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venerdì 26 marzo 2010

Il Milione 4: Bukhara e dintorni.


Avevamo lasciato i due buoni fratelli ad attraversare lande desertiche dove la brama di conoscenza e la voglia di andare alla fonte per fare affari migliori li spingeva. Erano in fondo terreae incognitae solo per loro, perchè lungo questa via c'era da sempre un flusso di mercanti che portava merci nelle due direzioni. Dunque eccoli al ritmo lento della carovana passare a nord del Caspio ed inoltrarsi nell'Asia Centrale che a quei tempi era assai meno periferica di quanto non lo sia oggi. Un crocevia di merci ricco e relativamente popoloso.
Cap. 4
Quando ebbono passato in ponente overo il diserto, vennero ad una città ch'ha nome Bakkara, la più grande e la più nobile del paese e non potendo passare più oltre dimorònvi tre anni.
Io ci sono stato sette anni fa, mi è sembrato che lì il tempo fosse ancora fermo a quei tempi, cristallizzato in un calmo oblio in attesa di qualche cosa che sarebbe dovuta accadere. Da una cinquantina di anni la città era stata conquistata da Gengis Khan ma aveva mantenuto il suo ruolo di centro di scambio e certamente allora c'era più vivacità e movimento. Il bazar era il fulcro di tutto. Enorme costruzione di mattoni rossi dalle volte alte, sotto le quali era bello indugiare al riparo della calura insopportabile dell'esterno. Era la fine di maggio e c'erano almeno 40° C, ma nei larghi corridoi del bazar non pareva di sentirli, grazie ad un gioco di correnti che il sapiente architetto aveva previsto. Trattai a lungo un tappeto che era stato usato come porta di una yurta e non mi resi conto che era più forte il piacere di stare lì a chiacchierare col venditore che non quello di portarmi a casa l'acquisto bene impacchettato e avvolto da un sottile spago di rafia. Rimasi poi a sorbirbi un buon thé ad un tavolino di un locale semideserto, immaginando il brulicare di vita e di mercanti che sedevano lì otto secoli prima. A sera, quando la temperatura sembrava concedere un poco di tregua, era così piacevole camminare attraverso questa città sentendo il suono antico dei propri passi che calpestavano le vie lastricate di storia, immobili come le vecchie botteghe da cui uscivano sentori di spezie e dalle quali, ogni tanto pareva di scorgere il musetto curioso di qualche pantegana a ricordo e monito che lì la peste è ancora endemica e presente, soltanto bloccata dagli antibiotici e non più prepotente e anch'essa vogliosa di andarsene a vedere il mondo a fare il suo mestiere di controllore dell'aumento demografico. Tre anni rimasero, a consolidare conoscenze ed a capire che verso est c'era ancora tanto da scoprire, tanti affari da fare. Tre anni ad aspettare una buona occasione che arrivò finalmente un giorno quando, forse mentre in una locanda erano intenti a mangiarsi un tradizionale plov, incontrarono casualmente, come capita a volte tra viaggiatori, un gruppo di ambasciatori del Grande Khane. Forse simpatizzarono, davanti ai piatti di riso fumante, risero e bevvero molto guardando le danzatrici che si muovevano per loro, seduti su morbidi tappeti e forse dopo una notte di bagordi, li invitarono ad andare con loro. C'era qualcosa di magico in quel plov che smosse le loro viscere (e vi assicuro che capita tuttora, quindi attenzione a non rimanere senza Bimixin) e li convinse a seguire la carovana il giorno dopo. Intanto, se anche voi volete provare le stesse sensazioni andate a curiosare nel carro delle salmerie che ci segue, dove Acquaviva, la nostra vivandiera, è quasi pronta e sta per servirci quel plov a volontà, ma non esagerate perchè è un piatto pesante e fate conto di non dover baciare nessuno nella prossima settimana.



