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sabato 6 aprile 2013

Haiku tanzaniano.

Kilimanjaro - Tanzania - gennaio 2013


Due re a confronto,
puoi guardare attonito.
Profumo d'erba.



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mercoledì 13 febbraio 2013

Lasciare Arusha.



Arusha è la base del turismo in Tanzania. Tutti passano di qui, quindi ci si respira un'aria più internazionale e solo velatamente africana. Le strade sono percorse continuamente dalle centinaia di Toyota 4x4 delle agenzie che organizzano i giri nei parchi e senza le quali è impossibile e anche non funzionale pensare ad un tour accettabile anche a livello economico. Passeggiare per le vie del centro, per ultimare le ultime incombenze diventa un piacere e una conoscenza di realtà locali che fanno parte del bagaglio di viaggio. Ecco che scopri intanto, che qui, ma in tutto l'East Africa, nessuno accetta dollari anteriori al 2006, una bella grana se non hai altro che bei dollaroni sonanti, un po' vecchiotti ma perfettamente validi in ogni parte del mondo. Qui non li vogliono, il perché un vero mistero, in cambio ti rifilano cartacce bisunte dove non riesci neppure a distinguere più il colore, pacchi di scellini svalutati ma indispensabili nella vita di tutti i giorni. Paese che vai... Anche il giro in banca è interessante, per cambiare 100 dollari devi fare quattro sportelli con controlli attenti, ma sono tutti gentilissimi, in fondo in Africa il tempo conta poco. I venditori di souvenir invece, aspettano i wazungu (plurale di mzungu) agli angoli delle strade negli incroci principali, carichi di collanine, mazze e coltelli masai, dipinti e chincaglieria varia. Difficilmente ti mollano una volta agganciato, potresti essere l'unica occasione della giornata, specialmente in questa che non è l'alta stagione, per cui l'unica speranza di sfuggire è l'arrivo di altri turisti più promettenti in direzione contraria a cui passare il venditore. Però il cappello da cacciatore bianco ci sta senz'altro, se no che turista sarei, inoltre il sole picchia forte e la testa, già non troppo a posto, va protetta con cura, che son delicato. Quasi quasi, non fosse che è un problema il trasporto, mi compro anche un divano, il modello è unico dappertutto, si vede che va per la maggiore, ma la scelta del disegno è libera.

L'appuntamento con il mio agente ad Arusha, trovato dopo lunghe ricerche su internet e che si rivelerà estremamente affidabile e professionale (lo consiglierò caldamente nel post delle istruzioni per l'uso), porta via un'altra oretta, per controllare e spiegare tutte le varie soluzioni decise via email. Don, il proprietario, ci tiene evidentemente a fare le cose per bene e mostra una certa precisione nei particolari, forse per questo si è portato dietro altre sei persone, anche per incassare il cospicuo pacco di dollari che gli si deve, contati, ricontati e controllati più volte dalla capa cassiera e poi dalla responsabile amministrativa, che redige infine una bella ricevuta ufficiale debitamente controfirmata a lettere stampatello ANGELA. Qui si usa così, e anche la presenza degli altri forse è di norma, si vede che andare in giro con una certa massa di dollari contanti è cosa da consigliare una certa prudenza. Oculati i Tanzaniani, d'altronde se non si sono fidati di ritirare i soldi che i padani volevano investire laggiù, tanto ingenui non devono essere. Tutto a posto, da adesso in poi sono nelle mani di Ernest, nerissimo bantù del lago Tanganica che da oltre trenta anni percorre le strade sterrate dell'Africa, dal sorriso largo e dalla risata sonora. Credo che ci intenderemo bene. La Toyota sembra efficiente e dovrebbe fungere alla bisogna sulle strade difficili che ci aspettano nelle prossime tre settimane. Sarà assieme casa e mezzo di trasporto e di osservazione. Bagagli a bordo, carico di acqua e benzina, ci si mette comodi sui sedili caki e finalmente si parte. Lasciamo la città a giornata inoltrata, il sole è già accecante, alto, bollente. Dopo le ultime case la strada di cui non riesci a scorgere la fine si inoltra tra colline ondulate verdissime, tagliandole diritta e senza tentennamenti. 

