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venerdì 15 maggio 2020

Oasi perdute 12: I treni di Tozeur

Casa di Tozeur - Tunisia - gennaio 1978


L'oasi di Tozeur
Tozeur non è una piccola oasi come quella che si immagina generalmente e viene raffigurata nelle barzellette con quattro palme, un pozzo e un dromedario che guarda verso il sole. Invece é una cittadina di un certo respiro e già nel '78 era ragionevolmente moderna, con le sue case di mattone chiaro e la sua intricata medina. C'è persino il treno che va fino a Tunisi. Ricordate I treni di Tozeur di Battiato? Situata tra i chot, assieme alla vicina Nefta è circondata da una distesa di palme, grande e rigogliosa ed è stato bello girare con un carrozzino tra i suoi giardini tra il rumore delicato dei suoi qanat dentro i quali scorrono rivoli d'acqua sapientemente predisposti da secoli di conoscenze idrauliche in modo che questa, raggiunga anche gli angoli più lontani. Una sorta di rete di vasi sanguigni che irrora tutta l'area, quasi mille ettari di palmeti, consentendo la vita. La carrozzella girava, girava, tirata da un cavalluccio bianco col mantello ingrigito e un po' malandato che tuttavia la prendeva con calma, non aizzato più di tanto dal vecchierello che la guidava. In verità più che guidarla, si lasciava portare dal cavallo che conosceva la strada talmente a memoria, da girare e controgirare secondo un itinerario consueto, fermandosi di tanto in tanto nei punti topici come una guida navigata. Il padrone, sembrava sonnecchiare intabarrato in uno spesso mantello a punta che gli copriva il capo, nascondendo anche gran parte del viso come una creatura delle sabbie di Guerre stellari. 

Fennec
Molto più loquace di lui invece, un ragazzetto che era già a bordo, quando eravamo saliti, Mahmud, forse il figlio, forse il nipote, che parlava un francese veloce e spiccio, facendoci continue domande che denotavano una curiosità vivace e dirompente. Da grande, ci precisò, voleva fare la guida turistica e si può dire che comunque stava facendo esperienza, portandosi avanti nel lavoro. Sono passati tanti anni e oggi, il nostro amico avrà passato la cinquantina e come per le tante persone incontrate nel corso della mia vita, quei tanti incroci fugaci e casuali che forse presto potremmo avere compiutamente registrati attraverso una app, anche a distanza di anni, se ne potranno riconsiderare i contatti e magari anche gli accadimenti della loro vita. Sarà riuscito Mahmud nel suo desiderio o sarà sprofondato nel tunnel della disoccupazione cronica di questo paese ed i suoi figli, saranno stati travolti da quella ingannevole primavera, stagione di speranze finita negli incompiuti della storia o saranno stati tra i tanti che hanno tentato il grande salto attraverso il Mediterraneo, per arrivare nei paesi ipotizzati come Bengodi o forse più prosaicamente come produttori di opportunità, forse finiti in un campo di pomodori o sull'angolo di qualche strada del centro a offrire fumo? Sono tante le sliding doors che propone il tempo, solo che sono differenti a seconda della parte di mondo dove hai la ventura di nascere, magari nella prossima vita.


Raccolta dei datteri

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giovedì 14 maggio 2020

Oasi perdute 11: Le oasi di montagna della Tunisia


Oasi di Chebika - Tunisia - gennaio 1978
 
Tamerza
Eravamo ormai sulla strada del ritorno, dopo tanti chilometri percorsi attraverso il deserto algerino si rientrava in Tunisia, attraverso quel confine secondario che passava per le montagne. Un piccolo posto di frontiera, dove, un paio di chilometri prima cercarono di farci una multa per eccesso di velocità, anche se andavo al massimo ai trenta all''ora, ma il tizio a cui avevamo dato un passaggio, un pastore che rientrava verso casa, parlò col gendarme con voce suadente e lo convinse a non infierire sui turisti che in fondo erano brava gente e così passammo. Al di là del confine la strada procede verso nord difficile e tortuosa, oltrepassando il Chot el Gharsa, in un territorio solitario e scabro. Montagne rudi, di roccia aspra e graffiante. Perché il deserto non è solamente sabbia e piane infinite all'orizzonte, ma anche paesaggi lunari di monti che si sbriciolano ogni giorno di fronte a sbalzi termici di venti o trenta gradi che spaccano la roccia e la frantumano in continuo in massi che poi diventano pietre e ciottoli sempre più minuti. Ma qui piove anche e spesso in maniera devastante e pure l'acqua scava ferite profonde nei fianchi della montagna fino a scolpire incavi contorti e fenditure sinuose sul fondo delle quali rivoli d'acqua formano salti e cascatelle contornati da ciuffi di palme. Pochi anni prima del nostro passaggio nel 1969, dopo 22 giorni di pioggia ininterrotta, una valanga di fango, acqua e roccia investì queste valli con una violenza inaudita e mai conosciuta a memoria d'uomo e le tre piccole oasi di Chebika, Tamerza e Mides furono cancellate da questa furia devastante.

