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venerdì 9 agosto 2013

Chī

Vengo spesso accusato di dare troppo peso, sia nei post, che nella vita reale al cibo ed ai problemi connessi. Non riesco a capire da dove derivi questa falsa diceria, messa in giro, certo da qualche malevolo per mettermi in cattiva luce. In realtà il mio rapporto col cibo è molto distaccato e questo ha per me un appeal unicamente culturale. (Eheheheheh). Al fine di chiarire meglio questa posizione di assoluto disinteresse materiale, oggi si parlerà in questo spazio virtuale del concetto astratto che ha l'ideogramma di mangiare - 吃 - Chī, presso i cinesi. Tutti sanno ormai quanto sia importante il cibo nel regno di mezzo, i cinesi amano soprattutto mangiare in compagnia, in tutte le occasioni possibili ed i migliori affari si fanno sempre a pranzo, ma esaminando la lingua, specchio della mentalità di un popolo, è interessante notare le implicazioni dell'ideogramma in questione anche in tutti i suoi significati astratti. Intanto il carattere è di facile lettura, composto da tre segni semplici, il primo in alto, stilizzazione di Uomo, quello in basso, di Falce e quello a sinistra di Bocca. Dunque : ciò che l'uomo si mette in bocca per mezzo della falce, quindi Cibo e Mangiare. Ma veniamo al significativo 吃白食 - chī bái shí, Mangiare a sbafo, ma letteralmente Mangiare bianco (gratis) cibo. Oppure all'altrettanto comprensibile  吃 醋- chī cù , Mangiare aceto che non significa altro che Essere geloso! Pensate un po' alla faccia deformata di chi è roso dalla gelosia, simile a chi per sbaglio mette in bocca un sorso di aceto ed è percosso dai fremiti dell'acido che ha in corpo. E uno che soffre, non fa altro che 吃苦 - chī kǔ,  Mangiare dolore, Soffrire. Invece per indicare Essere spaventato, Rimanere sorpreso, si dice: 吃惊 - chī jīng , Mangiare lo stupore. Identico alla nostra espressione è 吃亏 - chī kuī, Mangiarsi i soldi. Abbastanza chiaro: 吃大锅饭- chī dà guō fàn, Mangiare riso in una grande padella che significa Essere per l'uguaglianza! Questa invece è più arzigogolata: 吃得消 - chī dé xiāo, letteralmente sarebbe Riuscire a mangiarsi il trascorrere del tempo, ma significa Essere tollerante, in linea con chi come me deve accettare che il tempo inevitabilmente trascorre e quindi ecco l'essenza della tolleranza, l'accettazione. E io sì che sono tollerante, oh se sono tollerante! A domani, va, che questa sera devo prepararmi a tollerare, sbafandomela a ufo, appunto 吃白食,  un cena ricca e composita, ma in fattispecie composta principalmente da peperoni con la bagna cauda.


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martedì 25 giugno 2013

Cǎi.

Il carattere 采 - cǎi, è la stilizzazione di un pittogramma antico. Anche nella sua riduzione moderna però, si intuisce ancora il disegno dell'orma di una animale selvatico, un feroce felino, la tigre dei racconti e delle favole sempre presente nella letteratura, nell'arte e perché no, nella politica cinese. Nella parte superiore si notano ancora i segni delle unghie infisse nel terreno, mentre nella parte inferiore le impronte più larghe lasciate dalle parti carnose. Camminare nella foresta cercando di individuare dalle orme, quale che sia l'animale che le ha lasciate, implica il fare una selezione, una scelta, ecco perché nella lingua moderna, l'ideogramma ha assunto il significato di scegliere, selezionare, cogliere tra. Come sempre l'uso di questo per comporre ideogrammi più complessi o parole bisillabe o più, è altrettanto comune. Ecco dunque che se gli mettiamo sopra il segno di Erba, otteniamo 菜 - cài , otteniamo un'erba selezionata, scelta tra quelle comuni e quindi Verdura commestibile in generale, Ortaggio, un vegetale scelto tra i tanti presenti in natura per le sue caratteristiche. Aggiungendogli altri caratteri abbiamo ad esempio con Lista: 菜单 - cài dan, Menù, in quanto un tempo i piatti di carne erano assai rari e la lista dei piatti si limitava spesso ad un elenco di verdure, oppure aggiungendo Luogo pubblico abbiamo per la stessa ragione: 菜馆 - cài guan, trattoria (luogo dove si mangiano piatti di verdura). Se aggiungiamo invece Giardino si ottiene, come in molte lingue occidentali: 菜园 - cài yuan - il giardino della verdure, cioè l'orto. Ma attenzione perché mettendo il carattere di Scegliere sopra quello di Cuore (segno comune a tutte le azioni che alla base hanno i sentimenti) si ottiene: 悉 - xī, che significa Ben informato, cioè colui che sceglie con cura quello che ha bisogno di conoscere e anche Tutto intero, Totale appunto perché il bene informato ha una conoscenza completa di quando vuole sapere. 

