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martedì 27 gennaio 2015

On the road to Mandalay

L'allevamento bovino del signor Hnin



By the old Moulmein Pagoda, lookin' lazy at the sea,                                  

There's a Burma girl a-settin', and I know she thinks o' me;  

For the wind is in the palm-trees, and the temple-bells they say;  

"Come you back, you British Soldier; come you back to Mandalay!"  

mandalay imagesCome you back to Mandalay,  
mandalay imagesWhere the old Flotilla lay;  
mandalay imagesCan't you 'ear their paddles clunkin' from Rangoon to Mandalay?  
mandalay imagesOn the road to Mandalay,  
mandalay imagesWhere the flyin'-fishes play,  
mandalay imagesAn' the dawn comes up like thunder outer China 'crost the Bay!


Il signor hnin
Caro vecchio Kipling tu sì che eri un viaggiatore dell'Oriente. Certo quello era il tempo in cui un semplice nome poteva farti chiudere gli occhi e farti sognare. Forse troppo esotismo, troppo colore patinato e profumi di incenso e patchouli, ma accidenti quello era viaggiare. Sbagli certo se oggi sogni di ricreare quei momenti, quelle situazioni. Non possono esistere, alla fine sarà pure meglio così, soprattutto per i popoli interessati, certo un po' di rammarico nel sognatore rimane, ma facciamocene una ragione. Il signor Hnin che alleva vacche con la sua famiglia sulla strada per Mandalay, non sa di poesia, ma se gli parli di litri di latte prodotti al giorno, capisce subito di cosa ragioni e gli brilla l'occhio raccontandoti i passi avanti che ha fatto nel tempo, migliorando il sistema di allevamento. Le sue sessanta vacche bianche ormai mantengono quasi venti persone tra figli, nipoti e relative mogli, oltre a qualche lavorante e vorrebbe crescere ancora. Finché non si chiarisce che l'agricoltura e l'allevamento sono attività economiche e non poesie di un'Arcadia letteraria fasulla, non si va avanti, cari amici. Datemi retta, quando vi aggirate bramosi nei mercatini biodinamici a km zero. Forse c'è meno poesia e di pesci volanti nell'Hyrrawady non ne vedi, con buona pace di Rudyard, ma credetemi, il mondo può essere bello anche così, basterebbe che si potesse spargere un po' meno odio. Comunque questo è uno sfogo personale che non ha molta rilevanza nel bilancio del nostro viaggio. 

Il battilastra
Ormai siamo qui, nella immensa periferia di Mandalay che non è la città magica, raccontata nel poema del nostro Kipling, ma una metropoli d'oriente sovraffollata e caotica distesa lungo la riva del fiume che le dà vita. Proprio qui in mezzo a questo affastellarsi di case e magazzini, si concentrano tutta una serie di attività per noi inconsuete e che meritano un'occhiata non troppo distratta. Certo molti si saranno chiesti come nascono le fogliette d'oro che i fedeli appiccicano con devozione sulle statue dei templi e come mai, pur essendo oro fino, costino così poco da essere alla portata di tutti. Proprio qui sono un sacco di laboratori che operano questa attività. Basta andare dietro certi negozi e, sotto una tettoia, vedi omoni dai muscoli pesanti, piuttosto incongrui per la stazza media birmana, che con grandi martelli picchiano selvaggiamente e con ritmo costante su pacchi millefoglie di cuoio incastrati in apposite forme di legno. Almeno mezz'ora di botte prima di estrarre dal pacchetto il frutto della fatica. Ogni pacchetto contiene tra foglio e foglio, le laminette d'oro che attraverso i colpi successivi diventano così sottili da essere addirittura impalpabili, fino ad arrivare al peso di pochi milligrammi. Non puoi resistere alla tentazione di portartene a casa una decina per due o tre dollari, anche se poi qualcuna la incollerai anche tu su una statua, preso dal furore imitativo. Poco più in là senti di nuovo battere, ma questa volta non si tratta di colpi ritmati ed attutiti dalla morbidezza del bersaglio, quanto di una serie di colpetti secchi e martellanti oltre che disordinati, conditi per sovrapprezzo da un sottofondo raschiante di uno stridor di frese che sfregano materiati più rigidi e duri. 

