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giovedì 14 febbraio 2013

La storia di Maya.




I Masai sono i padroni incontestati delle grandi pianure del nord al confine con il Kenya. Una società pastorale con il bestiame al centro di tutto, ricchezza, status sociale, sostentamento. Così nei mercati che si svolgono lungo le strade, è il bestiame ad essere al centro dell'attenzione ed a costituire il cuore degli scambi. A un centinaio di metri dalla strada tra prati smeraldini, figure rosse appoggiate a lunghi bastoni, si muovono lente tra gruppi di animali; riunite a due, a tre guardano, discutono, valutano. A differenza di altre situazioni economiche, per i Masai la bellezza è un fattore fondamentale, forse più della produttività o della rarità. Per questo popolo fiero, per il quale l'aspetto esteriore fa parte integrante del peso nella società, la bellezza è un punto chiave anche nell'economia. Così gli animali vengono valutati con cura, osservati e scelti per la nobiltà del loro portamento e l'eleganza delle forme e rimangono al centro della vita sociale del villaggio. I Masai disprezzano gli agricoltori, i cacciatori e tutti coloro che non facciano altro che i pastori, unica attività degna di essere vissuta e malvolentieri si sottopongono anche alle necessità degli scambi. Ecco quindi nei mercati la presenza di altre etnie che offrono le merci comunque necessarie alla vita di tutti i giorni. Accanto alle mandrie, dunque ecco fiorire lo spazio per frutta, verdura, vestiario e tutto quanto serve poi nella vita di tutti i giorni. Ma qui il colore e lo sfoggio riveste ancora più importanza. Giri in mezzo alla polvere e per terra su grandi tovaglie colorate con qualche telo di plastica a riparo del sole, è tutto un fiorire di frutti della terra, ma anche di coperte rosse e blu, vestiti, collane, cinture e orecchini, machete, bastoni, senza parlare delle famose ciabatte ormai entrate nella tradizione masai, ricavate dai copertoni usati. di certo un'idea che, se lanciata opportunamente da una griffe internazionale, potrebbe superare con facilità il successo delle Crocs e risolvere allo stesso tempo un problema di riciclaggio di materiali. 

Vorrei proporla a D&G, mi sembra in linea con la filosofia aziendale, credo diverrebbero un must delle nostre estati, essendo anche ideali per la barca.A 50/60 euro dovrebbero spopolare. Le macchine di wazungu che si fermano qui, sono molto rare ed è quindi logico che se cominci ad aggirarti tra la gente, non riesci a passare inosservato, né a sfuggire a chi cerca di approfittare dell'occasione di piazzarti qualche cosa, anche se neghi ogni intenzione di acquisto. Maya è una bella ragazza che mi si appiccica immediatamente con un po' di collane di perline e braccialetti in mano. Quando capisce che sono riottoso all'acquisto, mi fa un prezzaccio per una stock al completo e con la promessa di comprarglieli a fine giro me la trascino qua e là per un po', fino a quando non mi riaccompagna alla macchina. E' una occasione per chiacchierare, visto che ha imparato un po' di inglese alla scuola della parrocchia. Maya è molto bella, magrissima e alta. Ha occhi grandi, umidi e neri da cerbiatta, che ingioiellano i suoi diciotto anni. Le collane più belle e colorate attorno al collo, una serie di bracciali e cavigliere di perline, grandi orecchini barocchi alle orecchie deformate dalla lacerazione dei lobi. Qualche scarificazione rileva le sue guance in linee curve ed ordinate. Cosa non sopporta una donna quando pensa di poter incrementare la sua bellezza. E Maya è perfettamente conscia di essere bella. Lo vedi da come atteggia lo sguardo, da come appoggia il mantello rosso attorno al capo a nascondere una parte del viso, che però subito rivela, quando si allarga nel sorriso aperto e sereno. Di certo ha dovuto forzare la sua natura per mettersi a vendere chincaglieria varia, cosa niente affatto dignitosa, così vedi subito che non ama la trattativa classica del mercato africano e che arriva senza discutere al punto della sua richiesta, quasi con il fastidio di doversi abbassare ad una attività poco gradita. Però parla volentieri. 

