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giovedì 15 dicembre 2011

Un treno nella notte.


Sono anni che non vado in treno. Sembra incredibile, dopo tante notti passate sui vagoni transiberiani, dopo gli infiniti viaggi AL-TO della gioventù, ma questo ambiente, un po' asettico, un po' depassé mi sembra oggi estraneo e ostile. Ormai ci siamo abituati troppo all'egocentrismo automobilistico per apprezzare quelle ore di solitudine comunitaria, in cui approfittare per scorrere un libro, tra compagni ancora sonnacchiosi o femmine piene di mistero avvolte in cappottoni e manicotti. Forse il binario che si lancia infinito nella notte, le parallele senza orizzonte che ti portano lontano, la pesantezza di questo mezzo ferroso, tutto sommato ottocentesco, mantengono però ancora un loro fascino nascosto e un po' demodé, ma è meglio non dirlo ai pendolari che al mattino si assiepano per salire sulle tradotte che li devono portare già stanchi a quell'attività su cui si fonda il malfunzionamento della nostra società. 



Comunque vinto da questi pensieri laterali, ieri sera ho provveduto ad organizzare l'apericena annuale degli auguri di Natale degli ex reduci della IIIA del Liceo Plana, al Treno bar di Spalto Borgoglio con ampio parcheggio di fianco al palazzetto (tanto per completare bene la marchetta). Ricco buffet concordato nel vagone d'antan, per ritrovarci e rinverdire i vecchi ricordi. C'è chi non lo sopporta, chi lo rifiuta con sdegno; ma il nostro gruppetto di fedelissimi invece, evidentemente ci gode e lo ripropone periodicamente. Eravamo 17 più accompagnatori, mica poi tanto pochi, considerando che sono passati quasi 50 anni. Messi i cappotti sulle cappelliere, l'atmosfera del vagone ci ha un po' presi, sembrava quasi che si dondolasse ritmicamente nella notte. La caligine nebbiosa che sorgendo dal Tanaro vicino, ha avvolto subito le cose e forse un po' anche le menti, ha aiutato. Pareva quasi attraversarlo, quel fiume antico, lentamente come quando il treno prende l'abbrivio prima di lanciarsi nella notte. Torino era ancora lontana, anche nei ricordi. Non è stato facile scendere.



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giovedì 21 luglio 2011

L'orologio della ferrovia.

Ci sono a volte piccole cose o situazioni apparentemente di poca importanza che se trascurate ti lasciano come un sottile senso di colpa, una sfumatura di amarezza per un compito non svolto soltanto per pigrizia. Mio papà faceva il ferroviere, deviatore capo, come ci teneva a precisare e come tale è sempre stato legato ad una certa precisione per quanto riguardava l'ora. Si sa che una volta i treni arrivavano sempre in orario e questo è ormai un paletto fisso e inamovibile. Dunque a quel tempo ogni ferroviere veniva dotato di apposito orologio, per sua natura e necessità precisissimo a prescindere. Era un grande orologio da taschino con catena allegata di una serie speciale costruita appositamente per le ferrovie dello stato, anzi FF SS, allora istituzione sacra e immagine di serietà assoluta che veniva fornito gratuitamente e una sola volta nella vita. Era quindi un segno distintivo, una mostrina significante, un segno del comando in possesso di chi, evidentemente responsabile, doveva avere una certezza assoluta dello scorrere del tempo per regolare di conseguenza, in virtù di tabelle e orari, azioni e decisioni da cui sarebbe dipeso il regolare flusso del traffico. Si trattava di deviare i treni di volta in volta, decidendo quale binario era il migliore, smistando il traffico ed evitando magari di mandarne due sullo stesso binario alla stessa ora. 