Un abbinamento apparentemente curioso si ha invece aggiungendo il carattere di Vento. Otteniamo 采风 - Cài fēng, che significa Collezionare, scegliere canzoni; strano? non tanto, vi ricordo infatti che anche nella nostra lingua Aria ha un significato musicale analogo. Adesso, tanto per capire come attraverso la complessità dei ragionamenti si risale alla costruzione di parole moderne partendo da concetti antichi, ecco una parola addirittura quadrisillaba del cinese moderno: 采访记者 - cǎi fǎng jì zhě. Esaminiamola passo a passo e vediamo se ci arrivate da soli. La prima 采 - cǎi, abbiamo detto significa Scegliere, scovare seguendo le orme. La seconda 访 - fǎng - Chiedere, cercare di sapere. La terza 记 - jì - Ricordare prendendo appunti. L'ultima 者 - zhě è un comune suffisso e sta per Colui che. Quindi Colui che sceglie dopo aver chiesto, cercando di sapere e ricordando dopo aver preso appunti. Dunque? Ma è il Reporter, il giornalista di indagine, che, come un cacciatore, segue le orme nella jungla delle cene eleganti, dove magari si cantano Arie scelte e che invece qualcuno, malevolo, tenta di confondere con baccanali orgiastici. Ah, l'antica saggezza cinese, dove all'imperatore venivano date ogni sera 24 giovani bellissime per rasserenarlo e distrarlo dai duri problemi di governo, riporta Marco Polo, cronista informato dei fatti. Eppure non solo nessuno aveva niente da dire, ma, quando si ritirava nella stanza da letto, rimaneva anche uno scrivano (forse il reporter dell'epoca) che annotava dettagliatamente negli annali le prodezze del sovrano, ah la precisione dei cinesi!. Numero, posizioni e soddisfazione delle prescelte, che si possono consultare ancora adesso.  Niente di nuovo sotto il sole dunque. Tempi felici allora, anche perché se un giudice qualunque avesse avuto da dire a proposito, il supplizio delle mille morti non glielo avrebbe levato nessuno!


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mercoledì 24 ottobre 2012

Nel regno della magia nera.

Non riesco a descrivere la serie di sensazioni che mi hanno assalito ieri, quando ho letto sul giornale che nel mio paese, la terra di Galileo, sono stati condannati a sei anni di galera, i più importanti scienziati italiani nel campo della sismologia perché non hanno previsto il terremoto dell'Aquila (gli stessi tra l'altro, colmo della beffa, denunciati per procurato allarme per opposte dichiarazioni nei giorni successivi al terremoto in Emilia). Disperazione, rabbia cieca, indignazione; no, non riesco a definire meglio. Sta di fatto che il fondo è stato davvero toccato. Dopo che la politica si è uccisa con le sue mani, dobbiamo vedere anche questo scempio. Ma non basta, a corollario del rogo delle streghe, bisogna sentire i commenti della folla debitamente registrati sui giornali, dei politicastri che le vanno dietro, dei fattucchieri che gongolano, certi così di richiamare nei loro antri, stuoli di creduli nuovi fedeli, tutti uniti nel blaterare che sono troppo pochi, che così finalmente giustizia è fatta e compagnia bella. Così, mentre quelli che sghignazzavano dopo le scosse contenti degli affaroni alla porta, mentre quelli che avevano messo la sabbia al posto del cemento, mentre quelli che hanno rubato a man bassa nel business che si è creato, mentre quelli che ci hanno marciato politicamente sono in giro, liberi, intonsi, ben pasciuti e contenti a far nuovi danni, il becerume cieco e  i suoi pifferai godono di una porcheria tale che ha lasciato basito tutto il mondo civile. Una operazione degna di un imperatore barbaro che giustiziava i suoi indovini che non avessero previsto il futuro nefasto. Ora il mondo che ci sbertucciava giustamente per i guitti che mandavamo in giro a farsi deridere, avrà di che parlare a lungo di una nazione in cui una scossetta, che in qualunque paese civile avrebbe al massimo fatto cadere un paio di cornicioni, è stata la scusa per la crocifissione della scienza e del via libero definitivo a maghe e fattucchieri. Non siamo forse il paese che impone cure fasulle a furor di popolo, che vuol fondare le sue politiche agricole sulle nuove religioni bio-fanta-dinamico-noogiemmiste? A presto, ragazzi, con rimedi omeo-olistico-pranoterapici prescritti gratuitamente dall'esangue servizio sanitario nazionale e col servizio delle previsioni metereologiche in mano ad un pool di aruspici ed esaminatori dei fondi di caffè, antica pratica scientifica napoletana riportata alla sua giusta attualità. 


