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lunedì 28 dicembre 2015

Il mastro di porta ad Udaipur

Il signor Vinod


Il Lake Palace
Vinod lavora al palazzo da quando era ragazzo. Al mattino si alza presto, dorme in un sottoscala dietro la sala grande e subito si mette il costume da servitore. Poi, dopo essersi lisciato con cura la camicia candida, comincia il lavoro più difficile, la fasciatura del turbante. Prende la lunga striscia di stoffa sottile color arancio squillante e comincia ad avvolgerla piano piano attorno alla testa; ad ogni giro fa fare a tutto il malloppo che sta crescendo un piccolo scarto all'indietro che serve a serrare meglio il lavoro. Sono più di dieci metri di tessuto che viene avvolto meticolosamente per creare una vera e propria scultura che gli adornerà il capo per tutta la giornata. Si specchia a lungo davanti allo specchio di un antico mobile nascosto tra le colonne bianche, poi passa alla cosa più importante la cura maniacale per i grandi baffoni neri che gli rendono il viso davvero marziale come si confà alla sua persona. In fondo sarà pure soltanto un guardiano del palazzo, ma lui è di casta rajput, una stirpe di guerrieri il cui sangue è stato sparso su queste mura e le cui donne si gettavano nel rogo pur di non cadere nelle mani del nemico vincitore. E' pur vero che alla fine in quei secoli passati, le guerre le avevano perdute tutte e l'invasore mogul si era appropriato dei regni e di tutta la terra fino a che l'orizzonte non si perdeva nel mare, ma, vivaddio, erano stati sconfitti con onore e tutti avevano scelto la morte piuttosto che piegarsi al nemico.

La sala del palazzo
Con questa profonda convinzione, il suo sguardo rimane così costantemente fiero ed indomabile. Si apre il portone del palazzo e anche oggi comincia la sfilata delle migliaia di persone che vogliono entrare nell'interno. Famiglie intere coi ragazzini urlanti e bambine vestite a festa con gli abitini nuovi del Divali che svolazzano; giovani che fanno gli spiritosi guardando da lontano le ragazze; ragazzine bardate in jeans che si fotografano l'un l'altra per postare subito il selfie su FB, certo queste non si sarebbero buttate nel rogo per seguire il loro uomo. E poi tutti quegli stranieri, sudaticci e carichi di zaini e macchine fotografiche che si muovono intorno da un cortile all'altro, col naso per aria come fulminati da tanta bellezza. Si aggirano nei corridoi, fermandosi nelle sale dove il maharaja riceveva gli ospiti, rimirano le mille foto dei momenti di gloria del regno, le miniature perfette che raccontano di cacce alla tigre, di sala in sala, procedendo per corridoi angusti dove forse le concubine camminavano svelte per arrivare alle stanza del re, rimanendo attoniti a bocca spalancata quando un cortiletto interno si apre d'improvviso in una serie di bovindi chiusi da inferriate di marmo che danno sul lago. In mezzo, il palazzo bianco spicca, rilucendo come un diamante dalle mille sfaccettature. Il marmo si specchia nell'acqua disperdendo la luce in tanti piccoli bagliori che paiono le lanterne lasciate scorrere alla forza lieve della corrente. Qualche barca sciaborda lenta portando qualcuno fino alla scalinata che dà accesso al balcone laterale.

Il giardino delle damigelle
Vicino alla riva puoi scorgere il giardino delle damigelle con i suoi verdi prati, le siepi ed i giochi d'acqua. Lontano l'altro palazzo, sull'isola di Jagmandir, ricoperta di giardini ordinati, circondati dalle statue bianche di elefanti imbizzarriti e dominata dalla torre ardita di pietra grigio azzurra. C'è un ristorante elegante dove puoi mangiare sotto la luna, roba per ricconi, Vinod non c'è neppure mai arrivato su quell'isoletta dai portici di marmo dove anche soltanto una Tumbs up, la Cola indiana, costa 200 R, roba che gli ci vorrebbero anche un paio di giorni di mance. Dall'altra parte del lago, su un'alta collina, il Monsoon Palace corona la cima piatta con un'ampia terrazza da cui puoi dominare la foresta che la ricopre completamente tutta intorno. Forse qui ancora si aggirano animali selvatici, cervicapre ed antilopi e forse chissà ancora qualche leopardo e un paio di tigri, quello che hanno lasciato secoli di caccia spietata. Il palazzo è come abbandonato, l'androne pieno di polvere ed i calcinacci che si staccano dai muri antichi. L'alta torre domina dall'alto un regno senza sovrano che se ne prenda cura. Quando riescono a staccarsi da quella visione unica al mondo, che a Vinod, tutto compreso nella sua posa seria e compita, pare del tutto normale, i turisti vanno verso il gran salone di ricevimento, nel palazzo principale.