Andando in pensione l'orologio rimaneva di proprietà del ferroviere stesso, quasi fosse una medaglia al valore, un riconoscimento che mantenesse anche a lavoro finito un segno distintivo di appartenenza ad una congregazione. Così l'orologio lasciò per sempre il taschino e rimase per decenni appeso ad un piccolo supporto sul mobile di quello che negli anni '60 si chiamava tinello. Ogni sera alle nove in punto, mio papà lo prendeva tra le mani con cura e, forse era una mia sensazione, gli dava un'occhiata acquosa piegando leggermente la testa da un lato, chissà se ricordando qualche fatto importante o semplicemente con un refolo di nostalgia, poi lo caricava facendo girare avanti e indietro il pomellino dentato superiore con un movimento ritmico sempre uguale, facendo attenzione a non spingerlo troppo a fine corsa. Poi lo riappoggiava con cura al suo supporto dandogli ancora un'ultima occhiata languida. L'esattezza dell'ora non veniva neanche controllata, neppure quando la radio dava l'ora esatta con il cinguettio dell'uccellino del Gazzettino Padano (incredibile, si chiamava proprio così il notiziario dell'una). Sarebbe stato come mettere in discussione un dogma. Quando me lo sono portato a casa mia, quel famoso orologio, l'ho messo pressappoco nella stessa posizione in cui ha stazionato per quasi cinquanta anni. 

Il cambio di abitudini è spesso deleterio per gli anziani e non avrei voluto che qualche posizione negativa (così almeno prescrivono le regole del Fang Shui) avesse influenza sulle sue performances, anche se avevo provveduto a fargli fare un check up completo prima di spostarlo. Il fatto è che adesso che sta lì ed è venuto il mio turno, ogni tanto, anzi se devo essere sincero, spesse volte, mi dimentico di caricarlo. Così, quando mi volto e ci fissiamo per un attimo, io per sapere l'ora, lui per dirmela, mi accorgo di colpo della mia smemoratezza e lui, fermo con le lancette bloccate, mi guarda con una espressione di muto rimprovero. No, certo non è arrabbiato con me, ma mi pare scrollare un po' il capo come a dire che non c'è niente da fare, dove avranno la testa 'sti ragazzi, cosa combineranno nella vita se neanche si ricordano di caricare l'orologio. Io allora lo prendo quasi di soppiatto, giro e rigiro la rotella quasi facendo finta di niente, come se pensassi ad altro, ma sto bene attento a non forzare il fine cosa, poi lo rimetto al suo posto e me ne vado al computer senza voltarmi. Ma quegli occhi continuo a sentimeli dietro le spalle come una carezza leggera.


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sabato 24 ottobre 2009

индийский или китайский?