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giovedì 26 agosto 2010

La vittoria dei Dongria.

Oggi una buona notizia. Sembra che, una volta tanto, abbia vinto il piccolo e debole contro il gigante potente. Ricorderete che vi avevo parlato della vicenda dei Dongria Kondh, una piccola tribù dell’Orissa di Adivasi (i primi abitanti dell’India) a cui il colosso minerario Vedanta Resources voleva portar via le terre, includenti la loro montagna sacra, cacciandoli con quattro soldi in qualche lurido slum di una disperata periferia indiana. Una storia alla Avatar molto più reale e concreta della favola del film. Pochi davano la partita giocabile, figuriamoci, un gruppo di selvaggi seminudi contro un gigante dell’economia, oltretutto in uno stato come l’India, di cui si parla così male a riguardo della corruzione e della serietà dei suoi tribunali quando i diritti dei deboli si scontrano contro quelli che contano.

Nessuno lo avrebbe mai creduto possibile. Ma il coraggio dei Dongria, che come avrete visto nei video disponibili, sono abbastanza tosti, sorretto dalla forza di una forte campagna internazionale guidata da Survival e guarda caso dalla potenza del Web, attraverso il quale, migliaia di lettere da tutto il mondo sono arrivate al governo indiano (addirittura, e vi ringrazio, qualcuna attraverso la lettura del mio modesto post), ha trasformato una missione disperata in un commovente successo. Così, nonostante le enormi pressioni politiche ed economiche contrarie, Jairam Ramesh, Ministro indiano all’Ambiente, ha compiuto un atto eccezionale e ha bocciato la controversa miniera. Proprio così, niente ruspe ed escavatori ad abbattere le capanne di frasche, nelle foreste umide dei Nilgiri, niente cave e sventramento nei fianchi della loro dea madre; il palo dei sacrifici, al centro del villaggio vicino al quale mi sono fatto fotografare tromboneggiando, rimarrà diritto, in piedi, orgoglioso e inquietante come una statua di Giacometti.

Io non mi farei troppe illusioni, perché questa gente è sempre astuta e perde le battaglie, ma difficilmente le guerre ed è ingenuo credere che per qualche giudice “infame”, si rinunci alla montagna di bauxite da predare, lasciandola intonsa e vergine sotto le chiappe dei nostri amici Dongria; d’altra parte si sa che, quando giudicano in danno di qualche potente, i magistrati sono dei farabutti della peggiore specie, oppure dei biechi comunisti trinariciuti, quantomeno da mettere da parte, per cui credo che i nostri selvaggi, che hanno sì, l’anello al naso, anzi ne portano normalmente tre, ma solo materialmente, faranno bene a stare in campana. Comunque il Web vigila ed è un grave errore sottovalutarlo.






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Avatar e realtà reale.

martedì 10 marzo 2009

Imputato alzatevi.