Monsoon palace
Dal portale d'uscita parte una macchinetta elettrica che porta un piccoletto con un gran turbante rosso, passando saluta tutti con degnazione quasi benedicendo la folla che si allarga al passaggio, mentre i servitori si inchinano senza osare guardarlo. Sarà un discendente della famiglia di certo. Ma ormai non si vive di sola nobiltà e anche qui c'è un albergo di lusso ormai e quelli sì che sono ospiti speciali, che rilasciano anche mance adeguate, ma è difficile farsi assegnare a quel servizio. Lì, nel salone grande è esposta la collezione dei cristalli che Saijan Singh aveva comprato a fine '800, nel suo viaggio in Europa. Allora tutti i ricchi ci andavano per vedere quel mondo nuovo e moderno e quando tornavano a casa si portavano le testimonianze di quella modernità superiore, quella che in fondo gli odiati invasori inglesi ostentavano ogni  giorno con condiscendenza, mobili, macchine, stoviglie con disegni occidentali che facevano apparire le porcellane cinesi che fino ad allora rappresentavano il massimo dell'eleganza, un vecchiume obsoleto, senza sapere o trascurando il fatto che proprio negli stessi anni in Europa proprio queste cosiddette chinoiseries erano il massimo della moda. Così il re era tornato dal suo viaggio con casse e bauli pieni di cristallerie, addirittura tavoli e un letto, centinaia di servizi di bicchieri, tazze, piatti, tutto l'occorrente per arredare l'intero palazzo, ma appena arrivato a casa era morto così per più di cento anni tutto era rimasto chiuso nelle casse, nelle profonde cantine, coperte di polvere. Solo una trentina di anni fa le casse sono state riaperte e quel tesoro è tornato alla luce e tutti stanno lì a rimirarselo con tanto d'occhi. Vinod era ancora un ragazzo allora e aveva partecipato a riportare il tesoro alla luce. Ancora sorride pensando alla meraviglia di quel momento, quando uscivano dal buio quegli oggetti meravigliosi, quei centri tavola barocchi, i grandi piatti sfaccettati, i lampadari colossali, i bicchierini dagli steli lunghi che quasi si spezzavano solo a guardarli, i sofà, le sedie ed il letto dai piedi ritorti, tutto di cristallo lucente. Adesso ogni cosa, un po' coperta di polvere, gli sembra normale e non ci fa più caso, deve solo stare attento a mettersi in posa quando qualche turista bionda gli si mette a fianco per farsi fotografare mentre lui si arriccia i favolosi baffi e magari ci scappa qualche mancia un po' più grassa.


La jungla
SURVIVAL KIT

Udaipur

City palace
City Palace - Ingresso piuttosto caro. 1450 R, in pratica più di 20 € a testa, ma comprende il palazzo, il museo, l'esposizione dei cristalli nella parte aperta dell'albergo extra lusso ricavato nel palazzo, il permesso di fotografare (tranne che i cristalli) e una gita in barca all'isola del lago con il ristorante. Calcolate almeno mezza giornata per tutto il percorso. E' uno dei più bei luoghi del Rajastan e dell'India intera, con visioni magnifiche sul lago e sul palazzo del lago, reso famoso nel film Octopussy, dove attualmente è impossibile andare se non siete ospiti dell'Hotel di lusso (600 € a notte). Nel museo bellissima esposizione di miniature che illustrano la vita al tempo dei maharaja. Soldi ben spesi.

