Sandalo trendy.
Se lo vede qualche griffe
è un grande business.
Hai sognato sui libri dei grandi cacciatori bianchi? Hai visto centinaia di documentari sulle savane sconfinate? Hai sfogliato fotografie di animali selvaggi, sterminate mandrie al pascolo, come forse potevano essere solo quelle dei bisonti nordamericani all'epoca di Buffalo Bill? Serengeti è lo stereotipo del tuo sogno e della tua immaginazione. Non c'è zona africana che racchiuda meglio la vastità sconfinata, il senso di orizzonte infinito brulicante di vita di questo, che è uno dei più vasti e conosciuti parchi del mondo. La strada sterrata che taglia diritta l'altrettanto grande area di conservazione che lo circonda, ti prepara a questo ambiente naturale tra i più tipici dell'East Africa. E' un taglio preciso nella terra rossa su cui corri sollevando dietro di te una nuvola polverosa; intorno, la pianura infinita con una riga netta a separare terra e cielo. Ci arrivi dopo una lenta discesa dalla zona dei crateri, in vasti spazi punteggiati dalle mandrie dei pastori Masai, tracce bianconere lontane guardate da piccole macchie rosse accoccolate al loro fianco. Ogni tanto, lontano dalla pista ma ben visibile, la sagoma rotonda di un boma circondato dalla fitta siepe spinosa di rami di acacia.
All'interno, seminascoste, le capanne di fango, ormai molte coperte da un bel telo di plastica blu, moderna risposta al problema della pioggia che, quando cade copiosa, le scioglie. A poco a poco questa presenza diminuisce, rimane solo, di tanto in tanto ai margini della strada, qualche gruppetto di moran, i ragazzi da iniziare, avvolti in coperte nere da cui emergono solo i visi dipinti di bianco, fantasmi muti appoggiati a lunghi bastoni, ultimi epigoni di una cultura che sta per essere anch'essa cancellata da un mondo troppo veloce per non travolgere tutto sulla sua corsa. Poi più nulla, solo il mare verde di erba della savana mosso dal vento. Le piccole piogge sono armai finite; il terreno è ancora umido e gli steli verde pallido sono spuntati rigogliosi da settimane fino a raggiungere quasi l'altezza del ginocchio. Solo rarissimi cespugli punteggiano la piana, ma dappertutto, a centinaia di migliaia, con una reiterazione senza fine, le mandrie di gnu ricoprono quasi ogni spazio libero, alternate ad altrettanti gruppi di zebre grassocce, in una simbiosi indivisibile che li accomuna da sempre. Brucano, brucano tutti senza sosta, ti sembra di sentire, il crunk dell'erba che si strappa e il ruminar di mascelle continuo, un rumore di fondo mescolato a muggiti acuti, scalpitar di zoccoli, nitriti nervosi.
Anche le zebre stanno per affrontare la stagione delle nascite e appaiono tonde e pasciute nei loro pigiami naturali, lucidi e tesi. Sono sempre attente a ciò che avviene attorno, brucare sì, ma con occhio vigile, sempre pronte a scappar via, a mantenere la distanza, quella che ti garantisce la vita. Dove rimane un po' di spazio gruppi di impala o di gazzelle di Thompson, rigorosamente divise. Ecco là una ventina di maschi giovani che si spostano attraversando la pista, laggiù un harem di una trentina di femmine con i piccoli che brucano tranquille; il maschio da un lato spicca con le corna alte a guardia del gregge, le gambe posteriori tese come corde, muove il capo in ogni direzione attento a dare un segnale di fuga al minimo sospetto di pericolo. Vedi solo la sagoma col buffo cespuglio di pelo bianchissimo del posteriore segnato dalle due bande nere, le grandi corna ritorte, ritte al vento, le froge che annusano l'aria a sentire un odor di selvatico ben conosciuto.