Abita nel villaggio dietro la collina, in una casa di fango e non è ancora stata chiesta in sposa, le Masai non si sposano troppo presto. Ma nei suoi occhi scuri c'è una luce vivace e diversa. La T-shirt colorata con scritte pubblicitarie che fa capolino sotto il mantello, parla di connessioni ibride con un mondo diverso, altro dal boma delle capanne circondato da un'alta siepe di rami spinosi di acacia a protezione degli animali selvatici. E' già stata fino ad Arusha, ha visto cose e già si è riempita gli occhi delle immagini che le sirene della città cantano di continuo, una malia irresistibile che chiama, invita, circuisce. Maya sogna una vita diversa da quella del villaggio di fango, fatta di cose nuove, differenti e forse mai ancora immaginate, vorrebbe andare in città per sempre, anche se non ha ancora un'idea precisa di cosa fare. L'affascinano troppo tutto quel movimento, le grandi case in muratura, i locali, i negozi traboccanti di cose, sconosciute ma desiderabili comunque. Forse per questo Maya ha un po' abdicato alla dignità della sua tribù e vende collanine, questa è già stata evidentemente una rinuncia ad una parte di sé, decisa a guardare irrinunciabilmente al nuovo ignoto che sta oltre la collina. Non ho cuore di chiederle una foto, di farle rinunciare ad un ulteriore pezzo di sé stessa per portarmi via una parte almeno della sua bellezza. Ci salutiamo sorridendo, io con le mie collanine in mano, mentre lei, come una modella, torna al mercato sollevando piccoli sbuffi di terra rossa con i sottili piedi nudi.


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mercoledì 13 febbraio 2013

Lasciare Arusha.



Arusha è la base del turismo in Tanzania. Tutti passano di qui, quindi ci si respira un'aria più internazionale e solo velatamente africana. Le strade sono percorse continuamente dalle centinaia di Toyota 4x4 delle agenzie che organizzano i giri nei parchi e senza le quali è impossibile e anche non funzionale pensare ad un tour accettabile anche a livello economico. Passeggiare per le vie del centro, per ultimare le ultime incombenze diventa un piacere e una conoscenza di realtà locali che fanno parte del bagaglio di viaggio. Ecco che scopri intanto, che qui, ma in tutto l'East Africa, nessuno accetta dollari anteriori al 2006, una bella grana se non hai altro che bei dollaroni sonanti, un po' vecchiotti ma perfettamente validi in ogni parte del mondo. Qui non li vogliono, il perché un vero mistero, in cambio ti rifilano cartacce bisunte dove non riesci neppure a distinguere più il colore, pacchi di scellini svalutati ma indispensabili nella vita di tutti i giorni. Paese che vai... Anche il giro in banca è interessante, per cambiare 100 dollari devi fare quattro sportelli con controlli attenti, ma sono tutti gentilissimi, in fondo in Africa il tempo conta poco. I venditori di souvenir invece, aspettano i wazungu (plurale di mzungu) agli angoli delle strade negli incroci principali, carichi di collanine, mazze e coltelli masai, dipinti e chincaglieria varia. Difficilmente ti mollano una volta agganciato, potresti essere l'unica occasione della giornata, specialmente in questa che non è l'alta stagione, per cui l'unica speranza di sfuggire è l'arrivo di altri turisti più promettenti in direzione contraria a cui passare il venditore. Però il cappello da cacciatore bianco ci sta senz'altro, se no che turista sarei, inoltre il sole picchia forte e la testa, già non troppo a posto, va protetta con cura, che son delicato. Quasi quasi, non fosse che è un problema il trasporto, mi compro anche un divano, il modello è unico dappertutto, si vede che va per la maggiore, ma la scelta del disegno è libera.

L'appuntamento con il mio agente ad Arusha, trovato dopo lunghe ricerche su internet e che si rivelerà estremamente affidabile e professionale (lo consiglierò caldamente nel post delle istruzioni per l'uso), porta via un'altra oretta, per controllare e spiegare tutte le varie soluzioni decise via email. Don, il proprietario, ci tiene evidentemente a fare le cose per bene e mostra una certa precisione nei particolari, forse per questo si è portato dietro altre sei persone, anche per incassare il cospicuo pacco di dollari che gli si deve, contati, ricontati e controllati più volte dalla capa cassiera e poi dalla responsabile amministrativa, che redige infine una bella ricevuta ufficiale debitamente controfirmata a lettere stampatello ANGELA. Qui si usa così, e anche la presenza degli altri forse è di norma, si vede che andare in giro con una certa massa di dollari contanti è cosa da consigliare una certa prudenza. Oculati i Tanzaniani, d'altronde se non si sono fidati di ritirare i soldi che i padani volevano investire laggiù, tanto ingenui non devono essere. Tutto a posto, da adesso in poi sono nelle mani di Ernest, nerissimo bantù del lago Tanganica che da oltre trenta anni percorre le strade sterrate dell'Africa, dal sorriso largo e dalla risata sonora. Credo che ci intenderemo bene. La Toyota sembra efficiente e dovrebbe fungere alla bisogna sulle strade difficili che ci aspettano nelle prossime tre settimane. Sarà assieme casa e mezzo di trasporto e di osservazione. Bagagli a bordo, carico di acqua e benzina, ci si mette comodi sui sedili caki e finalmente si parte. Lasciamo la città a giornata inoltrata, il sole è già accecante, alto, bollente. Dopo le ultime case la strada di cui non riesci a scorgere la fine si inoltra tra colline ondulate verdissime, tagliandole diritta e senza tentennamenti. 