La notte in treno è lunghissi- ma, intermina- bile. Per la verità quel treno era sporco e puzzolente da far schifo, un vero cesso, il cesso poi non parliamone, impraticabile. Zhenja era esterrefatto. Lui che mi aveva magnificato la comodità e l'efficienza delle ferrovie sovietiche, non si capacitava di quel cambiamento che, atteso e desiderato da tutti con la speranza di un benessere a lungo bramato (non certo di libertà, cosa di cui si interessa solo chi già ce l'ha), a poco a poco invece erodeva in tutti i campi le poche certezze e le cose già acquisite. Queste si andavano perdendo in cambio di nulla o tuttalpiù di lontane future opportunità. Ricordo la sua faccia sconsolata, quando al mattino tornò nella nostra tana con le pive nel sacco, dopo essere andato a cercare il servizio del thé, dal grande samovar situato in cima al vagone. -C'é solo calda acqua, prego la scusa- borbottò depresso; eppure sui vagoni doveva sempre esserci thé pronto, Indjsky o Kitajsky, indiano o cinese a scelta. -Ecco- cominciava sempre così la frase quando era nervoso - quando c'era Lui, se succedevano mancanze di questo genere, qualcuno avrebbe preso la strada per Magadan. - meditava, quasi nostalgico, rimpiangendo e citando un gulag siberiano che andava per la maggiore ai sui tempi. Eravamo già intanto entrati in territorio ukraino. Alla stazione di Karchov, dove il treno sostò per un po', ci aspettava Alexiej a cui lasciammo un po' di materiale per organizzare gli incontri che avremmo avuto di lì a qualche giorno, quando saremmo tornati. Poi il treno ripartì lento ma costante. Fuori, per quanto si scorgeva tra i ricami del ghiaccio, una infinita terra bianca, solo leggermente ondulata, una serie non scandita di bassopiani privi di punti di riferimento. Traversammo il Don vicino al Mar d'Azov senza scorgerlo, tanto mi confondevano le sfumature di bianco e di grigio dell'orizzante lontano. Un mondo alieno quasi impossibile da raggiungere e da vivere. Non una casa, non un paese, neppure lontano. Eppure una cinquantina di anni prima, quanti italiani da queste parti a calpestare questa neve, persi in questo ghiaccio, nei racconti di qualche mio vecchio collega del Consorzio che se l'era fatta tutta a piedi per tornare a casa, lasciando qui, chi qualche dito, chi una gamba, chi la vita. Storie senza un senso di logica in questo deserto bianco. Tornati in territorio russo, il pallido bagliore del giorno comincia a scemare, anche se scendendo sempre più a sud la notte arriva più lentamente. Alle stazioni una coorte di venditori assale i vagoni con mercanzia varia, soprattutto mangereccia, zampe di pollo bollite, pesci secchi o affumicati, uova, pyrosky e polpette, guanti e calzettoni di lana ruvida. Hanno la merce disposta a terra su cassette di legno, che le babuske, qualcuna ancora con i valenky, gli zoccoli di legno e feltro spesso, lasciano per lanciarsi all'assalto dei vagoni. Una vecchietta insiste a lungo, mostrandoci la sua composta di cetrioli, un'altra con un grosso contenitore di smietana vuole riempirci le scodelle. Zhenja è inorridito dai prezzi; in quelle settimane di liberalizzazione e di trasparenza, di glasnost e perestroyka, l'inflazione cominciava a mordere e si intravedeva il triste futuro dei mesi successivi, ma chi non era abituato, chi viveva in un mondo in cui i prezzi erano immutabili da decenni, addirittura sbalzati a rilievo sulle scatole di latta dei biscotti e del thé, tutto questo straniva e spaventava. Lui che viveva di certezze, era come sbalordito di fronte a questi cambiamenti così imprevisti, così negativi a fronte delle aspettative. Benvenuti nel libero mercato, ragazzi, sembravano dire i venditori di barrette di schifezza dolce similMars a 500 rubli cadauna. Zhenja che fino a tre anni prima era felice perchè ne guadagnava 300 al mese, guardava senza capire bene quello che stava succedendo, il futuro prossimo che si stava preparando. La seconda notte fu meglio della prima. Non sentivo più la puzza e la stanchezza accumulata mi fece dormire. Al quarantunesimo minuto, dopo le 31 ore previste, il treno entrò lento nella stazione di Cerkiesk, con trenta secondi di anticipo sull'orario. Io ero stupito, Zhenja, invece si era rasserenato, finalmente una cosa normale, come tutto dovrebbe essere. In fondo alla banchina, stretto in un cappotto liso, ci aspettava Andrej.

venerdì 23 ottobre 2009

Odore di formaggio.