Laboratorio di scalpellino
E' la via degli scalpellini. Non puoi non riconoscerla avvolta com'è da una polvere di marmo, quasi una nebbia, che circonda negozi e officine. Fuori sulla strada sono ammucchiate statue di ogni forma e dimensione, dai piccolissimi Buddha seduti a giganteschi Avalokiteswara ritti fino a tre metri con le braccia distese. Molti pezzi sono appena sbozzati, altri quasi finiti ma con il viso  le mani ancora grezzi, forse in attesa che un committente detti i suoi desiderata circa la posizione, il mudra e l'atteggiamento del pezzo che poi finirà come offerta familiare in qualche tempio, magari della lontana Cina. In fondo ai capannoni gruppetti di donne o di ragazzini, stanno attorno a uno o due pezzi coricati a terra, lucidando o rifinendo i particolari più fini. Gli uomini sbozzano invece i blocchi di marmo ancora interi per ricavarne la forma iniziale. Su tutto una nebbia bianca, che ti prende subito alla gola e che tutti respirano tranquillamente, maneggiando trapani e scalpelli senza preoccupazioni apparenti. Fatichi a scivolare tra gli stretti corridoi formatisi tra le statue ammucchiate, in attesa di compratore, nessuno ti bada, puoi girare tranquillo per il magazzino come un qualunque compratore in cerca del suo pezzo ideale che servirà a definire la tua rituale obbligazione di fede. Ma la tua personale road to Mandalay è finita, ora puoi arrivare fino al centro, sempre più caotico e assediato dal traffico e aggirarti alla ricerca di un riparo per la notte che anche se sei in città, rimane sempre scura e buia.

Nel negozio


SURVIVAL KIT

Mandalay è pur sempre la seconda città del paese e merita almeno un paio di giorni di sosta, per i molti luoghi da vedere che sono comunque sparsi per la città. La città è facile da girare in quanto le strade sono tutte numerate in Street.

La fogliette d'oro
Royal City Hotel - Street 27, n.130 - 2 stelle- 35 $, solito stile cinese. Comodo appena dietro le mura del palazzo reale. Free Wifi. Camere piccoline e piuttosto basiche. Colazione meno abbondante del solito. Personale come sempre gentilissimo. Acqua calda latitante. Ci sono molti ristoranti intorno a cui si può arrivare a piedi, cosa non secondaria, date le dimensioni della città.

Botteghe scalpellini - Vicino alla Mahamuni Paya. Decine di laboratori sulla strada, molto interessanti da visitare anche senza comprare nulla. Sulla via per andare dal centro ad Amarapura.

Botteghe foglie di oro - Una settantina di laboratori sulla 36St. tra la 77 e la 79. Molti hanno il negozio di vendita souvenir ma anche qui senza obblighi di acquisto. Per un pacchetto con una decina di fogliette 3/5000K. 


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mercoledì 11 aprile 2012

Scarpe rotte eppur bisogna andar.

Non siamo mai contenti. Sono quattro mesi che non piove ed ecco che vengono due gocce e tutti a lamentarsi del diluvio universale. Manca il senso di sopportazione (forse se lo sono mangiato tutto col finanziamento pubblico), però, accidenti sono uscito stamattina ed ecco qua, sono già con tutti i piedi bagnati. Dice, ma mettiti delle scarpe che non facciano passare l'acqua. Parli bene. Io, che una volta sono sempre stato all'asciutto. Altri tempi. C'era ancora il mio papà e lui, da giovane, aveva fatto il ciabattino. Più che ciabattino aveva lavorato in una fabbrica di scarpe (ad Alessandria ce n'erano tre, con quasi 2000 operai, così come altre 17 tipologie di industrie, quinta città d'Italia come industrializzazione, mica come adesso che siamo attorno all'ottantottesimo posto) e le scarpe le sapeva fare a mano, mica scherzi. Un artigiano coi baffi, calzato e vestito. Diventato ferroviere, aveva comunque conservato, oltre alla manualità, un apposito deschetto poi scomparso con gli scompartimenti dove stavano le diverse misure di chiodi e vari strumenti  e una cassetta, che deve essere ancora in cantina da qualche parte, con tutti gli arnesi del mestiere, un attrezzo di ferro che mi pareva pesantissimo con tre sagome diverse per infilarci la scarpa da aggiustare, lesine, trincetti, aghi, martello, tenaglie, spatole e raspe. Carta vetrata di diverse gradazioni fino al triplo 0 e chiodi di tutte le misure, comprese le cosiddette semenzine di cui si metteva sempre una manciata in bocca, tenendo la scarpa da una mano e il martello dall'altra. 