Bambine di Tamerza
Le case di fango e di mattone crudo, furono in parte spazzate via completamente, in parte ridotte a rovine smozzicate e il luogo fu abbandonato dalla popolazione che ricostruì l'insediamento più a valle in luoghi più sicuri. Nel '78, quando vi passammo noi, erano trascorsi soltanto nove anni e la devastazione era lì in tutta la sua tragica evidenza che il successivo calore infernale aveva calcinato e reso immobile come in un sarcofago fangoso. Le rovine dei tre paesi abbandonati spiccavano nelle vallette e sui fianchi della montagna come simulacri di morte. Le care dirupate stavano ancora lì, le une vicino alle altre, tombe vuote e scoperchiate, mostrando gli squarci tra i muri abbattuti come occhiaie vuote di teschi abbandonati. anche questo è deserto. C'era però qualcuno tra le rovine, qualche ragazzino in attesa dei rari cercatori di passati spenti che arrancavano tra queste montagne dimenticate, qualche grido che sempre gioioso appare se rompe il silenzio della rovina e dell'abbandono. Le stradine che collegavano i tre siti, erano assolutamente malagevoli e semidistrutte da quella furia di eventi che aveva lasciato tra immense buche e le voragini provocate dalle frane, una misera pelle d'asfalto corrosa, che di certo nessuno aveva ancora avuto la possibilità o l'intenzione di riadattare e ricostruire. Il confine algerino, al di là delle creste distava pochi chilometri, non più di quattro o cinque, un territorio che non poteva dare nulla, in cui sentivi solo il peso dell'abbandono. 

La gola di Mides
Pure da qui la vista arrivava lontano oltre i chot, specchi ingannevoli di acque salate, fino alle prime propaggini sahariane, in quell'aria cristallina dell'inverno nel deserto. Scendendo più a fondo nelle vallette laterali, nella profondità delle gole, le rocce mostravano sfumature di mille colori, trovavi angoli deliziosi, piccole cascatelle e riquadri di terreno dove l'umidità relativa permetteva qualche piccola coltura, ortaggi e palme, perché, come tante volte abbiamo già detto l'uomo non si arrende mai e anche dove tutto appare abbandonato, dove rimane la più piccola possibilità di aggrapparsi a qualcosa, qualcuno rimane, lavora, rimette a posto e ricomincia con tenacia e testardaggine. Per questo l'umanità è così dura a morire. Certi angoli, tra orridi e forre profonde erano assolutamente piacevoli. Percorremmo i tre chilometri del canyon della gola di Mides in un caleidoscopio di sfumature ocra. Davanti ad uno specchio d'acqua, frutto di una sorgente misteriosa, che invitava a bagnarsi un vecchio con un piccolo asino, raccoglieva datteri che erano rimasti a seccare su alcune stuoie e li andava caricando sul basto antico. L'asinello, nella sua obbedienza imposta e immutabile, si lasciava caricare senza proteste. Ne comprammo un ramo o un casco, non so come si dica. Ne mangiammo per tutti i giorni che ci rimasero prima della partenza e ancora non riuscimmo a finirli, come se volessero rimanere sempre con noi a suggellare il ricordo di quei luoghi. Deglet en-nour, dita di luce, dolcezza infinita.

