lunedì 12 giugno 2017

Friuli 2: Dopo il terremoto


Il pan de sorc

Le mura di Venzone
Con ancora le nari ingolfate di profumi davvero deliziosi, lasciamo San Daniele del Friuli, (che il cielo benedica i suoi abitanti impegnati a produrre tanta delizia e, come diciamo in Piemonte, i crìn che collaborano obtorto collo), per scoprire altri aspetti di questo paesaggio senza pari. Non si può dimenticare che queste zone furono totalmente devastate dal terremoto del 1976 che pur non essendo di violenza estrema (6,4 della scala Richter e successive scosse del 5,9), distrusse la maggior parte delle vecchie case, ancora in cattivo stato a causa dei danni di guerra di alcuni paesi con migliaia di morti, mentre le case di nuova costruzione (ad esempio a San Daniele), furono in parte risparmiate. La ricostruzione è un fenomeno interessante da esaminare, al di là della faciloneria populista. Intanto furono stanziati una marea di soldi (attorno ai 30.000 miliardi di lire), disponibili immediatamente, ma la cosa più risolutiva e su cui bisognerebbe meditare, fu che al Commissario straordinario Zamberletti, furono assegnati poteri assoluti che potevano prevaricare e superare qualsiasi legge esistente al momento. A sua volta il commissario rigirò questo enorme potere ad ogni singolo sindaco che poté agire quindi senza avere come si dice le mani legate. Ad esempio in un paese col centro storico devastato, il sindaco espropriò tutte le case e le ricostruì motu proprio, riconsegnandole al termine dell'intervento (ovviamente non senza seguito di contenziosi in alcuni casi protrattisi fino ai giorni nostri). 

Una via di Venzone
Pensate un po' se si fossero utilizzati questi criteri oggi, quale canea di populismo barricadero si sarebbe scatenata con i TAR intasati dalle cause e da accuse e controaccuse di furti e corruttele. Insomma se vuoi fare le cose in maniera perfetta a regola di legge, non fai niente e comunque per la ricostruzione del 90% ci vollero comunque 10 anni, seguendo la regola, prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese. Quindi il sistema pare funzionale, come testimoniavano i romani con l'istituzione del Condottiero con poteri assoluti, anche se a termine. Per i monumenti si usò il metodo dell'anastilosi, raccogliendo e numerando ogni pietra rimasta e rimettendola al suo posto originale, sistema che fece scuola per gli eventi successivi. Insomma camminare oggi per le strade di Gemona o di Venzone che erano stati segnalati come "rasi al suolo", ti convince che in fondo se c'è il grano, la buona volontà e non soltanto la voglia di contestare quelli che operano, tutto si può fare, non in tempi biblici, ma neppure in pochi minuti come i "sempre contro" pretenderebbero e senza "no tutto" tra i piedi ad impedire ogni azione. Piove forte e le stradine del centro di Venzone sono quasi deserte, tali da rendere difficile, in assenza di simboli e segnali, avere una sensazione temporale. Non ci sono neppure auto parcheggiate per capire in che anno siamo. 

S. Andrea
Forse è oggi, forse allora più di quaranta anni fa, il giorno prima che l'orco nella natura matrigna si scatenasse per prendersi più vite possibili, quasi per cercare di cancellare una presenza fastidiosa, che invece a poco a poco, con costanza ha riaffermato la sua presenza senza permettere a nessuno di frapporsi alla sua volontà di ricostruire comunque e pervicacemente affermare la propria presenza insindacabile. Le vie strette e contorte portano alla chiesa rimessa in piedi pietra su pietra, nuove e antiche allo stesso tempo, quasi non sai interpretare questa sensazione. Solo le parti ancora sbrecciate, le statue monche, gli affreschi di cui sono rimasti solo i minuscoli frammenti incollati alla grande parete muta, stanno lì a raccontare i fatti accaduti.  All'interno, sotto l'abside su cui ancora vedi i rigonfiamenti e le crepe, puoi fermarti a cercare di comprendere come l'uomo sia piccolo e debolissimo e allo stesso tempo così forte e determinato a non soccombere. Una visita imperdibile quindi per rimarcare soprattutto queste sensazioni, oltre che naturalmente la bellezza dei luoghi. 