L'erba è già troppo alta, dappertutto potrebbe nascondersi l'insidia. Serengeti è il parco dei grandi felini, anche loro devono pur vivere. Per te invece una grande terrazza in legno a dominare lo spazio senza confini che circonda il lodge, con una birra in mano mentre il sole scende definitivamente dietro l'orizzonte intanto che il cielo si colora di viola scuro. La grande pozza d'acqua brilla come uno specchio infranto dagli sguazzi e dai brontolii prepotenti degli ippopotami, poi il buio scende in un attimo. Dappertutto, sotto di te qualcosa continua a muoversi; comincia un'altra notte, la parte della giornata più carica di ansia, ognuno cercando di sopravvivere mangiando qualcun altro o evitando di essere mangiato. Per te invece, un ricco buffet, davanti alla immensa vetrata che spazia sulla savana, che ti porrà di fronte a scelte meno impegnative.![]() |
| Un boma masai. |
Il padre di suo padre, anche lui capo del villaggio, otteneva le cose di cui aveva bisogno solo barattando carne e pelli e quando la grande siccità aveva ucciso quasi tutta la sua mandria non era stato in grado di evitare che la maggior parte della tribù morisse di fame. C'era voluta tutta la vita di suo padre per rimettere insieme bestiame e ricchezza, tanto che non era riuscito a comprare che altre due mogli oltre a sua madre. Ma adesso se vuoi un bel mantello rosso a quadretti o hai bisogno di un paio di ciabatte di copertone (non si gira più a piedi nudi come un tempo) devi andare al mercato con un po' di soldi in tasca per comprarle. Già, il denaro dei wazungu, con tutte quelle macchine fotografiche appese al collo, che non vogliono fare altro che scattare e scattare. Quando era moran aveva capito che farsi fotografare era il modo più semplice per ottenere denaro, poi tornato al villaggio ha convinto il padre a fare come aveva sentito dire come cosa comune per diversi villaggi lontani. I bianchi, vogliono venirci a vedere, guardare cosa facciamo, fotografare i nostri bambini?
Poi ognuno si prende un mzungu e se lo porta in giro nelle capanne. Pili, il suo amico del cuore, se li porta sempre in quella di Yapori, la sua moglie più bella, alta e con le ciglia lunghe che gli ha già dato un maschio e che è davvero la più bella del villaggio, in fondo gli piace dire che è sua moglie e che le facciano tutte quelle fotografie, a lei e al bambino che è di certo il più bello del mondo. Poi li portano a vedere la capanna, appena fuori dal boma dove da un po' hanno aperto una piccola scuola, ci sono le panche e anche una lavagna e una ragazza del villaggio che insegna a scrivere e a leggere. Quelli si inteneriscono sempre davanti ai bambini e lasciano anche una donazione, poi se ne vanno contenti. Suo padre è molto soddisfatto di come vanno le cose, il villaggio prospera e le mandrie sono sempre più numerose, si possono comprare n sacco di cose al mercato con tutti quei soldi; il suo ragazzo ha dato buoni consigli anche se è così giovane.
Di certo sarà lui, il prossimo capo. Adesso che è guerriero di secondo grado con buone sostanze a disposizione, investirà presto una ventina di vacche per comprarsi una seconda moglie, anzi ha già adocchiato Pambira, due begli occhi in un villaggio vicino, che ha visto ad una festa ed ha già saltato davanti a lei. Certo è un po' vanesio come tutti i guerrieri; sa di appartenere alla razza il cui modo di vivere è l'unico degno di essere vissuto e alla fine gli piace tanto mettersi in posa davanti agli ospiti e farsi fotografare. Gli piace esibire con sguardo fiero le collane di osso, i bracciali di perline coloratissime, segno del clan, il mantello rosso fuoco con le sottili righe blu appena comperato. Sta lì fermo e diritto appoggiato al lungo bastone da pastore, poi si gira appena mostrando il suo gioiello più prezioso che gli pende dal lungo collo elegante, un iPhone nuovo in una custodia di plastica rosa. Poi Kosumba si siede davanti al villaggio con gli altri, ad aspettare la prossima macchina.