Sullo sfondo da un lato la sagoma indovinata e coperta dalle nubi del Kili domina la pianura, dall'altro la silouhette scura del monte Meru avanguardia di altre montagne lontane, coni isolati a perdersi nell'orizzonte. Ai lati, mandrie di bovini o di capre, a piccoli gruppi o in file transumanti. Sembrano abbandonate a sé stesse, ma se guardi con attenzione, da qualche parte, sotto un'acacia spinosa o ritto su una gamba sola su di un piccolo avvallamento del terreno, c'è sempre una macchia rossa, sottile e attenta. E' un pastore masai, avvolto nel suo mantello, caldo la notte, protettivo di giorno, a coprire la faccia quando la polvere sollevata dalle rare auto di passaggio si alza implacabile, cipria fastidiosa che ti riempie gli occhi e la bocca impiegando molto tempo a posarsi di nuovo. E' un'altra delle immagini africane, una lunga strada rossa e lontano, un puntino che si muove, seguito da una lunga scia polverosa che si allarga sempre di più, una cometa maligna che ammorba la vegetazione lungo i bordi di un make-up soffocante. Puoi chiudere i finestrini quanto vuoi, all'arrivo tutto nell'auto, sedili, bagagli, zaini, vestiti e tu prima di ogni altra cosa sarete coperti di polvere rossa, da eliminare poi con cura, la sera all'arrivo, sbattendo i piedi e scuotendo le stoffe con grandi manate, mentre chi si prende carico dei bagagli è dotato di appositi scopini con cui frusta con cura i tuoi averi. Il pastore no, si avvolge nel grande mantello rosso e aspetta di seguire la mandria che si sposta adagio secondo il ritmo dell'erba che l'umidità delle piccole piogge di dicembre ha fatto crescere tenera e dolcissima. Pascoli sterminati, poi capanne di fango sparse, poi, ai piedi di una collina lontana, noti del movimento, colore, gente. E' un mercato settimanale masai. Bestiame soprattutto, ma frutta, verdura, vestiari, ciabatte e tutte le cose che possono servire alla vita di tutti i giorni. Anche se animali estranei, ma non sgraditi, andiamo a farci un giro. Seguitemi con discrezione.




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lunedì 11 febbraio 2013

Alla ricerca di Hemingway.

Al terminal di Ubungo.


Bisogna lasciare Dar, soprattutto perché l'Africa non è solo megalopoli sovraffollata e baracche, ma è spazio aperto dove ancora l'occhio riesce a perdersi spaurito. E' ancora la terra di Stanley e Ligvinstone, per lo meno, suppongo. Il punto di partenza per conoscere questa mondo è come sempre una stazione degli autobus. Quella di Ubungo è vicina all'albergo e ci si arriva in pochi minuti (certo vi sarete chiesti come mai ho scelto un albergo in una lontana periferia di Dar, tutto ha una ragione dunque nella consequenzialità logica del viaggiatore). E' il classico girone infernale di folla convulsa in cerca di un mezzo su cui salire, montagne di bagagli e pacchi che ingombrano il cammino, ceste di galline, caschi di banane e centinaia di corriere di mille colori che affumicano i passeggeri in attesa, senza una indicazione utile a riconoscere la propria. Uomini in canottiere unte e donne completamente velate o in minigonna, senza distinzioni confuse. Una folla di facchini cerca di appropriarsi della tua valigia, da difendere con le unghie e con i denti, una mano sul portafoglio, una sulle borse, una sui documenti e la quarta per chiedere, come si conviene ad un mzungu paranoico tendente a vedere dappertutto pericoli inesistenti. Alla fine ecco il mezzo, tra i meno peggio in verità, essendo a lunga percorrenza, che incede sferragliando verso una banchina. Tutti gli corrono dietro, ma poi ci si sale tranquilli, anzi alla fine salgono anche i venditori, di biscotti, arachidi, uova, panini, bibite, frutta, giornali, biglietti della lotteria, schede telefoniche e roba varia. 600 chilometri per risalire a nord verso Arusha, da 9 a 13 ore, capisco già che è buona la seconda. 