La piazza di Venzone
Rimane il tempo per fermarsi un poco al Molino Cocconi ad Ospedaletto, una interessante struttura parte dell'operazione Ecomuseo delle acque che comprende innumerevoli percorsi di visita ed attività naturalistiche nella zona. Una struttura privata che è stata concessa, con tutte le antiche macchine molitorie che contiene, per offrire al pubblico ed alle scuole, una visuale completa di come un tempo funzionavano le economie locali e le attività produttive legate all'agricoltura ed al territorio. Anche se viene posta particolare enfasi sugli aspetti della esaltazione del buon tempo antico (cosa che come sapete non mi garba particolarmente) è tuttavia molto interessante visualizzare il funzionamento di un sistema che ha tenuto in piedi una economia per secoli. Le curiosità, come la riscoperta del pan de sorc, una antica panificazione che utilizzava farine di segale, di frumento e di mais cinquantino, fanno parte della accattivante presentazione, appagando la nostra voglia di c'era una volta, quando si stava così bene e si moriva a cinquant'anni. Ma l'importante è la sensazione di caldo benessere che comunque questi luoghi ti comunicano. Il letto secco del Tagliamento si fa traversare senza acredine. Questa terra è piena di piacevolezza infinite anche se un po' rude e severa.

Un cortile

SURVIVAL KIT

Molino Cocconi - Ospedaletto Gemona - Sempre aperto con molte visite scolastiche con cui si può concordare attività come il fare il pane. Spiegazioni appassionate ed interessanti. Due macchine molitorie a mola di pietra e a rulli, che hanno funzionato fino a pochi decenni fa. E' l'unico molino rimasto a Gemona dopo il terremoto. Fa parte dell'ampio sistema dell'Ecomuseo delle acque. Merita una sosta.

La cappella delle mummie
Hotel Costantini - Via Pontebbana 12, Collalto di Tarcento - 75 €. la doppia con colazione, in linea con le altre strutture della zona. Un tre stelle carino e ben dotato, ottimo per una sosta da cui visitare i paesi circostanti. Camere non grandi, ma pulite, con frigo, TV, cassaforte, AC, free wifi. Dotazioni bagno standard, ma imperdonabile l'asse del water che non sta sollevato per errore di posizionamento della distanza dello stesso dal muro. E' una cosa a cui sono sensibile. Colazione basica standard. Abbiamo cenato lì. Qualità valida e anche di una certa ricercatezza pur essendo preparata per un gruppo di 28 persone, cosa che di solito abbassa la qualità. Unico neo: è situato fuori dall'abitato e quindi non si possono fare due passi dopo cena. Meglio le camere non sulla strada, ma comunque abbastanza silenzioso.

Venzone - Più piccolino di Gemona, tra i borghi più belli d'Italia, è uno dei punti dove è più evidente l'opera di ricostruzione. All'interno della piccola cerchia di mura, potrete fare una rapida passeggiata in centro, sulla piazza centrale e visitare il piccolo museo del terremoto. Bellissimo il duomo di S. Andrea, ricostruito con la pazienza  di un puzzle pietra su pietra. Se volete vedere le mummie esposte nell'antistante cappella, munitevi di apposito gettone da 1,5 € per accedervi tramite tornello, in vendita nei vari negozi del centro.



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sabato 10 giugno 2017

Friuli 1: San Daniele del Friuli



La sfilata dei prosciutti - Prosciuttificio Dok


Un personaggio in cerca d'autore
E anche quest'anno è scattato il momento della partenza del tradizionale viaggio di studio del Museo dell'Agricoltura del Piemonte. Come sempre il punto di grande interesse di questo breve spostamento consiste, oltre al piacere di ritrovarsi tra vecchi amici ultradecennali, è quello di visitare luoghi, magari già conosciuti sotto l'aspetto squisitamente turistico, per andare alla ricerca di aspetti particolari che riguardano le attività agricole e produttive e che, di norma,  difficilmente vengono poste all'attenzione dei viaggiatori. Insomma un viaggio a tema come sempre ben studiato e condotto dall'amico Fassino della Italian Wine Travel, agenzia specializzata in questo tipo di attività. Dunque questa volta il tema del viaggio era quello di esaminare il territorio friulano con sconfinamento nella vicina Slovenia, con specifico interesse alle produzioni più tipiche del territorio, salumi, formaggi e vini, dei quali la zona offre amplissima scelta ed in particolare il focus più specifico è stato rivolto alla scoperta ed al raffronto tra il Refosco dal Peduncolo rosso e quello dal Peduncolo verde, più comune al di là del confine. Insomma tra i diversi cultori del vino presenti, un tema se pur molto specifico, abbastanza intrigante, per tutti coloro che si interessano di approfondire conoscenza anche in queste particolari nicchie. D'altra parte i pensionati qualche cosa devono pur fare, non vi sembra? 