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domenica 11 ottobre 2009

Rosso anguria

Più o meno in mezzo all' Anatolia, lontano da grandi centri abitati, c'è un caravan serraglio ancora perfettamente conservato. Le grandi pietre squadrate sembrano state poste ieri una sopra all'altra con perfezione e maestria. Un sacco di gente deve essere passata da queste parti. La carovana dei mercanti arrivava a Sultanhani verso sera, entrava a cercare ristoro. I cammelli venivano ricoverati nelle grandi stalle, i cavalli bevevano e venivano accuditi. Anche gli uomini si riposavano al sicuro, per ricominciare il viaggio. Anche Marco Polo deve essere passato di qui, d'altronde di strade non ce ne erano molte per andare da ovest ad est e di viaggiatori anche. Mercanti viaggiatori, perchè erano poi gli unici a muoversi per secoli. Certo gli interessava fare soldi, per questo cercavano la globalizzazione, come qualunque mercante di ogni tempo, ma intanto giravano le idee e le informazioni. In qualche paese, aperto, era più facile muoversi, in quelli chiusi, ti tagliavano magari la gola, così sono rimasti fuori dalla globalizzazione, sono restati indietro, fedeli alle loro tradizioni, ma irrimediabilmente tagliati fuori dal mondo, duri e puri, liberi, condannando i loro discendenti a rimanere in una serie minore. Fuori dal caravanserraglio aveva una casetta un certo Hamza, un po' custode, che ti faceva visitare il monumento, anzi ti faceva accompagnare da uno dei figli, perchè lui dormiva al pomeriggio, un po' albergatore, perchè ti ospitava a casa sua dove aveva un paio di stanze con letti altissimi, come quello di mia nonna, di ferro battuto e dove comunque ti fermavi a mangiare (anche perchè non c'erano altri posti nel raggio di kilometri). Grandi baffi neri e basette già un po' ingrigite e una discreta pinguedine, gli piaceva chiacchierare con i viaggiatori (turisti) di turno, attorno al tavolo che offriva kebab ben rosolati, legumi e anguria rossa. Si finiva con il caffè turco, servito nei bricchi di rame dal lungo manico che punisce l'ingordo che non si ferma in tempo, facendogli ingollare un sorso di fondo granuloso e con un raki forte e limpido come l'acqua, in piccoli bicchieri di vetro, che lui vuotava di botto con grandi risate. Se ti andava, cercava di venderti un tappeto, ne aveva una stanza piena, che, appena mostravi interesse, i figli con precisione scaricavano ad uno ad uno dalla pila per mostrarli e per magnificarne il punto, i disegni, i colori. Poi ci si sedeva fuori sotto il pergolato ad aspettare il calar del sole dietro le mura gialle che a poco a poco diventavano viola, prima di cedere all'oscurità. Uno sbadiglio e poi a letto per partire al mattino, presto, a cercare un altro luogo un po' più lontano, con altri tappeti o altre mura o una anguria di un rosso diverso. Come un tempo forse, quando viaggiatore e mercante erano una sola cosa.