Io lo stavo a guardare, quando ero piccolo, stregato da quella attività di abilità manuale, un complesso gioco di maestria che partiva da una continua valutazione fatta con occhio critico e perplesso, man mano che il lavoro procedeva e poi la scelta delle strumento, la chirurgica applicazione dello stesso, il taglio, lo smusso, la rifinitura attenta. E quel rigirare la scarpa tra le mani a lavoro finito, già passato il ferro scaldato sulla stufa per lisciare il cuoio trinciato e lucidato, rimirando l'opera compiuta con un leggero sorriso di soddisfazione. Suole di cuoio spesso, poi colla e doppia cucitura con lo spago forte, altro che piedi bagnati e quando arrivavo da lui, per prima cosa mi buttava subito un occhio alle scarpe. "Fa 'n po' vighi 's scarpi che so no t'at bagni i pé". Toccava lasciargliele qualche giorno, lui andava a comprare un bel foglio di cuoio, la colla tedesca, quella micidiale che se ti rimaneva sulle dita, non le staccavi più e dopo qualche giorno, quando passavo, ecco lì il paio di scarpe lucidissime che parevano nuove. A quella operazione era addetta mia mamma con uno straccio morbido e una speciale crema che stava in una scatola di latta e mio padre:"mettine poca che si corrode la tomaia". Adesso invece non le ho mai più avute lucide 'ste benedette scarpe e appena si consuma un po' la suola, bisogna buttarle, se no non fai girare l'economia e intanto appena vengono due gocce ho sempre i piedi bagnati.


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lunedì 21 settembre 2009

Bianco argento.


Io ci casco quasi sempre. Sono attratto con una certa morbosità dal lavoro dell'artigiano, di qualunque tipo esso sia, forse per l'invidia che provo verso chi ha capacità manuali, io che ho "les deux mains gauches", come diceva la mia zia Blanche di Parigi, forse per la bellezza dell'opera che nasce e cresce sotto i tuoi occhi, prende forma, ricopre l'idea di materia, sempre diversa, sempre unica anche nella sua ripetitività. Mi piace fermarmi a guardare il lavoro nelle piccole botteghe, spiare le donne turche che annodano un tappeto, i sarti indiani attaccati alle vecchie Singer che pedalano furiosi, gli intagliatori di legno duro di Ceylon che creano le loro piccole statue serene. Ricordo un tardo pomeriggio, in un piccolo vicolo di Surabaya a Giava, mentre il sole insanguinava il cielo dietro i vulcani lontani (porca miseria se sono melenso oggi!), un negozietto stretto e lungo pieno zeppo di lastrine di argentone sbalzate, con tanti scaffali lungo le pareti colme di bicchieri, scatole di ogni dimensione, quadri, da cui nella penombra emergeva il tuttotondo di figurine di dei, guerrieri, fanciulle a cantare di un'epopea antica, di fasti perduti. Con la scusa di guardare la merce mi attardai a lungo, sedendomi infine su un basso sgabello a tre gambe, proprio davanti al piccolo deschetto in fondo al negozio dove un rugoso vecchio picchiettava con un martelletto una lastrina quadrata. Pareva non vedermi e continuò il suo lavoro lento e costante. Dava piccoli colpi con una serie di chiodi dalle punte diverse e sotto le spinte si gonfiava una testina, un torace possente, le strie sinuose di una lunga chioma, due seni voluttuosi di una fanciulla. A poco a poco la lastrina si completò sotto i miei occhi, più volte voltata e rivoltata per precisare i contorni dello sbalzo. Quando giudicò finito il lavoro, alzò gli occhi con un lieve sorriso, guardò il lavoro con soddisfazione e me lo mostrò. Era una scena con il demone Ravana che rapisce Shita. Si poteva apprezzare, pur nelle piccole dimensioni, il viso spaventato della principessa, i muscoli gonfi del feroce assalitore in un equilibrio complessivo che riempiva completamente il piccolo quadrato lucido. Aveva gli occhi contenti il vecchio. Trattai poco, più per onor di firma che per far calare il prezzo. In fondo compravo un lavoro, un progetto, un opera, non un oggetto.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!