Sullo sfondo da un lato la sagoma indovinata e coperta dalle nubi del Kili domina la pianura, dall'altro la silouhette scura del monte Meru avanguardia di altre montagne lontane, coni isolati a perdersi nell'orizzonte. Ai lati, mandrie di bovini o di capre, a piccoli gruppi o in file transumanti. Sembrano abbandonate a sé stesse, ma se guardi con attenzione, da qualche parte, sotto un'acacia spinosa o ritto su una gamba sola su di un piccolo avvallamento del terreno, c'è sempre una macchia rossa, sottile e attenta. E' un pastore masai, avvolto nel suo mantello, caldo la notte, protettivo di giorno, a coprire la faccia quando la polvere sollevata dalle rare auto di passaggio si alza implacabile, cipria fastidiosa che ti riempie gli occhi e la bocca impiegando molto tempo a posarsi di nuovo. E' un'altra delle immagini africane, una lunga strada rossa e lontano, un puntino che si muove, seguito da una lunga scia polverosa che si allarga sempre di più, una cometa maligna che ammorba la vegetazione lungo i bordi di un make-up soffocante. Puoi chiudere i finestrini quanto vuoi, all'arrivo tutto nell'auto, sedili, bagagli, zaini, vestiti e tu prima di ogni altra cosa sarete coperti di polvere rossa, da eliminare poi con cura, la sera all'arrivo, sbattendo i piedi e scuotendo le stoffe con grandi manate, mentre chi si prende carico dei bagagli è dotato di appositi scopini con cui frusta con cura i tuoi averi. Il pastore no, si avvolge nel grande mantello rosso e aspetta di seguire la mandria che si sposta adagio secondo il ritmo dell'erba che l'umidità delle piccole piogge di dicembre ha fatto crescere tenera e dolcissima. Pascoli sterminati, poi capanne di fango sparse, poi, ai piedi di una collina lontana, noti del movimento, colore, gente. E' un mercato settimanale masai. Bestiame soprattutto, ma frutta, verdura, vestiari, ciabatte e tutte le cose che possono servire alla vita di tutti i giorni. Anche se animali estranei, ma non sgraditi, andiamo a farci un giro. Seguitemi con discrezione.




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martedì 12 febbraio 2013

Le nevi del Kilimanjaro.





La pesa dei portatori.
Marangu, paese dei Chagga, è una cittadina ai piedi della grande montagna. Grazie al relativo benessere che deriva dal suo interesse turistico, non ha un'aria molto africana, ma, affacciata com'è al confine del parco, diventa il punto di passaggio obbligato per chi arriva qui spinto dalla fama della vetta dell'Africa. E' domenica e lungo le strade, fiancheggiate dalle piantagioni di banane e caffè (di montagna che il gusto ci guadagna), vedi gruppi di persone con il loro migliore vestito che si dirigono alla funzione in una delle numerosissime chiese che costellano i paesi circostanti. Qui piove molto, la natura è rigogliosa e le piante fitte anche ai bordi della strada sono di un verde carico e grasso. Il clima è fresco e ricco di acque, cascatelle, torrenti. Il gigante addormentato sta lì, immenso anche a 100 chilometri di distanza, solo con sé stesso non appartenendo ad alcuna catena, con l'asindoto perfetto dei fianchi che salgono uniformi verso il bordo superiore del cratere, grigioazzurri per la distanza a perdersi nelle nubi che nascondono sempre la cima. Pare quasi un ritrosia snob, questo volersi continuamente celare, un fare il misterioso per invitarti alla scoperta, alla salita. Un richiamo che affascina molti, che accorrono si può dire in massa per conquistare i quasi 6000 metri della punta, il tetto del continente, comunque una bella bandierina da mettere nel palmarés per chi ama queste cose, oltretutto pare di nessuna difficoltà alpinistica, in pratica un comodo sentiero che ti accompagna fino alla punta. 

