lunedì 14 dicembre 2020

I miei mandarini

A sei anni

Ieri era Santa Lucia. Curioso che in queste giornate di forzata reclusione il pensiero di ognuno corra automaticamente al proprio passato. Forse è una cosa naturale visto che ormai non facciamo che istupidirci compulsivamente davanti ad uno schermo tra dibattiti che raccontano ossessivamente le stesse cose e serie di Netflix, tanto da rendere ripetitive anche queste tardive rimembranze, che poi si in effetti somigliano un po' tutte. Quante volte senti questo o quel personaggio ormai anziano che te la mena sul profumo della buccia dei mandarini della sua infanzia. Tuttavia è un po' un gioco a rincorrersi così li senti e per un po' metti in moto la tua di fantasia e fai un po' di ginnastica mentale visto che di quella fisica neanche a parlarne. Ed eccomi ieri, il giorno di Santa Lucia a pensare ai miei mandarini, quelli che comprava anche la mia mamma, non so davvero se una volta l'anno. Il mio papà mi aveva portato in piazzetta, S.Lucia appunto, a comprare il lacabon, accadimento molto alessandrino e mentre si tornava a casa io me ne sbocconcellavo un bastoncino assaporando quel gusto un po' magico di dolciastro caramellato, cercando di resistere il più possibile a non spezzarlo anche quando diventava sottile sottile a forza di succhiarlo. E quando arrivavo in casa, ecco che aleggiava nell'aria quel profumo di bucce di mandarino che la mamma aveva messo sul bordo della stufa e che erano già quasi rinsecchite dal calore dopo aver liberato quel loro aroma delicato che raccontava del Natale imminente, mentre dalla radio usciva lo swing di Gorny Kramer. In quel periodo dell'anno rubavano lo spazio alle croste di formaggio che abbrustolivano prima di fare la loro parte finendo nella zuppa di ceci e fagioli dei morti. La testa è fatta così e l'associazione di quel sentore agrumato e del periodo festivo va avanti in automatismo. 

In realtà non so neppure perché ti ritrovi in quel sentore di piacevolezza, in fondo per me allora il Natale non era poi così speciale, si stava come in tutto il resto dell'anno, non circolavano mi sembra neanche regali particolari, non tra i miei almeno, per me qualche dolciume al massimo, in terza elementare, il vocabolario di italiano, il Novissimo Melzi. La mia mamma, che aveva fatto solo la terza elementare, era morbosamente attenta a che mi facessi comunque una cultura, cosa che nel suo ideale mi avrebbe garantito quell'ascensore sociale bramato a quei tempi e che non si poteva avere con altre scorciatoie. Capirete tuttavia che lo avevo accolto con particolare deferenza, visto che era stato consigliato dalla maestra, ma non con eccessivo giubilo. Altre volte un libro, che ancora conservo, ma devo dire che non ho mai avuto particolari sensi di deprivazione, forse allora, nel mio giro almeno, non si usava più di tanto. Per il resto il Natale era soprattutto occasione di cibi non usuali nel resto dell'anno. Intanto appunto dopo Santa Lucia, si partiva con la produzione degli agnolotti. Mia mamma tirava una sfoglia sottile e grandissima che debordava abbondantemente dai lati corti del nostro tavolo che era appunto rettangolare, poi mio papà depositava con attenzione il mucchietto di ripieno in una lunga fila rettilinea a intervalli regolari, sotto le osservazioni continue e spesso critiche di mia mamma, che poi rivoltava il lembo di sfoglia per creare la serie di rigonfiamenti alternati da separare con lo schiacciamento del dito, poi la rotella ondulata che ancora conservo assieme al lungo mattarello, ritagliava i quadrotti, piuttosto grossi rispetto a quelli odierni e ben gonfi, rigorosamente di stufato come si fanno da noi. 

Allora non si andava mai al ristorante e qui, quelli di arrosto che sono propri dall'Astigiano fino a Torino, non erano conosciuti. Io, in piedi su una sedia, avevo l'incarico di aiutare a schiacciare i bordi con i rebbi della forchetta. almeno fino a che non mi stancavo, poi si mettevano ordinatamente su un canovaccio ben coperti e riposti a riposare, appunto, in camera da letto ma non prima di averli rigorosamente contati, a dozzine. Mi ricordo che ne venivano dodici, più o meno, mai tredici per carità che portava male, come quell'anno che era morto il nonno. Si condivano con un ragù di carne mal rosolata, mia mamma non è mai stata una gran cuoca e a me, per dire il vero, non piacevano particolarmente, mentre il mio papà ne era ghiotto. Così passavano le feste, con quel persistente sentore nell'aria, che vinceva nettamente l'odore del carbone della stufa, del quale il mio papà aveva una assegnazione dalla ferrovia a prezzo agevolato, uno del benefit dei ferrovieri di allora. Natale e profumo di agrumi nell'aria. Chissà perché adesso non la sento quasi più questa associazione magica, festa e aroma di mandarini, sarà perché o con l'età il senso dell'odorato va a diminuire costantemente, può essere anche che sia il virus, oppure perché i mandarini in pratica non si trovano più, ci sono solo quei cagamaretti di mandaranci, che allora neanche esistevano e il cui profumo è completamente diverso, più forte e volgare, da ricchi parvenu quali sono.


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2 commenti:

OLga ha detto...

Bei ricordi,post scritto molto bene.Buona serata

Enrico Bo ha detto...

Grazie OLga

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