Il chot el Gharsa



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martedì 12 maggio 2020

Oasi perdute 10: Douz e il Chot el Djerid

Sahara - Tunisia - gennaio 1978

L'oasi di Douz non è poi così piccola, ma è un vero e proprio avamposto di fronte all'immensità delle dune sahariane che da qui cominciano il loro allineamento verso sud. Il vento, quando c'è, spira quasi sempre da quella direzione, portando l'alito caldo di quella solitudine infinita, con le dune che sembrano onde continue di un mare che viene a frangersi contro la battigia delle palme. Un assaggio di quello che ti troverai davanti d'ora in poi. Ma Douz è anche il punto di partenza per il Chot el Djerid il grande lago salato al di là del quale ti aspetta l'Algeria con i suoi misteri profondi. Bisogna però traversarlo questo immenso lago dalle bianche visioni oniriche, statue di sale che puoi immaginare come viaggiatori freezzati da una divinità malefica, un Jin uscito dalle acque basse per scagliarti la sua maledizione. Dunque prosegui per qualche chilometro a nord fino a Kebili, dove comincia la pista e trovi qualche ragazzo seduto a terra davanti alle ultime palme prima della grande distesa bianco azzurrognola. Anche allora dunque, Yussuf stava lì in quel piccolo avamposto tra la sabbia ad aspettare qualche raro turista che avesse voglia di traversare in macchina il Chot-el-Jerid, al margine del deserto vero, l'ondulazione infinita di dune che vanno verso sud, quando anche le palme più misere e asfittiche non ce la fanno più, semplicemente rinunciano ad esistere e lasciano spazio alla sabbia e al nulla. Stava lì senza affanni, sicuro che tanto tu non ti saresti avventurato da solo in quell'infinito bianco di sale coperto da poche dita di acqua, ma saranno state poi sempre poche dita? 

L'inizio del Chot
Anche se una serie di balises ad un centinaio di metri le une dalle altre, segnalavano una sorta di via tra le acque, lui sapeva che lo avresti preso a bordo volentieri, non foss'altro che per avere la tranquillità di seguire la strada giusta e 80 chilometri sono tanto in mezzo a un lago senza vedere le sponde, altro che passerella di Christo! Ogni tanto, quando le ali di acqua si alzavano un poco  di più ,nonostante la velocità rimanesse sempre uguale e piuttosto bassa, chiedevi come per una sorta di scaramanzia - Andiamo bene Yussuf, siamo tranquilli? - Lui ridacchiava sotto il caffettano scuro e pesante con cui si proteggeva dal freddo pungente della notte e faceva di sì con la testa. A gennaio la notte è gelata nel deserto e nessuno pensa al riscaldamento. Viveva in una tenda berbera ai margini dell'oasi, un gruppo di palme misere e rinsecchite. Forse la famiglia governava un piccolo gregge di capre, ma lui si era inventato quel lavoro, un po' strano, il traghettatore di macchine a piedi. Saliva con te, ti rassicurava sulla direzione da prendere quando dirigevi con una certa titubanza il muso dell'auto verso la superficie bianca e piatta del lago e poi ti indicava la via, una sorta di terrapieno nascosto da pochi centimetri di liquido e tuttavia sufficientemente solido da sorreggere la vettura e permettere la traversata. La macchina avanzava come la prora di una nave, fendendo l'acqua bassa e sollevando una sorta di onda che si alzava dai due lati, lasciandoti l'impressione di galleggiare. 

Kebili, il Chot sullo sfondo
Certo dopo pochi chilometri l'essere lì da soli in mezzo a tutto quel sale che si raggruma in formazioni complesse, mentre l'acqua stagnante ti circonda in ogni direzione, dà un certo senso di precarietà. Sarà sempre solido il fondo o all'improvviso si aprirà una buca in cui sprofondare o il terreno sotto diventerà molle e limaccioso impedendoti di proseguire? Così la presenza di Yussuf ti rassicura e quando arrivi alla fine del cammino, superate le ultime concrezioni bianche, sculture immobili a guardia della impenetrabilità del resto del territorio, salta giù senza fretta, si prende il compenso pattuito e ti saluta con la mano mentre va a sedersi sotto ad un'altra palma, l'omologa della sua compagna dall'altra parte, ad aspettare che arrivi qualcun altro da traghettare in senso opposto. Chissà come avrà preso la sua primavera araba, Yussuf? Chissà se la rivoluzione dei gelsomini è arrivata tra le dune davanti al Chot o magari suo figlio avrà tentato con un altro tipo di traghetto la traversata a cercare una vita diversa da quella di suo padre traghettatore? Nel 1978 era troppo presto per immaginare un futuro di questo genere. Allora il deserto sembrava ancora una casa vivibile, bevendo thé alla menta e masticando datteri dolci davanti ad una tenda nera. Eppure il Chot el Djerid e l'oasi di Douz hanno anche un'altra storia nell'ambito della mia famiglia. Quaggiù infatti nel '43 l'aria era molto diversa. Gli alleati erano sbarcati in Marocco ed i fronti erano diventati due. Durante tutto l'inverno fu un susseguirsi di battaglie sanguinosissime e la Tunisia fu il teatro predominante, mentre la tenaglia degli alleati si stringeva sempre di più. 