Monsoon Palace - A circa 10 km dalla città, necessaria un'auto per arrivarci e risalire la collina. Tutto intorno un parco naturale (ingresso 300 R). Nel bosco migliaia di scimmie e molti ungulati, si dice ci siano anche felini predatori. Il palazzo è abbandonato a se stesso e cadente, ma tuttavia, forse proprio per questo estremamente suggestivo. La vista è eccezionale, essendo il punto più alto della zona e domina tuta la white city e i due laghi attorno ai quali è disposta, Dall'altro lato montagne ricoperte da fitta jungla. Anche qui sono state girate molte scene del film.

Ambrai Restaurant - In una posizione magnifica al bordo del lago, proprio sulla punta della penisola dell'Hanuman Gath, con una vista spettacolare sul Lake palace, il Lal Gath e il city palace, offre un ottima cucina del nord dell'India, con ampia scelta. Piatti sulle 4/500 R serviti nel giardino tra gli alberi con sedie e tavoli in ferro battuto. Bello anche il bar. Il lieve sovrapprezzo vale sicuramente la pena per una cena romantica. Il pollo tandoori tikka è particolarmente curato, chiedete che tutto sia il meno spicy possibile e magari sarete accontentati.

L'isola di Jagmandir
Isola di Jagmandir - Visitabile, al contrario di quella del Lake palace, Circondata da un imbarcadero di marmo con elefanti, ha un ristorante molto caro ma di certo molto esclusivo e romantico,un piccolo hotel di 7 camere. L'escursione in barca (biglietto incluso in quello del City palace, se no 200 R) vi darà la possibilità di passare una o due orette sull'isola, nei suoi giardini, visitando il piccolo museo della torre e fermandosi al bar ad ammirare il lago. C'è poca ombra e col sole può essere piuttosto caldo.

Saheliyon-ki-Bari - Ingresso 10R. Giardino nella zona nord della città. Costruito nel 1700 per le dame di corte della principessa. Una serie di aiuole abbastanza curate,alberi, fontane e laghetti con giochi d'acqua. Magnifico il lago dei loti.


Un soffitto del City place
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Una sala del City palace




mercoledì 23 dicembre 2015

Happy Divali

Il lago Pichola dall'albergo Gay Vilas

Un ponticello
Le ombre della sera trasformano Udaipur in una magia di trine di marmo che si specchiano nelle acque del lago Pichola. Questa città sparpagliata sulle sue rive allinea case, palazzi, templi, antiche haveli sulle rive frastagliate come fossero quinte di una rappresentazione teatrale cominciata secoli addietro. Le loro facciate illuminate dal fioche luci rimbalzano sulla superficie tremula, raccontando all'inverso una favola vecchia di mille anni, che racconta di re panciuti a caccia di tigri, di eserciti invasori alla conquista di nuovi regni, di regine rinchiuse negli zenana proibiti a guardare le strade sottostanti dai bovindi che paiono trine preziose. Sulla punta della piccola penisola che si protende tra le acque, la visuale lascia senza fiato. Il grande palazzo di fronte troneggia sicuro di sé, forte della sua possente eleganza che domina la città intera e tra le acque il candido nitore del palazzo del lago, una gemma di marmo incastonata in un pavé di zaffiro scuro, che risplende illuminata dalla luna quasi piena, gli fa da contraltare. E' una immagine ormai così nota e famosa da apparire scontata, eppure anche se già vista in cento film, in mille fotografie, mantiene un fascino non spiegabile a parole. Quel marmo perfetto al centro del lago, occhieggia indiscreto, mentre sembrano ancora risuonare risate indiscrete di concubine avvolte in sari trasparenti, mentre attendono l'arrivo della barca del sovrano a trascorrervi la notte. 