I Masai sono i padroni incontestati delle grandi pianure del nord al confine con il Kenya. Una società pastorale con il bestiame al centro di tutto, ricchezza, status sociale, sostentamento. Così nei mercati che si svolgono lungo le strade, è il bestiame ad essere al centro dell'attenzione ed a costituire il cuore degli scambi. A un centinaio di metri dalla strada tra prati smeraldini, figure rosse appoggiate a lunghi bastoni, si muovono lente tra gruppi di animali; riunite a due, a tre guardano, discutono, valutano. A differenza di altre situazioni economiche, per i Masai la bellezza è un fattore fondamentale, forse più della produttività o della rarità. Per questo popolo fiero, per il quale l'aspetto esteriore fa parte integrante del peso nella società, la bellezza è un punto chiave anche nell'economia. Così gli animali vengono valutati con cura, osservati e scelti per la nobiltà del loro portamento e l'eleganza delle forme e rimangono al centro della vita sociale del villaggio. I Masai disprezzano gli agricoltori, i cacciatori e tutti coloro che non facciano altro che i pastori, unica attività degna di essere vissuta e malvolentieri si sottopongono anche alle necessità degli scambi. Ecco quindi nei mercati la presenza di altre etnie che offrono le merci comunque necessarie alla vita di tutti i giorni. Accanto alle mandrie, dunque ecco fiorire lo spazio per frutta, verdura, vestiario e tutto quanto serve poi nella vita di tutti i giorni. Ma qui il colore e lo sfoggio riveste ancora più importanza. Giri in mezzo alla polvere e per terra su grandi tovaglie colorate con qualche telo di plastica a riparo del sole, è tutto un fiorire di frutti della terra, ma anche di coperte rosse e blu, vestiti, collane, cinture e orecchini, machete, bastoni, senza parlare delle famose ciabatte ormai entrate nella tradizione masai, ricavate dai copertoni usati. di certo un'idea che, se lanciata opportunamente da una griffe internazionale, potrebbe superare con facilità il successo delle Crocs e risolvere allo stesso tempo un problema di riciclaggio di materiali.
Vorrei proporla a D&G, mi sembra in linea con la filosofia aziendale, credo diverrebbero un must delle nostre estati, essendo anche ideali per la barca.A 50/60 euro dovrebbero spopolare. Le macchine di wazungu che si fermano qui, sono molto rare ed è quindi logico che se cominci ad aggirarti tra la gente, non riesci a passare inosservato, né a sfuggire a chi cerca di approfittare dell'occasione di piazzarti qualche cosa, anche se neghi ogni intenzione di acquisto. Maya è una bella ragazza che mi si appiccica immediatamente con un po' di collane di perline e braccialetti in mano. Quando capisce che sono riottoso all'acquisto, mi fa un prezzaccio per una stock al completo e con la promessa di comprarglieli a fine giro me la trascino qua e là per un po', fino a quando non mi riaccompagna alla macchina. E' una occasione per chiacchierare, visto che ha imparato un po' di inglese alla scuola della parrocchia. Maya è molto bella, magrissima e alta. Ha occhi grandi, umidi e neri da cerbiatta, che ingioiellano i suoi diciotto anni. Le collane più belle e colorate attorno al collo, una serie di bracciali e cavigliere di perline, grandi orecchini barocchi alle orecchie deformate dalla lacerazione dei lobi. Qualche scarificazione rileva le sue guance in linee curve ed ordinate. Cosa non sopporta una donna quando pensa di poter incrementare la sua bellezza. E Maya è perfettamente conscia di essere bella. Lo vedi da come atteggia lo sguardo, da come appoggia il mantello rosso attorno al capo a nascondere una parte del viso, che però subito rivela, quando si allarga nel sorriso aperto e sereno. Di certo ha dovuto forzare la sua natura per mettersi a vendere chincaglieria varia, cosa niente affatto dignitosa, così vedi subito che non ama la trattativa classica del mercato africano e che arriva senza discutere al punto della sua richiesta, quasi con il fastidio di doversi abbassare ad una attività poco gradita. Però parla volentieri.
Abita nel villaggio dietro la collina, in una casa di fango e non è ancora stata chiesta in sposa, le Masai non si sposano troppo presto. Ma nei suoi occhi scuri c'è una luce vivace e diversa. La T-shirt colorata con scritte pubblicitarie che fa capolino sotto il mantello, parla di connessioni ibride con un mondo diverso, altro dal boma delle capanne circondato da un'alta siepe di rami spinosi di acacia a protezione degli animali selvatici. E' già stata fino ad Arusha, ha visto cose e già si è riempita gli occhi delle immagini che le sirene della città cantano di continuo, una malia irresistibile che chiama, invita, circuisce. Maya sogna una vita diversa da quella del villaggio di fango, fatta di cose nuove, differenti e forse mai ancora immaginate, vorrebbe andare in città per sempre, anche se non ha ancora un'idea precisa di cosa fare. L'affascinano troppo tutto quel movimento, le grandi case in muratura, i locali, i negozi traboccanti di cose, sconosciute ma desiderabili comunque. Forse per questo Maya ha un po' abdicato alla dignità della sua tribù e vende collanine, questa è già stata evidentemente una rinuncia ad una parte di sé, decisa a guardare irrinunciabilmente al nuovo ignoto che sta oltre la collina. Non ho cuore di chiederle una foto, di farle rinunciare ad un ulteriore pezzo di sé stessa per portarmi via una parte almeno della sua bellezza. Ci salutiamo sorridendo, io con le mie collanine in mano, mentre lei, come una modella, torna al mercato sollevando piccoli sbuffi di terra rossa con i sottili piedi nudi.