Per andare e tornare ci vogliono cinque giorni di cammino e visto che, pare un trekking di tutto riposo, eccomi qui alla porta di ingresso del parco per poter vantare almeno la prima giornata di questa esperienza. Già all'ingresso a quasi 2000 metri capisci che le cose non devono essere così semplici. Gruppi di escursionisti di ogni paese arrivano attrezzati di tutto punto e muniti di almeno un paio di portatori a testa, i quali si affollano vicino alla casetta dove viene pesato il materiale di ciascuno, dato che per contratto non deve superare i 15 kg. Che sia davvero dura? Intanto, subito dopo il cancello la foresta pluviale ti avvolge col suo abbraccio umido. Sei circondato da alberi alti ed enormi dalle cortecce spesse e ricoperte di muschio, liane poderose scendono dall'alto e si incrociano sul sentiero, largo, è vero, ma che sale con costanza preoccupante. Dappertutto un muro spesso di verde, di foglie grasse, di felci enormi, di tronchi marci caduti al suolo da superare. Qua e là impronte di animali che forse stanno lì a pochi passi dalla quinta verde scuro, di certo impauriti o forse ormai abituati a tanto passaggio. Parti con passo baldanzoso, che saranno mai otto chilometri andare ed altrettanti a tornare per un baldo giovinotto di belle speranze, anche se non magrissimo ed atletico, con zainetto e macchine fotografiche (siano maledette, praticamente quasi i chili che si sobbarca il portatore di mestiere). 

Non farebbe caldo, in teoria, ma come mai allora rivoli di sudore convinto cominciano a scorrere lungo la schiena, goccioloni si aggrumano ed iniziano a piovere dalla fronte, il dorso delle mani si fa umido e scivoloso? Sarà questa umidità spessa ed il silenzio della foresta che attutisce il tuo passo che a poco a poco si fa subito lento e pesante. Per forza, è la quota, ti consoli, pensando che superati i 2000 bisogna procedere con più calma, mentre la guida invece fila davanti con decisione, gettando di tanto in tanto uno sguardo all'indietro per vedere di non perderti. Le ore passano lentissime e il respiro diventa affannoso. La breve sosta per mettere sotto i denti la coscia di pollo rinsecchita e il muffin di segatura contenuti nel lunch box, non ti ristora affatto attorno ai 2500, solo la consolazione che si tratta di peso in meno da portare è di linimento. Riprende la marcia, sempre più faticosa, sempre più lenta ed affannata. La foresta complice del tormento, diventa una selva oscura in cui non ti puoi perdere, ma devi subire per scontare i tuoi peccati, che devono essere gravi assai se ti sei voluto volontariamente sottoporre a tutto ciò, pagando per giunta. Ogni passo in più, quando ti avvicini ai 3000 è semplice soffrire, autolesionismo puro su una via crucis umida e beffarda, in cui ti vedi sfilare da gruppi di coreani o tedeschi che a passo spedito, prendono questo primo step come una sgambata per sciogliere il muscolo in attesa dei giorni successivi, quelli sì impegnativi. 

Che volete, non sono adatto al trekking violento in quota, eppure ogni volta ci ricasco, preso dalla bramosia di non perdermi nessuna sensazione, di non negarmi la possibilità di conoscere un luogo, una realtà e questa della salita al Kilimanjaro nella foresta rimane comunque una situazione che ha il suo fascino, non fosse per le unghie nere degli alluci che ti ritrovi il giorno dopo, quando tenti di incerottare bolle e acciacchi vari subiti da estremità use solo alla ciabatta da divano.  Arrivi al gate di uscita che è ormai sera, distrutto, sfiancato, esausto, le ginocchia dolenti che tremano nello sforzo di opporsi al disequilibrio della discesa, le dita delle mani diventate gonfie salcicce rosse come i wurstel della colazione a causa del mancato deflusso sanguigno bloccato dagli spallacci di uno zaino della domenica; sei desideroso solo di gettarti su qualche cosa di orizzontale, felice della bella giornata trascorsa.