L'oasi di Douz
A marzo anche Rommel abbandonò l'Africa mentre le poche decimante truppe rimaste si ritiravano quasi al confine algerino. Mio suocero Giuseppino, allora giovane tenente ventiseienne, che aveva scelto l'Africa invece della Russia perché soffriva il freddo, si trovò in quel maggio terribile con il suo gruppo a ripiegare dietro proprio il Chot el Djerid. Sembrava una postazione sicura, le guide locali avevano assicurato che il lago non si poteva attraversare. Una barriera larga quasi ottanta chilometri. C'era di che stare tranquilli per qualche giorno. La mattina dopo invece, i carri armati alleati erano lì davanti che cannoneggiavano. Anche in quella stagione infatti l'acqua del lago è alta pochi centimetri e la pista sicura che lo attraversa tutto è lì, basta saperlo. Dopo un ultimo furioso combattimento attorno a Mazzel si arresero l'11 maggio. Il 13, il comando alleato si arrese senza condizioni dopo la sconfitta di Enfidaville. I prigionieri furono avviati in Marocco per la loro definitiva dislocazione. Per Giuseppino e gli altri superstiti, la guerra era finita. Tanti anni dopo, dunque ripercorrendo consapevole i suoi sentieri, l'ho attraversato anch'io il Chot, con quella piccola utilitaria al posto del carro armato, un paio d'ore a fendere le acque che si aprono davanti a te come fosse la prua di un motoscafo. In fondo, lontano, nel tremolio del calore che rende l'orizzonte difficile da interpretare, dopo l'infinito specchio bianco di sale, qualche bassa altura, forse proprio quelle dove Giuseppino e i suoi stavano tranquilli ad aspettare i carri che non sarebbero mai dovuti arrivare.



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lunedì 11 maggio 2020

Oasi perdute 9 : Matmata e Medenine

Una delle abitazioni pozzo - Matmata -Tunisia - gennaio 78
L'oasi di Matmata

 Siamo una specie incredibile. Capaci di adattarci ad ogni situazione ad ogni difficoltà, ad ogni ambiente solo apparentemente ostile. Abbiamo superato e continuiamo a superare senza colpo ferire, guerre fratricide, pestilenze terrificanti, altro che Covid, fame e carestie, anzi appena passata la buriana ci moltiplichiamo più ancora di prima, altro che i conigli che basta una mixomatosi da quattro soldi e ti elimina una conigliera al completo. L'Africa poi è l'esempio più classico. Come ho già detto più volte, non c'è luogo dove le guerre non facciano più vittime, dove saltano fuori dalle foreste le malattie più orrende e mortali, la malaria poi ne falcidia a centinaia di migliaia ogni anno. La fame e la miseria fanno morire di fame interi villaggi e decimano le nazioni più povere. Con un simile scenario si direbbe che questo continente dovrebbe essere quasi completamente spopolato, invece, guarda un po' è quello dove la crescita della popolazione è esponenziale, in cento anni la popolazione è quintuplicata e nei prossimi trenta raddoppierà ancora. Perché l'uomo si adatta ed alla fine basta pochissimo per farlo sopravvivere, diciamo che siamo una tigna inestirpabile, anche dove sembra che sia impossibile campare, dove manca non solo il cibo, ma soprattutto l'acqua che è il fattore indispensabile alla sopravvivenza. Ed è proprio il deserto uno dei luoghi limite dove sembra impossibile che si possa non solo sopravvivere, ma abitare, moltiplicarsi e campare con regolarità.