domenica 11 gennaio 2009

Ismailovsky Park

Un'altra domenica di neve e gelo con il pallido sole che finge di scaldare i meno tredici di stamane. Che nostalgia, quelle domeniche di gennaio a Ismailovsky Park a Mosca. Stesso gelo sferzante, stesso sole malato, solo l'aria secca che non ti fa sentire il freddo ma ti fa prudere il naso e le guance. Mi alzavo presto per buttarmi nella Metro a godere ogni volta di qualche diversa stazione. Stupendi ambienti, testimoni di un'epoca dove al centro dell'impero si voleva dimostrare la ricchezza anche se non era necessaria. Dalla Komsomolskaija o dalla stupenda Arbatskaija, fino alla Teatralnaija e alla vicina Ploshad Revoluzy dove prendevo la linea blu per Ismailovo. Passava la severa e monumentale Electrostanzija e finalmente si usciva in mezzo a montagne di neve nei sobborghi segnati dalle Krushove, parallelepipedi squallidi e giallastri costruiti in tutta fretta e al risparmio nel dopo Stalin, per placare la fame di case dei moscoviti. Un lungo rettilineo stando attento a non scivolare sul ghaccio tra due ali di babuske che vendevano calze, pantofole, mutande, improbabili valenky o robaccia cinese e finalmente una collinetta in mezzo ad un parco sterminato dove sorgeva un enorme mercatino in cui si poteva trovare tutto quello che c'era di interessante in Russia. Una Disneyland dello scambio. Pagati dieci rubli di ingresso, cominciava subito la sfilata di bancarelle dove mi piaceva attardarmi a guardare, a cercare di chiacchierare, a penetrare un poco di quell'anima russa che permea ogni manifestazione di vita. Trascuravo il mercatino degli animali in basso, per risalire a poco a poco la collina in modo circolare, quasi una montagna del purgatorio che conduceva alla cima liberatoria. Montagne di suveniri aspettavano di essere scelti, valutati, contrattati. Scatolette di Palech finemente miniate, le belle ceramiche blu di Djiel che esigevano ogni volta un mio obolo, piatti e stoviglie di legno laccato rosso e giallo, bambole riccamente vestite, spille dipinte, ogni volta pretendevano un riscatto prima di lasciarmi libero. Nel giro superiore i banchi dell'ambra e di altre pietre, le vecchie curiosità di argento come quel bel portasigarette su cui ho scorto un'incisione struggente "Al mio piccolo gattino, 1917". Come non rimanere attoniti e commossi al pensiero di quella giovane contessa che aveva preparato il regalo perchè il suo bell'ufficiale la ricordasse in qualche lontana destinazione e poi la Rivoluzione che spazza via tutto e stabilisce nuovi ordini, nuove gerarchie. Le macchine fotografiche poi, prendevano molto della mia attenzione: i gioielli della tecnologia russa, Le Kiev maestose, le piccole Zorki copie della Leica, le Horizon curiose con il loro obiettivo rotante vicine ai molti oggetti vecchi, macchine da scrivere fine secolo o i militaria, berretti, binocoli, bussole, daghe. Uno spazio a parte prendevano i distintivi e le medaglie, una vera e propria mania sovietica, che anziani dal volto duro vendevano dopo averle portate appuntate sul petto con orgoglio per anni. Passavo poi almeno un'oretta nello spiazzo dei pittori. Un gran numero di persone esponevano le loro opere intorno ad un vasto spazio circolare e si attaccava bottone facilmente. Il freddo pungeva, ma mi stringevo bene la dublionka e mi calcavo attorno alle orecchie la shapka di volpe che naturalmente avevo acquistato lì la prima volta, nei banchi delle pelli. Poi ancora i bei servizi di cristallo (ulteriore lascito), infine tralasciando le mille altre cose arrivavo alla cima della collina, che serbavo per il finale, trattenendo il desiderio di correrci subito appena arrivato. Già dal basso della scalinata si potevano vedere i cento tappeti esposti su tralicci a far brillare i colori nel sole radente. Una saga rutilante di rossi cupi, di azzurri smaglianti, di gialli pallidi, di rosa antichi. I venditori, quasi tutti caucasici dalle scure pelli rugose, si appollaiavano dietro le cataste di tappeti per difendersi dal vento che sulla cima della collina era più forte. Tutte le tipologie della produzione russa erano esposte. Grandissimi Sumak pelosi, Khazak e Shirvan geometrici assieme a tutte le loro varianti caucasiche, Adler smaglianti, scuri Bukhara e Samarcanda coloratissimi. Una volta fui folgorato da un Chichi rosso fuoco strepitoso, ma il tizio non era certo appeso a un pero e voleva 5000 dollari, così non cominciai neppure la trattativa, ripiegando però su una curiosa sacca da sella Yomud che mi lenì la delusione. Poi con i miei pacchetti me ne tornavo lentamente all'uscita per lasciarmi andare al ventre della metro prima di tornare in albergo. La maggior parte della gente leggeva libri, sulla metro di Mosca. Sarà anche un popolo di ubriachi, ma che recita a memoria Pushkin e Majacovsky. Freddo intenso, saudade, nostàlghia da annegare con 100 grammi di Stalichnaija come diceva Eugenio. Vado a farmi un bicchierino di Amaro del Carabiniere che il papà di una mia carissima amica mi ha regalato a Natale. Na sdarovije.