Tavolo per controllo
Tuttavia la prima tappa della spedizione non poteva essere che San Daniele del Friuli, paese noto per una delle più famose eccellenze alimentari italiane, un prosciutto crudo che vanta credenziali assolute e che tutto il mondo ci invidia, checché se ne dica di Pata Negra et similia. Dunque eccoci in tarda mattinata a percorrere questa terra verdissima e circondata di colli aspri ma addolciti da una copertura di boschi fittissimi che te la fanno amare a prima vista, anche quando il cielo appare minaccioso e scuro a promettere acqua e non in piccole quantità. Il paese che pur essendo così noto nel mondo, appare piccolo e sparso nella pianura ordinata, vanta invece una realtà di ben 31 produttori che raccolgono con cura ed attenzione coscie di maiali di allevamento esclusivo italiano per ricavarne oltre tre milioni di prociutti crudi, che attraverso lunghi mesi di stagionatura ed affinamento, almeno tredici, ma anche di più, si trasformano in una delle delizie del palato, apprezzatissime dai gourmet di tutto il mondo. Effettivamente, assieme al suo cugino di Parma, questo prodotto non ha eguali in quando a dolcezza, sapore, profumo e piacevolezza al palato e visitare uno dei magazzini di stagionatura della zona è davvero una esperienza culturale e sensoriale a cui non si deve rinunciare. 

Preparazione della coscia - Foto museo Dok
Tra le molte soluzioni possibili, è stato scelto il noto prosciuttificio Dok Dall'Ava che dispone anche di un piccolo museo iconografico interessante, che racconta la storia di questa famiglia di prosciuttieri che opera addirittura dal 1955. Tuttavia il colpo d'occhio che ti lascia veramente senza fiato, anche per il profluvio di aromi deliziosi che ti accolgono, ce l'hai non appena varchi la porta del magazzino di stagionatura e ti appare alla vista una infinita teoria di prosciutti che si stendono a perdita d'occhio per stretti corridoi completamente tappezzati dalle cosce dolcemente pendule come campane melodiose e tintinnanti di un tempio buddhista thailandese. Che meraviglia! Ti aggiri tra le rastrelliere ricoperte e ad ogni angolo scorgi un punto di vista sempre nuovo eppure sempre uguale a se stesso, una infinita replica di quel prodotto unico ed inimitabile, prosciutti a perdita d'occhio che ti confondono la visuale con quella loro ripetitività, un mantra pronunciato all'infinito a sottolinearne la sacralità. Cerchi di mantenere la calma e soprattutto la razionalità, cerchi di fare calcoli per tenere impegnata la mente che si perde, come obnubilata dal profluvio dei profumi che saturano l'ambiente, in fondo 30.000 prosciutti, stanno lì, immobili e muti, ti guardano appesi e sembrano dirti: forza che sono pronto, tirami giù, datti da fare che è ora di mangiarmi. Difficile rimanere inerti. Segui con interesse le spiegazioni del responsabile, che mostra con orgoglio le sue creature, il modo in cui vengono costantemente controllate, investigate, giudicate. 

L'osso di cavallo per i controlli
L'osso di cavallo appuntito, unico strumento oltre alle mani che si usi qui dentro e che molte e molte volte nella vita di ogni pezzo, dovrà penetrare nei vari punti cruciali della coscia appesa per essere estratto poi di colpo ed annusato per certificare che nulla sia intervenuto a turbare il miglioramento continuo di questo prodotto straordinario dell'ingegno alimentare umano. Solo quando mai nessun dubbio rimarrà ed il percorso di vita sarà completato senza macchie, allora l'ultimo labello di qualità verrà posto ed arriverà l'ora che l'opera d'arte a forma di violino parta definitivamente a rallegrare le gole degli estimatori di tutto il mondo ed a spargere la sua musica divina. La visita non è solo un piacere sensoriale completo, puoi vedere anche curiosità produttive interessanti, come le cosce desinate agli Stati Uniti, che per specifica richiesta legale di quel mercato vengono affinate prive della parte superiore dell'osso. Il prosciuttifico, che, oltre ad un costante miglioramento qualitativo, è sempre alla ricerca  di opportunità commerciali, unica strada per progredire, crescere, ed alla fine offrire prodotti sempre migliori, ha iniziato, data la richiesta, a produrre prosciutti assolutamente particolari come il Numero 10, che viene invecchiato almeno 20 mesi, per sensazioni gustative ancora più ricche e complete, il Fumato, rivolto agli amatori soprattutto nordeuropei, il Patadok, che utilizza il "cerdo iberico dell'Estremadura", ma con una tecnica produttiva che evita l'uso eccessivo degli spagnoli di salnitro e dell'irrancidimento del grasso, fornendo un prodotto molto più dolce e gentile.