Una casa
Quello di roccia forse ancora peggio di quello di sabbia. Eppure anche qui abbiamo trovato il modo. Matmata è uno di questi luoghi, dove questa teoria è dimostrata dai fatti. Tra le tante altre zone del mondo dove sono fiorite civiltà che hanno saputo sfruttare la roccia e le caverne come ripari e abitazioni, questo è uno dei più fascinosi e difficili da immaginare. Qui non c'erano spaccature nella montagna o buchi nella pietra in cui trovare riparo, ma solo terra quasi piatta di sabbie solidificate, senza tracce di soluzioni semplici. E allora l'uomo che ha trovato tracce di acqua in qualche avvallamento più nascosto, ha deciso, visto che intorno non c'era riparo alcuno, di cominciare a scavare per trovare protezione. Qui intorno trovi, sparsi nella piana solo grandi buchi nel terreno dove puoi scendere attraverso piccole scalette per arrivare al fondo e trovare, nelle pareti create dallo scavo, altri buchi, altre cavità, ricavati nella roccia per crearne dal vivo, stanze, ambienti, locali, insomma case, dove poter vivere al riparo del vento e dalla sabbia. Intorno una società di pastori è sopravvissuta per secoli adattandosi ad un ambiente che non possiamo definire se non ostile al massimo.  Giravamo da un buco all'altro stupendoci continuamente per la bellezza architettonica dell'insieme, che appariva come progettata appositamente da una grande mente di architetto geniale.

Bimbi di Medenine
Invece era soltanto l'effetto di secoli di adattamento ad un luogo difficile. Anche poco più in là a Medenine, con il suo ksar fatto di case e magazzini addossati come alveari, senti la stessa ansietà di sopravvivere. Passeggiavamo sulla piazzetta girandoci continuamente intorno per cogliere ogni punto di vista, ogni inquadratura, sopra, un cielo blu intenso ad incoronare lo scenario. Un gruppetto di bambini vestiti per la scuola usciva da uno di quelli che per noi erano soltanto buchi nella pietra ed invece erano case a tutti gli effetti, abitazioni, luoghi dove vivere. Non c'è dubbio un luogo perfetto come sfondo per un film di fantascienza ambientato su un pianeta senz'acqua. Nessuna meraviglia se qualche anno dopo è stato scelto come set di Guerre stellari. Allora per noi era solamente un'oasi in via di abbandono, uno dei tanti luoghi del mondo dove le condizioni sempre più difficili costringono all'abbandono definitivo, trasformandolo in una delle città morte, sorte e poi inevitabilmente sfiorite attraverso i secoli. Invece poi basta poco, una imprevedibile situazione che ha portato qui gente da lontano, che ci ha raccontato una storia e tutto è ricominciato. Altra gente che viene da lontano, che questa volta vuole vedere quello che altri hanno immaginato e inventato e altra gente ancora che su questo ha imparato a campare, adattandosi dunque aduna nuova opportunità di sopravvivenza, mostrando quello che è lì da sempre e che non ha bisogno neppure di spiegazioni. 

Medenine

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domenica 10 luglio 2016

Tunisia - traversate

Sahara - Tunisia - gennaio 1978

Yussuf stava lì in quel picolo avamposto tra la sabbia ad aspettare qualche raro turista che avesse voglia di traversare in macchina il Chot-el-Jerid, l'immenso lago salato del sud della Tunisia, al margine del deserto vero, l'ondulazione infinita di dune che vanno verso sud, quando anche le palme più misere e asfittiche non ce la fanno più, semplicemente rinunciano ad esistere e lasciano spazio alla sabbia e al nulla. Stava lì senza affanni, sicuro che tanto tu non ti saresti avventurato da solo in quell'infinito bianco di sale coperto da poche dita di acqua, ma saranno state poi sempre poche dita? Anche se una serie di balises ad un centinaio di metri le une dalle altre, segnalavano una sorta di via tra le acque, lui sapeva che lo avresti preso a bordo volentieri, non foss'altro che per avere la tranquillità di seguire la strada giusta e 80 chilometri sono tanto in mezzo a un lago senza vedere le sponde, altro che passerella di Christo! Ogni tanto, quando le ali di acqua si alzavano un poco  di più ,nonostante la velocità rimanesse sempre uguale e piuttosto bassa, chiedevi come per una sorta di scaramenzia - Andiamo bene Yussuf, siamo tranquilli? - 

Lui ridacchiava sotto il caffettano scuro e pesante con cui si proteggeva dal freddo pungente della notte e faceva di sì con la testa. A gennaio la notte è gelata nel deserto e nessuno pensa al riscaldamento. Viveva in una tenda berbera ai margini dell'oasi, un gruppo di palme misere e rinsecchite. Forse la famiglia governava un piccolo gregge di capre, ma lui si era inventato quel lavoro, un po' strano, il traghettatore di macchine a piedi. Saliva con te, ti rassicurava sulla direzione da prendere quando dirigevi con una certa titubanza il muso dell'auto versola superficie bianca e piatta del lago e poi ti indicava la via, una sorta di terrapieno nascosto da pochi centimetri di liquido e tuttavia sufficientemente solido da sorreggere la vettura e permettere la traversata. La macchina avanzava come la prora di na nave, fendendo l'acqua bassa e sollevando una sorta di onda che si alzava dai due lati, lasciandotil'impressione di galleggiare. Certo dopo pochi chilometri l'essere lì da soli in mezzo a tutto quel sale che si raggruma in formazioni complesse, mentre l'acqua stagnante ti circonda in ogni direzione, dà un certo senso di precarietà. 