L'aria del tribunale mi terrorizza. Non c'è una ragione logica, ma le pochissime (per fortuna) volte che ne ho varcato la soglia, un senso di colpa inespresso mi azzerava la salivazione, anche se dovevo chiedere solo un timbro su dei documenti di adozione. Tranne una. In un altro tempo ed in un altro mondo, avevamo perso le valigie in aeroporto ed un taxi pieno di pendenti, rosari mussulmani e musica a palla all'interno, ma con i paraurti staccati e il parabrezza a tela di ragno, ci portava verso le trine bianche e le finestre di alabastro del centro di Sana'a. Una città di fiaba cantata da Pasolini e cristallizzata nel tempo. Sul lungo vialone dell'aeroporto il taxi procedeva ai trenta all'ora, cioè la la sua velocità massima, quando in fondo al rettilineo deserto una macchina uscì dal parcheggio e si immise lentamente sulla strada. La distanza, la folle velocità e probabilmente la mancanza di freni unita alla ritmata masticazione del qat del taxista provocò l'inevitabile cozzo, mentre noi ci tenevamo ben fermi al sedile, come su un autoscontro alla fiera dell'est. Il nostro scese, magnificando il suo danno (il paraurti che già in precedenza ciondolava), mentre il suo avversario controllava il lieve bozzo sulla fiancata, che però, come apparve subito in tutta la sua tragica evidenza, era una macchina di ambasciata. Arrivò, pronta, la polizia, che senza dire bah, afferrò il taxista per gli stracci (e la parola non è scelta a caso) e se ne andò sirenando a tutto spiano e lasciandoci in mezzo al guado. Non avendo i bagagli (perduti) fu facile fare l'autostop per raggiungere un fascinoso albergo nel centro, dove dimenticare l'inconveniente e pensare, passata la notte, ad immergerci nell'atmosfera della città. Due giorni dopo, trovammo ad attenderci nell'ingresso, un tizio barbuto piuttosto inquietante, con regolamentare jambija alla cinta, ma con sguardo basso e questuante. Risultò essere il fratello del taxista che ci chiedeva di testimoniare a suo favore. Ritenendo di poter dare una mano alla soluzione di un problemino assicurativo, lo assecondammo e, caricati sull'ormai noto taxi, fummo portati in un palazzotto del centro che non pareva essere la sede della Sai, essendo dotato di robuste sbarre alle finestre. In un ampio cortile, circondato da portici, apprendemmo infatti, essere quella la sede del tribunale giudiziario, dove si celebravano ogni giorni i processi. Avendo visto, nei giorni precedenti, nel bazar, diversi moncherini di mani e nasi mozzati, avevamo una idea del dipanarsi della giustizia yemenita, ma dopo la discussione di un caso, a noi poco chiaro dove il giudicato fu trascinato via con modi un po' rudi, quale fu la nostra sorpresa al vedere il nostro taxista condotto in catene dinnanzi al giudice. Non sembrava in gran forma psicofisica, anche se le catene alle caviglie non parevano pesanti. Recava in mano una cartelletta, contenente con ogni probabilità i dati del suo caso, che gli fu tolta sgarbatamente di mano e data con sussiego al giudice. Costui, in divisa militare, sedeva impettito ad una scrivania sotto il portico principale e si guardava attorno con noncuranza. Mentre eravamo stati fatti sedere a poca distanza, lui, fingendo di non averci notato, con cenni della testa, imponeva agli astanti, ed in particolar modo al difensore del precedente imputato, un comportamento più dignitoso e meno caciarone, evidentemente per non dare cattive impressioni ai due stranieri. Chi perorava la causa del nostro prigione, iniziò a chiarirne le ragioni con una certa foga, mentre Minosse lo richiamava di tanto in tanto alla moderazione, con piccoli gesti della mano e lievi aggrottamenti delle sopracciglia. Non avevamo capito molto e quando fu la nostra volta, si rivolse direttamente a me in un inglese assai corretto, ignorando Tiziana che, bionda e non velata, attirava molte occhiate dagli astanti, ma era pur sempre donna. Mi domandò lo svolgersi dei fatti e chiarito l'indubbio diritto di precedenza dell'imputato, dichiarò salvo il nostro uomo ed alzatosi, lasciò l'arengo, salutandoci con un breve cenno del capo e l'assemblea si sciolse. Furono subito tolte le catene al nostro amico che si profuse nei ringraziamenti del caso. Non riuscimmo a capire a quale pena sarebbe incorso, ma la legge yemenita non è tenera con i trasgressori. La giornata finì in gloria coi fratelli taxisti che ci aiutarono a recuperare le valigie, finite nel magazzino dell'aeroporto, incustodite tra sacchi di datteri e montagne di scatoloni dalle scritte in cinese. Ci assicurarono che tanto lì nessuno ruba nulla.

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