Almeno, i giorni successivi, quel diradarsi della foresta in bosco basso, poi in cespuglio e infine deserto di alta quota, fino ad arrivare all'ultima erta che porta ai 5896 metri dell'Uhuru pick certo non fanno per me; mi contento dunque di sentirli raccontare da un gruppetto di ragazzi italiani, contenti per aver piantato la simbolica bandierina, anche se la fatica davvero tremenda dell'ultimo tratto, quello in cui l'ossigeno manca e hai voglia solo di sederti e di dormire e forse lo faresti per sempre se la guida non ti riscuotesse, dicendoti, dai dobbiamo andare, un passo dietro l'altro fino alla vetta, non è stata compensata dalla fortuna. La nebbia e le nubi spesse avvolgevano la cima impedendo anche di godere almeno per un attimo del meritato panorama. Ma questa è la vita dell'alpinista, ahimè. Io mi contento di meno e la discesa a valle rimane un po' come una liberazione, un perdono definitivo per i peccati commessi. Ti senti più leggero, penitente volontario, ma in fondo è stato bello e mentre te ne vai la cima del Kili si libera un poco, quasi a volerti mandare un saluto per non aver cercato di violarlo fino in fondo. Ma si chissenefrega se le gambe domani saranno tutto un fremito di dolore, se i piedi coperti di bolle non vorranno più stare nelle scarpe, se anche le spalle grideranno il loro rifiuto agli spallacci dello zaino, in fondo si starà comodamente seduti su una macchina per un po'. Ma sarà davvero così?  

Uhuru pick.

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lunedì 11 febbraio 2013

Alla ricerca di Hemingway.

Al terminal di Ubungo.


Bisogna lasciare Dar, soprattutto perché l'Africa non è solo megalopoli sovraffollata e baracche, ma è spazio aperto dove ancora l'occhio riesce a perdersi spaurito. E' ancora la terra di Stanley e Ligvinstone, per lo meno, suppongo. Il punto di partenza per conoscere questa mondo è come sempre una stazione degli autobus. Quella di Ubungo è vicina all'albergo e ci si arriva in pochi minuti (certo vi sarete chiesti come mai ho scelto un albergo in una lontana periferia di Dar, tutto ha una ragione dunque nella consequenzialità logica del viaggiatore). E' il classico girone infernale di folla convulsa in cerca di un mezzo su cui salire, montagne di bagagli e pacchi che ingombrano il cammino, ceste di galline, caschi di banane e centinaia di corriere di mille colori che affumicano i passeggeri in attesa, senza una indicazione utile a riconoscere la propria. Uomini in canottiere unte e donne completamente velate o in minigonna, senza distinzioni confuse. Una folla di facchini cerca di appropriarsi della tua valigia, da difendere con le unghie e con i denti, una mano sul portafoglio, una sulle borse, una sui documenti e la quarta per chiedere, come si conviene ad un mzungu paranoico tendente a vedere dappertutto pericoli inesistenti. Alla fine ecco il mezzo, tra i meno peggio in verità, essendo a lunga percorrenza, che incede sferragliando verso una banchina. Tutti gli corrono dietro, ma poi ci si sale tranquilli, anzi alla fine salgono anche i venditori, di biscotti, arachidi, uova, panini, bibite, frutta, giornali, biglietti della lotteria, schede telefoniche e roba varia. 600 chilometri per risalire a nord verso Arusha, da 9 a 13 ore, capisco già che è buona la seconda. 