Sarà sempre solido il fondo o all'improvviso si aprirà una buca in cui sprofondare o il terreno sotto diventerà molle e limaccioso impedendoti di proseguire? Così la presenza di Yussuf ti rassicura e quando arrivi alla fine del cammino, superate le ultime concrezioni bianche, sculture immobili a guardia della impenetrabilità del resto del territorio, salta giù senza fretta, si prende il compenso pattuito e ti saluta con la mano mentre va a sedersi sotto ad un'altra palma, l'omologa della sua compagna dall'altra parte, ad aspettare che arrivi qualcun altro da traghettare in senso opposto. Chissà come avrà preso la sua primavera araba, Yussuf? Chissà se la rivoluzione dei gelsomini è arrivata tra le dune davanti al Chot o magari suo figlio avrà tentato con un altro tipo di traghetto la traversata a cercare una vita diversa da quella di suo padre traghettatore? Nel 1978 era troppo presto per immaginare un futuro di questo genere. Allora il deserto sembrava ancora una casa vivibile, bevendo thé alla menta e masticando datteri dolci davanti ad una tenda nera.


Il bordo del Chot el Jerid

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martedì 14 gennaio 2014

Giuseppino in Africa



Gli allievi del 120° corso dell'Accademia militare e della scuola di applicazione di artiglieria e Genio "Pronti al cimento", saranno di certo stati preparati e decisi a battersi, come recita il motto dell'anno di corso, ma proprio fessi non erano e quindi anche se il 1942, non aveva ancora rivelato con chiarezza quale sarebbe stato l'esito della guerra, certamente avevano compreso che il conflitto, anche dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti da pochi mesi, sarebbe stato tutt'altro che una passeggiata. Erano i finiti i tempi dei tromboneggiamenti, degli spezzamenti delle reni alla Grecia e le altre esibizioni di regime, la guerra si stava rivelando per quello che era, una terrificante e lunga carneficina il cui esito era paurosamente in bilico. Ecco perché, come ho detto ieri, i neoufficiali pronti per essere mandati al fronte, cercavano di valutare bene dove fosse preferibile finire. Quasi tutti scelsero il fronte russo, che appariva sulla carta più debole, dove i tedeschi sembravano avanzare senza problemi nel sud verso il Caucaso, anche se l'Operazione Barbarossa era già fallita miseramente, con l'appena costituita 8° armata ARMIR che stava partendo verso il Don. Quantomeno si pensava, se le cose vanno male, saremo sempre sulla terraferma e si tornerà a casa in treno o al limite a piedi. Il nostro Giuseppino invece scelse l'Africa. Intanto neve e freddo gli erano sempre state di traverso e poi Rommel stava mietendo successi e aveva ricacciato in Egitto gli Inglesi. Ma nell'autunno del '42 la guerra subisce un rivolgimento di fronte e dopo la disfatta ad El Alamein, comincia una ritirata che attraversa tutto il Nord Africa. 