L'appuntamento con il mio agente ad Arusha, trovato dopo lunghe ricerche su internet e che si rivelerà estremamente affidabile e professionale (lo consiglierò caldamente nel post delle istruzioni per l'uso), porta via un'altra oretta, per controllare e spiegare tutte le varie soluzioni decise via email. Don, il proprietario, ci tiene evidentemente a fare le cose per bene e mostra una certa precisione nei particolari, forse per questo si è portato dietro altre sei persone, anche per incassare il cospicuo pacco di dollari che gli si deve, contati, ricontati e controllati più volte dalla capa cassiera e poi dalla responsabile amministrativa, che redige infine una bella ricevuta ufficiale debitamente controfirmata a lettere stampatello ANGELA. Qui si usa così, e anche la presenza degli altri forse è di norma, si vede che andare in giro con una certa massa di dollari contanti è cosa da consigliare una certa prudenza. Oculati i Tanzaniani, d'altronde se non si sono fidati di ritirare i soldi che i padani volevano investire laggiù, tanto ingenui non devono essere. Tutto a posto, da adesso in poi sono nelle mani di Ernest, nerissimo bantù del lago Tanganica che da oltre trenta anni percorre le strade sterrate dell'Africa, dal sorriso largo e dalla risata sonora. Credo che ci intenderemo bene. La Toyota sembra efficiente e dovrebbe fungere alla bisogna sulle strade difficili che ci aspettano nelle prossime tre settimane. Sarà assieme casa e mezzo di trasporto e di osservazione. Bagagli a bordo, carico di acqua e benzina, ci si mette comodi sui sedili caki e finalmente si parte. Lasciamo la città a giornata inoltrata, il sole è già accecante, alto, bollente. Dopo le ultime case la strada di cui non riesci a scorgere la fine si inoltra tra colline ondulate verdissime, tagliandole diritta e senza tentennamenti.
Sullo sfondo da un lato la sagoma indovinata e coperta dalle nubi del Kili domina la pianura, dall'altro la silouhette scura del monte Meru avanguardia di altre montagne lontane, coni isolati a perdersi nell'orizzonte. Ai lati, mandrie di bovini o di capre, a piccoli gruppi o in file transumanti. Sembrano abbandonate a sé stesse, ma se guardi con attenzione, da qualche parte, sotto un'acacia spinosa o ritto su una gamba sola su di un piccolo avvallamento del terreno, c'è sempre una macchia rossa, sottile e attenta. E' un pastore masai, avvolto nel suo mantello, caldo la notte, protettivo di giorno, a coprire la faccia quando la polvere sollevata dalle rare auto di passaggio si alza implacabile, cipria fastidiosa che ti riempie gli occhi e la bocca impiegando molto tempo a posarsi di nuovo. E' un'altra delle immagini africane, una lunga strada rossa e lontano, un puntino che si muove, seguito da una lunga scia polverosa che si allarga sempre di più, una cometa maligna che ammorba la vegetazione lungo i bordi di un make-up soffocante. Puoi chiudere i finestrini quanto vuoi, all'arrivo tutto nell'auto, sedili, bagagli, zaini, vestiti e tu prima di ogni altra cosa sarete coperti di polvere rossa, da eliminare poi con cura, la sera all'arrivo, sbattendo i piedi e scuotendo le stoffe con grandi manate, mentre chi si prende carico dei bagagli è dotato di appositi scopini con cui frusta con cura i tuoi averi. Il pastore no, si avvolge nel grande mantello rosso e aspetta di seguire la mandria che si sposta adagio secondo il ritmo dell'erba che l'umidità delle piccole piogge di dicembre ha fatto crescere tenera e dolcissima. Pascoli sterminati, poi capanne di fango sparse, poi, ai piedi di una collina lontana, noti del movimento, colore, gente. E' un mercato settimanale masai. Bestiame soprattutto, ma frutta, verdura, vestiari, ciabatte e tutte le cose che possono servire alla vita di tutti i giorni. Anche se animali estranei, ma non sgraditi, andiamo a farci un giro. Seguitemi con discrezione.