Operazioni di controllo
Infine il Nebrodok e l'Hundok, che utilizzano cosce di maiali Neri dei Nebrodi e di Mangalica (una razza ungherese molto nota e pregiata), per affermare come la qualità della lavorazione influisca profondamente, oltre alla varietà del suino ed alla sua metodologia di allevamento, alla qualità finale del prodotto. Insomma una visita estremamente interessante, che si completa in maniera esaustiva solo fermandosi nella contigua prosciutteria, idea davvero vincente dell'azienda che ha pensato di offrire ai visitatori anche la possibilità di gustare appieno e subito, come si può dire a botta calda, il prodotto offerto dalla casa. Noi, consci di dover completare il percorso per poter avere una visione davvero completa del settore sotto osservazione, che non di sola chiacchiera si può imparare, abbiamo gradito un consistente piatto di prosciutto, profumatissimo al naso, dolce e setoso al gusto che ha riempito il cavo orale di sensazionii inebrianti. A seguire una pasta con un sapido sugo a base di prosciutto e per finire una fetta della classica cubana, dolce della zona di tradizione austroungarica, per la verità meno convincente dei piatti che l'hanno preceduta. Ma insomma, qui fanno prosciutti, non dolciumi. Adeguatissimo invece il calice di Friulano che ha accompagnato il pasto, di ottima qualità nonostante fosse un prodotto sfuso. Se passate da quelle parti e volete ampliare le vostre conoscenze, cercate di arrivare per ora  di pranzo insomma.

Un Numero 10

PROSCIUTTERIE DOK DALL'AVA
Via Gemona 
San Daniele del Friuli
Udine
+39.0432.940280
www.dallava.com
doksd@dallava.com
Aperto dalle 10.00 alle 22.00 tutti i giorni. 

venerdì 9 giugno 2017

Taste of Malaysia 5

Penang - Parco delle farfalle

Ibisco giallo
Batter le ali a lungo
Duro cibarsi

giovedì 8 giugno 2017

Taste of Malaysia 4

Batik di Penang
Morbida stoffa
Dove corre il pennello
Nascono fiori

mercoledì 7 giugno 2017

Taste of Malaysia 3

Penang

Placido mare
Un'isola d'Oriente
Sensi di spezia

martedì 6 giugno 2017

Taste of Malaysia 2

Penang

Bouganville rosa
Volano le farfalle
Un fiore è il pasto

lunedì 5 giugno 2017

Taste of Malaysia 1

Malaysia - Cameron Highlands


 Coglier le foglie
Sempre duro lavoro
Bevanda ambrata

venerdì 2 giugno 2017

Malaysia 33 - Tatuaggi e vino di riso


Una piccola Iban



La sera sul fiume
Dopo la pioggia, la luce della sera dona alla superficie dell'acqua un velo di magia. Il fiume che appariva limaccioso ed oscuro sembra un piatto d'argento che brilla sotto gli ultimi raggi, che filtrano tra i rami degli alberi più alti. Nella longhouse regna la pace della giornata che sta per finire. Gruppetti di anziani sono seduti nel ruai, il lungo corridoio comune e passano il tempo chiacchierando. Qualcuno, con la schiena appoggiata alla parete, monda i granelli di pepe raccolti nella giornata prima di confezionarli nelle bottigliette di plastica recuperate dell'acqua. L'arrivo di qualche straniero è evento raro e molto gradito, una variante nella giornata che desta curiosità e voglia di comunicare. Jemat si è seduto vicino a me e ha una gran voglia di chiacchierare. Ha un'età indefinibile ma le rughe sul volto e la schiena curva raccontano che di anni sul fiume ne ha visti passare molti. Lui si ricorda ancora quando non c'era ancora il lago e il fiume era solamente un piccolo rigagnolo fangoso che si gonfiava solo quando le piogge scendevano più violente. Si ricorda anche della vecchia longhouse che sorgeva più a valle del corso d'acqua e che oggi la crescita del livello ha cancellato. A quel tempo non c'era ancora la lamiera, ma solo legno duro strappato alla foresta e tetti di foglia di palma che andavano cambiati ogni cinque anni e del generatore non si conosceva neppure l'esistenza, la vita era più tranquilla e nessuno andava in città a scuola o a lavorare. 