Giuseppino ci arrivò proprio in tempo. Deve essere stata una stagione davvero difficile. Lui non ne parlava affatto volentieri, come di solito fanno i reduci di tutte le guerre, magnificando fatti ed avvenimenti a cui hanno partecipato. Mesi di pericoli e di fatiche. Solo qualche volta, sollecitato, raccontava di giornate di trincea sotto continui bombardamenti. Notti insonni a controbattere le cannonate nemiche con altri cannoneggiamenti continui. Tre giorni senza dormire e poi crollare seduto appoggiato ai sacchi di sabbia che circondavano la batteria e risvegliarsi qualche ora dopo, perché un colpo aveva portato via di netto il sacco su cui si era buttato. Neanche un graffio. -Non era la mia ora- Certamente, neanche quell'altra volta, quando un altro proiettile di artiglieria, mentre alzava le braccia al cielo per segnalare una posizione, gli squarciò di netto la sahariana con le tasche imbottite di bombe a mano che caddero a terra senza esplodere. Forse dopo queste cose diventi più fatalista. A poco a poco la ritirata percorse tutta la Libia, abbandonata definitivamente nel gennaio 1943. Chissenefrega proclamavano i comandanti, tanto è solo uno scatolone di sabbia senza nulla che valga qualche cosa. Mio padre c'era stato quasi dieci anni prima per quasi due anni, unica sua uscita dall'Italia in tutta la vita, ma allora c'era tutta la prosopopea dell'Impero e i soldati stavano lì in posa da conquistatori, come si vede dalla foto, in sahariana e casco coloniale (di cartone perché l'autarchia imponeva certi aggiustamenti, accanto all'italo orbace). Anche a lui però era sembrato che oltre a datteri e dromedari non ci fosse altro, neanche le faccette nere della canzone per la verità erano poi così appetibili. 

1935? - Mio padre in Cirenaica
Ma nel '43 l'aria era molto diversa. Gli alleati erano sbarcati in Marocco e i fronti erano diventati due. Durante tutto l'inverno fu un susseguirsi di battaglie sanguinosissime e la Tunisia fu il teatro predominante, mentre la tenaglia degli alleati si stringeva sempre di più. A marzo anche Rommel abbandonò l'Africa mentre le poche decimante truppe rimaste si ritiravano quasi al confine algerino. Giuseppino si trovò in quel maggio terribile con il suo gruppo a ripiegare dietro il Chot el Jerid, il grande lago salato nel sud tunisino. Sembrava una postazione sicura, le guide locali avevano assicurato che il lago non si poteva attraversare. Una barriera larga quasi ottanta chilometri. C'era di che stare tranquilli per qualche giorno. La mattina dopo i carri armati alleati erano lì davanti che cannoneggiavano. In quella stagione l'acqua del lago è alta pochi centimetri e una pista sicura lo attraversa tutto. Dopo un ultimo furioso combattimento attorno a Mazzel si arresero l'11 maggio. Il 13 il comando alleato si arrese senza condizioni dopo la sconfitta di Enfidaville. I prigionieri furono avviati in Marocco per la loro definitiva dislocazione. Per Giuseppino e gli altri superstiti, la guerra era finita. Tanti anni dopo alla fine degli anni '70, l'ho attraversato anch'io il Chot, con una piccola utilitaria, un paio d'ore a fendere le acque che si aprono davanti a te come fosse la prua di un motoscafo. Ti fidi che l'acqua sia sempre profonda pochi centimetri e segui le balises che la segnalano. In fondo, lontano, nel tremolio del calore che rende l'orizzonte difficile da interpretare, dopo l'infinito specchio bianco di sale, qualche bassa altura, dove forse Giuseppino e i suoi stavano là tranquilli ad aspettare i carri che non sarebbero mai dovuti arrivare.

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domenica 13 febbraio 2011

La cacciata del tiranno.

Il tiranno se ne è andato! La piazza è in festa e tutti esultano. La folla percorre le strade esultando con cartelli che inneggiano alla conquistata libertà. Naturalmente sto parlando dell'Egitto, stando almeno a quanto si vede nei video che girano sul web. E con la Tunisia fanno due e già la piazza è mobilitata ad Algeri, la febbre sembra diffondersi a macchia d'olio. Una rivoluzione, una protesta, in ogni caso un fenomeno da studiare, valutare, nelle sue tante sfaccettature. Intanto non si può non sottolineare che queste "rivoluzioni" siano accomunate da un fatto inusuale, non hanno capi, non ci sono voci sovrastanti la folla che guidano la giostra. Sembrerebbe una vera vittoria del popolo, inteso nella sua accezione più bella, una vittoria aiutata anche dal web e dai nuovi spazi di libertà che la rete propone e che i poteri temono. Nei video facce pulite di giovani che ci credono, che sembrano davvero puntare ad un futuro di democrazia, di pace, di valori positivi. Come si fa a non sentirsi trascinati da questo vento libertario ed insieme sereno, coraggioso, sincero. Chi riesce a mettersi in una posizione meno coinvolta, cercando di valutare in modo il più possibile asettico i fatti paragonandoli con quanto avvenuto nel passato, però non può non essere assalito da dubbi. Come non vedere alle spalle di questi ragazzi entusiasti, facce più oscure che si confondono e non si riescono a riconoscere nel buio nella notte che circonda i cortei. Ricordiamoci che Tunisia ed Egitto erano valutati come le due economie più solide ed i regimi più riusciti del Medio Oriente.