Divali
Forse varrebbe la pena di passarcela una notte in questo albergo lussuoso ed esclusivo, oppure no, forse si andrebbe a spezzare quella magia di sogni possibili trasformandola in un banale soggiorno da ricco epulone che potrebbe rivelarsi magari deludente. Trenta anni fa ci ero stato a prendere un thé, nel bar ricavato sulla veranda di marmo della grande terrazza, un'atmosfera ovattata di lusso e di voglia di esclusività. Octopussy era stato girato tre anni prima e ormai il luogo era già diventato famoso. L'incanto si era già spezzato allora. Sui ponticelli che collegano le rive dei canali le vacche sdraiate a terra impediscono il passaggio dei veicoli più ingombranti. Sulla riva del palazzo, il bazar ti apre una fila infinita di negozietti di carabattole turistiche, qui l'afflusso è imponente come a Jaipur, ma rimani anche affascinato dai negozi di stoffe, caleidoscopi rutilanti di colori, dalle cascate di frutta, dall'odore delle spezie. Percorre però la città un fremito particolare, una agitazione quasi convulsa. C'è nell'aria una allegria quasi contagiosa che esplode in risate, grida di giovani, sorrisi aperti al passaggio. Davanti ad ogni negozio qualcuno è impegnato a dipingere multiformi schemi di mandala coloratissimi, tutti diversi, il limite è la fantasia di chi lo sta tracciando. Tra due giorni è Divali, la festa delle luci e la città, come tutte le altre dell'India, è in preda ad una agitazione senza pari. E' un poco il sabato del villaggio. La luna sarà piena e la festa delle Luci, la più importante dell'anno per gli hinduisti, si dispiegherà in tutti i suoi eccessi. 

Preparazione di una soglia
E' la festa dell'allegria. Tutti espongono luci davanti alle loro abitazioni ed ai loro negozi, che siano torce, lampade o piccole scodelline di terracotta contenenti dell'olio ed uno stoppino acceso, rischiarano la via all'ospite improvviso, all'accogliere chi arriva. Si offrono dolcetti ai vicini ed ai visitatori, si mangia ovviamente condividendo la propria tavola, si sparano botti e fuochi artificiali a non finire, anzi molti non stanno più nella pelle e mortaretti e petardi scoppiettano da ogni parte già in anticipo e continueranno per tutta la settimana successiva. Si dovrebbero buttare le cose vecchie ed tutto un offrire vasi terracotta nuovi da acquistare ritualmente proprio in questa occasione. Una grande momento per festeggiare insieme, a cui si accodano ovviamente anche tutti gli appartenenti ad altre religioni, ogni occasione è buona insomma. Due ragazze stanno finendo di tracciare complicati disegni davanti alla soglia. Dalle scodelline attingono colori diversi coi pennelli e completano il mandala rispettandone con sacralità la complicata geometria. Vedono che le stai guardando e si voltano subito ridendo: "Happy Divali straniero" ed il padrone del negozio corre a prendere i dolcetti che gli ha preparato la moglie e te li offre contento. Al di là del ponte sotto gli archi di marmo bianco del tempio, comincia a scoppiettare una salva di mortaretti. E' buio fondo. La luce della luna luna accarezza gli stipiti scolpiti delle porte, corre veloce sulla filigrana delle finestre dalle ante traforate e scivola nel lago portando con sé il ricordo delle facciate che rimangono a tremolare sulla superficie piatta. 

Il palazzo sul Lago
SURVIVAL KIT

Udaipur di notte
Hotel Gay Vilas - 19, Panch Devri Marg - La doppia sulle 2000 R.-  Valido soprattutto per la posizione magnifica proprio sulla penisola che si affaccia sul lago con vista stupenda dalla terrazza bar ristorante sul tetto sulla città, il lago ed i palazzi illuminati sulle rive. Si autodefinisce come molti atri della zona ricavati da antichi palazzi, un boutique hotel. Molto comodo in pieno centro si possono raggiungere a piedi tutte le più importanti attrazioni turistiche. Architettura tradizionale. Ingresso e hall bruttini. Camere normali. Non c'è ascensore per cui chiedete camere ai piani bassi. AC, TV, ventilatore, free Wifi anche in camera, no frigo. Pulito ma bagno un po' basico. Se state più di una notte le camere non vengono rifatte. Bisogna chiedere. Ristorante panoramico sul tetto all'aperto. Cena economica, piatti sui 3/400 R. anche non veg. Colazione varia. 