Ha tagliato qualche testa?
Ha la schiena e le braccia completamente ricoperte di grandi tatuaggi, come del resto la maggior parte degli anziani, ottenuti in lunghe e dolorosissime sessioni tramite una minuscola lesina di bambù appuntita che trasmette il colore alla pelle. Sono disegni rituali che raccontano sempre la storia di chi li porta; ognuno di essi dice di un fatto a cui quell'uomo ha partecipato e di cui è orgoglioso, un viaggio, una impresa, un evento in cui lui ha mostrato il suo valore, come una caccia epica ad un animale pericoloso oppure altri animali visti come simboli protettivi. Il suo vicino ha la schiena ricoperta di fiori e di stelle che dicono della sua perfetta sintonia con la foresta, un altro ha felini e grandi uccelli che forse ha cacciato con successo. A Nyambong, che ne è letteralmente ricoperto, faccio notare che l'unica porzione di pelle che gli rimane libera è il dorso della mani, ma lui si rabbuia. Ganie mi spiega subito la mia gaffe, il dorso delle mani è tabù per i tatuaggi. Non bisogna dimenticare che la fama di questo popolo è soprattutto quella di essere noti come tagliatori di teste, argomento su cui è considerato scortese insistere troppo e solo chi ha compiuto questo atto può tatuarne la testimonianza sul dorso della mano, mentre un dito riporterà la tribù di provenienza dell'ucciso. Una medaglia al valore che non si può esibire falsamente. Questo marchio era stimato come molto utile nell'al di là, dove il mondo gira al contrario e i tatuaggi scuri delle mani diventano bianchi e luminosi e servono ad illuminare il cammino al valoroso nel buio eterno della morte. 

Tattoo
Già, questo è un popolo bellicoso per natura e quando scattava lo Ngayau, la dichiarazione di guerra, i guerrieri si mettevano alla caccia del nemico con lo scopo precipuo di portarsene a casa la testa da esibire davanti alla longhouse e che sarebbe rimasta come imperitura dimostrazione di valore per la famiglia oltre che di rispetto per il morto. Qui si ricordano ancora le guerre storiche, come la più famosa, contro l'invasione inglese nell'800 e lì di teste bionde se ne mozzarono parecchie o contro i giapponesi durante l'untima guerra, senza tralasciare le sanguinose battaglie avvenute negli anni 60, quando ci furono le infiltrazioni comuniste dal sud indonesiano del Kalimantan. Naturalmente non si contano le varie scaramucce tra villaggi, faide e disaccordi su banali fatti di vicinanza, insomma beghe tra vicini, che forse sarebbe interessante vedere durante le nostre riunioni condominiali se fosse nella nostra tradizione. Ufficialmente comunque il taglio delle teste fu abolito da Brooke nel 1925 e tutti riconoscono che adesso la vita è migliore e decisamente meno pericolosa, tuttavia nell'organigramma della longhouse si nota che i nomi di cinque uomini sono sotto la casella denominata Sicurezza, che insomma, non si sa mai. Tuttavia i crani cacciati da ogni famiglia sono ritualmente conservati, in un luogo sacro dello spazio personale, per rispetto verso quei sacrificati e ad onore della famiglia stessa.  