Un paio d'ore se ne vanno per lasciare l'abbraccio soffocante di Dar es-Salaam che sembra non voler lasciarti andare, come un'amante esigente che ti avvince nel caldo umidore del suo talamo pieno di promesse. In effetti ci saranno 35°C e le ombre sono così corte vicino all'equatore, almeno così sostiene Ruesch. Però appena riesci a lasciare alle spalle gli ultimi scampoli di baracche e di stradine laterali, appare l'altra Africa, quella fatta di terra rossa e di colline verdi all'infinito. Le ore passano lentissime, ma dal finestrino non riesci più a staccare l'occhio, come ad uno spettacolo nuovo ed avvincente. Questa è una stagione bellissima per vedere l'East Africa. Le piccole piogge sono terminate da poco e di tanto in tanto, il cielo, popolato delle ultime nubi, regala ancora qualche poco di acqua, come una giunta preziosa per una terra che poco riesce a trattenere e di cui già indovini la sete futura. Però questo è il momento del terreno coperto di erba verde, di campi seminati, di alberi rigogliosi e di boscaglia tornata alla vita. Qua e là, ciuffi violenti di colore. Tutto si esprime con la violenza di una gioventù antica in Africa. In mezzo allo smeraldo, i ciuffi di topazi delle acacie, i rubini vivi delle buganvillee, le ametiste sfumate delle jacarande. Anche il baobab, l'albero dell'Africa per eccellenza, che sei abituato a vedere coi contorti rami nudi abbarbicati al cielo come radici capovolte, è ricoperto di foglie scure e ricche, quasi a volerlo rendere irriconoscibile. 
Ma non c'è niente da fare, lo tradisce il suo tronco ciccione che deborda da ogni lato come un fiasco deforme appoggiato su una tovaglia rossa. I grassi non possono davvero nascondere la loro natura, anche se cercano di sfinarsi con vesti adatte alla bisogna, ma forse è proprio per questo che sono più simpatici, no? Ne incontri boschi interi, se pur distanziati come si conviene ai loro tronchi ipertrofici; anche quelli giovani e apparentemente più piccoli, occupano già spazio come bambini obesi in un banco troppo stretto per due, in un asilo di piccini occidentali, frutti corpulenti di diete ipercaloriche. Ma lo spettacolo che corre ai tuoi fianchi è grandioso. Al superare di ogni avvallamento, un nuovo digradare di quelle verdi colline d'Africa, marchio di fabbrica assoluto e ineguagliabile che affascinò il cacciatore americano, che pure non amava questa terra, se non per i frutti che poteva dare. Nelle parti più selvatiche i dossi ricoperti di alberi fitti si ripetono all'infinito e non appena arrivi a un sommo, la vista abbraccia uno spazio sterminato di sfumature continue e apparentemente impenetrabili. Poi nelle radure compaiono le capanne di fango e paglia dell'Africa rurale, povera e apparentemente priva di bisogni, al limitare di piccoli appezzamenti irregolari appena seminati. 

Campetti di mais rado e stentato, arachidi appena nate e già rinsecchite, patate, ignami, piccoli orti che già gridano il loro bisogno d'acqua inevaso. Dietro le casupole di cui indovini lo scheletro di rami contorti a mala pena coperti da poco fango secco, un albero di mango con le sue fronde ombrose, un po' di banani gialli, papaye sfogliate che paiono allampanate anoressiche con un ciuffo punk dipinto di verde pallido. Si sale verso l'altopiano ed a tratti, la strada diventa rettilineo infinito, unghiata secca nell'acrocoro rosso punteggiato dai ciuffi ordinati delle piantagioni di sisal, interrotto solo dall'emergere di piccole montagnole rocciose ma anch'esse ricoperte di vegetazione. Sulla destra la catena dell'Usambari accompagna la strada, sì proprio quelle della violetta che indebitamente da noi è spacciata per sudafricana e invece e nata qui, endemica di queste montagne corrose, come l'umanità tutta del resto. Ancora ore che passano lente mentre una telenovela locale barbotta sullo schermo in fondo alla corriera tra le risate dei passeggeri, a cui, inconsci di un paesaggio proprio, rimane solo il bagno di sudore usuale che neppure le ombre della sera incombente è capace di affievolire. 

La meta si fa vicina, siamo ad una decina di chilometri dal confine keniota e il traffico di camion fumosi è intenso. Sullo sfondo una massa indistinta avvolta da nubi scure. Ci immagini subito qualcosa di importante e maestoso. Poi d'improvviso, mentre la strada diritta ci si dirige contro come attirata da una forza magnetica, ecco che la grande nube scende a poco a poco, si allarga e si dilata, lascia spazio e compare su in alto, illuminata dall'ultimo sole della giornata, la neve dorata del Kilimanjaro. Il picco del bordo del cratere sembra scintillare di bianco ambrato. Rimani a bocca aperta per questo regalo inatteso; il re dell'Africa che aspetta i viaggiatori sempre incappucciato e scontroso, che si rivela infine per invitarti a conoscerlo. Se è un invito buono o maligno lo scoprirai domani, intanto rimani qui ai suoi piedi, alle sue falde direbbe qualcuno, dove però non ci sono Watussi e di certo nessuno balla l'hullygully.    

Le nevi del Kilimanjaro.

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