Che lunghi i treni russi! Non se ne vede la fine, né la locomotiva che scompare lontano, in cima al binario nel buio della notte. Salimmo nella vettura numero 6 trascinando il bagaglio alla ricerca del nostro scompartimento. Non c’era la vettura coupé con gli scompartimenti da due e il nostro aveva quattro letti che avevamo acquistato in blocco per poterci barricare dentro al sicuro. Ci mettemmo subito nella cosiddetta tenuta da viaggio, pantofole e tuta a più strati. Il viaggio in treno in Russia ha una valenza diversa che da noi; a meno che non si tratti di una eletricka locale per pendolari che si muove entro i cento kilometri; così i viaggi in treno sono infiniti e possono durare giorni. Si dice là che cento anni non sono un tempo e cento kilometri non sono distanza. Gli spazi sono infiniti e uguali, le ore non hanno lo stesso valore. Ci si prepara ad affrontare questo momento come un periodo della vita da trascorrere comodamente, se possibile. Il numero di strati della tuta è riferito alla possibilità di trovare temperature molto differenti tra di loro, la presenza variegata di ogni sorta di pantofole giustifica la terrificante puzza di formaggio andato a male che aleggia nell’aria viziata dei vagoni, dove i finestrini sono tutti bloccati a causa del freddo esterno. Per fortuna dopo una ventina di minuti il cervello si adatta e la puzza scompare dalla mente in modo automatico. Già il freddo. Normalmente ci si aspetta che lo scompartimento sia una specie di forno ad oltre trenta gradi, ma quella volta, come altre, il riscaldamento funzionava poco mentre la temperatura esterna continuava a scendere. Quindi equipaggiamento pesante, mentre sul finestrino i fiori di ghiaccio delicati e leggeri si allargavano sulla superficie. Però non eravamo stati fortunati, dal nostro schermo sul mondo esterno adesso buio e gelato, penetravano sibili di aria tagliente. Utilizzammo quasi tutto il nastro adesivo che avevamo con noi per le emergenze, al fine di chiudere buchi e fessure. Il treno si mosse adagio e silenzioso, prima di lanciarsi verso sud sul binario infinito. Avevamo ormai sparso le nostre cose per rendere più umana la nostra permanenza in quel luogo ostile, quando la capa vagone, una nanerottola infagottata in una divisa sciatta e sgualcita di due misure più grandi del necessario, bussò alla nostra porta e con occhio astuto ci comunicò che essendoci due posti liberi ci avrebbe mandato altri due passeggeri. A nulla valsero le proteste di Zhenja che mostrò, biglietti alla mano, di aver pagato per quattro posti. Si accalorava per difendere la posizione, ma dal tono della voce dimesso capivi l’inutilità dell’ opposizione al potere. La voce della guardiana del gulag era tagliente: – Tovarishy, se ci sono posti vuoti ho il dovere di riempirli.- Usava ancora l’appellativo compagni, che stava cominciando ad andare in disuso in quel momento di disfacimento delle regole e dell’ordine. Discutemmo un po’, ma la graduata , che si calcava continuamente il cappellaccio sulle ciocche di stoppa grigia che le uscivano sulla fronte, sembrava irremovibile. Solo la vista dei rubli, la ammansì. Ci accordammo per mille rubli che si ficcò in una tasca interna della giubba mentre trascinava il suo culone lungo il corridoio, fino al suo stambugio. Finalmente soli, cercammo di distenderci a riposare un po’ mentre le scosse del treno erano diventate un ritmo regolare e quasi amico e il mondo esterno una cupa caligine sconosciuta.

mercoledì 21 ottobre 2009

Il colbacco di volpe.

Il gennaio del '93 era gentile a Mosca e la temperatura scendeva di poco sotto lo zero, ma G. mi portò ugualmente all'Arbat, pieno di bancarelle, a comprami una shapka degna di questo nome, perchè non si viaggia in Russia d'inverno senza un colbacco decente. Trattammo un po', G. fa sempre una faccia schifata quando deve comprare qualcosa, forse fa parte del suo modo di condurre la trattativa; alla fine ne scegliemmo uno giallastro di volpe che mi piaceva molto con quella sua virgola scura sul davanti. Con venti dollari avevo la testa calda e potevo pensare più tranquillamente, così ha finito per accompagnarmi per anni in tutti i miei vagabondaggi invernali eurasiatici e la tengo cara ancora oggi anche se è un po' spelacchiata, quella vecchia volpe siberiana gialla. Andammo poi al Sadko, l'unico supermercato aperto in quel periodo dove trovare generi di conforto che mi tenessero su il morale durante il cammino. Fuori c'erano le vecchine che riportavano i carrelli per qualche rublo di mancia. Agli angoli, c'erano anche le venditrici di gelati, dei cilindroni di cialda, ripieni di un buonissimo gelato alla panna che sapeva di burro, di latte fresco. Ce ne prendemmo uno da una biondina che vendeva anche guanti fatti in casa. La gente cominciava ad essere intraprendente. Le cose cambiavano rapidamente nell'URSS e stavano sparendo anche i distributori di kvas agli angoli delle strade. Erano degli armadioni di acciaio dove infilavi una monetina da 3 kopechi (sì c'era la moneta da 3), poi, velocemente afferravi un bicchiere di latta legato ad una catenella perchè non se lo fregassero e lo mettevi sotto un getto di liquido opalescente ambrato che lo riempiva fino all'orlo e te lo bevevi col collo un po' storto a seconda della lunghezza della catenella. Aveva un sapore acidulo ma non sgradevole; chissà se qualcuno se lo fa ancora in casa questa specie di protobirra, un fermentato a basso tenore alcoolico di cereali o di qualunque altro scarto vegetale casalingo. Se lo saranno dimenticato anchi i russi oggi, come da noi la miscela Frank che mia mamma metteva alla sera nel caffè e latte. Comunque al pomeriggio la valigia era pronta, i documenti di viaggio anche, il fido Zhenja che mi avrebbe accompagnato, pure; io, che certo avevo un po' di timore, ero però eccitatissimo per quel lungo viaggio che mi preparavo a fare, di treno in treno alla scoperta di una Unione Sovietica per me assolutamente sconosciuta ma fascinosa. Mentre a tarda notte andavamo verso la Yugovagzal, la stazione dei treni che vanno verso Sud, non sapevo ancora che stavo partendo dall'URSS e dopo quasi due mesi sarei tornato nella Russia, un paese nuovo carico di una serie inaspettata di nuovi problemi che i suoi abitanti, così ansiosi di cambiamenti, non si attendevano.
Continua...

