragitto, forse ha valutato il mio peso e ha ritenuto opportuno non forzare troppo la sorte, aggiungendovi il suo, minimo e quello della gerla carica. Questi stranieri, anche senza pesi sulle spalle, sono talmente grossi che è meglio aspettare. Arrivo alla fine, la signora ride, allargando di gusto le gengive senza denti, intanto io con un ultimo balzo guadagno la solida terra, supero la torre  ed arrivo alla piccola caverna che c'è dietro.

Paro
Qui la fede e pietas dei viaggiatori, ha riempito ogni anfratto, ogni spazio e superficie di piccole e rozze statuette di Buddha, così minuscole da non potere neppure essere viste da lontano. Alcune sono soltanto piccoli coni di argilla sbozzati alla meglio per simulare una piccola testa rotonda, altri sono solo un poco più definiti e colorati di pittura dorata. In fondo è soltanto una spaccatura nella roccia, eppure il luogo emana un senso di sacralità; un vecchio arriva anche lui dal sentiero che scende dal piccolo gompa sovrastante. Si ferma, sicuramente manda una preghiera verso il cielo, poi si china e aggiunge una pietra ad un monticello piramidale di altre pietre sovrapposte in ordine di grandezza. Un segno di presenza, di passaggio, io sono stato qua, rendetemi facile il resto del cammino, poi si alza e se ne va attraverso il ponte. Anche io scelgo la mia pietra e cerco una piramide, la mia piramide. Eccola là, di fianco alla caverna, sta lì, fatta di quattro pietre in ordine, sta aspettando proprio me. La mia pietra si adatta davvero bene, in scala proporzionale all'ultima, a completare la forma in perfetto equilibrio. Sono stato qui, ora è il momento di andare avanti. Riattraversare il ponte non è più una sfida, lo puoi ripercorrere tranquillo, la macchina è lassù che aspetta. Dopo un po' di curve l'orizzonte si allarga, la valle di Paro è di tipo glaciale classico, la curva delle colline scende dolcemente verso il torrente adesso piccolo e all'apparenza inoffensivo per risalire l'asindoto perfetto dalla parte opposta, scavato da un ghiacciaio millenni fa, senza scosse o spigoli.

La brigata delle muratrici
L'erosione delle acque dovrà lavorare ancora per altri millenni da queste parti se vuol farne un paesaggio più drammatico. Ora è solo dolce e gentile; vedi solo piacevoli pascoli, prati e campi punteggiati dalle casette bianche. Paro poi, è un'ordinata cittadina dalle vie che si incrociano ortogonalmente come un accampamento romano. Lo dzong dove domani comincerà il festival più importante del paese, domina la città da una vicina collina. La torre del castello è crollata nel terremoto del 2011, uno dei tanti e continui che sfigurano, qui, l'opera dell'uomo, non certo quella della natura. Un gruppo di ragazzotte col casco giallo, robuste anche se piccole muratrici, ci stanno lavorando sodo, però si fermano per asciugarsi la fronte ed intanto salutare i turisti di passaggio, che vanno verso il palazzotto che ospita temporaneamente il Museo nazionale. Dipinti, tangkhe, statue, cose antiche con allegato museo naturale in cui, anche se solo impagliato, posso finalmente vedere il famoso bucero dallo sproporzionato ed ambitissimo becco, più lungo dell'intero resto del corpo. Dalla terrazza un bel colpo d'occhio sulla città e la valle, poi non resta che perdersi nel mercato, ricco di bancarelle in occasione della settimana di festa, che comincia ad accogliere le centinaia di abitanti che dai villaggi vicini e no, sta convergendo in città, richiamata dai profondi suoni delle enormi trombe dei monaci.


Da Wang Di a Paro  (4-5 ore)

Paro - lo dzong
SURVIVAL KIT

Tachogang Lhakhang Bridge - A pochi chilometri da Paro, arrivando dalla highway di Thimphu. E' un lungo ponte costruito con fili di ferro. Dotato di due torri ai due lati conduce ad un piccolo ed antico gompa al di la del fiume. Dondola molto e non è molto adatto a chi soffre di vertigini, dato che si vede bene cosa c'è sotto. Inoltre i bordi rotondi sono piuttosto larghi e non ci si può neppure tenere per mantenere un minimo di equilibrio. Passare guardando fisso il punto di arrivo e meditando sulle prossime rinascite. Il ponte era stato spazzato via dalla forza delle acque nel 1969 e pare che le catene di ferro siano state controllate e "restaurate" nel 2005.

Dzong di Paro - Uno dei più grandi del paese, molto ben tenuto, nel grande cortile fuori dalla gradinata del tempio, si svolge l'annuale festival nel mese di marzo per la durata di cinque giorni. In questo periodo la città è piuttosto affollata. A monte la grande torre (il Ta Dzong) attualmente in restauro che doveva contenere il Museo nazionale, attualmente ospitato in un vicino edificio.

Ta dzong

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