Riposo della sera
Non è opportuno esibirli agli estranei, ma rimangono lì a ricordare che non si è stati dei brubru qualunque e occhio che siamo qua vigili e attenti, eventualmente. Chiaro!? Ma poi si butta tutto in ridere, insomma, qua ci sono ospiti da festeggiare e mentre cala la sera, gli uomini ritornano a casa. La figlia del capo arriva ancheggiando, conscia di quello che rappresenta. E' chiaramente una ragazza moderna che lavora in città e come prima azione dopo aver salutato educatamente all'occidentale va a lavarsi i lunghi capelli che esibisce con garbo. Intanto parte il rumore scoppiettante del generatore e piccole luci si accendono qua e là nelle varie camere. Quella del capo ha anche un televisore e la ragazza prende subito posto assieme ad un gruppetto di amiche sul pavimento antistante, trascurando i divani che pure fanno bella mostra di sé lungo la parete, ma che evidentemente non sono abitudine così comoda ed entrata nell'uso. E' partita la telenovela e ragazzi dagli sguardi languidi lanciano occhiate roventi a diafane fanciulle su sfondi di templi induisti. Bolliwood colpisce duro qua. La spettatrici sembrano rapite dalla vicenda e non fanno caso a quanto succede intorno. Arriva il capo a cui veniamo presentati con gran pompa; sembra puttosto contento di avere qualche ospite, cosa sempre più rara da quando hanno aperto il resort a valle del fiume; ci saluta e ci ringrazia della visita prima di ritirarsi per le abluzioni della sera. 

Chiacchierare
Questa è l'ora in cui la maggior parte degli abitanti della casa si dedica a lavare via tutto il sudore della giornata e qui, diciamo la verità, fa pareccbio caldo. Questa dunque è una pratica piacevole e gioiosa a cui tutti si dedicano con fervore quando cala la sera. La casa è decisamente animata, tutti girano qua  e là e si nota come tutti entrano ed escono nelle parti privare con una certa libertà, insomma la vita è davvero comunitaria, infatti si nota subito che nelle pareti che dividono una famiglia dall'altra o quella che separa l'abitazione dal ruai, ci sono larghe aperture da cui puoi vedere come si svolge la vita all'interno e che vengono chiuse solo durante la notte, quando nella sala anteriore vengono stese le stuoie imbottite per dormire. Nel nostro gruppetto che pare radunare i più sfaccendati continuano ad arrivare bottiglie di plastica contenenti il vino di riso, che evidentemente è uno delle produzioni più importanti della casa. Ogni giro è servito in piccoli bicchieri di vetro o di bambù e per la verità sono proprio le donne quelle più convinte che fungono da puscher. Bisogna continuamente brindare al piacere della nostra visita, alla salute degli astanti, al piacere di stare insieme. 

Selezione del pepe
Il segno del brindisi è proprio l'Ooo... haa! pronunciato con un ritmo ascendente prolungato, quasi una spinta a bere per la prima parte e discendente con un tono di soddisfazione per la seconda parte, la parola tra l'altro che dà il nome anche all'agenzia del nostro David e di Ganie che dopo un po' di bicchieri comincia a sentirsi davvero nella parte ed a suo agio. Tra una bevuta e l'altra le perplessità e gli imbarazzi cominciano a sciogliersi e devo dire che le risate un po' sguaiate cominciano a diventare più fequenti. Ganie mi rimarca come sia piacevole sentirsi davvero a casa, quando si sta in una longhouse, certo la vita di città ha i suoi vantaggi e le sue comodità, ma qui è diverso, si è in famiglia, si sente davvero un senso di comunità in cui è piacevole vivere sentendosi protetti e parte di qualche cosa di antico e tribale. Sotto l'impiantito di legno ricoperto dalle stuoie, senti i maiali che grufolano, i rumori della foresta, il crocchiare dell'hornbill nascosto tra i rami alti. L'oscurità della notte è ormai scesa e le lampadine fioche generano ombre tremule. Le ombre si sono allungate nel ruai. La moglie del capo esce dalla sua cucina e ci annuncia che la cena è pronta, poi finalmente sazi e contenti potrà partire la festa.

Nel ruai

Il totem del villaggio
SURVIVAL KIT

Iban policy - Vivere qualche giorno con questa gente implica il fatto di incontrare usi molto particolari e differenti da quelli a cui siete abituati e che teoricamente potrebbero infrangere tabù religiosi o altro. Tuttavia non fatevi troppi problemi, siete sempre dei turisti paganti in fondo e alle vostre gaffe tutti sono abituati, al più faranno ridere gli astanti, a meno che non arriviate in luoghi davvero nascosti e remoti. Comunque non insistete ad esempio, per vedere i teschi conservati dalla famiglia, su questi c'è molto rispetto e riservatezza e cercate di non toccare i totem rituali posti all'entrata del villaggio. Bevete almeno il primo bicchiere che vi viene offerto o per lo meno fingete di farlo, un rifiuto netto si considera offensivo, poi eventualmente accusate malattie che vi impediscono di bere. Non rifiuate di ballare e di fare festa. Loro hanno piacere di ridere e divertirsi con voi che siete comunque un momento di novità nella vita di tutti i giorni.