Un paio d'ore se ne vanno per lasciare l'abbraccio soffocante di Dar es-Salaam che sembra non voler lasciarti andare, come un'amante esigente che ti avvince nel caldo umidore del suo talamo pieno di promesse. In effetti ci saranno 35°C e le ombre sono così corte vicino all'equatore, almeno così sostiene Ruesch. Però appena riesci a lasciare alle spalle gli ultimi scampoli di baracche e di stradine laterali, appare l'altra Africa, quella fatta di terra rossa e di colline verdi all'infinito. Le ore passano lentissime, ma dal finestrino non riesci più a staccare l'occhio, come ad uno spettacolo nuovo ed avvincente. Questa è una stagione bellissima per vedere l'East Africa. Le piccole piogge sono terminate da poco e di tanto in tanto, il cielo, popolato delle ultime nubi, regala ancora qualche poco di acqua, come una giunta preziosa per una terra che poco riesce a trattenere e di cui già indovini la sete futura. Però questo è il momento del terreno coperto di erba verde, di campi seminati, di alberi rigogliosi e di boscaglia tornata alla vita. Qua e là, ciuffi violenti di colore. Tutto si esprime con la violenza di una gioventù antica in Africa. In mezzo allo smeraldo, i ciuffi di topazi delle acacie, i rubini vivi delle buganvillee, le ametiste sfumate delle jacarande. Anche il baobab, l'albero dell'Africa per eccellenza, che sei abituato a vedere coi contorti rami nudi abbarbicati al cielo come radici capovolte, è ricoperto di foglie scure e ricche, quasi a volerlo rendere irriconoscibile. 
Ma non c'è niente da fare, lo tradisce il suo tronco ciccione che deborda da ogni lato come un fiasco deforme appoggiato su una tovaglia rossa. I grassi non possono davvero nascondere la loro natura, anche se cercano di sfinarsi con vesti adatte alla bisogna, ma forse è proprio per questo che sono più simpatici, no? Ne incontri boschi interi, se pur distanziati come si conviene ai loro tronchi ipertrofici; anche quelli giovani e apparentemente più piccoli, occupano già spazio come bambini obesi in un banco troppo stretto per due, in un asilo di piccini occidentali, frutti corpulenti di diete ipercaloriche. Ma lo spettacolo che corre ai tuoi fianchi è grandioso. Al superare di ogni avvallamento, un nuovo digradare di quelle verdi colline d'Africa, marchio di fabbrica assoluto e ineguagliabile che affascinò il cacciatore americano, che pure non amava questa terra, se non per i frutti che poteva dare. Nelle parti più selvatiche i dossi ricoperti di alberi fitti si ripetono all'infinito e non appena arrivi a un sommo, la vista abbraccia uno spazio sterminato di sfumature continue e apparentemente impenetrabili. Poi nelle radure compaiono le capanne di fango e paglia dell'Africa rurale, povera e apparentemente priva di bisogni, al limitare di piccoli appezzamenti irregolari appena seminati. 

Campetti di mais rado e stentato, arachidi appena nate e già rinsecchite, patate, ignami, piccoli orti che già gridano il loro bisogno d'acqua inevaso. Dietro le casupole di cui indovini lo scheletro di rami contorti a mala pena coperti da poco fango secco, un albero di mango con le sue fronde ombrose, un po' di banani gialli, papaye sfogliate che paiono allampanate anoressiche con un ciuffo punk dipinto di verde pallido. Si sale verso l'altopiano ed a tratti, la strada diventa rettilineo infinito, unghiata secca nell'acrocoro rosso punteggiato dai ciuffi ordinati delle piantagioni di sisal, interrotto solo dall'emergere di piccole montagnole rocciose ma anch'esse ricoperte di vegetazione. Sulla destra la catena dell'Usambari accompagna la strada, sì proprio quelle della violetta che indebitamente da noi è spacciata per sudafricana e invece e nata qui, endemica di queste montagne corrose, come l'umanità tutta del resto. Ancora ore che passano lente mentre una telenovela locale barbotta sullo schermo in fondo alla corriera tra le risate dei passeggeri, a cui, inconsci di un paesaggio proprio, rimane solo il bagno di sudore usuale che neppure le ombre della sera incombente è capace di affievolire. 

La meta si fa vicina, siamo ad una decina di chilometri dal confine keniota e il traffico di camion fumosi è intenso. Sullo sfondo una massa indistinta avvolta da nubi scure. Ci immagini subito qualcosa di importante e maestoso. Poi d'improvviso, mentre la strada diritta ci si dirige contro come attirata da una forza magnetica, ecco che la grande nube scende a poco a poco, si allarga e si dilata, lascia spazio e compare su in alto, illuminata dall'ultimo sole della giornata, la neve dorata del Kilimanjaro. Il picco del bordo del cratere sembra scintillare di bianco ambrato. Rimani a bocca aperta per questo regalo inatteso; il re dell'Africa che aspetta i viaggiatori sempre incappucciato e scontroso, che si rivela infine per invitarti a conoscerlo. Se è un invito buono o maligno lo scoprirai domani, intanto rimani qui ai suoi piedi, alle sue falde direbbe qualcuno, dove però non ci sono Watussi e di certo nessuno balla l'hullygully.    

Le nevi del Kilimanjaro.

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