lunedì 27 ottobre 2008

Kumurgiù

Siamo a Bigadic, un paesino a un centinaio di km a sud di Bursa , 27 anni fa, dopo l'acquisto di questo tappeto Kumurgiù (o del carbonaio a causa dei suoi splendidi blu e rossi scurissimi). Tutto il paese, composto da un paio di famiglie si è riunito per mostrarci il suo lavoro. Qui si fa solo questo tappeto con piccole varianti da più di cento anni. Come amo i tappeti! Sono manufatti in cui risplende la forza di mesi di fatica, dell'arte, della tradizione e dell'amore per le cose fatte bene. Siano Hereké finissimi e sottili come foulard, che spessi Hamadan nomadi dalle morbide lane o Kazak dalle delicate geometrie, che fascino tattile e visivo! Camminarvi sopra a piedi nudi sentendo il calore del vello fitto o sfiorarne la trama per leggerne da vicino i simboli, la storia! I tappeti hanno incantato le genti di tutto il mondo, appesi alle pareti delle yurte dei mongoli o ai piedi degli imperatori, sulle tavole dei mercanti rinascimentali o sui pavimenti delle moschee, a coprire il suolo sotto le tende dei pastori, a far da sella ai cavalieri d'oriente o da sedile ai troni delle regine. C'è preziosità, amore, capacità manuale e artistica, in una parola c'è valore. E il valore di un bene non si riesce a copiare. Ecco perchè una copia pakistana ha gli stessi disegni e magari un nodo più fine di un Bukara Tekké, ma come appare rozzo e offensivo rispetto all'ordine reiterato dei gul che spartiscono il campo dell'originale! Come offende il colore sguaiato e l'annodatura perfettina del parvenu. Il valore si vede e si sente da ogni sfumatura. Ecco perchè i guaiti lamentosi dei venditori di griffe che vedono le loro T-shirt da 50 Euro vendute al mercatino di Pekino a 1 Euro e in quello sottocasa a 5, sono così insensati (e comunque velleitari). La realtà è che non c'è differenza di valore intrinseco tra i due oggetti (che spesso escono dalla stessa fabbrica vicino a Shanghai). I 49 euro di differenza vengono spartiti nei vari passaggi distributivi. La differenza effettiva si vede e si sente e chi fa qualcosa che vale non teme di essere copiato, anzi ne è fiero.