Schiena
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giovedì 1 giugno 2017

Malaysia 32 - Nella terra degli Iban, i Dayaki del mare


La parte comune della Longhouse Mengkak



Sul Batang Ai
Le sterminate distese di palme da olio sono ormai alle nostre spalle, con la relativa fabbrica e la coda di camion carichi in attesa davanti ai silos di raccolta. Man mano che andiamo verso l'interno e si avvicina il confine col Kalimantan indonesiano, la foresta si è presa il suo spazio e viaggi in mezzo al verde sempre più fitto. Pensare ad una superficie grande due volte e mezza l'Italia, così selvatica ed impenetrabile fa una certa impressione. Ad un certo punto ti rendi conto di come le uniche vie per procedere in questo paese siano i fiumi, che scendono dall'interno con i loro enormi letti che devono convogliare volumi di acqua senza pari, scavando montagne, erodendo colline e formando una serie infinita di meandri che visti dall'alto paiono un dedalo di vie che si perdono nel verde, creando aree umide e paludose, ricche di vita selvatica, ma quasi invivibile per l'uomo. Qui la nostra specie è arrivata qualche migliaio di anni fa dal sud est asiatico continentale attraversando l'isola di Sumatra e queste genti sono rimasti in questo ambiente difficile e pericoloso, maturando culture simili che sono sopravvissute per millenni con poche varianti. I Dayaki si sono stanziati sulle rive dell'isola creando insediamenti palafitticoli e poi sono penetrati propio attraverso i fiumi verso l'interno. Erano detti i Dayaki del mare e qui sono rimasti per secoli in piccoli insediamenti con caratteristiche comuni, che poi ha creato tutta una galassia di gruppi etnici chiamati Iban, vicini tra di loro ma con caratteristiche peculiari. 

L'ingresso della longhouse
L'evidenza che più caratterizza questo popolo è la forma del villaggio che è costituita sempre da un'unica costruzione comune di grandi dimensioni detta longhouse, che in lingua locale si chiama Rumah Panjai. Questa sorge generalmente in alto su un'ansa tranquilla di un fiume, in modo da rimanere protetta dalle variazioni anche notevoli del corso d'acqua nella stagione in cui le precipitazioni diventano più copiose; stretta e lunga, può superare anche i cento metri di lunghezza. Qui vivono fino a una cinquantina di famiglie con un forte senso comunitario, ognuna delle quali ha un suo spazio privato costituito da un grande locale tramezzato in due o tre locali, una sorta di sala, dietro la cucina e infine, nello spazio posteriore, il bagno, che scarica al di sotto della palafitta direttamente nel fiume. Per tutta la lunghezza della costruzione, davanti alle camere, c'è la parte comune coperta, un lungo corridoio largo sei o sette  metri, nel quale si svolge la vita comune e in cui gli abitanti trascorrono la maggior parte del tempo, nei piccoli lavori manuali, bevendo o chiacchierando tra di loro. Altrettanto spazio della palafitta, una terrazza all'esterno, serve per contenere attrezzi, i prodotti agricoli raccolti e le gabbie degli animali, polli, anatre, maiali. Intorno, la foresta che si arrampica sulle rive scoscese, nei piccoli spazi piani, campetti strappati al bosco col solito metodo del taglia e brucia. In basso, sul fiume, un piccolo imbarcadero a cui si accede attraverso una scaletta di legno malferma. 

L'organigramma della longhouse
Queste palafitte sparse lungo i corsi d'acqua del Sarawak sono quasi duemila e mantengono uno stile di vita molto tradizionale, anche se oggi molti giovani, dopo la scuola rimangono in città dove ci sono altre aspettative, lasciando quindi una popolazione fatta soprattutto di anziani e di qualche bambino piccolo. Tuttavia resta forte in questa gente, che rappresenta comunque un terzo della popolazione del Sarawak, il senso di appartenenza alla sua comunità di origine, dove si torna spesso con la famiglia, nelle vacanze, per trascorrere del tempo con i propri parenti e dove ci si sente protetti e piacevolmente sereni. Ogni longhouse ha un capo eletto democraticamente ogni tre anni da tutti i componenti della casa, che elegge anche il vice ed i responsabili delle varie attività. Lui sarà il responsabile di tutto e decide anche nelle varie diatribe che possono insorgere tra chi vive nella casa. Questo capo è riconosciuto anche dal governo che concede una forte autonomia a queste tribù in base alle loro tradizioni ancestrali e gli passa uno stipendio di 800 R almese. Lui risponde al capo del fiume, eletto tra tutte le longhouses che ci sono sulle rive e che ha uno stipendio all'incirca doppio. Tutti poi rispondono ad un capo clan che raccoglie tutte le longhouse della provincia. Il fiume Batang Ai è uno dei più grandi da queste parti e penetra molto all'interno. Il grande lago artificiale che si è formato dopo la costruzione della diga negli anni 70, lo ha reso più tranquillo. 