Potevamo definirli come due esempi da proporre agli altri, quelli più mal messi e meno democratici dell'area, come due fari da tenere come guida, due mete da auspicare a tutti i vicini meno virtuosi e ribaldi. Se poi andiamo nel recente passato e vediamo cosa è successo il giorno dopo di altre gioiose rivoluzioni, i dubbi aumentano. Con quale approvazione tutti avevano salutato la fine di altri tiranni anche più feroci, come lo Scià cacciato nel 53, o il re di Libia, o la libertà finalmente conquistata dal popolo dopo la sanguinosa guerra di Algeria. I fatti successivi devono far ragionare e temere con giusta ragione che molte sono le probabilità che, calmate un poco le acque, escano da quella zona buia che adesso non permette di vedere le facce, altri burattinai, parimenti pericolosi e molto intenzionati a regalare a quei ragazzi anni ancor più duri, sofferenze ancora più terribili. Naturalmente e anche con un po' di egoismo, speriamo che questo non avvenga, perchè l'ultima cosa di cui il mondo avrebbe bisogno è un ulteriore momento di instabilità in questa area martoriata e popolosissima. Intanto per adesso i tiranni sono sostituiti dai militari che di norma non hanno mai dimostrato grande propensione a lasciare il controllo del potere con facilità. Vediamo cosa succede, comunque con una certa apprensione.





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venerdì 14 gennaio 2011

Il vento del Maghreb.

Cari miei ve la possono raccontare come vogliono, di star tranquilli che tutto va bene, ma se la realtà è diversa, se per qualcuno le cose invece non vanno affatto bene, se questi qualcuno diventano massa, la corda si tira, si tira sempre di più, diventa sempre più sottile, poi un bel giorno alla fine si rompe e son dolori. Allora tutti a chiedersi come mai, ma sembrava tutto tranquillo, che ogni cosa andasse bene, e adesso che succede? Così il Maghreb è diventato una polveriera. Le nazioni che ci parevano più tranquille e più al riparo da problematiche sono quelle che esplodono. Quelle che sembravano ormai sazie di lotte e di violenze si riaccendono. Il problema è che tu puoi con pugno duro cercare di tenere tutto sotto controllo, ma quando da una parte trionfano corruzione e malaffare e dall'altra alla gente togli la speranza, prima o poi la parte più viva della popolazione, i più disperati che prima di morire vogliono almeno farsi sentire un ultima volta e vengono presi inevitabilmente dalla voglia di spaccare tutto. Tanto uno cos'ha ancora da perdere. E così corre il sangue dei ragazzi, come sempre, perché come da ogni parte sono quelli più compressi e quelli a cui si presenta un futuro sempre più nebuloso e privo di opzioni percorribili. Una volta era più facile soffocare tutto. Oggi la splendida opportunità della rete, si ritaglia spazi di libertà un tempo imprevedibili.

Oggi da qualunque posto, anche sotto le peggiori dittature, si riesce a scivolare nelle falle del sistema e attraverso il net far sentire la propria voce in tutto il mondo. Oggi è davvero vietato vietare. Perchè chi vuole, a duro prezzo certamente, la libertà se la prende e grida il suo dissenso e tutti quelli che vogliono possono sentirlo, vederlo da FB, a Tweetter, a Youtube. Il potere corrotto ne chiude un paio come tunisine.com o @slim404, credendo di tappare le bocche e ne nascono cento altri come a7ki.net o nawaat.org a mostrare cosa sta succedendo. Una politica che si disinteressa completamente dei problemi reali per cercare di risolvere solo i propri affari, sottovaluta la polveriera che ha sotto la sedia. E' difficile fermare i fiumi in piena ed è sciocco non capire il pericolo, perchè queste cose, oltre che diffondersi a macchia d'olio, sono alla fine, facile preda di movimenti sempre interessati ad impossessarsi del dissenso per perseguire interessi ben più duri e peggiori. Integralismi di ogni tipo sono in agguato dappertutto. Mettete su una cartina dei nomi con il simbolo di un mirino e troverete con facilità chi tira fuori le pistole e spara, dopo non puoi nasconderti dietro ai non volevo, non intendevo. Semini quello che poi raccogli e come diceva Ford, se nel film compare un fucile, prima della fine quello spara.



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