domenica 27 dicembre 2020

Natali passati

Campagna per l'utilizzo delle mascherine - Mosca '63

Questi giorni, quelli tra Natale e Capodanno erano il momento in cui il mio papà, in un momento di riflessione ponderata, ogni anno, con costante ripetitività, tirava fuori, guardando la tavola in fase di sparecchiamento, una frase del suo repertorio: " E anca ist ani, Nadal à l'uma facc", e con questo la faccenda era conclusa, assieme alle residue dozzine di agnolotti (stretti di ala e alti di gobba) che sul marmo del comò della camera da letto aspettavano, coperti dall'apposito canovaccio, di essere sbarazzati a Capodanno. Beh erano tempi in cui il concetto di consumo era differente da quello di oggi anche se per la verità, non c'era alcun senso di deprivazione ad accontentarsi del lacabòn a S.Lucia e dei mandarini a Natale e anche il torrone, duro, quello di Sebaste con le mandorle, guai a prendere quello da poco prezzo " col giapuneisi", roba di scarsa qualità, così come era interpretato quello morbido, anche se allora poco conosciuto. Mio padre ne acquistava sempre una bella tavoletta, piuttosto corposa, da un banchetto che si chiamava Il diavolo del torrone, reputato come il migliore della piazza che poi veniva spezzata religiosamente a tocchetti più piccoli, con l'aiuto di un vecchio e robusto coltello. Poi me ne veniva assegnata una razione non senza il consueto "fa tensiòn ai dencc", che lì in famiglia siamo sempre stati piuttosto delicati. Il menù era completato da un antipasto di cui non ho memoria e qualche fetta di salame, ma non di prosciutto crudo, che a mio papà non piaceva, o per lo meno così diceva anche se ho il sospetto che fosse incluso in quella categoria di cibi che costavano troppo cari, poi, dopo gli agnolotti, c'era l'arrosto ed infine il panettone di cui ogni anno mio padre discuteva quale fosse il migliore, con predilezione per il Motta mi sembra. 

Pandoro, mai pervenuto. Noci, fichi secchi e datteri come gran finale e anche ist ani Nadal à l'uma facc. Un anno, ma ero molto piccolo, i mei tentarono l'avventura della tacchina, la pùla, che venne acquistata viva e messa nel gabinetto per qualche giorno prima di essere immolata, ma di questa operazione venni tenuto all'oscuro o quanto meno non ne ricordo nulla. Ma non dovette essere una gran scoperta, perché l'operazione non venne mai più ripetuta. Alla fine credo che fossimo già dei privilegiati, perché mai avvertii a quel tempo scarsità alimentari, cosa non infrequente in quel dopoguerra di ricostruzione, non facilissimo per molti. Poi andavamo a trovare mia nonna vedova che viveva sola in un vecchio cascinotto a Valenza e l'anno era belle che andato. Anche allora c'era un certo vento dell'est che portava anche cose sconosciute, ad esempio il fungo cinese che si diffuse a macchia d'olio nel '54, che doveva essere solo regalato (di martedì) e non si poteva buttare pena disgrazie terribili. Si trattava di una mucillagine da cui si faceva un thé che aveva proprietà miracolose e che tutti bravavano avere. Carosone ci fece addirittura una canzone. Poi nel '57 arrivò l'asiatica che fece 20.000 morti da noi, pur senza molti controlli, che era poi una aviaria H2N2 che si trascinò per diversi anni uccidendo soprattutto i giovani e fu ancor più nefasta nei paesi freddi, dove colpì ancor più duramente, come vedete da questo manifesto russo d'epoca. Insomma niente di nuovo sotto il sole, i Natali passano, le mamme imbiancano e alla fine, nella sostanza tutto torna come prima, siamo solamente un poco più vecchi e tritamaroni.


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