Una via del centro
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giovedì 4 marzo 2010

Sapori d'India in salsa bretone.

Oggi voglio raccontarvi una storia curiosa. Era un altro agosto caldo e piovoso ed era un' altra Ambassador quella che ci portava attraverso i deserti del Rajastan, stupiti per la bellezza dei palazzi dei Maharaja, senza parole alla vista di città magiche dai colori pastello, con le case coperte delle immagini degli dei, con i templi dove si affollavano turbanti rossi e gialli, sopra visi scavati e sari variopinti su corpi minuti dalle braccia quasi nascoste da centinaia di braccialetti d'avorio. Avevamo passeggiato tutto il giorno per i mercati di Jodhpur, la città blu e cercavamo di schivare i piatti carichi di spezia forte che cuocevano la lingua, quando il nostro autista, un furbetto simpatico e anche un tantino troppo incline a tutto quello che si poteva distillare, ci disse che una coppia di francesi gli aveva chiesto, visto che avevamo posto in macchina, di portarli con noi fino a Udaipur. Partimmo così la mattina dopo, tutti contenti, loro che avevano risolto un problema di spostamento, noi, che avremmo potuto scambiare le nostre impressioni con qualcuno, il furbetto che sperava in una buona mancia non preventivata. Si parlò di tutto e man mano che passava il tempo, diventava sempre più gradevole quel contatto fortuito. Vedemmo villaggi e mercati. Passammo un mattino in uno straordinario tempio Jainista a Ranakpur, completamente deserto, perduti tra bianchi colonnati, popolati solo da scimmie. Un libro della jungla vissuto invece che letto. Erano viaggiatori veri, che sapevano assaporare il viaggio prendendosi i tempi giusti, senza la fretta dei turisti. Noi, che eravamo particolarmente su di giri a causa della vicina soluzione della nostra vicenda di adozione, trovammo in aggiunta, calore e simpatia. Ci lasciammo dopo tre o quattro giorni, dopo aver sorseggiato un thé nel bianco palazzo al centro del lago di Udaipur, una parentesi regale per capire cosa poteva essere stata l'India osservata da quel punto di vista esagerato. Loro si sarebbero fermati qualche giorno ad assaporare quelle sensazioni, noi saremmo scesi sempre più a sud, attraverso il Gugiarat verso altre emozioni, sempre in corsa contro il tempo. Rimase solo un recapito su un taccuino di viaggio come tante altre volte. Ma non fu così. Ci si scrisse (allora si mandavano le lettere, non avevano ancora inventato le mail), ci si sentì e qualche anno dopo passarono dalla nostra città e conobbero così anche la nostra bambina che aveva ormai cinque o sei anni. Poi per altri diciotto, solo altre lettere e promesse di rivederci, sempre andate a vuoto per le casualità che la vita ci prepara con sorprese continue. Ieri sera, rivederli è stato un piacere raro, dopo un tempo così lungo e forse proprio per questo così bello. Ancora così uguali ad allora, ancora così piacevoli. So già che voi, conoscendomi, maligni come sempre, direte che la serata è stata così gradevole anche per le qualità di cuoca sopraffina della nostra amica che, dopo aver attenuato la potenza alcoolica di un planter punch ricco di spezie e soprattutto di rum, con dei deliziosi hors-d'œuvre variatissimi, ci ha servito un sontuoso filet mignon de porc sweet & sour, che il miele aveva reso delicato e croccante assieme e la cipolla armoniosamente profumato, mentre la salsa densa sposava, abbracciandolo, il classico contorno di tagliatelle. Di seguito, allietato da un buon rosso spagnolo, su un letto di insalatine e rucola, le più deliziose rondelle di chèvre bianche e saporose, ricoperte di noci sbriciolate. Gran finale con la più tradizionale e morbida tarte aux pommes che io abbia gustato da tempo. Lo so che voi pensate solo a questo, ma la serata è stata molto di più, a sfogliare vecchie foto, a raccontarci le nostre vite. Penso che ci rivedremo ancora spesso, per continuare a scambiarci emozioni. Donc, merci encore, Jackie et Jean et à bientôt avec amitié!


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