La parte posteriore
Anche Ganie è di queste parti e quando viene qui ha sempre una certa eccitazione, come di chi torna a casa sua dopo un po' di tempo. La barca sottile risale la corrente da un paio d'ore quando si arriva ad una biforcazione del fiume e il panorama è davvero bello con queste rive ripide coperte di alberi alti fino a 40 metri, circondati da uno spesso sottobosco, che le rendono inaccessibili. La longhouse Mengkak sta lì, all'imboccatura di un piccolo affluente, l'Engkari sopra ad una insenatura, nella quale si allunga un pontile malandato. Molte barche attraccate, alcune ancora in buono stato, altre semi affondate o con le tavole ormai marce che non riescono più a impedire all'acqua di invaderne il fondo. Sarà la nostra casa per tre giorni. Qualche bambino ci aspetta e ci accompagna lungo la scala che porta alla lunga costruzione di legno che ospita 43 famiglie, un paio di centinaia di persone. Molti abitanti, quelli attivi per lo meno, sono ancora fuori, nei campi o a pescare e nello spazio comune ci sono solo gli anziani ed i perdigiorno che comunque ci accolgono con un certo calore, dopo che ci siamo tolti le scarpe alla porta d'ingresso, come si conviene all'interno della casa, in cui tutto lo spazio comune è ricoperto da stuoie. Aspettiamo che arrivi il capo villaggio che ci ospiterà a cena, anche se non abbiamo ancora ben capito dove dormiremo. Il sole scende dietro la curva del fiume, l'acqua diventa rosso scuro e una libellula blu non si decide ancora a posarsi sull'ibisco rosso che si allunga davanti alla finestrella.

Una farfalla

SURVIVAL KIT

Un campetto di pepe
Iban Longhouse - Esperienza imperdibile. Tutte le agenzie possono organizzare viaggi in questa area e programmare 2/3 o più giorni presso questo popolo. Le opzioni sono molte e ritengo simili tra di loro. La mia esperienza (tramite Ooo Haa Travel & Tours) è stata una permanenza di 3g-2n presso la Mengkak Longhouse a circa 2 h di barca sul fiume Batang Ai. Il costo è di circa 800 R a testa, comprensivo di tutto, auto, barche, guida, pasti, escursioni nella foresta e pernottamenti. Dovrete essere adattabili, in quanto si dorme nello spazio comune, si mangia per terra e bagno e doccia sono nel cortile, ma vale la pena passare alcuni giorni qui trascorrendo il tempo secondo i ritmi di questa comunità, ascoltando le loro storie, mangiando e dormendo con loro. Sarete quasi sicuramente solo voi, in quanto pochissimi scelgono questa opportunità da quando sono sorti alcuni resort sul fiume, sicuramente molto più comodi, ma che riducono il tutto ad una visita di un paio d'ore, praticamente un giro nello zoo. Fortunatamente mentre avvengono queste visite, generalmente gruppi di cinesi o giapponesi con guanti e mascherina, voi sarete in giro nella foresta. Oltre tutto questo ha tolto una fetta di reddito ai locali, che invece vi saranno molto riconoscenti per la permanenza che aiuta la loro economia di villaggio. Assisterete alle loro cerimonie e danze, ovviamente fatte a bella posta per voi, ai lavori di ogni giorno, l'uso della cerbottana e delle occupazioni della loro vita quotidiana, inclusa la bisboccia della sera con alcool di riso. Farete qualche trekking nella foresta risalendo il fiume e vivendo di quello che la natura può offrire. Soprattutto rimarrete in un posto dove non si può usare il telefonino che in ogni caso sarà scarico, data la mancanza di elettricità. Non perdetevi questa esperienza che potrebbe essere una delle più importanti del viaggio, contribuendo così anche a incrementare l'economia locale.


Sul fiume



Mondatura del pepe
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L'imbarcadero




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