domenica 5 ottobre 2008

La fine del Ramadan

Ero a Teheran una decina di anni fa e anche allora era da poco terminato il Ramadan. In quella atmosfera allegra ed eccitata, dopo una lunga giornata di incontri d'affari, mi ero fatto lasciare dal mio amico Safavipour nel centro del gigantesco bazar, una vera città nella città. Mi piace molto stare nel vivo di un luogo, passeggiare da solo sentendo suoni, odori e assorbendo colori e immagini per cercare di capire il senso di un posto e delle persone che lo popolano. Come tutti i suk orientali era diviso per zone merceologiche. Ero passato nella odorosa area delle spezie e in quella dei gioiellieri con le piccole botteghe piene di turchesi e lapislazuli; infine arrivai nel bazar dei tappeti. Non ne avevo mai visto uno così grande, un piccolo paese di viuzze, vicoli e piazzette; una sfilata senza pause di negozietti, buchi, botteghe, anfratti completamente pieni di tappeti di ogni dimensione e colore. Amo i tappeti, mi piace toccarli e sentire la forza e l'arte di chi li ha annodati; molto di più di un artigianato pur abile e sensibile. Quando ho potuto ho sempre tentato di comperare qualcosa nei luoghi di produzione e lì ero nel cuore stesso del tappeto. Ne ero completamente circondato. Le pareti dei vicolierano coperte di grandi Farsh, mentre l'interno delle botteghe erano completamente occupate da cataste di tappeti in una sorta di orror vacui su cui sonnecchiavano appollaiati i vari venditori. La qualità della merce era piuttosto scarsa e mi aggirai per i vicoli per un po' assaporando l'ambiente finchè arrivai in uno slargo tra le vie, una sorta di piazzetta centrale dove le stamberghe lasciavano il posto a negozi più ariosi e promettenti. Una balconata circondava lo spazio con belle vetrine che ospitavano pezzi veramente belli e di pregio. Dopo averne esaminate alcune, entrai con calma in quella che mi sembrava ospitare i pezzi più accattivanti. Il proprietario mi accolse con un largo sorriso senza la piaggeria del venditore. Mi piacque subito e cominciai a guardare la merce in vista. Scorsi un bel Navahand dai vivaci blu e bianchi, dei vecchi Sarough e un magnifico piccolo Lilian con le volute eleganti sul fondo mattone. Nel tentativo di comunicare scoprimmo entrambi con dispiacere di non avere nessuna lingua comune se non quella internazionale dei gesti e dei numeri. Chiesi se avesse un Farahan, da sempre in cima ai miei desideri. Andò nel retro e riemerse portando sulla spalla un tappeto che srotolò con cura sul pavimento, con l'abilità del venditore conscio della unicità del suo prodotto. Un Sejjadé di una bellezza straordinaria; rimasi stordito dall'eleganza del prato fiorito che occupava interamente il centro con occhi vividi in un fondo scuro, dalle cinque bordure dai colori perfettamente amalgamati e coerenti tra di loro. Ne fui conquistato e lo volevo a tutti i costi. Cercai di dissimulare il mio interesse chiedendo i prezzi di qualche altro pezzo, ma compresi che ero scoperto, quindi cominciammo la trattativa. Il mio antagonista apprezzò il mio approccio e mi fece accomodare su un basso e comodo divano e subito un ragazzino arrivò con il thè e un po' di dolciumi e pistacchi. Magnificò il prodotto, un primi '900 con una annodatura molto fine. Lo feci girare al rovescio constatando come non avesse strappi o riparazioni, anche il vello era sì rasato ma perfetto, senza punti particolarmente consunti. La trattativa, con l'aiuto delle dita, della calcolatrice e di carta e penna proseguì calma per un'oretta. Safavipour mi aveva avvertito che i prezzi difficilmente ribassano oltre il venti per cento dalla richiesta iniziale, così miravo a quel traguardo godendomi la situazione. Fahim, così si chiamava il negoziante, apprezzava ugualmente il mio approccio poco occidentale dispiacendosi di non poter comunicare maggiormente. La trattativa era resa complicata anche dal fatto che Fahim pur essendo disposto al pagamento in dollari, trattava il prezzo in Rial che convertivamo in dollari con la calcolatrice e successivamente io lo trasponevo mentalmente il Lire. Dopo diversi bicchieri di thè e le tipiche scene della contrattazione, con dichiarazioni di bancarotta da parte del venditore e simulazione di abbandono da parte mia con conseguente richiamo sulla porta per l'ultimo ribasso, arrivammo alla fase finale dopo aver mangiato un ultimo lukumi al miele, dolce ma non stucchevole. Capii dalle tappe di avvicinamento che avremmo chiuso attorno ai 400 dollari e, come faccio di solito, insistendo un po' sui 390, gli lasciai il piacere di avere l'ultima parola. E' una tecnica che uso sempre e che lascia sempre un ottima atmosfera tra le parti e concede la sensazione di essere uscito vincitore dalla tenzone al tuo avversario. Così, mentre Fahim si apprestava ad impacchettare il mio meraviglio acquisto, tirai fuori dal mio borsellino da collo tre fogli da 100 e due da 50 per consegnarli ad un perplesso Fahim che mi guardava con occhi interrogativi. Dopo un vicendevole tentativo di spiegazione, compresi con orrore il misundertanding; il prezzo era 4000 dollari e non 400! Come potevo pensare che una simile meraviglia costasse così poco. Mi crollò il mondo adosso, compresi in un attimo che il mio piacere si era frantumato nella logica dell'impossibilità. Lo stesso Fahim era dispiaciutissimo, oltre che per l'affare sfumato, nel vedermi così affranto. Conclusi frettolosamente per il Navahand a 200 dollari e, seguito dall'alto della balconata dallo sguardo dispiaciuto ed affettuoso di Fahim, me ne andai verso il taxi che mi avrebbe portato all'hotel. Una persona piacevole in un luogo pieno di sensazioni; non riesco a pensare al momento in cui lo bombarderanno.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!