martedì 21 luglio 2009

L'ingegnere ferroviario.

Tutte le volte che, dalla finestra di casa mia, sento lontano il fischio del treno nella notte, un piccolo tarlo mi rode dentro a causa di una delusione che diedi a mio padre. Il suo sogno di deviatore capo che faceva i turni su una garitta della linea Torino-Genova, era che un giorno il figlio diventasse Ingegnere delle Ferrovie; sì, in maiuscolo, come questa figura mitica che lui aveva visto solo qualche volta e che avrebbe significato il suo riscatto di fronte ai colleghi e il premio ai tutti i suoi sacrifici. Fu contento ugualmente di vedermi laureato e agronomo al tempo stesso, ma non era la stessa cosa. Per questo mi iscrissi al Politecnico di Torino, in fondo mi piaceva la matematica anche se venivo dal classico e tutti dicevano che in seguito proprio per questo sarei stato avvantaggiato. Purtroppo il primo anno di libertà e di mancanza di marcatura stretta, mi furono fatali. La frequenza fu scarsa, anche se la frequentazione di un compagno di corso napoletano, mi fece apprendere con profitto l’arte della carambola francese. Così giunto alla sessione di luglio, come tutti i pessimi studenti mi gettai a capofitto, giorno e notte, nello studio, nella infame speranza di recuperare il tempo perduto, arrancando inoltre per cercare di risalire l’ulteriore gap classico che mi portavo dietro dal liceo. Decisi di affrontare almeno i due esami chiave: Geometria 1 e Analisi 1, i due scogli dirimenti per capire se la tua capoccia è in grado di arrivare in un modo o in un altro a vedere il traguardo finale. Riuscii inopinatamente ad avere una stentata sufficienza allo scritto di geometria e mi recai all’orale con un’idea del tipo io speriamo che me la cavo. Il terribile prof. Longo, mi fece accomodare ed esaminato il mio scritto stentato, mi fece una domanda subito rimasta senza risposta. Mi disse:”Passiamo oltre che vedo che questo non è alla sua portata.” Alla seconda domanda tentai di farfugliare qualcosa, ma con poca convinzione. Mentre mi poneva la terza e presumibilmente ultima, strappò un angolo del mio compito e arrotolatolo, si mise a frugarsi il cerume dell’orecchio destro. Capii allora che la mia tornata stava per scadere; mi disse infatti: “E’ meglio che ritorni” e me andai con le orecchie basse. Mi rimaneva un mese per Analisi. Dopo dieci giorni di studio indefesso, non capivo nemmeno più che ora era, ma in un pomeriggio caldissimo, aprii una pagina il cui titolo recitava: I rotori. La lessi da capo a fondo una volta e poi una seconda per fare il punto della situazione. Non capivo nemmeno il significato delle parole. Come in un flash realizzai che stavo perdendo il mio tempo, che tanto nella mia testaccia dura quei maledetti rotori non avrebbero mai trovato il giusto spazio. Chiusi il testo con un sospiro. Uscii ed andai a vedere un film giapponese, allora i cinema erano aperti anche al pomeriggio. Così mi iscrissi a scienze agrarie e la mia vita prese un'altra strada. Mio padre non disse nulla, ma alla parola ingegnere ebbe sempre a fare una smorfia triste e un sospiro trattenuto, quasi per non offendermi.

venerdì 8 maggio 2009

Un treno nella notte.

Saranno anni che non prendo un treno. Un mezzo così evocativo e possente. Dal primo che mi ricordo, quando avevo cinque anni e i miei mi portarono a vedere il Carnevale a Viareggio, di cui non mi è rimasto assolutamente nulla, se non il viaggio in cui vomitai anche l'anima; ero uno dei pochi bambini che vomitava anche in treno. E pensare ch era la prima volta che vedevo il mare. Buio assoluto, solo nausea e odor di treno che mi perseguitò per anni fino all'università, con le continue andate e ritorno da Torino, in cui a poco a poco mi riconciliai col mostro che lentamente diventava più affettuoso e domestico, quasi romantico, come diceva il mio amico kendoka e macchinista, mostrando l'orgoglio futurista del locomotore lanciato a fari accesi nella notte sul binario infinito. Massa boccioniana in movimento inarrestabile e travolgente. Ma il conclusivo e coinvolto fascino del treno, l'ho subito definitivamente attraversando le sconfinate pianure sarmatiche, dove il tempo e lo spazio non si misurano. Cento anni non è un tempo, cento kilometri non è distanza laggiù e quante stazioni a Mosca con i grandi treni in attesa lungo le grandi banchine. Perchè questa senzazione di tutto così grande, sarà per lo scartamento maggiore; già, il famoso cambio degli assi con le ruote a Chop, il confine dei due mondi ferroviari. Come ce lo immaginavamo in ufficio il valico di Chop, questo nodo vitale dove nessuno era mai stato, popolato nel nostro immaginario da migliaia di vagoni in attesa di attraversare la cortina, emigranti muti, rigonfi di merci, di ghiotte casse di buon legno che una volta svuotate del loro contenuto tecnologico, sarebbero state litigate dai vari riceventi per costruirsi la dacia campagnola. Poi da Mosca, il mitico vagon coupè, dove farsi il nido per trascorrere il tempo infinito che mancava agli Urali, mentre scorreva il deserto bianco della pianura senza confine visivo. I meno 20° esterni coi + 35° interni, i finestrini bloccati e l'odore di treno russo, dolciastro di notte trascorsa in tuta, misto di calore, sudore, pesce secco, thé caldo nei bicchieri di vetro dentro il portabicchiere col manico di finto argento portato dalla dejiurnajia, una per vagone, grassa e vecchia, con gli occhi tristi a chiedere indisky ily kitaisky chay? Il tavolinetto con una tovaglietta, le tendine marezzate che sembravano quelle di un' isba di campagna mentre le foreste di betulla scorrevano veloci. La sosta di mezz'ora quando si arrivava in una città, con l'improvviso popolarsi di venditori abusivi che invadevano i corridoi con cibarie improbabili, pesci secchi, kolbasà rossi, samagon in bottiglie di vodka riciclate, smietana golosa e poi man mano che crollava lo stato, i piccoli segni dell' agognato liberalismo, ingenui giornaletti porno, barrette di Mars e Snickers, chewing gum e la valanga di vestiario cinese che colossali matrioske strette in maglie di angora pelose a coprire strizzandole, imponenti rotondità, andavano a procurarsi in grandi sacchi al confine con la Mongolia e a poco a poco smerciavano lungo la Transiberiana, arrivando a Mosca con i teli vuoti. Contatti umani in tuta lungo i corridoi nella notte nera, scandita dal movimento costante ed ondulatorio fino all'ultimo minuto, per andare a prepararsi per l'arrivo, che come in tutti i luoghi in cui c'era stato un Lui, avveniva in orario spaccato. Che pace, giocare a scacchi con Eugenio, o chiacchierare con la controllora che non riusciva a tenere la stoppa dei capelli sotto la visiera del cappello, riponendo la pinza obliteratrice negli informi pantalonacci della divisa, mentre ci chiamava Italjianzy, lasciando la parola in sospeso, con occhio sognante e ci raccontava di un suo fidanzato di Rimini, ormai perduto per sempre. Lara, oh Lara, che ti allontanavi nella notte, con la ciocca un tempo bionda, ciondolando il culone informe e nostalgico lungo il corridoio puzzolente. Adesso vado a prepararmi perchè tra un'ora vado, dopo molti anni, a prendere un altro treno, per arrivare alla capitale. Non vomito più adesso, sono cresciuto, la nausea mi prende per altri motivi, in casa, davanti al telegiornale. Avanti, o Roma, o morte.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!